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diario 17/9/2017

Oggi parliamo di storia.

Per la precisione di storia dell'inflazione.

 

La ragione è abbastanza semplice: con la crisi economica e la caduta temporanea di alcuni paesi in deflazione, si sono sparse nel volgo tutta una serie di teorie a giustificazione di tale evento che, invece di gettare luce su tale fenomeno, contribuiscono solo a complicare la situazione, sia politica, ma soprattutto economica, promuovendo manovre economico-monetarie che in realtà sono unicamente dannose per l'economia.

 

Premettendo che essendo un discorso completo troppo lungo da affrontare in una unica volta, e che quindi per oggi parleremo solo dell'antichità e della prima formulazione della teoria quantitativa della moneta, possiamo iniziare il racconto partendo dalla definizione di ciò che vogliamo illustrare: si definisce quindi inflazione l'aumento dei prezzi in un determinato arco di tempo.

 

Se misuriamo la differenza di crescita dei prezzi in termini percentuali quello che troviamo è il tasso di crescita percentuale dell'inflazione, ovvero il dato che noi tutti comunemente conosciamo. I prezzi dunque. La storia parte da qui. Dalla nascita del prezzo come sistema di misurazione del valore di un bene al fine dello scambio.

 

Prima di questo, ai tempi del baratto, non esisteva l'inflazione. Esisteva il suo derivato materiale, ovvero la scarsità dei beni, ma non l'inflazione o la deflazione.

Con l'introduzione della moneta e dei prezzi le cose cambiano.

All'inizio tutto sommato non troppo.

I primi sistemi monetari erano basati sull'oro e sull'argento, la cui quantità era abbastanza fissa e per ragioni che vedremo più in dettaglio dopo, grosse fiammate inflattive non erano possibili, e infatti non avvennero.

 

A meno che…. la quantità di oro o di metallo prezioso nella moneta non venisse ridotta rispetto al suo valore facciale.

La moneta veniva “svilita”, ovvero diminuita di valore.

Ecco allora che in simili casi, l'inflazione faceva la sua comparsa.

Un primo esempio molto famoso di inflazione rilevante si ha nella Grecia antica verso il finire del 400 a.c., quando per finanziare la sua guerra contro Sparta (le guerre del Peloponneso) che aveva conquistato le sue miniere, Atene iniziò a fare quanto descritto sopra, ovvero ad emettere moneta svilita nel valore.

E' interessante notare che appena le guerre finirono, Atene tornò prontamente ad una una moneta “sana”, ovvero dal contenuto certo e stabile di metallo nobile.

Altro esempio molto noto è la svalutazione del denarius operata dall'imperatore romano Caracalla, che emise un denarius (l'antonino) dal valore nominale di 2 denarii, ma dal peso di 1 e mezzo.

Pratica che già Nerone aveva inaugurato per pagare i suoi debiti e che continuò da parte degli imperatori per quasi tutto il resto del terzo secolo d.c.

Con queste manipolazioni della moneta l'inflazione esplose fino a raggiungere livelli mai visti prima. E con l'inflazione arrivò anche il disordine economico e sociale.

 

Capendo che la cosa a lungo termine era insostenibile alcuni imperatori cercarono di porre mano al problema, ma per mancanza di conoscenze teoriche fallirono nel loro intento.

Un esempio è l'imperatore Aureliano che nel 274 iniziò a emettere una moneta “forte”, assieme però alle solite monete svilite.

Ora, se la connessione tra svilimento della moneta e inflazione era ormai stata compresa, era ancora ignota la legge di Gresham, la quale dice che in un sistema a due monete, quella forte verrà accaparrata, mentre quella debole rimarrà in circolo fino al punto da diventare l'unica (la moneta cattiva scaccia quella buona).

E con lei in circolo ovviamente anche l'inflazione continuerà.

Stesso errore venne fatto da Diocleziano , che di nuovo tenterà di tenere in vita un sistema bi-monetario, senza però risolvere il problema inflattivo.

Con una aggiunta: Diocleziano con il suo editto del 301 bloccò per decreto legge anche i prezzi massimi.

Cosa succede quando si bloccano i prezzi durante una inflazione monetaria? Oggi lo sappiamo bene, ma all'epoca no: i prezzi continuano a salire, ma i beni scompaiono dal mercato.

