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ALLEGRI! DOPO I PENTITI, I “WHISTLEBLOWING”

diario 18/11/2017

I Testadicavolo, quando scelgono il ramo legislativo della loro vastissima ed assai rispettata professione, non dormono mai. Consultano vocabolari stranieri, ora per lo più di inglese, enciclopedie, statistiche dell’ONU e di altre organizzazioni mondiali. E trovano parole difficilissime a pronunziare, specie per noi poveri vecchi ignoranti che a scuola studiavano il latino ed il greco. E, come Don Abbondio sciorinava il suo “latinorum” approssimativo al povero Renzo Tramaglino, ce li spiattellano conditi in salsa legislativa.

C’è un criterio (si fa per dire: sono degli scriteriati) comune nei vari episodi di “novellazione” (termine, questo, antiquato, ma non saprei proprio come si può dire in inglese). Quello di fare, per un caso particolare e per uno dei soggetti di tale caso, norme generali, da valere per tutti i casi che le leggi “ordinarie” trattano avendo, però presente la complessità della realtà, il “pro e contro” che ogni situazione presenta. Una complessità certo un po’ ostica alle loro menti nutrite da fortunosi pescaggi su internet, trattando ogni singolo aspetto di una questione come se fosse l’unica cosa esistente al mondo.

Questi legislatori monomaniacali stanno trasformando l’armonia dell’ordinamento giuridico (si fa per dire, tutto è relativo) in un’arlecchinesca sommatoria di pezze colorate, ciascuna delle quali esprime una sua “weltanschauung” (è una parola tedesca, pare che significhi visione del mondo. La usavano anche quelli che in genere facevano citazioni latine).

Ora apprendiamo, (certe cose si vengono a sapere sempre troppo tardi, come una volta accadeva per le “cadute in fallo” delle giovinette) che

la Camera dei Deputati ha approvato “con miglioramenti” una proposta di legge già approvata faticosamente dal Senato per la tutela del “whistleblowing”, di chi denunzia il malaffare. Proposta, manco a dirlo, di una certa Francesca Businarolo, deputata pentastelluta e rappresentante, ahimè, del Popolo Italiano nella sua interezza, come recita la Costituzione. L’Onorevole comesichiama è mossa dall’intento di combattere la corruzione ed, a riprova della passione per il suo compito legislativo, sfodera i numeri e le statistiche. E’ venuta a sapere che l’Italia è stata di recente sorpassata dalla Romania negli ultimi posti delle classifiche (rilevabili su internet) della corruzione.

Questo dopo che la Romania aveva approvato, unica, pare, in Europa e non solo, una legge sulla protezione dei “whistleblowing”.

Ora, scoppiando dalla gioia per il successo della sua carriera di allieva dei grandi legislatori dell’Antichità, spera vivamente che, grazie alla “sua” legge l’Italia possa risalire nella classifica dei popoli corrotti, superando almeno la Romania.

Con questa “Legge Businarolo” (che però credo debba tornare al Senato per le “migliorie” apportate dalla Camera) quelli che denunzieranno malefatte, evasioni fiscali, corruzioni, abusi sessuali, maltrattamenti di animali (credo) saranno tutelati dalle ritorsioni. Non potranno essere licenziati, trasferiti, mutati di mansioni. Quasi come i magistrati. La tutela ora si estende anche ai dipendenti privati, alle cameriere, ai portieri, ai capi del personale etc.

Ottima cosa. Ma se la Businarolo avesse fatto ricerche, oltre che su internet, su noiosi volumi di diritto amministrativo, penale, del lavoro, avrebbe potuto (non mettere mai limiti alla capacità dell’umano intelletto, anche quando non ce n’è da scialare) accorgersi che qualche forma di “protezione” già c’è, anche se magari oggi non si può “presumere” che il “comesichiama”, il delatore, il cittadino retto etc. etc. sia davvero tale e siano proprio “ritorsioni” quelle da lui denunziate. Ma il modo di concepire il diritto e le leggi “a forza di pezze colorate” impone che occuparsi di una cosa alla volta. C’è da combattere la corruzione, l’evasione fiscale e le altre cattiverie di amministratori, funzionari, datori di lavoro? Ed allora se c’è qualcuno che li denunzia, proteggiamolo, senza preoccuparci di sapere se è solo un dipendente che ha buone ragioni di temere di essere licenziato.

