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diario 31/8/2009

Qualcuno ha la curiosità di sapere quando sono nati gli "avvocati", proviamo a rispondere.

Naturalmente bisognerebbe che ci mettessimo d'accordo sul significato della parola avvocato. La
categoria è naturalmente nata con la diffusione del tribunale come strumento giudiziario. Nel tempo antico i luoghi in cui il tribunale era più diffuso furono Roma e, prima Atene.
 
In generale ci si aspettava che le parti si presentassero personalmente a porre le loro ragioni. Le scuole dei sofisti ateniesi servivano per imparare la tecnica di parlare in tribunale.
Antifonte (Atene, 480 a.e.v. circa – 411 ), è il primo retore di cui si ricorda il nome e fu un uomo di interessi variatissimi: oltre alla retorica, la matematica, le scienze naturali.  
L'arte dello scrivere, a pagamento, orazioni giudiziarie, o logografia (dal greco λογος [lógos], "discorso", e γραφη [graphé], "scrittura") fu, nella Grecia antica, assai diffusa. L'esistenza dei logografi fu determinata dal fatto che in molte città, ad esempio Atene, la legge permetteva ai cittadini di difendersi da soli, mentre escludeva gli oratori non cittadini.
Molti retori si adattarono a fare i logografi, tra i quali ci furono importanti figure politiche come Lisia (il quale, in quanto meteco, poteva solo scrivere i propri λ?γοι che venivano letti da altri), Iseo, Demostene, Tisia ed Isocrate.
 
La figura del professionista che tratta il caso per il convenuto o l’attore è però più recente: se i greci volevano il discorso letto dalla parte i romani accettavano che l'oratore fosse colui che parlava nel processo, ma era necessaria la presenza del cliens (cliente), il titolare del diritto, dato che l'oratore non godeva della rappresentanza processuale. In conclusione l'oratore assisteva il cliente e non lo rappresentava. Il procuratore, che è colui che agisce in nome e per conto di un soggetto, stipulando atti giuridici che vanno a incidere nella sfera giuridica di quel soggetto che gli ha conferito la procura era già presente anche a Roma.
Con il temine “advocatus” si intendevano gli amici influenti dei politici o dei familiari del cliente che si sedevano vicino a lui, come appoggio.
 
Ad ogni modo la figura dell’avvocato nel senso moderno emerge verso il 12mo-13mo secolo.



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una poesia

diario 21/8/2009

suona meglio quandi Jon Thaw declama l'ultia strofa nell'episodio finale dell'ispettore Morse, ma il ritmo si sente anche leggendola (giudizio di Zòrz):

 
From: "More Poems."
Alfred Edward (A. E.) Housman (1859 – 1936)
 
XVI (The Remorseful Day)
 
How clear, how lovely bright,
How beautiful to sight
 Those beams of morning play;
How heaven laughs out with glee
Where, like a bird set free,
Up from the eastern sea
 Soars the delightful day.
 
To-day I shall be strong,
No more shall yield to wrong,
 Shall squander life no more;
Days lost, I know not how,
I shall retrieve them now;
Now I shall keep the vow
 I never kept before.
 
Ensanguining the skies
How heavily it dies
 Into the west away;
Past touch and sight and sound
Not further to be found,
How hopeless under ground
 Falls the remorseful day.
 
 

Come è chiaro, quanto amabilmente luminoso,
Quanto belli da vedere
Questi raggi giocosi del mattino;
Come sorride con allegria il cielo
Dove com’un uccello lasciato libero,
Su dal mare dell’Est
Sale rapidamente il delizioso giorno.
 
Oggi sarò forte
Non cederò più al male,
Non sciuperò più la vita;
Giorni perduti, non so come,
Li recupererò oggi,
Ora manterrò la promessa
Mai mantenuta prima
 
Insanguinando I cieli
Come muore pesantemente
Nel lontano occidente;
Tocco e vista e suoni esauriti
Mai più d’essere trovato,
Quanto disperato sotto terra
Cade il giorno tormentato dal rimorso.



