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la "politica" della prima rivoluzione industriale

diario 19/1/2014

Tre elementi compongono la «parte politica» della rivoluzione industriale Inglese, nella sua prima fase, quella che riguarda il tessile e la metallurgia basandosi sulla forza motrice idraulica e del vapore, e costituiscono la “ rivoluzione finanziaria”, fattore a volte trascurato ma non meno importante per lo sviluppo della rivoluzione industriale, che ha caratterizzato l'Inghilterra durante il XVIII e il XIX secolo. Va comunque messo in chiaro che la Prima R. I. è a sua volta di una conseguenza di quella che viene definita la Rivoluzione Agricola: ossia l’abbandono delle tecniche agrarie che furono tipiche del medioevo, a seguito dell’ampliarsi dei commerci mondiali. In particolare, nelle Fiandre e nel Brabante il terreno era poco fertile, ma il notevole sviluppo del commercio marittimo fece aumentare notevolmente la domanda di prodotti quali il lino per le tele, i coloranti per il panno, l'orzo e il luppolo per la birra, la canapa per le funi, il tabacco ecc. La densità della popolazione, inoltre, favoriva lo sviluppo dell'orticoltura e della frutticoltura. Si adottarono quindi nuove tecniche basate sulla rotazione pluriennale (contro quella triennale) e sulla sostituzione del maggese con pascoli per il bestiame anche per ottenerne concime naturale:tali innovazioni vennero studiate da esperti europei e soprattutto inglesi. Richard Weston visitò le province fiamminghe intorno al 1650 e descrisse in una sua famosa opera,” A discourse of husbandrie used in Brabant and Flanders”, il loro metodo basato sulla rotazione delle colture (lino, rapa, avena, trifoglio). I nuovi metodi dettero origine al cosiddetto sistema di Norfolk, generalmente considerato il prototipo di una nuova agricoltura che, grazie alla rotazione e ad altri aspetti (recinzioni, grandi aziende, lunghe affittanze, aratro in metallo tirato da cavalli ecc.), consentì all'Inghilterra di esportare grandi quantità di grano e farine nel periodo 1700-1770. La maggiore delle componenti politiche della Rivoluzione industriale fu la “Stabilità monetaria”: la lira sterlina, nel periodo 1560-1914, attraversò e superò due crisi importanti (la prima nel 1694 e la seconda nel periodo 1797-1821) senza che questo abbia intaccato la sua parità. La crisi di fiducia del 1694 fu provocata da cattivi raccolti e dai pagamenti della guerra contro la Francia, mentre la seconda crisi (1797-1815) è stata determinata essenzialmente dalle difficoltà finanziarie provocate dall'uscita di oro e di argento utilizzati per pagare i costi della guerra contro la Francia. Nel 1797, su proposta di William Pitt viene introdotto con il Bank Restriction Act il corso forzoso della lira sterlina, misura inizialmente prevista per una durata di 6 mesi che rimarrà però in vigore per 24 anni, fino al 1821. Inoltre negli anni 1809-1810 si assiste allo sviluppo dell'inflazione: la moneta perde quindi potere d'acquisto. Questa crisi viene risolta, su consigli di David Ricardo, con una politica di rivalutazione (simile alla politica “quota 90” dl Volpi sotto il governo Mussolini in Italia), le cui conseguenze in termini di aumento dei prezzi dei beni d'esportazione furono bene sopportate – a differenza di quanto accadde in Italia – per il fatto che c’erano un'industria e un commercio molto solidi. Il periodo critico si conclude nel 1816 con la reintroduzione della parità aurea. Ulteriore fattore fu la “Creazione del debito pubblico” e la capacità di sostenerlo. L'Inghilterra adottò una politica coerente delle finanze pubbliche basata, da una parte, sul prelevamento diretto delle imposte attraverso le “Regie” sbarazzandosi così degli intermediari fiscali e, dall'altra parte, realizzando una politica d'indebitamento sul lungo termine con tassi d'interesse elevati (elevati voleva dire 3%!) ma garantiti dalle imposte. Gli interessi vengono pagati con le entrate fiscali, mentre alla scadenza del prestito il capitale viene rinnovato con l'emissione di nuovi titoli di debito. La cosa interessante è che in questo modo, venne creato un mercato finanziario sul quale si potevano scambiare i titoli del debito pubblico assicurandone la loro liquidità da un lato e la creazione di un area di risparmio che poteva fungere da parcheggio delle liquidità. L'indebitamento pubblico aumentò sino alla grande guerra senza provocare, contrariamente a quanto sostenuto da molti in quel periodo, difficoltà economiche particolari. Ovviamente era l’espansione dell’Impero a permettere ciò, ma qui entriamo in considerazioni morali. Probabilmente tuto questo non sarebbe avvenuto senza che la Banca d'Inghilterra, fondata nel 1694, assumesse un ruolo centrale per l'intero sistema bancario inglese. È interessante che Sir William Paterson un mercante e banchiere scozzese cui si deve la creazione dlla Banca d’Inghilterra sia poi stato la mente di uno schema finanziario che rovinò la Scozia. Si assistette attorno al 1700 ad uno sviluppo considerevole del numero di istituti bancari sia a Londra sia in provincia, sviluppo sostenuto dalle necessità in termini di circolazione delle lettere di cambio e dei biglietti come pure della distribuzione di prestiti propri di un'attività economica in crescita. Fino al 1797, le banche emisero biglietti monetari (propri) contro il deposito di moneta metallica, a partire da quella data, non essendo i biglietti monetari non più convertibili, raccolgono depositi in moneta cartacea emessa dalla Banca d'Inghilterra che assurge a prestatore in ultima istanza per l'intero sistema bancario. La moneta della Banca d'Inghilterra viene utilizzata per i pagamenti interbancari, mentre a partire dal 1770 la moneta cartacea sostituìla moneta metallica. Anche la borsa di Londra si sviluppò (le prime Borse sorsero in Belgio, ad Anversa nel 1531 e in Francia, a Lione nel 1548), restando però seconda al mercato finanziario di Parigi. Il mercato finanziario londinese diventerà la capitale finanziaria, sorpassando quindi la borsa di Parigi solo nel 1870.