La legge è stata approvata a larga maggioranza. Ha votato contro “Forza Italia”. Pian piano le menti si aprono e le esperienze, come quelle della Legge Severino, magari non si ripetono.

Così il nostro linguaggio giuridico si arricchisce di un’altra parola inglese, anche un po’ difficile a pronunziarsi “whistleblowing”.

Avrete capito che, anche perché non so proprio un tubo della lingua inglese, questa novità proprio non mi va giù.

Ai miei tempi c’erano dei bei termini italiani, di origine latina o greca a significare la stessa cosa: delatore, sicofante, spia.

Però buttare in faccia ad una persona un termine del genere era un po’ troppo spinto.

C’erano spie, delatori e sicofanti sotto il Fascismo. Ma persino Del Re, la spia che mandò in galera Ernesto Rossi ed i suoi compagni di G.L., e che poi ricattava Mussolini, sporse querela per essere stato definito da Ernesto Rossi, che su di lui scrisse un libro, “la spia del Regime”. Del Re, che era stato compagno delle sue vittime era propriamente un “pentito”, un “impunito”, ancorché impenitente.

Pitigrilli, lo scrittore era invece un semplice delatore. Un “whistleblowing”, se ci fosse stata la democrazia. Se la cavò benissimo anche dopo la caduta del Fascismo.

Ma ora che c’è la democrazia (si fa per dire) ci sarà la protezione, grazie alla legge della brava Businarolo. Ma anche senza la legge, una protezione i delatori, “buoni” e “cattivi”, ne hanno sempre avuta da sbirri, poliziotti, magistrati.

Anche io, nel mio piccolo, posso assicurarvi di aver conosciuto non solo “pentiti” e delatori, e, tanto per non usare parole pesanti, personaggi dalla denunzia facile di malefatte vere ed immaginarie, ma anche di aver fatto l’esperienza di una “tutela” assicurata non voglio ipotizzare come e da chi. A d esempio a quello che d’ora in poi chiamerò “rispettosamente” un “whistleblowing”, che per anni ha rifornito la Procura di Agrigento (lo chiamavano “Pepè Corrimprocura”) di denunzie, esposti, manifesti, per consentirle di stare al passo con le altre Procure più manipulitiste d’Italia nella persecuzione di amministratori, funzionari, imprenditori “infedeli” (come lui li definiva) veri (non ne mancano mai) ed immaginari, organizzando la pianificazione della persecuzione di taluni di essi (uno di quelli, poi, gli ci ha fatto, come si suol dire, sbatterci il muso). Costituendosi, poi parte civile a nome di Legambiente, di cui pare fosse padre e padrone. Era ed è l’avv. Giuseppe Arnone (da non confondersi con un suo omonimo che è un’ottima persona).

E’ in questa veste, che ora chiamano con una parola inglese sintetica ma così difficile a pronunziarsi, che ha denunziato, sbeffeggiato, calunniato funzionari, imprenditori, sindaci delle Città.

Ha proclamato opere pubbliche realizzate addirittura risparmiando sugli stanziamenti per esse previsti, mafiose e fuorilegge, condannando la Città e lasciarle inutilizzate per paura di incorrere nelle denunzie di quel forsennato. Ha vilipeso avvocati (a me diede del “rimbambito ed addirittura dell’ubriacone”, per essermi compiaciuto di aver vinto una causa contro di lui).

