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IL TERZO REICH: gigante dall’economia d’argilla

diario 3/6/2018

Scarsità di materie prime e crisi strutturale: quella del 1945 non fu soltanto una sconfitta militare

Durante il viaggio a Berlino del 1937, Mussolini rimase affascinato dal «miracolo economico» realizzato da Hitler che sembrava aver portato la Germania, uscita dalla pesantissima crisi del lungo dopoguerra, sul punto di divenire la maggiore potenza industriale del continente in soli 4 anni, mentre l’Italia arrancava dopo 15 anni di regime.

Che tanta fiducia nel futuro alleato fosse veramente mal riposta, appare ora dal volume di Adam Tooze (The Wages of destruction. The Making and Breaking of the Nazi Economy, Allen Lane, 30 euro, pp. 816), che dimostra come il Terzo Reich avesse perduto la sua sfida economica, prima ancora di intraprendere quella militare e che l’opzione del confronto armato fosse stata una scelta obbligata per approvvigionare, attraverso il saccheggio delle nazioni conquistate, un sistema produttivo, assillato dal deficit di risorse finanziarie e di materie prime.

Sicuramente, negli anni Trenta, in Germania, la disoccupazione era calata notevolmente e l’inflazione era stata drasticamente contenuta, ma questo trend positivo era comune alle economie di tutto il mondo occidentale rapidamente risollevatesi (coll’eccezione degli USA) dopo la crisi del 1929.

Per di più, le nuove opportunità di lavoro erano state assicurate in Germania, prevalentemente, dall’enorme programma di riarmo e da una politica di lavori pubblici, quali le autostrade, entrambi tributari di un diretto intervento statale, a scapito dell’iniziativa privata che penalizzata da una forte pressione fiscale.

Il controllo dei prezzi era garantito, non dal circolo virtuoso del libero mercato, ma da un alto tasso di cambio, imposto per legge, e da un rigido controllo governativo. Due misure, d’impronta dichiaratamente dirigistica e protezionistica, che avevano ridotto le esportazioni e di conseguenza fatto mancare quell’afflusso di valuta pregiata necessario a finanziare l’acquisto di materiali indispensabili ad un ulteriore decollo industriale.

Il tesoro della Banca centrale tedesca aveva esaurito le sue riserve di divisa estera, nel 1937, alla vigilia dell’Anschluss, che fu deciso non soltanto per riunire l’Austria alla grande patria germanica ma anche per far bottino delle riserve di dollari e di sterline conservate nei forzieri di Vienna. Anche il programma d’allargare il consumo interno e di estendere il mercato dei generi voluttuari alle classi popolari falliva clamorosamente, per la cattiva qualità (incredibile!) dei prodotti, che non reggevano al confronto con le merci straniere. L’utilitaria Wolkswagen sarebbe restata come un modello insuperato di design, ma il suo prezzo troppo alto, e la limitata produzione, avrebbero fatto sì che pochissimi guidatori fossero messi in grado di imbracciarne il volante, nonostante il fatto di aver versato alla casa produttrice pingui anticipi, che furono rimborsati, dopo una lunga battaglia legale, solo negli anni Sessanta.

In questa situazione, la Germania hitleriana decideva di intraprendere la sua avventura bellica, nonostante il parere contrario dello Stato maggiore che ammoniva il Führer sui rischi di uno scontro che «sarà una guerra di materiali e di usura, una guerra da combattere soprattutto sul piano economico e che non potrà non condurre la Germania ad un disastro senza precedenti». Non si trattava di previsioni infondate, e solo la pessima prova della Francia fece sì che l’azzardo di Hitler arrivasse ad un pelo dalla vittoria.

La scarsità di minerale ferroso e di acciaio aveva impedito di completare il riarmo. Né si trattava solo di un problema di quantità. I panzer, protagonisti della fortunata «guerra lampo» sul fronte occidentale, sarebbero stati sbaragliati, nelle pianure russe, dal carro sovietico T34, complessivamente superiore, per blindatura e armamento, ad ogni altro similare prodotto tedesco.

Le spese per il riarmo fin dal 1933 avevano avuto un certo peso nei bilanci dello Stato, ma a partire dal 1936 esse divennero assolutamente fuori controllo. Bisognava preparare il Paese alla guerra. In principio Hitler incaricò Goering di coordinare i programmi per rendere l'economia tedesca autosufficiente rispetto alle importazioni dall'estero e di sovraintendere alla distribuzione di fondi, materie prime e mano d'opera al fine di raggiungere gli obiettivi di riarmo stabiliti dalle diverse forze armate – insomma “della Programmazione” mito del Reich imperiale e poi di Lenin.