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frammenti

diario 21/8/2009

Alcuni celebri detti latini

  • Semel in anno licet insanire (Una volta l'anno è lecito impazzire)
  • Verba volant scripta manent (Le parole volano gli scritti rimangono)
  • Homo homini lupus (L'uomo è lupo per l'uomo)
  • Janua patet cor magis (la porta è aperta, il cuore di più)
  • Est modus in rebus (C'è una misura in tutte le cose)
  • Cum grano salis (Con un granello di sale=Con un po' di discernimento)
  • Vox populi, vox Dei (Voce di popolo, voce di Dio)
  • Fama crescit eundo (La fama, andando, diventa più grande) - Virgilio
  • Nil est dictu facilius (Niente è più facile che parlare) - Terenzio
  • Facta, non verba (Fatti, non parole!)
  • Multa paucis (Molte cose in poche parole)
  • Relata refero (Riferisco ciò che mi è stato riferito)
  • Ex abundantia enim cordis os loquitur (La bocca parla per l'abbondanza del cuore) - Vangelo secondo Matteo
  • Apertis verbis (A chiare lettere)
  • Quod erat demostrandum (Come volevasi dimostrare) - Euclide
  • Non causa pro causa (una non-causa spacciata per causa)
  • Reductio ad absurdum (Riconduzione all'assurdità)
  • Tertium non datur (Una terza possibilità non è concessa)
  • Mutatis mutandis (Cambiato ciò che bisogna cambiare)
  • Verbum de verbo (Parola per parola) - Terenzio
  • Nomen omen (Il nome è un presagio)
  • Nomina sunt consequentia rerum (I nomi sono corrispondenti alle cose) - Giustiniano
  • Vulpem pilum mutare, non mores (La volpe cambia il pelo, non i costumi) - Svetonio
  • Homo mundus minor (L'uomo è un mondo in miniatura) - Boezio
  • Frangar, non flectar (Mi spezzerò, ma non mi piegherò) - Seneca
  • Omnia munda mundis (Tutto è puro per i puri) - San Paolo
  • Etiam capillus unus habet umbram suam (Anche un solo capello fa la sua ombra) - Publilio Sirio
  • Excusatio non petita, accusatio manifesta (Scusa non richiesta, accusa manifesta)
  • Sic vosnon vobis (Così voi, non per voi) - Pseudo-Donato
  • Fallacia alia aliam trudit (Un inganno tira l'altro) - Terenzio
  • Mihi pinnas inciderant (Mi avevano tarpato le ali) - Cicerone
  • Veritas filia temporis (La verità è figlia del tempo) - Aulo Gelio
  • Ridendo dicere verum (Scherzando dire la verità) - Orazio
  • Castigat ridendo mores (Scherzando sferza i costumi) - Jean de Santeuil
  • Omnis homo mendax (Tutti gli uomini sono bugiardi) - salmo
  • Ab uno disce omnis (Da uno capisci come sono tutti) - Virgilio
  • Poeta nascitur, orator fit (Poeti si nasce, oratori si diventa)
  • Ipse dixit (L'ha detto lui!) - Pitagora
  • Expertus metuit (Colui che ha esperienza teme) - Orazio
  • Risus abundat in ore stultorum (Il riso è abbondante sulla bocca degli sciocchi) - Menandro
  • Semel in anno licet insanire (Una volta l'anno è lecito impazzire)
  • Doctum doces (Insegni a uno che già sa) - Plauto
  • Non plus ultra (Non più in la)
  • Vanitas vanitatum, et omnia vanitas (Vanità delle vanità e tutto è vanità) - Ecclesiaste
  • Stat sua cuique dies (Ognuno ha il suo giorno) - Virgilio
  • Memento mori (Ricordati che si muore)
  • Pulvis es et in pulverem reverteris (Sei polvere e polvere ritornerai) - Genesi
  • Omnia fert aetas (Il tempo porta via tutte le cose) - Virgilio
  • Sic transit gloria mundi (Così passa la gloria del mondo)
  • Quot homines tot sententiae (Tanti uomini tanti modi di pensare) - Terenzio
  • Trahit sua quemque voluptas (Ognuno è attratto da ciò che gli piace) - Virgilio
  • De gustibus non est disputandum (Sui gusti non si discute)
  • Omnia tempus habent (Ogni cosa ha il suo tempo) - Ecclesiaste
  • Patria est ubicumque est bene (La patria è dovunque si stia bene) - Pacuvio
  • Edamus, bibamus, gaudeamus (Mangiamo, beviamo, godiamo!)
  • Necesse habent cum insanientibus furere (Tra i pazzi devono necessariamente impazzire) - Petronio
  • Parce sepulto (Risparmia chi è sepolto) - Virgilio
  • Nascimur uno modo, multis morimur (Nasciamo in un solo modo, ma moriamo in molti) - Cestio Pio
  • Nihil morte certium (Niente è più certo delle morte)
  • Acta est fabula (Lo spettacolo è finito) - Augusto
  • Nunc est bibendum (Ora bisogna bere) - Orazio
  • Cibi condimentum esse famem (La fame è il condimento del cibo) - Cicerone
  • In vino veritas (Nel vino la verità)