Quando si cominciò (potrei dire, cominciai) ad ottenere delle condanne per reati anche gravi per le sfacciate esplosioni diffamatorie, cominciò a prendersela con i magistrati, con alcuni dei quali, però, fino all’ultimo rimase “pappa e ciccia”. Fece manifesti per oltraggiarli. Piovvero su di lui le condanne, sempre però con un tariffario assai benevolo. Ha totalizzato, malgrado prescrizioni, varie, diecine di condanne per reati, per lo più calunnie etc. Alla “parsimonia” delle condanne penali si aggiunse quella dei provvedimenti disciplinari: fa ancora l’avvocato. Condannato più di un anno fa per calunnia con sentenza alla reclusione senza condizionale (dati i numerosi precedenti) passata in giudicato, sta ancora a piede libero in attesa di una decisione circa l’”affidamento in prova”, non so se a Legambiente (!!!) o a quale altra benemerita istituzione. “La prova” però la fornisce quotidianamente, continuando a collezionare condanne come Di Matteo colleziona cittadinanze onorarie. E continua a fare l’avvocato ed a far comizi caricando di improperi gente a destra e a manca.

E’, col nuovo lessico, per così dire, giuridico, un “whistleblowing” seriale. E, con un sistema, invece, vecchio ma, a quanto pare, assai efficiente, ne gode la relativa “protezione” benché quella della Businarolo non sia ancora legge.

Qualcuno potrà dire, magari, che chi tante ne combina, dissemina molti scheletri negli armadi altrui. Magari la legge della brava Businarolo potrebbe servire a farveli dormire in pace, ottenendo lo stesso effetto che tale macabra circostanza ha sempre prodotto.

Mauro Mellini

17.11.2017




permalink | inviato da albertolupi il 18/11/2017 alle 19:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

pir (lotti)

diario 9/11/2017

Sono i fenomeni del 2017. Sarà per il fatto che con i tassi a zero i risparmiatori hanno bisogno di nuove opportunità oppure sarà per l'aggressiva politica commerciale delle banche, una cosa è certa: i P. I. R., cioè i Piani individuali di risparmio, sono la moda finanziaria del momento. Per questo, a un anno dalla loro nascita, è giusto porsi qualche domanda: i P. I. R. sono davvero l'Eldorado del risparmio? Se le opportunità sono ben evidenziate dai consulenti finanziari, quali sono i rischi? Il Sole 24 Ore, confrontandosi con operatori del mercato, esperti e istituzioni, cerca di rispondere a queste domande. E ad analizzare, senza pregiudizi né infatuazioni, tre pro e tre contro di questi nuovi fenomeni della finanza italiana.

A poco più di metà anno, hanno già abbondantemente superato le previsioni dello stesso ministero dell’Economia. I P. I. R., cioè i Piani individuali di risparmio che permettono alle famiglie di investire anche nelle Pmi italiane, secondo gli ultimissimi dati di Via XX Settembre hanno quasi raggiunto i 5 miliardi di euro di raccolta. Rendendo credibile l’obiettivo di 10 miliardi entro fine anno. Tantissimo, considerando che a gennaio lo stesso ministero sperava di arrivare a 16-18 miliardi in ben 5 anni. E gli effetti si vedono sul mercato: dato che i P. I. R. sono obbligati a investire il 21% in piccole e medie imprese, all’Aim (il listino di Borsa Italiana dove sono quotate proprio le Pmi) gli scambi quest’anno sono aumentati del 517%. E le quotazioni sono salite del 21%, con società che hanno superato il 300% di performance. Tanto che Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia, può permettersi di dire: «Abbiamo creato un mercato».

L’Analisi. Due condizioni affinché i P. I. R. non diventino occasioni perse

Eppure dietro lo scintillio di un fenomeno finanziario andato ben oltre le aspettative, non pochi osservatori vedono rischi, per ora latenti. Ma, data l’importanza di questo strumento (che ha il nobile obiettivo di dare alle Pmi italiane un canale alternativo per raccogliere capitale o debito), si tratta di pericoli da non sottovalutare: il rischio che tra le small cap di Piazza Affari si crei una bolla speculativa; che le elevate commissioni applicate da alcune banche sui P. I. R. vadano a ridurre o addirittura annullare il beneficio fiscale; che alcune banche mettano nei P. I. R. titoli poco affidabili. Ascoltando esperti, analizzando dati e confrontandosi proprio con chi al MEFha creato i P. I. R., Il Sole 24 Ore ha cercato di esplorare i possibili punti dolenti.