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La differenza tra la musica del settecento e quella del l'ottocento

diario 19/5/2013

La musica del settecento è principalmente "di corte", viene creata per i conti Estherazy od il vescovi di Salisburgo, è "leggera", divertente. Poi ci sono ovviamente fenomeni diversi accanto a questo, esempio il servizio liturgico, specialmente nel nord Germania ed il teatro in Italia.
Il grande cambiamento avviene a fine settecento in Inghilterra con Johann Christian Bach (detto il Milanese o l'Inglese o il Bach di Londra). Questi aveva approfittato della nuova borghesia per iniziare a dare concerti pubblici coll'amico Abel.
Nel 1785 sulla scena londinese arriva Haydn: infatti, alla morte del principe Nicola Estherazy, il figlio di lui licenziò l'orchestra (ma assicurò ad Haydn una pensione). Il compositore, ormai non più giovane, si trovò così libero di accettare un'offerta economicamente vantaggiosa, fattagli dall'impresario Johann Peter Salomon: libero dagli impegni di corte, viaggiare in Inghilterra e dirigere sinfonie con una grande orchestra. La capitale aveva un'intensa vita musicale e un mercato editoriale aggiornato e dinamico, i due soggiorni inglesi del compositore (1791-1792 e 1794-1795) si tradussero in un successo superiore ad ogni aspettativa. Il pubblico accorreva entusiasta ai suoi concerti. Haydn poté ottenere introiti consistenti, ma anche numerose amicizie, conoscenze e occasioni di vita mondana. A questo periodo risalgono alcune fra le opere più note di Haydn, anzitutto il suo ultimo gruppo di sinfonie, dette "Londinesi", dal n. 93 al 104, i sei quartetti op. 71 e 74, diverse sonate per pianoforte e un significativo gruppo di trii con pianoforte.

Anche il giovane Mozart erl frattempo aveva deciso di seguire la "libera professione", più giovane che l'amico Salieri (i due frequentavano la stessa loggia massonica) era il primo esempio di musicista «genio e sregolatezza» di successo; preceduto dal più anziano dei figli di Bach W.F. che però aveva un carattere di merda.
Morto Wolfgang giovane chi attua la trasformazione finale dell'artista da servo ad intellettuale è Beethoven che ammetterà di scrivere cose per cui lo pagavano allo scopo di poter scrivere quelle per cui nessuno l'avrebbe pagato.
Nell'Europa di Napoleone e poi la musica ha un nuovo protagonista: il Mercato.
La classe borghese ama sì la musica allegra, ma anche quella tormentata di tipo romantico, e più verso la metà del secolo composizioni sempre più grandiose, prima Bruckner e poi Mahler. Con Mahler la grandiosità della musica arriva al suo apice, ma con Debussy si aprono nuove vie, ed inizia la Musica Moderna.


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domanda su Einstein

diario 23/5/2012

 Tipica domanda da nipote è questa: Albert Einstein ha fatto scoperte negli Stati Uniti?Einstein si trasferì negli Stati Uniti, ma ci scoprì qualcosa inerente all' energia nucleare oppure le varie ipotesi, formule, invenzioni ecc... le aveva già fatte e dette in Europa ?

 
Sinteticamente la risposta è no. Tra l’altro Albert Einstein (1879 –1955) il famoso fisico tedesco, naturalizzato svizzero, divenuto in seguito cittadino statunitense quando emigro negli USA non solo non c’entra nulla con la Bomba, ma aveva già dato tutti i contributi per cui è famoso.
Ma una risposta così semplice sminuirebbe la sua grandezza, che consiste nell'aver mutato per sempre il modello di interpretazione del mondo fisico.
 
Nel 1905, ricordato come "annus mirabilis", pubblicò tre articoli a contenuto fortemente innovativo, riguardanti tre aree differenti della fisica:
1- dimostrò la validità della teoria dei quanti di Planck nell'ambito della spiegazione dell'effetto fotoelettrico dei metalli;
2- fornì una valutazione quantitativa del moto browniano e l'ipotesi di aleatorietà dello stesso;
3- espose la teoria della relatività ristretta, che precede di circa un decennio quella della relatività generale.
Nel 1921, quando ricevette il Premio Nobel per la Fisica la motivazione era soprattutto per il punto 1: "per i contributi alla fisica teorica, in particolare per la scoperta della legge dell'effetto fotoelettrico"
 