Tali obiettivi non erano stati ancora conseguiti quando, nel 1939, scoppiò la guerra. Dei 300 sottomarini, ritenuti indispensabili dall’ammiraglio Dönitz per attuare il blocco marittimo della Gran Bretagna, solo 32 erano disponibili all’inizio del conflitto. Il programma di costruzione degli U-boot era stato arrestato, nel 1939, poi ripreso nel 1940, per essere ancora interrotto l’anno successivo, per mancanza di risorse.

Le conquiste del periodo 1939-1941 non furono inizialmente sfruttate a pieno dalla macchina bellica del Terzo Reich: infatti, i gerarchi nazisti esitavano a comprimere ulteriormente la produzione di beni di consumo a favore della produzione di armi, temendo che ciò avrebbe diffuso il malcontento tra i lavoratori fino a determinare il crollo del fronte interno (come era già accaduto negli ultimi mesi della Prima guerra mondiale).

Solo lo shock determinato dalle sconfitte in Russia e nel Mediterraneo indusse il Regime, a partire dal 1943, a mobilitare l'intera economia del Reich alla guerra. Brillanti burocrati come Todt e Speer ottennero nell'ultimo periodo della guerra un aumento senza precedenti della produzione di armi, grazie al saccheggio sistematico delle materie prime dei Paesi occupati e all'impiego di milioni di lavoratori deportati da tutta l'Europa e schiavizzati. Tali risultati sono ancora più impressionanti se teniamo conto del bombardamento sistematico dei centri industriali tedeschi e delle infrastrutture stradali e ferroviarie attuate dall'aviazione anglo-americana. Nonostante i buoni risultati, gli Alleati – gli Stati Uniti in particolare ma anche URSS e Regno Unito – riuscirono a produrre molte più armi della Germania nazista e questo decise le sorti della guerra.

All'aumento (nominale) dei profitti e della produzione non corrispose un pari aumento dei salari dei lavoratori, mentre gli orari ed i ritmi di lavoro ebbero un forte incremento: il pieno successo occupazionale fu uno dei punti di forza del nazismo e ciò concorse alla costruzione dell'ampio consenso popolare verso il regime nei primi anni della dittatura. Ma la dinamica salariale non seguì quella del costo della vita, con la conseguenza che il tenore di vita degli operai subì un progressivo peggioramento. Dal 1943 tale peggioramento divenne inarrestabile a causa del trasferimento di mano d'opera e materie prime dall'industria leggera legata ai beni di consumo all'industria bellica.

Nel settore agricolo, come in quello industriale, il nazismo non attuò le grandi riforme promesse inizialmente per attirare il consenso delle masse, venendo meno così al proprio programma politico originario. Il nazismo, analogamente al fascismo italiano, esaltò propagandisticamente e in maniera strumentale il mondo contadino, esaltandone l'autenticità e l'attaccamento ai costumi tradizionali.

La parola d'ordine nazista, in campo agricolo, fu: il massimo impegno per realizzare l'autonomia alimentare del paese, anche se l'autonomia in questo settore costituiva un obiettivo non raggiungibile a causa del rapporto negativo fra la popolazione e le risorse agricole del territorio.

Al contempo il regime mobilitò maggiori risorse verso l'industria piuttosto che verso l'agricoltura, mentre aumentavano continuamente le importazioni di derrate alimentari dall'Europa sud-orientale. Difficile dire se una vittoria sull'Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale avrebbe cambiato le cose. Il "Grande piano Oriente" sviluppato in segreto dalle SS prevedeva l'annientamento della maggior parte dei polacchi e degli ucraini, che entro il 1952 sarebbero stati sostituiti con 20 milioni di coloni (ovvero contadini-soldati) di razza tedesca. Tuttavia gli sviluppi negativi del conflitto dal 1943 resero questi progetti irrealizzabili.

Il nazismo, una volta conquistato il potere, si pose – come ricordato – l’obiettivo “riarmo della Germania” in previsione se di un nuovo conflitto mondiale di strumento di pressione, come avvenne a Monaco. A tale scopo ogni spazio di libertà doveva essere compresso e regolato a partire dal vitale settore dei rapporti di lavoro.