Rischio bolla?

I P. I. R. sono veicoli d’investimento che permettono alle famiglie italiane di far arrivare un po’ di risparmi dove servono: cioè nelle piccole e medie imprese. In Italia il risparmio è sempre stato investito in titoli di Stato oppure all’estero, lasciando asfittico il mercato azionario domestico: questo ha sempre penalizzato le imprese. Creando uno strumento d’investimento ad hoc, con un incentivo fiscale consistente, il MEF sta cercando dunque di porre rimedio all’handicap.

Il Fisco vigila sui vantaggi dei «P. I. R.»

Il punto è che i P. I. R., grazie proprio all’aiuto fiscale e all’aggressiva politica commerciale di molte banche, stanno forse raccogliendo più soldi di quanti i piccoli listini italiani siano attualmente in grado di ricevere. Questo preoccupa più di un addetto ai lavori: se troppi soldi arrivano su mercati piccoli, il rischio che prima o poi si crei una bolla speculativa esiste. È vero - come sottolinea Francesco Carloni, amministratore delegato di Duemme Sgr - che «i P. I. R. investono solo il 21% in titoli non inclusi nell’indice principale di Borsa Italiana, per cui anche se arrivassero a 10 miliardi di raccolta su Aim e Star si riverserebbero non più di 2 miliardi». Ma è anche vero che le performance stellari di alcuni titoli non sono da sottovalutare.

Una stima di Intermonte Advisory e Gestione quantifica del resto in circa 111 miliardi di euro la capitalizzazione delle aziende quotate italiane nelle quali i fondi P. I. R. possono investire. Se le stime che al momento si rincorrono sugli afflussi previsti nell’arco dei primi cinque anni dovessero essere poi confermate, considerando la quota di questo denaro destinata all’equity si può ragionevolmente pensare che i fondi potrebbero arrivare a detenere in media una cifra vicina al 30% del flottante delle small e mid-cap di Piazza Affari.

Già adesso, spulciando fra gli azionisti di molti dei titoli di piccola e media taglia del listino milanese, ci si può imbattere in società di investimento particolarmente attive sui P. I. R. come Lyxor (la divisione Etf del gruppo SocGen) o come la Banca centrale norvegese, che detengono partecipazioni vicine all’1%: una cifra destinata necessariamente a crescere, con l’evidente rischio di fenomeni distorsivi, se la platea delle aziende quotate non dovesse allargarsi in modo significativo.

L’unico modo per aggirare questo rischio è in effetti semplice: aumentare il numero di società in Borsa. Il meccanismo dei P. I. R. diventerà virtuoso solo se un numero crescente di aziende, anche di medie dimensioni, approderà al mercato di Borsa per raccogliere capitale. Ad oggi, però, questo sta accadendo soltanto in parte: su Aim nel 2017 si sono già quotate 16 nuove aziende, ma è ovvio che tutto questo non sia sufficiente.

Se i P. I. R. finanziano in primis le banche

Sul mercato qualcuno chiede incentivi fiscali per la quotazione, per esempio la deducibilità delle spese di collocamento. Fabrizio Pagani del Mef, creatore dei P. I. R., non crede però che questo incentivo avrebbe grande successo: «I costi di quotazione sono bassi - osserva - più che altro bisognerebbe semplificare le procedure». Il MEF sta comunque vagliando la possibilità di fare qualcosa «per convincere gli imprenditori ad aprire il capitale». Il tavolo, dunque, è sempre aperto. Anche se per Pagani «aprire il capitale» non significa solo facilitare lo sbarco a Piazza Affari: «La liquidità va canalizzata anche sui fondi di private equity - sostiene - facendo investire i P. I. R. su questo strumento».