Il 1915 è un anno importante per la fisica teorica: in tale anno infatti, Einstein propose una teoria relativistica della gravitazione, indicata come “Relatività Generale”, che descrive le proprietà dello spaziotempo a 4 dimensioni: secondo tale teoria la gravità altro non è che la manifestazione della curvatura dello spazio-tempo.
Einstein dedusse le equazioni del moto da quelle della relatività speciale valide localmente in sistemi inerziali; dedusse inoltre il modo in cui la materia curva lo spazio-tempo imponendo l'equivalenza di ogni possibile sistema di riferimento (da cui il nome di relatività generale). In particolare, il potenziale gravitazionale Newtoniano viene reinterpretato come l'approssimazione, per campo debole, della componente temporale del tensore metrico: da questo discende il fatto che il tempo scorre più lentamente in un campo gravitazionale più intenso. Inizialmente gli scienziati erano scettici perché la teoria derivava da ragionamenti matematici e analisi razionali, non da esperimenti o osservazioni. Ma nel 1919 le predizioni fatte dalla teoria furono confermate dalle osservazioni e misurazioni che furono effettuate il 29 maggio 1919 da Arthur Eddington durante un'eclissi solare, le quali verificarono che la luce emanata da una stella era deviata dalla gravità del Sole quando passava vicino a esso. Croce di Einstein è il nome dato all'immagine prodotta dalla galassia ZW 2237 +030 e del Quasar G2237 +0305 collocato direttamente dietro ad essa. La galassia, scoperta dall'astronomo John Huchra e distante 400 milioni di a.l. dalla Terra, agisce da lente gravitazionale nei confronti della luce emessa dal quasar circa 8 miliardi di anni luce dietro ad essa, producendo così la caratteristica immagine a croce. In tale immagine, i quattro bracci della croce corrispondono alla luce del quasar deviata per effetto del campo gravitazionale della galassia, la quale è visibile al centro della croce come zona luminosa relativamente più diffusa e meno intensa.
 
 
Nel 1917 mostrò il legame esistente tra la legge di Bohr e la formula di Planck dell'irraggiamento del corpo nero. Nello stesso anno introdusse la nozione di emissione stimolata, che sarebbe poi stata applicata alla concezione del laser.
 
Dopo Einstein si infilò in un vicolo cieco: cominciò a dedicarsi alla ricerca di “teorie di campo unificate”, argomento che lo appassionò fino alla fine, ed a tentativi di spiegazioni alternative dei fenomeni quantistici; la sua concezione del mondo fisico mal si conciliava infatti con le interpretazioni probabilistiche della meccanica quantistica. Il più famoso tentativo in questo senso fu il paradosso EPR (Einstein-Podolsky-Rosen) elaborato con Boris Podolsky e Nathan Rosen.
Sia chiaro si infilò in un vicolo cieco non perché era un fesso o fosse rimbambito ma semplicemente perché affrontava problemi che solo oggi la teoria delle stringhe forse sta iniziando ad inquadrare: bevissimamente questa teoria, ancora in fase di sviluppo, tenta di conciliare la meccanica quantistica con la relatività generale [il gran cruccio di Eistein], e che spera inoltre di avere tutte le caratteristiche necessarie per essere una “teoria del tutto”. Si fonda sul principio secondo cui la materia, l'energia e, sotto certe ipotesi, lo spazio ed il tempo sono in realtà la manifestazione di entità fisiche primordiali che, a seconda del numero di dimensioni in cui si sviluppano, vengono chiamate per l'appunto stringhe oppure p-brane [che se IO capisco che casio sono dio mi mangi!].
 
 

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Nazionalismi - imperialismi

diario 30/9/2011

Senza averne percorso l’arco storico discutere del nazionalismo del XX secolo non ha senso. Nazionalismo ed imperialismo non costituiscono uno dei tratti salienti della politica di “inizio 900”, questo lo credono solo i cretini che fanno i professori di storia. 

L’imperialismo (nel senso vero, non leninista, del temine) è un fenomeno che coinvolge principalmente Spagna e Portogallo all’inizio del ‘500 col “Trattato di Tordesillas” (1494) :1l trattato era inteso a risolvere la disputa che si era creata a seguito del ritorno di Cristoforo Colombo. Nel 1481, la Bolla papale Aeterni regis aveva garantito tutte le terre a sud delle Isole Canarie al Portogallo. Nel maggio 1493, Papa Alessandro VI (spagnolo di nascita) decretò nella Bolla Inter Caetera, che tutte le terre ad ovest di un meridiano a sole 100 leghe dalle Isole di Capo Verde, dovevano appartenere alla Spagna, mentre le nuove terre scoperte ad est di quella linea sarebbero appartenute al Portogallo, anche se i territori già sotto il dominio cristiano sarebbero rimasti intatti.
Poi il ‘700 vide degli scontri tra Francia ed Inghilterra come conseguenze delle lotte in Europa ed il 1880 col congresso di Berlino la spartizione dl mondo. I più in ritardo, perché arrivati tardi all’unità (Germania ed Italia) svilupparono un “imperialismo in ritardo”. L’ultimo imperialismo fu quello dell’URSS.
 
Il “nazionalismo” si sviluppò come reazione “romantica” al cosmopolitismo dell’«Ancienne regime». Il nazionalismo è l'ideologia, nata nel XIX secolo, che è relativa a quelle dottrine e movimenti che sostengono l'affermazione della “nazione” intesa come collettività omogenea e ritenuta depositaria di valori tradizionali tipici ed esclusivi del patrimonio culturale e spirituale nazionale, in contrapposizione allo stato Settecentesco, o illuministico, di natura contrattualistica, da un lato la cittadinanza dall’altra i poteri dello stato.
 
