.
Annunci online

quattrogatti

pir (lotti)

diario 9/11/2017

Sono i fenomeni del 2017. Sarà per il fatto che con i tassi a zero i risparmiatori hanno bisogno di nuove opportunità oppure sarà per l'aggressiva politica commerciale delle banche, una cosa è certa: i P. I. R., cioè i Piani individuali di risparmio, sono la moda finanziaria del momento. Per questo, a un anno dalla loro nascita, è giusto porsi qualche domanda: i P. I. R. sono davvero l'Eldorado del risparmio? Se le opportunità sono ben evidenziate dai consulenti finanziari, quali sono i rischi? Il Sole 24 Ore, confrontandosi con operatori del mercato, esperti e istituzioni, cerca di rispondere a queste domande. E ad analizzare, senza pregiudizi né infatuazioni, tre pro e tre contro di questi nuovi fenomeni della finanza italiana.

A poco più di metà anno, hanno già abbondantemente superato le previsioni dello stesso ministero dell’Economia. I P. I. R., cioè i Piani individuali di risparmio che permettono alle famiglie di investire anche nelle Pmi italiane, secondo gli ultimissimi dati di Via XX Settembre hanno quasi raggiunto i 5 miliardi di euro di raccolta. Rendendo credibile l’obiettivo di 10 miliardi entro fine anno. Tantissimo, considerando che a gennaio lo stesso ministero sperava di arrivare a 16-18 miliardi in ben 5 anni. E gli effetti si vedono sul mercato: dato che i P. I. R. sono obbligati a investire il 21% in piccole e medie imprese, all’Aim (il listino di Borsa Italiana dove sono quotate proprio le Pmi) gli scambi quest’anno sono aumentati del 517%. E le quotazioni sono salite del 21%, con società che hanno superato il 300% di performance. Tanto che Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia, può permettersi di dire: «Abbiamo creato un mercato».

L’Analisi. Due condizioni affinché i P. I. R. non diventino occasioni perse

Eppure dietro lo scintillio di un fenomeno finanziario andato ben oltre le aspettative, non pochi osservatori vedono rischi, per ora latenti. Ma, data l’importanza di questo strumento (che ha il nobile obiettivo di dare alle Pmi italiane un canale alternativo per raccogliere capitale o debito), si tratta di pericoli da non sottovalutare: il rischio che tra le small cap di Piazza Affari si crei una bolla speculativa; che le elevate commissioni applicate da alcune banche sui P. I. R. vadano a ridurre o addirittura annullare il beneficio fiscale; che alcune banche mettano nei P. I. R. titoli poco affidabili. Ascoltando esperti, analizzando dati e confrontandosi proprio con chi al MEFha creato i P. I. R., Il Sole 24 Ore ha cercato di esplorare i possibili punti dolenti.

Rischio bolla?

I P. I. R. sono veicoli d’investimento che permettono alle famiglie italiane di far arrivare un po’ di risparmi dove servono: cioè nelle piccole e medie imprese. In Italia il risparmio è sempre stato investito in titoli di Stato oppure all’estero, lasciando asfittico il mercato azionario domestico: questo ha sempre penalizzato le imprese. Creando uno strumento d’investimento ad hoc, con un incentivo fiscale consistente, il MEF sta cercando dunque di porre rimedio all’handicap.

Il Fisco vigila sui vantaggi dei «P. I. R.»

Il punto è che i P. I. R., grazie proprio all’aiuto fiscale e all’aggressiva politica commerciale di molte banche, stanno forse raccogliendo più soldi di quanti i piccoli listini italiani siano attualmente in grado di ricevere. Questo preoccupa più di un addetto ai lavori: se troppi soldi arrivano su mercati piccoli, il rischio che prima o poi si crei una bolla speculativa esiste. È vero - come sottolinea Francesco Carloni, amministratore delegato di Duemme Sgr - che «i P. I. R. investono solo il 21% in titoli non inclusi nell’indice principale di Borsa Italiana, per cui anche se arrivassero a 10 miliardi di raccolta su Aim e Star si riverserebbero non più di 2 miliardi». Ma è anche vero che le performance stellari di alcuni titoli non sono da sottovalutare.