Tutte le organizzazioni dei lavoratori furono chiuse, tranne quelle naziste che però non avevano nessuna autonomia dovendo eseguire ordini che venivano dalle alte gerarchie del Partito, il diritto di sciopero fu cancellato: gli industriali tedeschi ebbero, nell'ambito degli obiettivi del regime, la massima e illimitata libertà di azione, imponendo un rapporto fra le parti sociali di tipo paternalistico-autoritario.

I lavoratori, a seguito dell'apposita legge del 15 marzo 1934 e delle disposizioni successive, del 1935, potevano essere destinati a posti diversi di lavoro secondo la volontà delle autorità. Fu eliminata la possibilità per i lavoratori della libera scelta del lavoro e fu istituito, il 26 giugno 1935, il lavoro obbligatorio per tutti i giovani con un'età compresa fra i 18 ed i 25 anni.

Per combattere la disoccupazione vennero avviati grandi lavori pubblici - autostrade, linee metropolitane, palazzi governativi - con i quali lo Stato assorbì ben presto molta della manodopera disponibile. La reintroduzione della leva obbligatoria fece il resto.

L'intervento del regime nella vita privata dei giovani, lavoratori e non, fu pervasivo al fine di inserirli nelle strutture naziste e orientarli ideologicamente, secondo un principio totalitario. A tale scopo fu creata l'istituzione «Kraft durch Freude» (forza tramite gioia), che organizzava e regolava il tempo libero e le ferie dei giovani, controllandone e indirizzandone lo svago e lo sport.

L'introduzione di politiche sociali e la proclamazione del 1º maggio come Festa del lavoro dimostrano tuttavia come il Regime nazista fosse attento allo stato d'animo degli operai tedeschi. Alcuni studi dimostrano come l'ambita iscrizione al NSDAP - che a partire dalla nomina di Hitler a cancelliere del Reich nel 1933 avveniva per cooptazione - fosse più semplice per gli operai che non per altre categorie, al punto da cambiare la composizione sociale degli iscritti al partito nazista nel periodo tra il 1933 e il 1939.

Il principio fondante di tutto l'hitlerismo era la costruzione della Grande Germania (Grossdeutsche Reich) e del suo "spazio vitale" (Lebensraum): a quest'idea tutto andava sottomesso, compresa l'economia. Tuttavia quando Hitler salì al potere nel gennaio 1933 le condizioni economiche della Germania erano disastrose: il 20% della forza lavoro (circa 7 milioni di persone) disoccupate ed al limite della soglia della malnutrizione, la cui causa era la deflazione seguita alla crisi del 1929 con il ritiro dei capitali americani (piano Dawes e Piano Young) dalla Germania ed accentuata dal rigore depressivo dell'allora vigente gold standard. Le riserve auree della Reichsbank erano ridotte ad appena 200 tonnellate. È idea errata quella comune che nel 1929-1933 la Germania fosse in una situazione di inflazione, al contrario essa era travolta come tutto l'Occidente dalla deflazione: il famoso episodio inflazionistico della Repubblica di Weimar si ebbe poco dopo la prima guerra mondiale in Germania, tra il 1919 ed il 1924: tra il giugno e il dicembre del 1922 gli indici del costo della vita salirono di 16 volte. L'iperinflazione venne sconfitta con l'emissione di una nuova valuta, il Rentenmark, garantito dalle terre e dalle merci degl'industriali, poi sostituita dal Reichsmark con cambio paritario. L'iperinflazione di Weimar è spesso ed erroneamente collegata con l'ascesa del Terzo Reich di Hitler, ma l'iperinflazione fu sconfitta già nel 1924, quindi quasi dieci anni prima dell'avvento del nazismo.

Hitler si affidò al Ministro delle Finanze, Hjalmar Schacht (già noto per esser riuscito a debellare l'iperinflazione nel 1924), per ottenere quello che non esitava a definire "un miracolo":

«il riassorbimento della disoccupazione, l'eliminazione della deflazione (che fu combattuta con una cambiale di Stato, il Mefo, usata quale moneta alternativa per le commesse industriali tra Stato ed industrie e tra industrie) e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, evitando nel contempo l'iperinflazione.»