Le prime manifestazioni del nazionalismo si hanno durante la Rivoluzione Francese (contro i sovrani europei coalizzati) ed in seguito nei paesi occupati dalle truppe napoleoniche (contro i francesi). Si passa insomma da un «Nazionalismo Umanitario» (Rousseau, Herder) ancora legato al cosmopolitismo settecentesco, al «Nazionalismo Giacobino» intollerante nei confronti dei dissensi interni e animato da zelo missionario.
Manifestazione politica del romanticismo quasi tutti gli storici affermano esita un nesso tra diffusione del nazionalismo, sviluppo industriale di un paese, ed alfabetizzazione delle masse popolari; in tal senso l'età napoleonica costituisce uno chiaro spartiacque tra una Europa pre-nazionale, dove l'identità dei vari Stati è costituita dalla continuità dinastica, ed una Europa dove il soggetto primo ed ultimo della politica interna ed estera è costituito dallo Stato-Nazione.
Non è possibile qui ricostruire tutta questa vicenda, ma si possono convenzionalmente individuare tre fasi del processo di 'nazionalizzazione' dell'Europa.
La Restaurazione (1815/’48): il Nazionalismo costituisce una ideologia liberale sostenuta da una borghesia ancora in lotta con i vecchi ceti aristocratici per il dominio dello Stato; a questa segue l'età del “libero scambio” (‘48/’71) che vede il consolidamento dell'egemonia borghese basata sul binomio liberismo-Stato nazionale; in questo periodo nascono l'Italia e la Germania come nuovi Stati-Nazione, sotto l'ala protettrice di Francia ed Inghilterra questa è la fase del «Nazionalismo Liberale» (Burke, Guizot, Von Stein, Cavour) che privilegia la sovranità nazionale in un contesto di garantita libertà individuale, politica, economica, conseguentemente alla visione economica della seconda rivoluzione industriale (quella parte del processo di sviluppo industriale che avviene cronologicamente tra il congresso di Parigi (1856) e quello di Berlino (1878) – una specie di G-8 del 1800.
 
l’età del nazionalismo e l’apice dell’imperialismo sono coevi a causa della lunga e grave crisi economica nota come 'Grande depressione', le borghesie nazionali utilizzano il nuovo binomio protezionismo-imperialismo in una competizione crescente, quella che si definisce «l'età dell'Imperialismo» (’71-1914) il «Nazionalismo Economico» (List e la scuola protezionistica tedesca), che studia le modalità di autosufficienza economica nazionale, attraverso l’intervento economico dello stato (cui poi s’ispirerà Lenin) una situazione che sfocia nella Prima guerra mondiale.
 
La guerra segna la fine del fascino della dottrina nazionalista in Francia e Gran Bretagna, mentre in Italia prima e Germania poi diviene un forte sentimento politico. In questo caso è fondamentale il fenomeno della “società di massa”, un fenomeno esploso negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso (sebbene con prodromi nella Vienna di Karl Lueger) che hanno visto il maturarsi di tale processo e l’assunzione da parte delle masse di un ruolo privilegiato nella struttura sociale attraverso l’esplosione del «ceto medio». Si contraddistingue per una maggiore la partecipazione alla vita politica degli starti meno privilegiati della popolazione, con la nascita dei partiti di massa – contrapposta ai notabili, e il condizionamento culturale che spesso si manifesta come influsso delle «mode» sui comportamenti dei singoli e dei gruppi. La trasformazione delle folle in “massa” è la base del fascismo nazismo e comunismo.
Anche molti dei nuovi stati come Polonia, Ungheria ecc. vencono resi da una frenesia nazionalistica che si traduce in governi antidemocratici.
Ho escluso la Russia e l’URSS da questa nota non perché immune dal nazionalismo, ma perché tra Pan-slavismo, internazionalismo proletario e quant’altro la situazione è talmente complicata da non poter essere trattata qua.  
 

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Gli anni 30 tra invenzioni ed innovazioni della musica

diario 30/7/2011

 

Era il 1937 quando Tito Schipa, tenore e attore italiano, cantava "vivere senza malinconia", brano narrante la profonda volontà di trascorrere un’esistenza piena e felice di un uomo, nonostante la propria donna se ne sia andata, o forse proprio grazie a questa dipartita. Non è forse il miglior pezzo italiano dell’epoca, certo non eccezionale su scala mondiale, ma ha avuto un certo successo ed una ripresa grazie a Pavarotti.
 
Se parliamo di musica, gli anni 30, hanno un importanza eguale al primo decennio del ‘900 per la fisica, un momento che separa due entità differenti.
Una decade “bassa disonesta” che preparava la più immane tragedia della storia umana, (Auden: «September 1st, 1939»), però furono molto produttivi, non tanto in Italia (in Italia compositori come Alfredo Casella, Ottorino Respighi e Gian Francesco Malipiero furono – se va bene – allo stesso tempo tradizionalisti e innovatori) ma nel resto del mondo: basti pensare che in questo periodo furono inventati la chitarra elettrica e l’organo Hammond, organo elettrico ampiamente utilizzato in molteplici generi musicali, e furono aperti, 1931 – in un edificio georgiano ristrutturato, i grandiosi Abbey Road Studios di Londra (poi resi famosi da grandi artisti quali ad esempio i Beatles) ed inaugurato il 12 novembre di quell’anno con la storica registrazione, condotta da Sir Edward Elgar nello Studio 1, di «Land of Hope and Glory» suonata dalla London Symphony Orchestra. Sir Edward William Elgar (1857 - 1934) è stato un compositore inglese, appartenente alla corrente romantica e tra lui e Benjamin Britten – che iniziava la sua carriera in quegli anni – davvero ci sono solo compositori che non sono caduti nell’oblio solo grazie all’affetto della industria discografica d’oltremanica. Infatti Britten attirò l'attenzione generale con la variazione corale «A Boy was Born», scritta nel 1934 per i BBC Singers. L'anno successivo incontrò W. H. Auden col quale collaborò al ciclo di canzoni «Our Hunting Fathers» e anche in altri lavori, ambedue radicali sia per la visione politica, sia per le interpretazioni musicali. Ancor più importante fu l'incontro nel 1936 con il tenore Peter Pears, che divenne un fedele collaboratore e compagno di vita. All'inizio del 1939 i due seguirono Auden in America, dove Britten compose la sua prima opera su libretto di Auden e la prima delle sue numerose canzoni per Pears. Lo stesso periodo è memorabile per il numero di opere per orchestra, tra cui numerosi concerti per pianoforte e violino e la «Sinfonia da Requiem». Adesso dire che io sia un ammiratore di Britten – ma come per altri – una cosa è essere appassionaati dell’opera, altro è riconoscere le immolazioni che portate in altre sedi sono entrate nella nostra cultura.
Gli anni 30, in sintesi, sono stati periodo di grandi invenzioni ed innovazione per l’intero universo musicale, con opere che perdurano ancora oggi e che hanno gettato le basi, se così si può dire, alla formazione di tanti grandi musicisti venuti in seguito. Se glielo si permetteva, beninteso.
 