Questo è quanto è successo nello Zimbabwe del 2008, nel Venezuela attuale e anche nella Roma del 301 d.c.

Potenza delle leggi dell'economia :D

 

Comunque , Aureliano non deve però crucciarsi più di tanto (un po' meno Diocleziano, che non ha imparato dall'errore del suo predecessore) : nel 2017, nell'Italia delle favole economiche assunte a regola di governo, c'è gente come Berlusconi e i suoi consiglieri, che non hanno ancora capito la legge di Gresham (o forse l'hanno capita fin troppo: vedi alla voce imitazione di Nerone :D ) e se l'imperatore romano è giustificabile, i politici attuali decisamente no.

 

Ma andiamo oltre, lasciamo la Roma in decadenza (parola spesso connessa ad episodi di forte inflazione) e facciamo ora un bel salto di 1000 anni e arriviamo agli inizi del XVI secolo.

L'America è appena stata scoperta e il sistema monetario europeo è di fatto basato sull'oro.

Oro, la cui quantità era abbastanza fissa.

E qui è interessante notare il movimento dei prezzi prima e dopo il 1492.

L'Europa del medioevo non era un blocco unico e chiuso.

Anche se in guerra con il medi oriente, i traffici commerciali erano comunque rilevanti.

Traffici commerciali che dovevano essere pagati.

Come?

Con la moneta universalmente riconosciuta all'epoca, ovvero l'oro.

Ma come abbiamo detto sopra, la quantità di oro era abbastanza fissa.

Cosa succede nel momento in cui la moneta defluisce (lentamente) da un paese per finanziare il commercio estero?

Il valore della moneta aumenta diminuendo la sua quantità e i prezzi dei beni basati su questa moneta diminuiscono portando il sistema in deflazione.

L'Europa del secolo precedente la scoperta dell'America soffre quindi di una leggera ma costante deflazione.

Ma ecco che Colombo scopre il nuovo mondo e soprattutto le sue miniere - tra le altre - di oro e di argento.

Nel '500 l'Europa viene così inondata di oro. Di nuovo oro.

Essendo l'oro la base delle monete europee medievali ecco che di fatto l'emissione di moneta durante il cinquecento aumenta.

Aumentando la quantità di moneta aurea abbiamo da un lato che il prezzo dell'oro scende, e dall'altro che i prezzi dei beni generali espressi in oro, salgono.

Ovvero aumenta l'inflazione.

 

Il secolo e mezzo successivo alla scoperta dell'America è infatti un periodo di forte aumento dei prezzi e quindi dell'inflazione.

A questo punto ce n'era abbastanza.

Gli studiosi (all'epoca sostanzialmente i filosofi) iniziavano ad avere ben chiara quale fosse la causa dell'inflazione. Che legarono alla quantità di moneta.

Si iniziò con Nicole Oresme, un matematico della fine del '300 che elaborò la prima formulazione di quella che poi divenne famosa come la legge di Gresham, legge che abbiamo visto all'opera ai tempi di Aureliano e Diocleziano.

Nei primi del '500 Nicolò Copernico, abbandonati per un momento gli studi astronomici, formulò alcune idee economiche che riprendevano da un lato quanto intuito da Oresme, dall'altro diede una prima formulazione del legame tra quantità di moneta e aumento dei prezzi.

 

Nella seconda metà del '500 abbiamo infine la Scuola di Salamanca.

Probabilmente perché viveva nell'epicentro del rialzo monetario dei prezzi a causa dell'afflusso dell'oro sudamericano, la scuola spagnola riuscì a vedere e teorizzare chiaramente la relazione tra aumento dei prezzi e aumento della quantità di moneta.

Questi i primi teorici.

Il più importante però, ma questo è un giudizio personale, è il filosofo scozzese del '700 David Hume.

Non tanto perché Hume aveva ben chiara la teoria quantitativa della moneta, ma perchè applicò tale teoria alla bilancia dei pagamenti, costruendo così il modello classico del processo di aggiustamento della bilancia dei pagamenti.

Il funzionamento di questo l'abbiamo in parte visto per l'Europa pre-scoperta dell'america.