Altro tema strettamente legato alla qualità e affidabilità dei titoli oggetto di investimento è la copertura che questi hanno da parte degli analisti finanziari. Sempre secondo Intermonte, solo una società su quattro tra quelle in cui possono investire i P. I. R. è seguita da almeno 3 broker, il 35% del paniere ha al massimo due stime aggiornate e per ben il 41% (cioè oltre 100 società) non è possibile reperire neppure uno studio aggiornato negli ultimi 6 mesi: un quadro sconfortante, insomma. Conseguenza diretta - secondo Guglielmo Manetti, vicedirettore generale di Intermonte Advisory e Gestione - «del massiccio disinvestimento da parte delle case di ricerca globale sull’Italia negli ultimi anni e dell’atteggiamento “mordi e fuggi” di molte investment bank», ma soprattutto un problema difficile da risolvere «perché la ricerca è costosa».

Il nodo delle commissioni

Affinché lo strumento dei P. I. R. abbia successo è necessario poi che i risparmiatori restino soddisfatti del loro investimento. Per questo è necessario soprattutto che nessuno si approfitti della «moda» per applicare commissioni un po’ troppo esose, tali da ridurre o addirittura in certi casi annullare il beneficio fiscale per i risparmiatori. Come si vede nella tabella a fianco, le commissioni sui P. I. R. sono molto varie. In alcuni casi - secondo l’elaborazione di AdviseOnly sui dati di Morningstar - si può arrivare fino al 6% per le sole spese di sottoscrizione.

Possono dunque le commissioni arrivare ad annullare il beneficio fiscale dei P. I. R.? Raffaele Zenti di AdviseOnly ha fatto alcune simulazioni su due prodotti ipotetici e uguali: un P. I. R. e un fondo non-P. I. R. entrambi bilanciati. Partendo dalle commissioni di gestione medie (1,6% per i P. I. R. secondo Mediobanca Securities e 1,4% per i non-P. I. R.), i primi risultano molto convenienti grazie al beneficio fiscale. E più la performance del portafoglio sale, più il vantaggio diventa consistente. Se però la commissione di gestione del P. I. R. arrivasse al 2,3%, con una performance del 5% il beneficio fiscale del P. I. R. verrebbe annullato rispetto al fondo non-P. I. R.. E se la performance fosse del 10%, sarebbe necessaria una commissione del 3,2% per “uccidere” fiscalmente il P. I. R.. «Io credo che la concorrenza aumenterà tra i P. I. R., per cui le commissioni si adegueranno», profetizza Carloni di Duemme. Non resta che attendere.

Pro 1: il beneficio fiscale

I P. I. R. sono strumenti d'investimento che hanno due caratteristiche distintive. Uno: sono detassati. Due: sono stati creati con l'obiettivo di far confluire parte dei risparmio degli italiani nelle piccole e medie imprese del Paese. Per questo i P. I. R. devono investire i soldi dei risparmiatori almeno per il 70% in azioni o obbligazioni italiane (o di aziende europee con stabile organizzazione in Italia), e di questo 70% il 30% (che equivale al 21% del totale) in aziende medio-piccole. Il primo vantaggio per chi investe in P. I. R. è dunque ovvio: la totale detassazione, che tanto critichiamo per Amazon.com, o Bono deli U2.

I risparmiatori non pagano né la tassa di successione né quella sul capital gain (che sarebbe al 26%) se - solo se - tengono il P. I. R. per almeno 5 anni. Si può disinvestire prima, ovvio, ma in tal caso si pagano le tasse come per qualunque fondo. Il beneficio fiscale va a migliorare la performance effettiva dei P. I. R. rispetto a quella di normali fondi comuni che invece sono costretti a pagare le tasse.