In molti paesi d’Europa la nuova dimensione “nazionale” tarpava le ali, come per i nuovi stati, oppure gli sconvolgimenti politici non erano forieri di progresso come la Spagna e abbiamo detto l’Italia. Dopo la Rivoluzione, in Unione Sovietica si tentarono numerosi esperimenti in ogni campo della cultura e delle arti, compresa la musica. Ma coll'avvento dello Stalinismo, ebbe inizio una nuova direzione, a partire dal 1932, chiamata "Realismo Socialista", tendente ad assoggettare le arti alla dottrina di partito. E neppure la breve parentesi di liberalismo che si ebbe dopo il 1956 non fu tuttavia sufficiente a sviluppare una corrente di avanguardia, come accadde invece nelle altre nazioni europee, se si escludono compositori di nicchia più importanti per la importanza politica che musicale.
 
La Germania ebbe artisti all’avanguardia per tutto il periodo della repubblica di Weimar (sebbene io non sia un grande frequentatore di Kurt Weil, Paul Hindemith, Arnold Schönberg, Alban Berg – ben mi guardo dal sottovalutare il loro apporto allo sviluppo dell’arte) ma durante il nazismo, molte delle forme della musica contemporanea (per esempio il Jazz) vennero considerate "arte degenerata" e vietate. La mostra “Musica Degenerata”, tenutasi a Düsseldorf nel 1938, in occasione delle Reichsmusiktage ("giornate musicali del Reich") comprendeva, tra le altre, opere dei già citati Hindemith, Schönberg, Berg e Weill, il periodo costrinse molti degli artisti all'emigrazione o all'esilio, altri li deportò nei lager: non pochi compositori vennero perseguitati e uccisi per la loro origine ebraica.
Allo stesso tempo, la politica culturale del regime promuoveva la produzione e l'ascolto di musica inoffensiva, ad esempio la musica popolare, la musica d'uso (o "Gebrauchsmusik"), le Operette, la musica da ballo e le marce militari che favorivano la propaganda.
 
Se nella Germania nazista e nelle nazioni ad essa assoggettate si ebbe un taglio netto con il passato recente, sia a causa della censura che dello sterminio o dell'esilio a cui furono costretti i migliori compositori, in altre nazioni si ebbe invece una maggiore continuità nell'evoluzione del linguaggio musicale – con un occhio al passato nel nostro paese – maggior apertura altrove: gli anni Trenta francesi ci sembrano doppiamente interessanti per il fatto che la Francia, a differenza di altre zone europee, rimase parzialmente immune da quelle conseguenze storiche che portarono in Italia e in Germania (Russia e Spagna – il Portogallo, l’Ungheria…) al cancro dei totalitarismi. Ma l’area transalpina comincia a dare segni di decadenza.
 
Igor Stravinskij, colui che nel '13 aveva scandalizzato gli spettatori del Théâtre des Champs-Elysées con «Le Sacre du printemps», ormai non si sente più a suo agio a Parigi: ha l'impressione che la sua musica non venga più recepita dai francesi. Nel 1930, a Bruxelles, viene eseguita la «Sinfonia di salmi» e a Parigi, nel 1932, l'oratorio «Perséphone», su testo di Gide. Ma nel 1939, anche a causa della guerra, il compositore emigra in America. Maurice Ravel, che con Debussy è il più grande musicista francese del Novecento, inizia la sua china discendente che lo porterà alla morte nel '37 (dopo i due Concerti per pianoforte, compone solo le «Trois Chansons de Don Quichotte à Dulcinée" nel '32).
 
I «Sei»: come gruppo già nel 1921 si sono sciolti, ma rimangono attivi autonomamente. Sono Darius Milhaud (1892-1974), che nel '30 e nel '32 compone le opere di argomento storico «Maximilien» e «Bolivar» rispettivamente; Francis Poulenc (1899-1963), Arthur Honegger (1892-1955) francofono in realtà, essendo cittadino svizzero, Germaine Tailleferre (1892-1983), che emigra negli USA nel '42, Georges Auric (1899-1983) e Louis Durey (1888-1979), le cui composizioni sono ispirate da posizioni politiche di stampo socialista.
 
Erik Satie (1866-1925) lascia la sua eredità alla Ecole d'Arcueil, il cui maggior rappresentante è Henri Sauguet (1901-1989), che nel 1936 compone «La chartreuse de Parme». L'Ecole de Paris (1928-1939), invece, è formata perlopiù da musicisti “immigrati” a Parigi, che hanno in comune uno stile che fonde neoclassicismo e folklore, avanguardia e musica di consumo, jazz e altre contaminazioni. Tra di loro notevoli sono il ceco Bohuslav Martinu (1890-1959), l'ungherese Tibor Harsanyi (1998-1954), il polacco Alexander Tansmann (1897-1986), il rumeno Marcel Mihalovici (1898-1985).
 