Comunque possiamo descriverlo brevemente così: dati due paesi con una moneta comune o due monete legate tra di loro (come può essere l'uso dell'oro), nel momento in cui uno dei due paesi ha un deficit della bilancia dei pagamenti, di fatto ha anche un deflusso di moneta.

Il deflusso di moneta diminuirà la quantità di moneta nel paese riducendo i suoi prezzi.

La riduzione dei prezzi riporta competitivi i beni prodotti nel paese, portando la bilancia in equilibrio.

Il processo inverso per il paese con la bilancia in attivo: nuova moneta affluisce, i prezzi salgono, le merci diventano meno competitive e la bilancia si riequilibria.

Bene, i più avveduti avranno già capito perché tale teoria è ancora oggi molto importante.

La ragione è semplice: quanto sopra descritto non è solo una teoria, ma è anche il meccanismo di funzionamento dell'euro.

I paesi che hanno adottato l'euro infatti, hanno per l'appunto adottato una unica moneta tra di loro.

Moneta che tra l'altro ha una crescita stabile ma lenta nel tempo.

Quindi esattamente o quasi, come il sistema aureo.

Quando l'Irlanda, la Spagna, la Grecia e il Portogallo sono andati in recessione, avevano tutti la bilancia dei pagamenti in rosso (anche se non sono andati in recessione per questo).

Crisi economica e bilancia dei pagamenti in rosso vuol dire deflusso di denaro.

E non a caso i famosi flussi “Target-2” vedevano questi paesi in profondo rosso.

E last but not least, deflussi di denaro vuol dire infine ….deflazione.

Deflazione che è brutta e cattiva, ma che almeno un effetto positivo ce l'ha: quello descritto tre secoli fa da Hume, ovvero che i prezzi dei beni interni diventano più competitivi.

Non a caso, oggi, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia (quest'ultima però ha deflazionato in parte solo ben il settore che commercia con l'estero) hanno la bilancia dei pagamenti fortemente positiva.

Con il commercio extra-Ue e intra-Ue.

Va da se che in simile contesto la via keynesiana dei trasferimenti (più post , che neo-keynesiana invero) non serve ad una beata mazza, la ragione?

La competitività dei prezzi interni: i trasferimenti non hanno nessun effetto su questi.

Anzi, semmai impediscono il loro adeguamento.

Come ha dimostrato 1 secolo e mezzo di unità d'italia.

Rimane una sola via alternativa: cambiare moneta.

Ma in questo caso, se posso tramite il diverso cambio recuperare il differenziale dei prezzi dovuto alla pura inflazione, non posso minimamente recuperare il differenziale di produttività.

Senza considerare che se inizio a stampare la nuova moneta a ritmi rilevanti, rischio di cadere nella legge di Gresham espansa a livello internazionale: leggi fuga di capitali.

Insomma, non si fugge: Hume e la sua teoria, piaccia o non piaccia «è viva e lotta ancora assieme a noi» :D

 

Ma adesso basta.

Tutto qui allora? Ovviamente no. La storia è ancora lunga. Manca la parte più importante, ovvero la critica keynesiana, la sua storpiatura costante e la risposta monetarista a entrambe.

 

Aabbiamo dato un primo sguardo, soprattutto storico, su quello che è stato rilevato essere il motore primo della crescita dei prezzi: l'aumento della quantità di moneta.

E non a caso ci siamo fermati alla fine del '700 quando venne formulata la teoria quantitativa della moneta. Proseguiamo esaminando meglio la teoria in questione e soprattutto le sue critiche recenti: la quantità di moneta dicevamo.

 

Ma come legare moneta e aumento dei prezzi?

Noi sappiamo che i prezzi servono a determinare il valore di un bene al fine dello scambio.

Quindi, la quantità di moneta è necessariamente legata al numero di beni prodotti e venduti e al numero di transazioni economiche effettuate.

 

Facendo un esempio pratico molto semplice, e sempre ipotizzando che quantità di moneta e prezzi siano legati, se io produco e vendo un singolo bene a 10 euro, e lo faccio una sola volta, avrò una quantità di moneta scambiata pari a 10*1=10

Quindi abbiamo che il prezzo del bene moltiplicato per la transazione è uguale alla moneta scambiata.

Ovvero, dato: P=prezzi, T=transazioni, M=quantità moneta; abbiamo P*T=M

Ma l'esempio era ovviamente troppo semplificato, la “singola” moneta infatti può circolare più e più volte.