  • Prima digestio fit in ore (La prima digestione avviene in bocca)
  • Corruptio optimi pessima (Ciò che era ottimo, una volta corrotto, è pessimo) - Gregorio Magno
  • Omnia mutantur (Tutto cambia) - Ovidio
  • Sint ut sunt aut non sint (Siano come sono o non siano) - Clemente XIII
  • Quod scripsi scripsi (Ciò che ho scritto ho scritto) - Vangelo secondo Giovanni
  • Ut sementem feceris ita metes (Mieterai a seconda di ciò che avrai seminato) - Cicerone
  • Accidere ex una scintilla incendia passim (A volte da una sola scintilla scoppia un incendio) - Lucrezio
  • Audaces fortuna iuvat (La fortuna aiuta gli audaci)
  • Ad maiora (A successi più grandi!)
  • Video meliora proboque: deteriora sequor (Vedo ciò che è meglio e lo lodo, ma faccio ciò che è peggio) - Ovidio
  • Gutta cavat lapidem (La goccia fa il buco nella pietra)
  • Ora et labora (Prega e lavora!)
  • Lupus in fabula (Il lupo nel discorso)
  • Veni vidi vici (Sono venuto, ho visto, ho vinto) - Giulio Cesare
  • Dictum factum (Detto fatto) - Ennio
  • Ex abrupto (Improvvisamente)
  • Caput imperare, non pedes (A comandare è la testa, non i piedi)
  • Quis custodiet ipsos custodes (Chi sorveglierà i sorveglianti?) - Giovenale
  • Necesse est multos timeat quem multi timent (Deve temere molti chi molti temono) - Laberio
  • Odi profanum vulgus et arceo (Odio la massa ignorante e la tengo lontana) - Orazio
  • Bene vixit qui bene latuit (Ha vissuto bene chi ha saputo bene stare nascosto)
  • Nemo propheta in patria (Nessuno è profeta in patria) - Vangelo
  • Alterius non sit qui suus esse potest (Non appartenga a un altro chi può appartenere a se stesso) - Cicerone
  • Dura lex sed lex' (È una legge dura, ma è la legge) - Digesto
  • Oculum pro oculo, et dentem pro dente (Occhio per occhio, dente per dente)
  • Testis unus testis nullus (Un solo teste nessun teste)
  • De minimis non curat praeto (Il pretore non si cura di cose di nessuna importanza)
  • In dubis abstine (Nelle situazioni ambigue astieniti)
  • Mors omnia solvit (La morte scioglie tutto) - Giustiniano
  • Erga omnes (Nei confronti di tutti)
  • Ex aequo (Alla pari)
  • De iure (Di diritto)
  • Sic stantibus rebus (Stando così le cose)
  • Mortui non mordent (I morti non mordono)
  • Homo homini lupus (L'uomo è un lupo per l'altro uomo) - Plauto
  • Mors tua vita mea (Morte tua vita mia)
  • Qui gladio ferit gladio perit (Chi di spada ferisce di spada perisce) - Vangelo secondo Matteo
  • Si vis pacem, para bellum (Se vuoi la pace prepara la guerra)
  • Memento audere semper (Ricordati di osare sempre) - Gabriele D'Annunzio
  • Mors et fugacem persequitur virum (La morte raggiunge anche l'uomo che fugge) - Orazio
  • Nihil inimicus quam sibi ipse (Niente vi è di più nemico di sestessi) - Cicerone
  • Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt (Abbiamo davanti agli occhi i vizi degli altri, mentre i nostri ci stanno dietro) - Seneca
  • Verae amicitiae sempiternae sunt (Le vere amicizie sono eterne) - Cicerone
  • Qui autem invenit illuminvenit thesaurum (Chi trova un amico trova un tesoro) - Siracide
  • Deligere oportet quem velis diligere (Bisogna scegliere chi si vuole amare) - Cicerone
  • Manus manum lavat (Una mano lava l'altra) - Seneca
  • Do ut des (Do perché tu mi dia) - Magistrato Paolo
  • Nemo potest duobus dominis servire (Nessuno può servire due padroni) - Vangelo secondo Matteo
  • Omnia vincit amor (Tutto vince l'amore) - Virgilio
  • Post coitum omne animal triste (Dopo l'accoppiamento ogni essere animato è triste)
  • Credo ut intelligam, non intelligo ut credam (Credo per comprendere, non comprendo per credere) - Sant'Anselmo
  • Homo proponit sed Deus disponit (L'uomo propone ma Dio dispone) - Tommaso di Kempis
  • In secula seculorum (Nei secoli dei secoli)
  • Numquam periclum sine periclo vincitur (Il pericolo non lo si vince mai senza pericolo)
  • Semper avarus eget (L'avido ha sempre dei bisogni)
  • Pecunia non olet (I soldi non puzzano - pronunciato dall'imperatore Vespasiano per tacitare il figlio Tito che gli aveva rinfacciato la tassa posta sulla raccolta dell'urina da parte dei conciai di pellame)
  • Ubi maior minor cessat (Di fronte al più forte il debole si fa da parte)
  • Melius abundare quam deficere (Meglio abbondare che scarseggiare)
 