Nel 1936 viene fondato il gruppo «Jeune France» in reazione all'accademismo e al neoclassicismo di maniera, oltre che alla dodecafonia. Intento principale è di «suscitare e diffondere una musica viva, in uno stesso slancio di sincerità, di generosità, di coscienza artistica», per colmare il divario tra artista e pubblico. Da un lato abbiamo Yves Baudrier (1906-1988) e Daniel Lesur (1908), che propongono un umanismo musicale di tipo psicologico, dall'altro André Jolivet (1905-1974) e Olivier Messiaen (1908-1992). Per Jolivet l'umanisimo è inteso in senso universalista, mentre per Messiaen cosmico e teologico. Ciò si realizza in virtù di un'attenta indagine nei riguardi delle sorgenti del comporre e dell'essenza della musica stessa, ossia rivolgendosi alle espressioni musicali degli antichi, dei primitivi, delle civiltà esotiche, della religiosità, della magia (ricordiamo che Jules Combarieu nel 1909 aveva scritto il fondamentale studio La musica e la magia), persino degli animali.
 
Molti compositori si dedicano anche alla musica per film: già Satie lo aveva fatto con «Entr'acte» di René Clair. E poi abbiamo Auric («A nous la liberté di R. Clair), Thiriet («Les enfants du paradis di Marcel Carné, 1943-45), Honegger («Napoleon» di Abel Gance; «Les Misérables» di Raymond Bernard), Milhaud («Mme Bovary» di Renoir, «Espoir» di Malraux, «Gaugin» di Resnais), Jacques Ibert, Joseph Kosma e altri.
 
 
La musica americana degli anni '30 è una montagna di roba... e tutt’un’altra storia. Negli USA – al contrario che in Europa – la radio è libera, il cinema s’impone come mezzo di comunicazione di massa ed il giradischi l’hanno in parecchi. Qua si ritrova la cesura di cui dicevo all’inizio, adesso non è necessario sapere suonare per riempire una stanza di musica, basta una radio o se si vuole essere colui che sceglie la musica un giradischi (ed ovviamente un disco da mettergli sopra).
La figura più importante come compositore è sicuramente George Gershwin la cui opera spazia dalla musica classica al jazz, è considerato l'iniziatore del “musical” americano e le sue composizioni sono usate ancora oggi dagli insegnanti di musica per descrivere l'entrata degli Stati Uniti nel panorama dei grandi compositori mondiali. Il Guardian stilando nel 2005 una stima dei guadagni accumulati da Gershwin stabilì che George era stato il più ricco compositore di tutti i tempi. Nel corso della sua breve carriera (Gershwin morì a soli trentotto anni quello che si rivelerà un tumore al cervello) realizzò 33 musical teatrali, 15 opere classiche, 7 musical cinematografici (di cui 3 pubblicati postumi) e più di 700 canzoni memorabili – sia tratte dai musical, che realizzate singolarmente o in coppia con il fratello paroliere Ira Gershwin
 
Riesce difficile collocare Gershwin (che era un ammiratore della musica "colta" europea) in un gruppo omogeneo di musicisti e compositori contemporanei; la caratterizzazione che si avvicina di più alla realtà è dire che sia uno dei cinque grandi del musical americano, insieme a Cole Porter («Night and Day», «I Get a Kick Out of You», «Begin the Beguine», «I've Got You Under My Skin», «Just One of Those Things», «Ev'ry Time We Say Goodbye», «You're the Top» e «Don't Fence Me In», tanto per fare qualche titolo), Irving Berlin ( "Cheek to Cheek", "Top Hat", "White Tie and Tails", l'indimenticabile "Let's Face the Music and Dance" nel film Seguendo la flotta (Follow the Fleet, 1936), suo è inoltre "God Bless America" e la notissima canzone di Natale "White Christmas"), Jerome Kern ( "Ol' Man River" e "Can't Help Lovin' Dat Man", "Smoke Gets in Your Eyes") e la coppia Rodgers/Hart che sono stati una miniera di successi ricordiamo "Blue Moon", "My Funny Valentine", "The Lady is a Tramp". Rodgers dopo la morte di Hart passò ad una collaborazione di successo con Hammerstein ma questoa esula dal periodo che ci interessa.
 
 
 
Gli anni ’30, inoltre, videro il sorgere lo “swing jazz” come forma dominante della misica americana: Duke Ellington ed I membri della sua band produssero numerosi pezzi che divennero “jazz standards”: "It Don't Mean a Thing (If It Ain't Got That Swing)" (1932), "Sophisticated Lady" (1933) and "Caravan" (1936), oltre a tanti altri. Il periodo vide altri importanti leader di band come Benny Goodman and Count Basie.
 
 
 
Nel campo della musica non di consumo popolare, quella che viene chiamata "contemporanea" gli anni trenta iniziano col ritiro di C. Ives. Il maggiore tra i compositori USA del periodo è Aaron Copland (New York, 1900 – 1990) che creò un proprio stile compositivo che risentiva di varie influenze: la musica classica, la musica contemporanea il jazz, ed una importante componente folklorica puramente americana. Le sue composizioni più famose sono “Appalachian Spring”, “Billy the Kid”, “Rodeo” e “Fanfare for the Common Man” riproposta da Emerson Lake and Palmer in un arrangiamento progressive rock, quand’ero giovane. Di queste però solo Rodeo è del periodo (1938) le alter appartengono al decennio successivo mentre agli anni ’30 appartengono: Symphonic Ode (1929), la Short Symphony (1933) ed “El Salón México”, 1936. Nel 1939, Copland completa le sue prime colonne sonore per Hollywood, quelle dei film: “Of Mice and Men” ed “Our Town”.
 