Ecco allora che dobbiamo introdurre anche la cosiddetta velocità di circolazione della moneta, che ci dice quante volte in una unità di tempo la moneta passa di mano.

L'identità, perchè questo è l'espressione che si ricava, diventa così: P*T=M*V.

Ovviamente se trasformiamo l'identità di cui sopra in tassi di variazione, abbiamo che

dP=dM*dV/dT (con d=delta).

Ipotizzando che la velocità di circolazione della moneta e il numero delle transazioni siano più o meno costanti, diventa evidente che all'aumentare di M, ovvero della quantità di moneta, anche i prezzi P, ovvero l'inflazione, aumentano.

Tutto qui? No.

 

Il numero di transazioni T è molto difficile da stimare.

Ecco allora che si usa una utile approssimazione.

Nella fattispecie al posto di T viene usata la produzione aggregata Y.

Ovviamente non sono la stessa cosa, ma Y può comunque essere considerata una utile proxy.

L'identità diventa così:

P*Y=M*V

Da notare due cose:

a) P*Y non è nient'altro che il PIL

b) che sviluppando si ha :

M=P*Y/V

Ovvero che prezzi e produzione sono direttamente proporzionali alla quantità di moneta, ovvero la quantità di moneta è in grado di determinare anche il PIL nominale.

Questo tornerà utile successivamente.

Comunque, questo è quello che viene trovato a fine del '700 e che viene definitivamente formalizzato da economisti quali Irwing Fisher, ultimo “testimone” della teoria quantitativa della moneta in questa forma.

Fino al 1929 circa. Ovvero fino allo scoppio della grande depressione.

 

Negli Usa di quel periodo e non solo, i prezzi scendono e con loro la produzione.

L'inflazione sembra scomparsa e molti economisti, a partire dal Fisher citato sopra, sembrano non capire più quello che sta succedendo.

Ecco allora che interviene Keynes con una profonda revisione della teoria.

E per farlo parte da P*Y

Infatti cos'è questo membro dell'equazione in termini pratici ?

La domanda di moneta.

Domanda di moneta che essendo T (e quindi Y) e V costanti, viene considerata anch'essa costante.

Ma cosa succede se V e T non sono costanti?

Ovviamente anche la domanda di moneta cambierà.

Keynes ipotizza quindi che le costanti della teoria quantitativa della moneta possano variare e con loro anche la domanda di moneta, come?

 

Innanzitutto scindendo a livello psicologico la domanda di moneta.

Secondo Keynes un individuo avrà una domanda di moneta in parte per motivi transazionali, ovvero per la compravendita di beni, e questa era la componente originaria della teoria della moneta, ma anche in parte per motivi speculativi e precauzionali.

Questo è un punto importante, perché Keynes introduce un concetto ormai fondamentale, ovvero la moneta detenuta come salvaguardia dal rischio.

Senza perderci nei meandri della teoria, possiamo dire che il punto importante è proprio quest'ultimo una volta che viene legato ad un'altro concetto di Keynes, concetto che completa la domanda di moneta keynesiana, ovvero il legame tra il tasso d'interesse e la domanda di moneta.

Tornando all'equazione della teoria quantitativa corretta per la produzione, e riprendendo la bellissima ed elegante teoria dell'interesse di Wicksell, secondo Keynes più il tasso d'interesse è basso, più aumenta la produzione e quindi la domanda di moneta e quindi l'inflazione.

Il contrario per un tasso d'interesse alto.

Keynes allora tira le fila del suo discorso e più o meno arriva alle seguenti conclusioni: se ipotizziamo che un sistema economico entri in forte recessione, a lungo andare aumenteranno i fallimenti e i licenziamenti e quindi il rischio economico.

Con maggiore rischio, la preferenza degli operatori economici andrà verso una maggiore sicurezza e quindi aumenterà la richiesta di moneta a scopo precauzionale.

Nel momento in cui aumenta la richiesta di moneta precauzionale, ovvero di moneta che verrà tenuta stretta tra le mani degli operatori economici e non fatta circolare, il numero di transazioni monetarie e la velocità di circolazione della moneta diminuiranno.