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la questione della lingua

diario 18/8/2009

“Il dialetto deve diventare materia obbligatoria di insegnamento alle elementari”, secondo Umberto Bossi e il Carroccio che portano avanti la loro battaglia sulla lingua. La proposta leghista sta naturalmente suscitando polemiche e critiche, ma soprattutto attenzione.

 
Ma sorge (a destra) spontanea una domanda: gli italiani sanno veramente l’italiano? A sinistra tutto quel che si fa è toccarsi le pudenda: dopo avere fatto apparire scritte in arabo nei luoghi pubblici, solo una faccia da carburo può negare dignità ad un dialetto, se sapesse cosa cactus è un dialetto, ovviamente!
Secondo uno studio effettuato da Ubisoft il colosso internazionale dei videogiochi – e riportato dal giornale Libero, la risposta alla domanda se gli italiani conoscono l’italiano è “mica tanto” – a dire il vero questo vale per ogni popolo e lingua. Secondo la ricerca, l’incubo peggiore è il congiuntivo, ma non va certo meglio con l’uso del passato remoto e del condizionale. Gli accenti e le doppie sono spesso degli optional e, soprattutto, il vocabolario dei giovani (ma non solo) risulta troppo scarno. La situazione è a dir poco inquietante: il 38 per cento dei ragazzi ammette di trovarsi in difficoltà davanti all’uso di un congiuntivo, il 27 per cento se la vede brutta con il condizionale, per 31 per cento il problema peggiore è il passato remoto.
Nel linguaggio scritto vengono spesso dimenticati gli accenti (il 63 per cento non sa come e se accentare il ‘sé’) e le doppie (parrebbe siano perse per il 22 per cento). Poi c’è la questione ‘vocabolario’: troppo povero di termini. Molti non conoscono i sinonimi, sbagliano l’utilizzo dei termini (compreso in campo tecnico: mi è capitato uno che si riferiva al proprio nome utente col termine “password”!?!), faticano a trovare la parola giusta per evitare ripetizioni o spiegare bene un concetto. Singolare è che solo per il 21 per cento degli intervistati la principale fonte di apprendimento linguistico sia la scuola (da rinominare ovviamente zkqwola). Il 61 per cento dice di imparare nuove parole attraverso la visione dei film, mentre il 54 per cento si affida ai programmi televisivi siamo già al 150%, ma non importa). Per il 31 per cento, invece, la fonte principale è internet, mentre il 28 per cento ammette di imparare termini nuovi chattando con gli amici. Bassa anche la percentuale di chi impara leggendo romanzi: solo il 17 per cento.
Il fatto è che un dialetto (voce dotta introdotta nell’uso all’incirca nel 1600, ripresa dal lat. tardo dialectos, s. f., "dialetto", prestito dal greco δι?λεκτος, letteralmente "colloquio, parlare ordinario, lingua, pronuncia particolare, dialetto") è non una corruzione della lingua – idea avanzata dai linguisti francesi – ma il suo elemento originario. La lingua ufficiale stabilitasi verso la fine dl medioevo principalmente nell’uso dei tribunali è un negoziato tra le varie parlate popolari e il parlare dell’autorità. Quest’ultima asserendo il suo diritto di sovranità imponendo la lingua. Il “Terrore” durante la rivoluzione francese riguardava anche la lingua. Poi la diffusione della stampa, della radio e della tv hanno fatto il resto, spesso in senso distruttivo.