Una stima di Intermonte Advisory e Gestione quantifica del resto in circa 111 miliardi di euro la capitalizzazione delle aziende quotate italiane nelle quali i fondi P. I. R. possono investire. Se le stime che al momento si rincorrono sugli afflussi previsti nell’arco dei primi cinque anni dovessero essere poi confermate, considerando la quota di questo denaro destinata all’equity si può ragionevolmente pensare che i fondi potrebbero arrivare a detenere in media una cifra vicina al 30% del flottante delle small e mid-cap di Piazza Affari.

Già adesso, spulciando fra gli azionisti di molti dei titoli di piccola e media taglia del listino milanese, ci si può imbattere in società di investimento particolarmente attive sui P. I. R. come Lyxor (la divisione Etf del gruppo SocGen) o come la Banca centrale norvegese, che detengono partecipazioni vicine all’1%: una cifra destinata necessariamente a crescere, con l’evidente rischio di fenomeni distorsivi, se la platea delle aziende quotate non dovesse allargarsi in modo significativo.

L’unico modo per aggirare questo rischio è in effetti semplice: aumentare il numero di società in Borsa. Il meccanismo dei P. I. R. diventerà virtuoso solo se un numero crescente di aziende, anche di medie dimensioni, approderà al mercato di Borsa per raccogliere capitale. Ad oggi, però, questo sta accadendo soltanto in parte: su Aim nel 2017 si sono già quotate 16 nuove aziende, ma è ovvio che tutto questo non sia sufficiente.

Se i P. I. R. finanziano in primis le banche

Sul mercato qualcuno chiede incentivi fiscali per la quotazione, per esempio la deducibilità delle spese di collocamento. Fabrizio Pagani del Mef, creatore dei P. I. R., non crede però che questo incentivo avrebbe grande successo: «I costi di quotazione sono bassi - osserva - più che altro bisognerebbe semplificare le procedure». Il MEF sta comunque vagliando la possibilità di fare qualcosa «per convincere gli imprenditori ad aprire il capitale». Il tavolo, dunque, è sempre aperto. Anche se per Pagani «aprire il capitale» non significa solo facilitare lo sbarco a Piazza Affari: «La liquidità va canalizzata anche sui fondi di private equity - sostiene - facendo investire i P. I. R. su questo strumento».

Altro tema strettamente legato alla qualità e affidabilità dei titoli oggetto di investimento è la copertura che questi hanno da parte degli analisti finanziari. Sempre secondo Intermonte, solo una società su quattro tra quelle in cui possono investire i P. I. R. è seguita da almeno 3 broker, il 35% del paniere ha al massimo due stime aggiornate e per ben il 41% (cioè oltre 100 società) non è possibile reperire neppure uno studio aggiornato negli ultimi 6 mesi: un quadro sconfortante, insomma. Conseguenza diretta - secondo Guglielmo Manetti, vicedirettore generale di Intermonte Advisory e Gestione - «del massiccio disinvestimento da parte delle case di ricerca globale sull’Italia negli ultimi anni e dell’atteggiamento “mordi e fuggi” di molte investment bank», ma soprattutto un problema difficile da risolvere «perché la ricerca è costosa».

Il nodo delle commissioni

Affinché lo strumento dei P. I. R. abbia successo è necessario poi che i risparmiatori restino soddisfatti del loro investimento. Per questo è necessario soprattutto che nessuno si approfitti della «moda» per applicare commissioni un po’ troppo esose, tali da ridurre o addirittura in certi casi annullare il beneficio fiscale per i risparmiatori. Come si vede nella tabella a fianco, le commissioni sui P. I. R. sono molto varie. In alcuni casi - secondo l’elaborazione di AdviseOnly sui dati di Morningstar - si può arrivare fino al 6% per le sole spese di sottoscrizione.