Ovviamente anche nella teoria quantitativa della moneta se le transazioni e la velocità scendono, non solo l'inflazione scenderà, ma anche se immettiamo nuova moneta nel circuito economico, i prezzi al più non saliranno.

Questo è il caso noto come trappola della liquidità.

Trappola perché nella teoria keynesiana, per rispondere ad un calo della produzione e quindi delle transazioni, si diminuisce il tasso d'interesse, ma se neppure questo non funziona, ecco che non c'è via d'uscita dal punto di vista monetario, a meno di non intervenire con altri mezzi, nella fattispecie la spesa pubblica in deficit.

Ora, come detto tutto partiva dalla crisi del '29, che sembrava adattarsi molto bene alla nuova teoria, che non cancellava quella vecchia, ma la integrava con molte nuove possibilità.

Se non fosse.

Se non fosse che Keynes non aveva costruito la sua teoria su dati reali.

Non per sua mancanza o negligenza, ma semplicemente perché non esistevano.

Dati reali che sono arrivati negli anni '40 e '50.

E cosa mostravano?

Che la nuova teoria aveva scarsa attinenza con la realtà e quanto accaduto proprio nella grande depressione.

Innanzitutto Kuznets falsificò nel '42 tutta la parte della teoria che trattava dei consumi e delle preferenze degli operatori economici.

Ma soprattutto Milton Friedman dimostrò nel 1959 con la sua storia del dollaro almeno tre cose:

1) la velocità di circolazione della moneta non ha mai avuto le variazioni ipotizzate da Keynes

2) conseguentemente l'inflazione è sempre stata legata alla variazione della quantità di moneta

3) e infatti proprio nella crisi del '29 la quantità di moneta crollò a causa della crisi bancaria e esattamente come prevedeva la teoria quantitativa della moneta pre '29 l'inflazione scese consistentemente.

La teoria originaria di Keynes quindi non ha passato il vaglio delle prove empiriche.

E' quindi da rigettare in toto? No.

La ragione è semplice: proprio i lavori di Friedman e degli altri monetaristi, hanno chiarito molto meglio l'origine dell'inflazione e l'hanno fatto integrando la teoria quantitativa della moneta nella versione di Fisher, con alcune delle intuizioni di Keynes.

Non è quindi un caso se uno dei più grandi economisti keynesiani, Franco Modigliani, sostenne che dopo Friedman nessun economista non poteva non dirsi monetarista.

Ma come hanno fatto i monetaristi ad integrare Keynes?

 

Da un lato per la parte prettamente economica, dividendo tra breve e lungo periodo (quest'ultimo dove la flessibilità dei prezzi torna dominante), dall'altro, per la parte monetaria, chiarendo in quale punto dell'economia può bloccarsi il canale monetario, e quali sono e a che livello possono intervenire i freni alla propagazione della moneta e quindi all'inflazione.

Brevemente possiamo dire che secondo i monetaristi l'intuizione keynesiana della preferenza per la liquidità in periodi di forte rischio economico era corretta, ma ha una influenza molto minore rispetto a quanto ipotizzato da Keynes, opera per aumenti della quantità di moneta relativamente bassi (all'incirca entro il +10% annuo di crescita di M2), e soprattutto, livelli di preferenza per il rischio tali da comprimere l'inflazione finanche a far finire il sistema economico in deflazione, partono tutti da problemi al sistema bancario, vero propagatore della moneta attraverso i crediti.

 

Non a caso sia la grande depressione del '29, sia la depressione giapponese degli anni '90, sia l'attuale crisi economica che abbiamo vissuto dal 2007 ad oggi, nascono tutti da un sistema bancario in preda a forti problemi.

Nel momento in cui questo viene risanato la propagazione della moneta torna normale e con lei la teoria quantitativa della moneta, che di fatto ridiventa quella di Fisher o quasi, come possiamo vedere dalla foto allegata , presa direttamente da questo bel paper divulgativo della Bce, la cui lettura consiglio a tutti https://www.ecb.europa.eu/…/…/other/whypricestabilityit.pdf…

 

Nell’ultima parte finiremo l'analisi, chiarendo meglio gli ultimi concetti e mostrando come di fatto quello che secondo alcuni rappresenta una falsificazione (l'unica esistente nel pianeta) di tutto quanto detto sopra, ovvero il Giappone attuale, in realtà non solo non devia dalla teoria, ma anzi ne è perfettamente inserito, dimostrando invece pure lui la correttezza della teoria quantitativa della moneta, almeno nella versione monetarista.