Altri autori che magari potrebbero interessarti sono: Roger Sessions, Roy Harris, Virgil Thomson, and Walter Piston (quest’ultimo figlio di un immigrato italiano il cui cognome originario era Pistone).
 
Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, nel settembre del 1939, Igor Stravinskij si trasferì negli Stati Uniti. Si stabilì nella zona di Los Angeles città (in cui, alla fine, ha trascorso più tempo in quanto un abitante rispetto di qualsiasi altra città in cui era stato durante la sua vita) ma divenne un cittadino naturalizzato statunitense solo nel 1945. Quindi sebbene stesse lavorando alla fine degli anni ’30 alla Symphony in C (snfonia in Do) per la Chicago Symphony Orchestra, non lo contiamo nel nostro excursus.
 

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il "caso" Wagner

diario 27/7/2011

Gli scritti Wagner sulla razza, e il suo antisemitismo riflettono alcune tendenze di pensiero, comuni tanto in Germania quanto nel resto d’Europa, durante il 19° secolo.

 
Sotto uno pseudonimo K. Freigedank nella Neue Zeitschrift für Musik, Wagner pubblicò il saggio "Das Judenthum in der Musik" nel 1850 (originariamente tradotto come "l'ebraismo in Musica", nome con cui è ancora noto, ma che sarebbe meglio reso come "l’ebraicità in Musica").
Il saggio attaccava i contemporanei compositori ebrei (e rivali), Felix Mendelssohn e Giacomo Meyerbeer, ed accusava gli ebrei di essere un elemento nocivo ed estraneo nella cultura tedesca, poiché gli ebrei avevano alcun legame con lo spirito tedesco, musicisti ebrei erano solo in grado di produrre musica superficiale e artificiale. Componendo musica per ottenere popolarità e, di conseguenza, il successo finanziario, invece di creare vere e proprie opere d'arte. Ristampato in una versione notevolmente ampliata sotto il nome di Wagner nel 1869, è considerato da molti come un punto di riferimento importante nella storia dell'antisemitismo tedesco. Molto probabilmente si tratta di un giudizio sbagliato. La prima versione apparve nel NZM sotto lo pseudonimo di K. Freigedank ("Libero Pensiero K."). In una lettera aprile 1851 a Franz Liszt, Wagner ha dato la scusa che ha usato uno pseudonimo "per impedire la questione, essendo stato trascinato dagli Ebrei ad un livello puramente personale".
Al momento Wagner viveva in esilio a Zurigo, in fuga dopo il suo ruolo nella rivoluzione del 1849 a Dresda. Il suo articolo fu seguito da una serie di saggi del suo discepolo Theodor Uhlig, che attaccavano la musica dell’opera di Meyerbeer “Le Prophète”. Wagner era particolarmente infuriato dal successo del”Prophète” di Parigi, cosa tanto più sorprendente in quanto Wagner era stato un ammiratore di Meyerbeer, che gli aveva dato sostegno finanziario e ha usato la sua influenza per ottenere Wagner presto dell'opera “Rienzi”, il suo primo vero successo, messo in scena a Dresda nel 1841.
 
Contemporaneamente Wagner era anche ringalluzzito dalla morte di Mendelssohn nel 1847, la popolarità del suo stile, piuttosto conservatore, frenava a parere di Wagner le potenzialità di sviluppo della musica tedesca. Anche se Wagner non aveva mostrato praticamente alcun segno di pregiudizio antiebraico in precedenza (nonostante le affermazioni contrarie di Rose nel libro “Wagner, Race and Revolution ), era adesso determinato a preparare una bordata che avrebbe attaccato i suoi nemici artistico, incastonato in quello che possiamo definire un contesto populista.
Va tenuto presente che la NZM aveva una circolazione molto limitata - non di più di
1500 -. 2000 lettori. Praticamente l'unica razione fu una lettera di protesta al direttore di NZM, L’articolo, che Wagner aveva sperato sarebbe stato una sensazione, e destinato portargli dei soldi come giornalista, affondò come una pietra nel mare dell’indifferenza e dell’imbarazzo. Quasi tutti i collaboratori di Wagner, tra cui Liszt, erano imbarazzati da questo articolo e pensarono che era una fase di passaggio (che non è stato) o un attacco semplice ripicca (che, in parte, è stato).
 
Sebbene alcuni biografi abbiano suggerito che gli stereotipi antisemiti sono anche rappresentati nelle opere di Wagner, in nessuno gli scritti di Wagner sulle sue opere, si fa menzione della volontà di caricatura ebrei nelle sue opere, né alcuna notazione di questa volontà appare nel diario scritto da Cosima Wagner, che registra le sue idee su base giornaliera nel corso di un periodo di otto anni.
 
Nonostante le sue idee (molto pubbliche) sugli ebrei, per tutta la vita Wagner aveva ebraico amici, colleghi e sostenitori, e nella sua autobiografia, “Mein Leben”, Wagner cita molte amicizie con gli ebrei, riferendosi a quella di Samuel Lehrs a Parigi come "una delle amicizie più belle della mia vita." In questo Wagner ricorda Karl Luger sindaco antisemita di Vienna con molti amici ebrei.
 