Possono dunque le commissioni arrivare ad annullare il beneficio fiscale dei P. I. R.? Raffaele Zenti di AdviseOnly ha fatto alcune simulazioni su due prodotti ipotetici e uguali: un P. I. R. e un fondo non-P. I. R. entrambi bilanciati. Partendo dalle commissioni di gestione medie (1,6% per i P. I. R. secondo Mediobanca Securities e 1,4% per i non-P. I. R.), i primi risultano molto convenienti grazie al beneficio fiscale. E più la performance del portafoglio sale, più il vantaggio diventa consistente. Se però la commissione di gestione del P. I. R. arrivasse al 2,3%, con una performance del 5% il beneficio fiscale del P. I. R. verrebbe annullato rispetto al fondo non-P. I. R.. E se la performance fosse del 10%, sarebbe necessaria una commissione del 3,2% per “uccidere” fiscalmente il P. I. R.. «Io credo che la concorrenza aumenterà tra i P. I. R., per cui le commissioni si adegueranno», profetizza Carloni di Duemme. Non resta che attendere.

Pro 1: il beneficio fiscale

I P. I. R. sono strumenti d'investimento che hanno due caratteristiche distintive. Uno: sono detassati. Due: sono stati creati con l'obiettivo di far confluire parte dei risparmio degli italiani nelle piccole e medie imprese del Paese. Per questo i P. I. R. devono investire i soldi dei risparmiatori almeno per il 70% in azioni o obbligazioni italiane (o di aziende europee con stabile organizzazione in Italia), e di questo 70% il 30% (che equivale al 21% del totale) in aziende medio-piccole. Il primo vantaggio per chi investe in P. I. R. è dunque ovvio: la totale detassazione, che tanto critichiamo per Amazon.com, o Bono deli U2.

I risparmiatori non pagano né la tassa di successione né quella sul capital gain (che sarebbe al 26%) se - solo se - tengono il P. I. R. per almeno 5 anni. Si può disinvestire prima, ovvio, ma in tal caso si pagano le tasse come per qualunque fondo. Il beneficio fiscale va a migliorare la performance effettiva dei P. I. R. rispetto a quella di normali fondi comuni che invece sono costretti a pagare le tasse.

Pro 2: il patriottismo economico (per me è un "Contro")

Come chi acquista un'auto elettrica in un'ottica ecologista, anche chi investe in P. I. R. lo fa (o può sostenere di farlo) per un motivo “etico”: sostenere l'economia italiana. Gli italiani hanno una ricchezza finanziaria (esclusi gli immobili) di 4.228 miliardi di euro secondo Bankitalia. Eppure poco di questo patrimonio viene investito nell'economia reale. E neppure gli investitori istituzionali italiani mettono soldi nel loro Paese: si pensi - per fare un solo esempio - che i fondi pensione nazionali mettono solo il 3% del loro patrimonio in azioni o obbligazioni di aziende italiane. Questo è un problema, perché condanna le aziende italiane all'asfissia finanziaria e alla dipendenza dalle banche. Investire in P. I. R., invece, significa sostenere proprio le imprese italiane medio piccole. Calcola AdviseOnly che quest'anno - in parte grazie al successo dei P. I. R. - sono sbarcate in Borsa 4 aziende ogni 2 mesi, contro una media degli ultimi 22 anni di una ogni due mesi. Questo significa che più imprese hanno trovato capitali fuori dalla banca.

Pro 3: l'educazione finanziaria

L'Italia è un Paese con una bassa cultura finanziaria. Secondo uno studio di Standard & Poor's, in Italia solo 38 adulti su 100 hanno un minimo di competenza in materia finanziaria. Molti meno dei 40 cittadini dello Zambia, dei 41 dello Zimbabwe o dei 40 della Tanzania. E anni luce da Usa (57) e Gran Bretagna (67). Ma i P. I. R. possono, in via indiretta, insegnare qualcosa di fondamentale agli italiani: per investire in Borsa bisogna avere un'ottica di medio-lungo termine. Il fatto che i P. I. R. incentivino l'investimento in un'ottica almeno quinquennale, permette da un lato alle imprese di avere fondi stabili e dall'altro ai risparmiatori di evitare pericolosi - per chi non è esperto - mordi e fuggi.