 

Quindi vediamo di non rompere con frasi del tipo : ti sei dimenticato questo o quello.

No, nessuna dimenticanza, solo l'essenziale e ciò che realmente vale.

Come stiamo facendo da qualche domenica oggi parleremo di storia dell'economia, ed esamineremo il periodo delle guerre napoleoniche, cercando di mostrare alcuni aspetti che possono risultare utili ancora oggi.

E per farlo racconteremo di fatto l'origine delle fortune della famiglia Rothschild.

Nell'Italia della grande crisi economica, delle favole signoraggiste e della rivalutazione da parte di alcuni delle pratiche monetarie del nazismo, l'influenza della famiglia in questione viene esaltata negativamente e distorta a tal punto da creare un mondo distopico nel quale pochi personaggi controllerebbero tutta la realtà economica o quasi.

 

Purtroppo, o per fortuna, le cose sono molto più complesse e tutte queste sciocchezze non sono altro che il frutto dell'ignoranza che pervade il bel paese sulla moneta, sulla storia dell'economia e nel caso più specifico anche sulla semplice storia degli eventi della rivoluzione francese, soprattutto al di fuori della Francia rivoluzionaria.

 

Oggi come detto cercheremo di fare un minimo di luce su tale periodo storico e sugli eventi monetari dell'epoca.

Il perché usiamo la storia della famiglia Rothschild verrà compreso lungo la narrazione.

Partiamo dal fondatore della dinastia, ovvero Mayer Amschel Rothschild, vissuto tra la fine del settecento e i primissimi anni dell'800, nella cittadina tedesca di Francoforte sul Meno.

Che lavoro faceva?

Comprava e vendeva monete antiche.

Nulla di rilevante e nemmeno di tanto profittevole.

La prima vera svolta venne negli anni '80 del settecento, quando riuscì a diventare il principale fornitore di monete antiche di Guglielmo d'Assia, langravio d'Assia-Kessel e appassionato di numismatica.

Ma anche qui non abbiamo nulla di eclatante, semplicemente una espansione degli affari e in parte dei profitti, che però non permisero alla famiglia Rothschild di diventare nemmeno una delle più ricche famiglie della loro cittadina, come sappiamo dai registri fiscali dell'epoca.

Fino al 1790 erano una famiglia medio borghese di una città periferica e nulla più.

 

Un primo salto di posizione e affari avvenne però in questo periodo, come?

Come sempre è successo in tutte le famiglie nate prima della rivoluzione industriale nel momento in cui riuscivano a tenere un tasso di risparmio elevato: il capitale accumulato portò ad una diversificazione degli affari, gettandosi da un lato nella mercatura, dall'altro nella pratica del prestito e quindi nella attività para-bancaria.

Due attività mediamente profittevoli in tempi normali, ma che proprio in quel periodo divennero per tipi scaltri, potenzialmente foriere di notevoli guadagni.

Soprattutto la prima, ovvero il commercio.

 

L'attività bancaria vera e propria infatti, per i Rothschild sarà minoritaria e molto localizzata sempre presso il langravio d'Assia, fino almeno al 1811.

Il commercio dicevamo.

Come poteva diventare molto profittevole?

Attraverso due eventi esterni:

Il primo fu la accennata rivoluzione industriale inglese, che nasceva esattamente in quegli anni e permetteva alle industrie tessili inglesi di produrre a bassissimo costo.

Il secondo fu il blocco continentale del commercio con l'Inghilterra messo in opera da Napoleone Bonaparte.

Questo blocco protezionista rendeva impossibile il libero commercio con l'Inghilterra, tenendo quindi alti i prezzi dei prodotti tessili nell'Europa continentale.

Se però qualcuno fosse riuscito ad importare in Europa i capi d'abbigliamento inglesi, acquistati ai prezzi inglesi e rivenduti ai prezzi europei, ecco che avrebbe lucrato notevoli percentuali (di fatto il premio per il rischio).