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Il Cesre di Shakespeare

diario 8/8/2009

Innanzi tutto il Giulio Cesare è una tragedia di William Shakespeare (scritta probabilmente nel 1599). L'opera è la prima delle cinque grandi tragedie di Shakespeare (le altre sono l'Amleto, l' Otello, il Re Lear e il Macbeth).

La tragedia è ovviamente basata sugli eventi storici, le fonti dell'opera possono essere fatte risalire alla traduzione delle “Vita di Cesare” e “Vita di Bruto” contenute nelle "Vite parallele" di Plutarco fatta da Thomas North.
In essa si racconta della cospirazione e dell'assassinio del dittatore della Repubblica Romana Giulio Cesare.
Sono sorte numerose discussioni circa il protagonista della tragedia. Alcuni ritengono sia Cesare, causa di tutta l'azione e centro di ogni discussione. altri invece (iom tra questi, per quello che conta) ritengono sia Bruto, e il dramma è costituito dal suo conflitto tra l'onore, il patriottismo e l'amicizia.

La scena dell'assassinio di Giulio Cesare è forse la parte più conosciuta della tragedia, insieme al discorso di Marco Antonio, che a mio avviso ha tuttora un'insuperata interpretazione in quella fatta da Marlon Brando, nella versione cinematografica del 1953. Il discorso è un insuperato capolavoro di retorica politica, ed un ottimo avvertimento sui pericoli del "prestare orecchio".

Notevoli sono l'atteggiamento di Cesare nell'ignorare l'avvertimento dell'indovino e le premonizioni della moglie, Cesare viene assassinato durante una riunione del Senato.
Alle famose parole di Cesare "Tu quoque, Brute, fili mi!" Shakespeare aggiunge "Allora cadi, o Cesare!", suggerendo così che Cesare si rifiuta di sopravvivere ad un tale tradimento da parte di una persona in cui egli aveva riposto la sua fiducia.

Una parte dei critici ritiene che l'opera rifletta il clima di ansietà dell'epoca, dovuto al fatto che la regina Elisabetta I si era rifiutata di nominare un successore, il che avrebbe potuto portare, dopo la sua morte che avverrà cinque anni dopo, ad una guerra civile simile a quella scoppiata a Roma.

 

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ultimo acquisto

diario 7/8/2009

 

Henri Benjamin Constant de Rebecque (noto in genere come Henri Benjamin Constant) nacque a Losanna da famiglia ugonotta. Pensatore di profonde convinzioni liberali, dopo una prima adesione al governo rivoluzionario francese scelse l’esilio insieme a Madame de Staël, con la quale aveva stretto un influente sodalizio. Il rifiuto del radicalismo giacobino e dell’autoritarismo napoleonico ispira le sue opere più note e importanti, quali Principi di politica (1806-1815), La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (1819) e il saggio Dello spirito di conquista e dell’usurpazione nei loro rapporti con la civiltà europea (1814). Questo è uno dei testi più noti di Benjamin Constant ed un autentico manifesto del pensiero liberale classico. Il grande filosofo franco-svizzero esamina qui i frutti del militarismo e della tirannia che avevano caratterizzato l’epopea napoleonica. La lucidità e acutezza nell’analisi della dittatura bonapartista al tramonto rendono questo saggio un atto di accusa contro ogni tipo di potere assoluto. Tanto che le questioni con le quali Constant si confronta hanno una salienza immediata anche per le epoche successive, non ultima la nostra. Per Constant l’umanità «è ormai giunta a un grado di civiltà per cui la guerra non può che riuscirle di peso: la sua tendenza uniforme è verso la pace». Egli considerava dunque, quasi duecento anni fa, il ricorso alla guerra fra le nazioni profondamente in opposizione rispetto all’evoluzione storica e anche agli interessi del libero mercato. Come sia andata a finire un secolo dopo lo sappiamo (quasi) tutti.
Ma questo testo è molto di più di una brillante riflessione su militarismo e potere: vengono infatti qui presentati tutti i grandi temi della riflessione politica constantiana, dalla critica a Rousseau e Mably, all’idea del governo limitato, all’opposizione fra libertà degli antichi e dei moderni, solo per menzionarne alcuni.
Recentemente in Italia una nuova edizione di Conquista e usurpazione è stata interamente tradotta e curata da Luigi Marco Bassani, sulla base delle quattro edizioni che Constant pubblicò in vita. Costa 24 €, io a 10,34 ho acquistato un tascabile usato su Amazon.fr.