Contro 1: le commissioni

Abbiamo visto che il primo vantaggio di investire in P. I. R. è fiscale. Il problema è che alcune banche applicano commissioni così elevate (fino al 6%) che finiscono per annullare o ridimensionare il beneficio fiscale per i risparmiatori. Raffaele Zenti di AdviseOnly ha fatto alcune simulazioni su due prodotti ipotetici e uguali: un P. I. R. e un fondo non-P. I. R. entrambi bilanciati. Partendo dalle commissioni di gestione medie (1,6% per i P. I. R. secondo Mediobanca Securities e 1,4% per i non-P. I. R.), i primi risultano molto convenienti grazie al beneficio fiscale. E più la performance del portafoglio sale, più il vantaggio diventa consistente. Se però la commissione di gestione del P. I. R. arrivasse al 2,3%, con una performance del 5% il beneficio fiscale del P. I. R. verrebbe annullato rispetto al fondo non-P. I. R.. Attenzione dunque: leggere attentamente le avvertenze prima di sottoscrivere un P. I. R..

Contro 2: scarsa diversificazione

Come visto, sui P. I. R. si può investire solo 30mila euro l'anno per 5 anni. Ma 150mila euro non sono uguali per tutti: se un risparmiatore ha un patrimonio di 200mila, per fare un esempio, investirne 150 in un unico strumento non è saggio. Anche perché i P. I. R., per vocazione, puntano gran parte dei soldi in Italia: questo rischia di creare una concentrazione dei rischi. È bene dunque che i risparmiatori, se decidono di investire in P. I. R., lo facciano in un'ottica di diversificazione: solo una piccola parte del proprio - piccolo o grande che sia - patrimonio.

Contro 3: il rischio bolla

Sui P. I. R. sono arrivati più soldi di quanto previsto. E promettono di raccogliere ancora tanto in futuro. Questa montagna di denaro è finita in parte su fette del mercato di Borsa da anni dimenticate: come l'AIM, cioè il listino di Piazza Affari dedicato alla piccole imprese. Questo ha causato un rally molto forte delle quotazioni all'AIM che - come si vede nel grafico - era un listino poco performante in passato se confrontato con l'indice FTse MIB delle grandi aziende. Nell'ultimo anno però il rally è stato consistente: da gennaio l'AIM ha registrato una performance quasi doppia rispetto al listino principale. Questo è un rischio: se non aumenteranno le aziende quotate, non si può escludere che all'AIM si crei una bolla speculativa dovuta a troppi soldi caduti su un mercato troppo piccolo.




permalink | inviato da albertolupi il 9/11/2017 alle 18:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Blog letto1 volte

Categorie
tags
antimodernismo iter letteratura musica massoneria turismo linguistica cultura sacerdozio storia naturale italia pubblica istruzione indoeropei economia capitalismo clasici politica italiana luoghi mitici assolutismo storia romana riforma protestante religione scuola politica astroomia chiesa eritrea letteratura italiana teologia liberalismo psicologia economia storia storia dell'arte fisica mucica classica cultura classica metafisica quota legislazione grecia antica giovani comunismo romanticismo italiano scienza filosofia e scienza cristianesimo relgione
Link
Questa pagina non costituisce testata giornalistica, non ha, comunque, carattere periodico essendo aggiornato secondo la disponibilità e la reperibilità dei materiali ivi contenuti e dall'uzzolo dell'autore. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001. In essa segno (ossia è un log di navigazione) le cose interessanti che ho pensto in risposta a domande che vedo fare dagli utenti di siti web. È uno sguardo alla realtà dato in libertà intellettuale e senza preconcetti, con una grande curiosità… ma non “ad ogni costo”. È benvenuto chiunque sia educato e curioso. Commenti assennati saranno inegrati nelle varie voci.