La famiglia Rothschild fece per l'appunto questo: il vecchio Mayer spedì il più “ribelle” e scaltro dei suoi figli, Nathan Mayer, in Inghilterra, per verificare se esistevano opportunità d'affari, Nathan, le individuò subito e facendo base in quel di Manchester, organizzò un bel servizio di contrabbando di capi tessili verso l'Europa.

Non era l'unico invero, e le fortune erano altalenanti, ma tutto questo servì ad accumulare le conoscenze necessarie per sviluppare quanto venne su scala ben più ampia successivamente.

Questo sistema durò per tutto il primo decennio dell'800. Ma anche se grazie ai profitti del contrabbando la famiglia riuscì a scalare ulteriori vette nella società, era ancora ben lungi dall'essere ciò che divenne più avanti, ovvero la più grande banca d'affari dell'800.

Inoltre il fondatore Mayer stava per morire, i figli rimasti si stavano dividendo i compiti nelle 5 grandi filiali europee che avevano aperto e Nathan era ancora pressoché sconosciuto nella capitale finanziaria mondiale dell'epoca, Londra.

 

La svolta avvenne nel 1811 e questa è ovviamente la parte più interessante della storia.

Come dicevamo Napoleone aveva istituito un blocco commerciale con la Gran Bretagna.

Blocco che comprendeva tutto, quindi anche i flussi monetari e finanziari.

Ma l'Inghilterra aveva bisogno della capacità di muovere fisicamente il denaro.

Fisicamente perché l'unica moneta che tutti volevano in giro per il mondo era l'oro.

Assegnati, sterline, buoni del tesoro: niente da fare.

In tempi di guerra ciò che convinceva le persone ad accettare un mezzo di pagamento era solo l'oro.

E questo è già un primo insegnamento ma andiamo avanti.

 

L'oro serviva da un lato a pagare le truppe di Wellington in guerra contro Napoleone, ma anche per finanziare la resistenza di Russia, Prussia, Austria e Spagna contro la Francia.

Ma come far arrivare l'oro a tutti questi soggetti stante il blocco continentale?

Le banche tradizionali inglesi, non solo all'epoca erano in crisi di liquidità, ma letteralmente non sapevano come fare, i Rothschild invece si.

Non solo il furbo Nathan, come visto sopra, erano 10 anni che contrabbandava beni inglesi verso l'Europa, e quindi aveva il know-how e la struttura adatta, ma aveva anche a disposizione nelle capitali europee i suoi fratelli che grazie alla struttura parabancaria messa in piedi negli anni, potevano portare direttamente al destinatario le monete d'oro inglesi.

Così avvenne. Dal 1811 al 1814 i Rothschild divennero i principali trasportatori delle monete d'oro del governo inglese verso l'estero. Quali guadagni permise simile commercio? Ingentissimi.

 

Nel periodo considerato vennero movimentati circa 42 milioni di sterline in monete d'oro, e la commissione percentuale dei Rothschild fu quasi sempre tra il 2 il 6%, con punte dell'8%, un valore quindi elevatissimo.

Anche se la loro parte sul totale è stata in realtà solo una frazione, il profitto accumulato fu comunque ingente.

Ma qui viene il bello: uno potrebbe domandarsi come potesse Napoleone essere fregato in questo modo: la risposta è banale: perchè lo volle lui. Sembra incredibile, ma Napoleone era a conoscenza di tutto questo traffico e fu lui a permetterlo, ovviamente la domanda diventa perché?

Perché Napoleone di fatto si è dato la zappa sui piedi?

Risposta: perché ebbe la malaugurata idea di dare retta ai propugnatori della teoria mercantilista. La teoria è nota: un paese che avrebbe la bilancia commerciale e dei pagamenti in rosso sarebbe debole e in crisi.

Persino oggi in Italia è tale teoria è il mantra quotidiano di politici (che nemmeno si rendono conto che la nostra bilancia è in attivo).

Comunque, tale teoria sappiamo oggi, o meglio, dovremmo sapere oggi, che non solo è errata, ma che letteralmente prende fischi per fiaschi, ovvero attraverso l'altrettanto erronea teoria dei saldi settoriali, prende la semplice rappresentazione dei flussi monetari come una interpretazione delle forze operanti nell'economia. Forze che però operano in altri contesti e attraverso altri mezzi.