Pro 2: il patriottismo economico (per me è un "Contro")

Come chi acquista un'auto elettrica in un'ottica ecologista, anche chi investe in P. I. R. lo fa (o può sostenere di farlo) per un motivo “etico”: sostenere l'economia italiana. Gli italiani hanno una ricchezza finanziaria (esclusi gli immobili) di 4.228 miliardi di euro secondo Bankitalia. Eppure poco di questo patrimonio viene investito nell'economia reale. E neppure gli investitori istituzionali italiani mettono soldi nel loro Paese: si pensi - per fare un solo esempio - che i fondi pensione nazionali mettono solo il 3% del loro patrimonio in azioni o obbligazioni di aziende italiane. Questo è un problema, perché condanna le aziende italiane all'asfissia finanziaria e alla dipendenza dalle banche. Investire in P. I. R., invece, significa sostenere proprio le imprese italiane medio piccole. Calcola AdviseOnly che quest'anno - in parte grazie al successo dei P. I. R. - sono sbarcate in Borsa 4 aziende ogni 2 mesi, contro una media degli ultimi 22 anni di una ogni due mesi. Questo significa che più imprese hanno trovato capitali fuori dalla banca.

Pro 3: l'educazione finanziaria

L'Italia è un Paese con una bassa cultura finanziaria. Secondo uno studio di Standard & Poor's, in Italia solo 38 adulti su 100 hanno un minimo di competenza in materia finanziaria. Molti meno dei 40 cittadini dello Zambia, dei 41 dello Zimbabwe o dei 40 della Tanzania. E anni luce da Usa (57) e Gran Bretagna (67). Ma i P. I. R. possono, in via indiretta, insegnare qualcosa di fondamentale agli italiani: per investire in Borsa bisogna avere un'ottica di medio-lungo termine. Il fatto che i P. I. R. incentivino l'investimento in un'ottica almeno quinquennale, permette da un lato alle imprese di avere fondi stabili e dall'altro ai risparmiatori di evitare pericolosi - per chi non è esperto - mordi e fuggi.

Contro 1: le commissioni

Abbiamo visto che il primo vantaggio di investire in P. I. R. è fiscale. Il problema è che alcune banche applicano commissioni così elevate (fino al 6%) che finiscono per annullare o ridimensionare il beneficio fiscale per i risparmiatori. Raffaele Zenti di AdviseOnly ha fatto alcune simulazioni su due prodotti ipotetici e uguali: un P. I. R. e un fondo non-P. I. R. entrambi bilanciati. Partendo dalle commissioni di gestione medie (1,6% per i P. I. R. secondo Mediobanca Securities e 1,4% per i non-P. I. R.), i primi risultano molto convenienti grazie al beneficio fiscale. E più la performance del portafoglio sale, più il vantaggio diventa consistente. Se però la commissione di gestione del P. I. R. arrivasse al 2,3%, con una performance del 5% il beneficio fiscale del P. I. R. verrebbe annullato rispetto al fondo non-P. I. R.. Attenzione dunque: leggere attentamente le avvertenze prima di sottoscrivere un P. I. R..

Contro 2: scarsa diversificazione

Come visto, sui P. I. R. si può investire solo 30mila euro l'anno per 5 anni. Ma 150mila euro non sono uguali per tutti: se un risparmiatore ha un patrimonio di 200mila, per fare un esempio, investirne 150 in un unico strumento non è saggio. Anche perché i P. I. R., per vocazione, puntano gran parte dei soldi in Italia: questo rischia di creare una concentrazione dei rischi. È bene dunque che i risparmiatori, se decidono di investire in P. I. R., lo facciano in un'ottica di diversificazione: solo una piccola parte del proprio - piccolo o grande che sia - patrimonio.

Contro 3: il rischio bolla

Sui P. I. R. sono arrivati più soldi di quanto previsto. E promettono di raccogliere ancora tanto in futuro. Questa montagna di denaro è finita in parte su fette del mercato di Borsa da anni dimenticate: come l'AIM, cioè il listino di Piazza Affari dedicato alla piccole imprese. Questo ha causato un rally molto forte delle quotazioni all'AIM che - come si vede nel grafico - era un listino poco performante in passato se confrontato con l'indice FTse MIB delle grandi aziende. Nell'ultimo anno però il rally è stato consistente: da gennaio l'AIM ha registrato una performance quasi doppia rispetto al listino principale. Questo è un rischio: se non aumenteranno le aziende quotate, non si può escludere che all'AIM si crei una bolla speculativa dovuta a troppi soldi caduti su un mercato troppo piccolo.




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