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l'astonomo (quasi) ignoto

diario 6/8/2009

Quale che sia la vostra descrizione del mondo essa non è che un modello, una specie di aeroplanino Airfix (chi ha una certa età lo ricorda bene, ma sono ancora presenti nei negozi di giocattoli alcune scatole di montaggio) che cerca di dare un’idea della cosa reale. Molto, non so di quanto – ma molto, più di mezzo secolo addietro mi spiegavo i suoni che uscivano dalla radio con l’idea che vi fossero dei microscopici omini dentro l’apparecchio – per la storia una gigantesca CGE.

 
I nostri modelli, personali o scientifici, poi resistono o variano a seconda del loro successo a spiegare il mondo che descrivono, od all’accordo con la nostra mente ed alla sia ideologia.
 
Se la terra (e di conseguenza un qualche Gran Re) sia al centro dell’universo o se il globo se ne vada a spasso nei cieli non sfugge a questa regola.
Dicono che gli indiani avessero un modello secondo cui la terra era qualcosa appoggiato alla schiena di un elefante i piedi su d’una tartaruga che nuotava nell’oceano, ma credo che neppure gli indiani prendessero molto sul serio la cosa. Varie fonti affermano che nello Shatapatha Brahmana, Yajnavalkya di Mithila (forse nel 18 secolo a.e.v.) sosteneva un sistema eliocentrico.  Yajnavalkya riconobbe che il sole era assai più grande della terra, da cui il suo eliocentrismo. Tra l’altro misurò le distanze relative tra il Sole, la Luna e la terra con un errore inferiore al 2 per cento.
 
Il problema nasce con Eudosso di Cnido (Cnido, 408(?) a.e.v.. – 355 a.e.v..). Allievo di Archita di Taranto, studente di Platone fu un matematico e astronomo greco antico cui sono attribuiti risultati di grande importanza, fondamentali per il costituirsi della matematica come scienza e dell’astronomia all’epoca branca della matematica. L'anno di nascita è incerto, e la fama di Eudosso rimane legata soprattutto allo sviluppo delle sfere omocentriche, ossia d’un Universo diviso in sfere aventi un unico centro di rotazione, corrispondente al centro della Terra, in ogni sfera vi era un pianeta soggetto ad un moto circolare uniforme differente da quello degli altri; in questo modo egli diede una spiegazione ai movimenti retrogradi e degli stazionamenti periodici dei pianeti: per le stelle fisse fu facile attribuire un'unica sfera in rotazione diurna attorno alla Terra immobile, mentre per i pianeti il moto veniva spiegato con una prima sfera che induceva un moto diurno, un’altra per il moto mensile ed infine una terza ed una quarta con diverso orientamento dell’asse per il moto retrogrado. Tenendo conto che il Sole e la Luna ne possedevano tre, si giunse ad un sistema di ben 27 sfere. In tal modo seppur ignorando le variazioni di luminosità dei pianeti si provava a dare una prima spiegazione ai moti planetari. Ma a prezzo d’una complicazione pazzesca!
Già in ambito pitagorico vi furono idee opposte eliocentriche, tuttavia l'astronomia greca fece seri tentativi di uscire dal geocentrismo e dalle sfere omocentriche di Eudosso di Cnido  solo con Eraclide Pontico (385-322 a.e.v.). Nato ad Eraclea, ma trasferitosi ad Atene, dove fu probabilmente discepolo di Aristotele al Liceo, Eraclide, per spiegare il moto diurno dei cieli, pensò ad un moto della terra intorno al proprio asse da occidente ad oriente; probabilmente ipotizzò il movimento di Venere e di Mercurio intorno al Sole. Nella prima metà del III secolo a.e.v.. Aristarco di Samo (Samo, 310 a.e.v.. circa – 230 a.e.v.. circa) altro astronomo e fisico ellenista (studiò ad Alessandria, dove ebbe come maestro Stratone di Lampsaco) divenne colui a cui dare il merito d’avere per primo introdotto una teoria astronomica nella quale il Sole e le stelle fisse sono immobili mentre la Terra ruota attorno al Sole percorrendo una circonferenza. Sappiamo inoltre che Aristarco concordava con Eraclide Pontico nell'attribuire alla terra anche un moto di rotazione diurna attorno ad un asse inclinato rispetto al piano dell'orbita intorno al Sole (l'ultima ipotesi giustificava l'alternarsi delle stagioni). Successivamente, secondo la testimonianza di Plutarco, Seleuco di Seleucia (floruit 150 a.e.v..; Seleucia sul Tigri, 190 a.e.v.) era sostenitore del ruolo centrale del Sole e dell'infinità dell'universo. Su base filologica, Lucio Russo ha sostenuto che la prova dell'eliocentrismo di Seleuco fosse basata sulla spiegazione delle maree, lo steso errore che farà Galileo.
La teoria eliocentrica fu però fermamente rifiutata, nel II secolo d.C., da Tolomeo, che era certo della centralità ed immobilità della Terra nell'universo. Ma tale posizione non era poi così schiacciante se apprendiamo che Marziano Minneio Felice Capella (lat. Martianus Mineus Felix Capella; Cartagine, V secolo e.v. –  uno scrittore e avvocato romano che divenne un classico medioevale) espresse l’opinione che Venere e Mercurio orbitassero attorno al Sole e non alla Terra, idea che Copernico menzionò come influenza sul suo lavoro.
Il cristianesimo avallò poi la cosmologia tolemaica in quanto compatibile con le Sacre Scritture (in Giosuè, cap. X si legge in effetti il famoso "Fermati, o Sole!") in questo rafforzando l’idea geocentrica che permetteva – ma questo è a mio avviso, non un dato storico – ai potenti della terra di mettersi al centro dl centro. Sì qualcuno ha letto la stessa battuta nel Galileo di Brecht.
 