Ciò fu ottenuto grazie al piano di grandi opere pubbliche ed agli enormi investimenti nella produzione di armi. Queste misure rimisero in moto le grandi industrie manifatturiere e consentirono la ripresa del mercato interno.

I "MEFO Wechsel" (lodati da Keynes – en passant) erano delle cambiali emesse da una fantomatica compagnia statale, quindi garantiti dallo Stato ed offerenti un interesse del 4%, incassabili dopo un lustro, che avevano lo scopo di dilazionare praticamente a tempo indeterminato i pagamenti contratti dallo Stato con le industrie private. Il progetto partì già nell'estate del 1933, dopo che il partito nazista divenne l'unico ammesso in Germania (14 luglio 1933), quando l'allora ministro tedesco delle finanze, Schacht, s'ispirò al precedente storico statunitense dettato dalla Guerra di Secessione, quando – sul finire del 1862 - il governo nordista si trovò ad aver necessità della colossale cifra di 449 milioni di dollari (di allora, equivalenti a circa 39 miliardi di dollari del 2011). Le banche americane chiesero un interesse del 30% sulla cifra di cui il governo nordista abbisognava, in quanto il corso bellico rendeva elevato il rischio d'insolvenza dello Stato (solo dall'anno seguente, il 1863, l'esito del conflitto mutò decisamente a favore dell'esercito nordista). Allora il presidente nordista, Abramo Lincoln, ricorse al potere conferitogli dall'articolo primo della Costituzione americana, ovvero stampare cambiali di prestito (Greenback – che poi è divenuto il nomignolo del dollaro) che il popolo sovrano può concedere al proprio governo (vale a dire a se stesso) senza pagare interessi di sorta e coperto non da riserva aurea, ma unicamente dalla forza lavoro del popolo medesimo. La Germania doveva, in più, reperire un mezzo di pagamento che non lasciasse traccia nei libri contabili e nel bilancio statale, per non insospettire le potenze vincitrici della prima guerra mondiale, sempre per le famose “riparazioni”.

L'export tedesco (per quanto possa apparire strano a noi oggi) fu affetto per tutti gli anni '30 da una cronica debolezza determinata soprattutto dalla sopravvalutazione del marco rispetto alle maggiori valute mondiali. A questa debolezza si cercò di rimediare con i mezzi più diversi, uno dei quali fu un complesso sistema di sovvenzioni alle esportazioni, finanziato a partire dal 1935 tramite una tassa imposta all'economia secondaria (Exportumlage auf die gewerbliche Wirtschaft).

Inoltre a partire dal 1933 il Ministero degli Esteri tedesco sottoscrisse una serie di accordi bilaterali con altri Paesi, soprattutto quelli dell'Europa sud-orientale, che regolavano il commercio estero sulla base del clearing – sistema inventato Scacht. In pratica questi paesi fornivano derrate alimentari e materie prime al Reich, che a sua volta esportava manufatti finiti (soprattutto armi e macchine utensili). Per funzionare, il saldo doveva essere pari a zero, ma in pratica il Reich costrinse i deboli partner commerciali ad accettare che la Germania accumulasse forti debiti di clearing non pagati. Il sistema del clearing era pensato per evitare la fuoriuscita di valuta dai propri confini: si trattava, di fatto, di un'economia di baratto. I governi dei Paesi dell'Europa sudorientale (e anche l'Italia, ovviamente) non si resero mai pienamente conto che questo sistema subordinava sempre di più le economie nazionali agli interessi economici della Germania nazista: infatti più esse esportavano in Germania, più dovevano importare dalla Germania, anche se si fosse trattato di prodotti di cui non avevano necessità – od accumulare crediti inesigibili.

Al tempo stesso per questi paesi, e pure la Germania la quantità di prodotti esportati/ esportabili verso i cosiddetti "paesi a valuta libera" diminuiva di anno in anno, rendendo impossibile l'acquisizione della valuta estera necessaria per importare da paesi non coinvolti nel sistema di “Clearing”. Questo schema economico negli anni 1940-45 sarebbe stato imposto a tutta l'Europa occupata, con la creazione del clearing multilaterale europeo.