 

Ecco, Napoleone fu invece convinto dall'economista e finanziere Francois Nicholas Mollien, suo ministro del tesoro, che un deflusso costante di oro dall'Inghilterra, e quindi un peggioramento della bilancia dei pagamenti inglese, fosse a lungo termine un danno proprio per l'Inghilterra e invece un favore per la Francia.

Quindi Napoleone mantenne il blocco commerciale, impedendo il commercio inglese, ma permise in via non ufficiale il deflusso di oro, convinto che lo squilibrio conseguente della bilancia dei pagamenti , dovuto al combinato del blocco dei commerci inglesi e al deflusso d'oro, avrebbe indebolito l'economia inglese e aumentato le possibilità di vittoria francesi.

Ovviamente Napoleone fu sconfitto e la Gran Bretagna vinse la guerra :D

 

La ragione oggi la conosciamo, ma all'epoca, tranne per i liberisti, era poco chiara: la ricchezza di una nazione non deriva ne dalla moneta ne dalla bilancia dei pagamenti, ma dalla capacità che ha il sistema economico di aumentare la sua produttività.

E l'Inghilterra della rivoluzione industriale stava vivendo aumenti della produttività mai visti prima.

Comunque, in simile contesto i Rothschild non potevano non fare la marea di soldi che fecero: era praticamente impossibile perdere soldi.

Perché avevano le commissioni per il trasporto fisico delle monete d'oro, ma anche per altre due ragioni.

Fin da subito Nathan e i suoi fratelli videro due cose, ovvero che ogni volta che trasportavano l'oro inglese verso un determinato paese, accadeva che :

1) la sterlina si svalutava rispetto al cambio con l'oro

2) che i bond dei paesi verso cui arrivavano i finanziamenti inglesi, salivano.

 

Se i Rothschild avessero studiato gli scritti di David Hume sulla teoria quantitativa della moneta, l'avrebbero saputo ancora prima di iniziare, ma comunque la spiegazione è chiara: trasportando l'oro fuori dalla Gran Bretagna, la quantità di oro nel paese scendeva.

Ma se la quantità scendeva e ricordando che la sterlina si era sganciata dal cambio fisso con l'oro, il valore rispetto ad una moneta la cui quantità rimaneva invece inalterata, come la sterlina per l'appunto, saliva.

O di converso, il valore della moneta la cui quantità rimaneva inalterata, scendeva.

Per i bond esteri invece la spiegazione è ancora più banale: nel momento in cui arrivava il denaro inglese, la rischiosità di quel paese scendeva e quindi il prezzo dei bond saliva.

Ecco, i Rothschild dal 1812 circa iniziarono ad approfittare anche di questi movimenti, facendo banalissimi arbitraggi sui cambi e sui bond, andando peraltro sul sicuro, essendo loro stessi la fonte delle fluttuazioni dei prezzi con il movimento dell'oro inglese.

 

In sostanza sfruttavano l'essere il money maker della situazione e le informazioni privilegiate che avevano. Tutto questo finì nel 1815 con la definitiva sconfitta di Napoleone e la conclusione dei trasferimenti inglesi di oro.

Cosa rimase di tutto questo traffico?

Da un lato che il capitale dei Rothshild crebbe notevolmente, anche se in definitiva solo quello di Nathan.

I fratelli rimasti in Europa cercarono pure loro di speculare, ma senza le informazioni di Nathan alla fine fecero partita patta, con le vincite che eguagliavano le perdite.

Nota a margine: esattamente come prevede peraltro la teoria dei mercati efficienti, e questo è impressionante visto che comunque i Rothschild del continente non erano privi di informazioni riservate.

Comunque, dall'altro che proprio Nathan era ormai diventato il principale speculatore di Londra, e quindi uno dei principali banchieri d'affari mondiale.

 

E a noi cosa rimane?

Sostanzialmente:

a)     - che le sciocchezze sui Rothschild e la loro origine che trovate in giro nel web sono per l'appunto sciocchezze;

b)     - che la teoria mercantilista è una cagata pazzesca. Oggi ancora più che nel 1811.

c)      - che la teoria quantitativa della moneta per l'ennesima volta può spiegare praticamente ogni evento monetario e finanziario della storia.

Basta conoscerla.

           



permalink | inviato da albertolupi il 17/9/2017 alle 12:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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