Anche il periodo medioevale è pieno di gente che dubita della centralità della terra: dall’indiano  Aryabhata (476–550),all’astronomo Afghano del IX secolo Ja'far ibn Muhammad Abu Ma'shar al-Balkhi svilupparono modelli planetari eliocentrici. E di secolo in secolo le prove dell’assurdità del sistema tolemaico si accumularono. In realtà Copernico si lanciò contro una porta tarlata. Il guaio era che questa fosse stata rafforzata dai ferri della FEDE. Ad ogni modo la vera forza di questi modelli era solo l’eleganza. Ideare un esperimento che desse una prova, questo ci voleva. Lasciamo perdere cerchiobottismi alla Tycho Brahe, e andiamo per la giugulare.
 
Vagando svagato sono capitato su due pagine interessanti. Una proclama d’essere un blog che abbraccia i cavalli, in un'altra si affrontava il problema di un universo atemporale, e casualmente ho trovato l’interessante schizzo biografico che, rimaneggiato, vi propongo. Si tratta della biografia dell’uomo che risolse il grande problema – talmente grande che poi generò pure la relatività, ma questa è un'altra storia.
 
Non si conoscono (nell’opinione di quell’autore) aneddoti curiosi su James Bradley(1693 –1762), FRS e dal 1742 Astronomo Reale sebbene questo, secondo Jean Baptiste Joseph Delambre (1821), meriti dopo Ipparco e Keplero la medaglia di bronzo come più grande astronomo della storia, battendo Copernico, Galileo e Newton.
Anche le notizie sulla sua vita sono limitate a pochi eletti — uno se lo immagina serio, piuttosto pignolo, intento a guardare dentro un oculare e a misurare meticolosamente la posizione delle stelle. Insomma, Bradley non è il tipo che uno elegge a proprio mito scientifico (come il cognomonimo O. Bradley – grande generale americano, non molto famoso: non avete mai sentito un bambino dire "Da grande voglio diventare come Bradley", Patton come generale, Einsten come scienziato, ma nessun Bradley). Anzi i più (compreso persone di cultura) nemmeno lo conoscono, e questi sebbene abbia il merito di una delle scoperte più importanti della storia dell'astronomia. Come capita a volte Bradley incappò per caso in una scoperta ancora più straordinaria della cosa che stava cercando. Se non ne avete mai sentito parlare, probabilmente è anche perché la cosa non è stata comunicata ai posteri abbellendola con una storiella all'altezza. Niente mele cadute dall'albero, nessuna sfera lanciata dalla torre di Pisa — solo una cosetta su Bradley che se ne va in barca e vede una bandierina cambiare direzione quando la barca vira, e allora ha l'illuminazione: ma è una storia che chiaramente non funziona.
 