Fu così che la Germania divenne la potenza egemone d'Europa ben prima che le armate di Hitler dessero inizio alla guerra. Infatti già a metà degli anni trenta la Germania era responsabile di oltre la metà di tutto l'import-export dell'Europa sudorientale. L'annessione dell'Austria, nel 1938, aggiunse anche l'arma finanziaria all'ingegnoso sistema ideato da Schacht poiché le banche viennesi erano, fin dal tempo dell'impero asburgico, le principali intermediarie del credito nell'Europa sudorientale. Ma i produttori tedeschi guadagnarono larghe fette di mercato anche al di fuori dei confini europei: per esempio nel Medio Oriente e nell'America latina. Il miraggio degli accordi di clearing proposti dalla Germania fu essenziale nel causare le crisi internazionali che, alla fine degli anni trenta, portarono il Messico e il Venezuela a nazionalizzare l'industria petrolifera.

A dispetto di questi sorprendenti risultati, neppure il clearing era sufficiente a finanziare l'immane sforzo del riarmo voluto da Hitler, date le limitate scorte di valuta estera e di oro della Reichsbank. Infatti, nonostante l'attenzione del ministro Schacht, nel 1936 tali riserve si erano ormai azzerate. Le opzioni, a questo punto, erano solo due: interrompere la corsa al riarmo, porre fine alla politica estera aggressiva e rientrare nel grande gioco dell'economia capitalistica accettando l'egemonia anglo-americana; oppure saccheggiare i deboli vicini della Germania per mezzo di rapide guerre di conquista. Incapaci di tornare indietro, i leader nazisti si gettarono avanti: l'Austria fu occupata nell'aprile del '38 e la Cecoslovacchia nel marzo del '39 senza nemmeno sparare un colpo di fucile; la Polonia fu sconfitta con una guerra lampo di quattro settimane nel settembre di questo stesso anno. La terribile logica del nazismo imponeva quindi che le sole soluzioni alle crisi strutturali prodotte dalla dittatura e dal riarmo fossero più dittatura e più riarmo. Fino a che punto questo sviluppo rispondesse ad un piano o fosse piuttosto il prodotto della "crisi cumulativa" della politica economica nazionalsocialista è una questione dibattuta dalla storiografia.

Il nazismo dipendeva in modo totale dalla grande industria (soprattutto metallurgica e chimica) per i propri progetti di riarmo. Nel 1934 con la cosiddetta "notte dei lunghi coltelli" Hitler rassicurò il mondo industriale epurando in modo violento i sostenitori di tendenze socialisteggianti e i rivoluzionari facenti capo ad Ernst Röhm. Il nazismo soppresse il diritto di sciopero e ogni forma di organizzazione sindacale all'interno delle fabbriche, riportando l'orario di lavoro settimanale a 40 ore( 40 ore settimanali diviso i 5 giorni lavorativi uguale 8 ore al giorno di lavoro).

Per evitare la concorrenza fra industrie dello stesso ramo produttivo, il governo nazista rese obbligatoria la concentrazione industriale, sciolse le piccole e medie società e vietò che se ne formassero delle altre, a meno che non lavorassero esclusivamente su commissione per le grandi industrie, così come per la realtà artigianale. Inoltre vennero prese misure per la parziale detassazione degli utili reinvestiti in settori "approvati" dallo Stato (ovvero nell'industria bellica). Il protezionismo prima e l'autarchia in seguito crearono un mercato chiuso in cui tutta la realtà produttiva era indirizzata e finalizzata alla produzione di beni per lo Stato e / o per il consumatore tedesco.

L’inferiorità militare non era legata al solo dato tecnologico ma riguardava soprattutto il diverso potenziale economico delle forze scese in campo. Per tutto il corso della guerra, mai la Germania, pur ingrossata dalle sue conquiste e affiancata da Italia e Giappone, riuscì ad eguagliare il potenziale industriale delle Nazioni Unite, il cui Pil superava di circa cinque milioni di dollari quello prodotto dalle potenze dell’Asse, fin dal 1941. Da questo punto di vista, la sconfitta del 1945 appare una sconfitta largamente annunciata come conseguenza di una crisi di struttura già drammaticamente manifestatasi nei primi due anni del conflitto. Destino, questo, che accomuna la fine del moloch hitleriano a quella del sistema sovietico, che si ripiegò su se stesso, minato dalle sue contraddizioni economiche, fino alla catastrofe finale, e prima, fortunatamente, di aver tentato di arrestare il suo declino attraverso una nuova prova delle armi.

eugeniodirienzo@tiscali.it

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permalink | inviato da albertolupi il 3/6/2018 alle 17:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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