Per farla breve: Bradley è stato quello che ha dimostrato una volta per tutte, ed in modo diretto, che la Terra si muove attorno al Sole. Lo stesso Galileo, che credeva d’averlo fatto con la spiegazione delle maree (idea non troppo originale – come accennato sopra), aveva preso una cantonata. Quella – tra l’altro – per la quali finì davanti al Sant’Uffizio!.
L’esperimento cruciale che Bradley (e altri prima di lui) aveva escogitato per fare tale dimostrazione è questo: se la Terra si sposta durante l'anno, le stelle più vicine devono apparire muoversi rispetto a quelle sullo sfondo, un fenomeno noto come parallasse. Il guaio è che lo spostamento in questione è talmente minuscolo (dato che anche le stelle più vicine sono molto lontane) che ci vuole una precisione mostruosa per misurarlo.
 
Nel 1725, Bradley iniziò a tenere d'occhio la stella Eltanin (nota anche come Etamin o Gamma Draconis, secondo la designazione di Bayer) per verificare come si spostasse annualmente per parallasse. La stella in questione era interessante in virtù del suo passaggio in prossimità dello zenit quando è osservata dalla latitudine dell'Osservatorio Reale di Greenwich ed è stata chiamata anche, da quelle parti, Zenith Star (la Stella dello Zenit). Dopo aver raccolto dati per quasi due anni, Bradley poté concludere che la stella si muoveva davvero, ma in modo del tutto diverso.
Mettetevi comodi perché la spiegazione è complessa: vi era una variazione nelle osservazioni il cui periodo era in effetti annuale (quindi la cosa era probabilmente dovuta al moto terrestre) ma lo spostamento era fuori fase rispetto a quello atteso.
Gli ci volle un bel po' di riflessione per capire quello che stava succedendo, ma alla fine ci riuscì: siccome la luce viaggia a velocità finita, l'immagine della stella ci mette un po' per attraversare la lunghezza del telescopio e raggiungere l'oculare. Nel frattempo, però, la Terra si sposta; la posizione della stella, quindi, appare inclinarsi leggermente nella direzione del moto terrestre, esattamente come, nell’esperienza di ogni automobilista, le gocce di pioggia paiono provenire da un punto di fronte a noi quando ci muoviamo in macchina (anche se la pioggia cade quasi verticale). Inoltre, siccome la Terra cambia continuamente direzione nel corso dell'orbita, la posizione apparente della stella nel cielo disegna, in un anno, una piccola ellisse. Questo effetto, chiamato aberrazione della luce, è dovuto solo alla velocità della Terra, e non alla distanza della stella, per cui è in generale più importante rispetto alla parallasse.
 
La parallasse stellare fu poi osservata, ma un secolo dopo da Friedrich Wilhelm Bessel. Nel 1838 Bessel (che lavorò molto sui dati di Bradley) calcolò la parallasse di 61 Cygni e batté in velocità Friedrich Georg Wilhelm von Struve e Thomas Henderson che nello stesso anno misurarono la parallasse di Vega e Alpha Centauri. La ricerca della parallasse ci ha lasciato una parola il parsec (abbreviato in pc) è un'unità di lunghezza usata in astronomia. Per motivi storici, gli astronomi in genere usano il parsec per le distanze astronomiche, invece degli anni luce. La prima misurazione diretta di un oggetto a distanze interstellari (della stella 61 Cygni), eseguita da Bessel nel 1838, fu fatta basandosi sulla trigonometria, utilizzando l'ampiezza dell'orbita terrestre come linea di base. Il parsec, calcolato sempre in modo trigonometrico, geometricamente è il cateto lungo del triangolo rettangolo che ha come base l'Unità Astronomica, e come angolo al vertice un secondo (1") di grado sessagesimale. Col significato di "parallasse di un secondo d'arco" ed è definito come la distanza dalla Terra (o dal Sole) di una stella che ha una parallasse annua di 1 secondo d'arco. Un parsec corrisponde quindi a: 360×60×60/2π UA = 2,062 648 062 5×105 UA = 3,085 677 580 666 ≈ 3,086 petametri (10 elevato 16 m) ≈ 3,26147086 anni luce.
 
 

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permalink | inviato da albertolupi il 6/8/2009 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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