Il tema di Wagner e gli ebrei è ulteriormente complicato per le affermazioni, che possono essere stati accreditati da Wagner stesso, che egli stesso era di origine ebraica, tramite il suo presunto padre Geyer. In realtà, Geyer non era di origine ebraica, né l’erano i genitori di Wagner. Riferimenti alla supposta 'ebraicità' di Wagner sono state fatte spesso nelle caricature del compositore nel 1870 e 1880, e più esplicitamente da Friedrich Nietzsche nel suo saggio "Il caso Wagner", dove scrisse "un Geyer (avvoltoio) è quasi un Adler ( aquila) ". (entrambi 'Geyer' e 'Adler' erano comuni cognomi ebrei.) “Il caso di Wagner (Der Fall Wagner”) è un libro del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, pubblicato originariamente nel 1888. Sottotitolato "Il problema di un musicista", è stato anche conosciuto come "Il caso Wagner" in inglese. Il libro è una critica di Richard Wagner e l'annuncio della rottura di Nietzsche con l'artista tedesco, che si era troppo coinvolto, agli occhi di Nietzsche, nel movimento völkisch e l'antisemitismo (teniamo presente che l’idea di un antisemitismo di Nietzsche è una fola Nazista. La sua musica non è più rappresentata come un possibile "affetto filosofico", e Wagner è ironicamente paragonato a Georges Bizet. Tuttavia, Wagner è presentato da Nietzsche come solo un sintomo particolare di una più ampia "malattia" che colpisce l'Europa, che è il nichilismo. Il libro mostra Nietzsche come una capace critico musicale, e offre il destro per alcune delle sue riflessioni sulla natura dell'arte e sul suo rapporto con la salute futura dell'umanità. Questo lavoro è in netto contrasto con la seconda parte di “La nascita della tragedia”, nella quale Nietzsche ha elogiato Wagner in quanto soddisfaceva un bisogno di andare oltre la comprensione analitica e spassionata della musica. Nietzsche aveva anche elogiato Wagner nel suo saggio 'Wagner a Bayreuth' (parte delle Considerazioni inattuali), ma la sua disillusione per Wagner come il compositore e l'uomo era già pesente nel 1878 la sua opera “Umano, troppo umano”. Una delle ultime opere che Nietzsche ha scritto ripreso il tema cruciale del Caso Wagner: in “Nietzsche contra Wagner”, Nietzsche messo insieme brani tratti dalle sue opere per dimostrare che lui aveva sempre gli stessi pensieri sulla musica, ma li aveva erroneamente attribuiti al Wagner nei primi lavori.
 
 
Alcuni biografi hanno affermato che Wagner nei suoi ultimi anni è venuto a credere nella filosofia razzista di Arthur de Gobineau, ma c’è ragione di credere che questo non sia vero. Wagner non ha mostrato notevole interesse per Gobineau fino al 1880, ed aveva completato il libretto di Parsifal nel 1877, e le bozze originali della data di storia indietro al 1857 . Wagner scritti dei suoi ultimi anni indicano un certo interesse per l'idea di Gobineau che la società occidentale è stata condannata a causa della mescolanza razziale tra le razze "superiori" e "inferiori".
 
Le idee Wagner erano suscettibili di interpretazioni socialiste e lo furono per lungo tempo, che non è sorprendente dato inclinazioni rivoluzionarie del compositore nel 1840, quando molte delle sue idee sull'arte venivano formulate. Così, ad esempio, George Bernard Shaw ha scritto nella introduzione alla seconda edizine de  “Il wagneriano perfetto” (1883) che: “Niblunghome [anglicizzazione Shaw di Nibelheim, l'impero di Alberich nel Ring] sotto il regno di Alberico è una visione poetica di non regolamentata capitalismo industriale come è stato fatto conoscere in Germania a metà del XIX secolo da Engels condizione della classe operaia in Inghilterra”, Shaw – insomma – s’interpreta il Ring in termini marxiani come un'allegoria del crollo del capitalismo dalle sue contraddizioni interne dove Shaw si salva è nell’uso della sua ironia – formidabile “i Socialdemocratici in Germania – scrive poi nella prefazione della terza edizione – differiscono da quelli del resto del mondo solo nello svolgimento dell’ortodossia accademica al di là oltre ogni limite di resistenza umana, anche al di là dei limiti tedeschi”. Dal punto di vista musicale, la sua interpretazione è degna di nota per la sua percezione del cambio di direzione estetica che iniziano con la scena finale di Siegfried, in cui affermava che il ciclo si trasforma da Musikdrama in opera.
Di Wagner altre interpretazioni di Wagner “da/di sinistra” si trovano anche gli scritti di Theodor Adorno, tra gli altri critici Wagner. Walter Benjamin (sempre per chi si vuol fare dl male) ha dato Wagner come esempio di "falsa coscienza borghese", alienando l'arte dal suo contesto sociale. Lo scrittore Robert Donington ha prodotto una dettagliata, e controverso, interpretazione junghiana del ciclo dei Nibelunghi. Altri hanno anche applicato le tecniche psicoanalitiche per la vita e le opere di Wagner.
 
Ma il vero guaio è che Hitler fu un ammiratore della musica di Wagner e vide nelle sue opere l'incarnazione della propria visione della nazione tedesca. Continua ad esserci dibattito sulla misura in cui Wagner potrebbe avere influenzato il pensiero nazista. Ma è certo che i nazisti usavano quelle parti del pensiero di Wagner che erano utili per la propaganda e ignorarono e soppressero il resto. Sebbene Hitler stesso era un ardente fan di "il Maestro", molti nella gerarchia nazista non erano e, secondo lo storico Richard Carr, c’era un profondo risentimento per la prospettiva di assistere a queste epopee lunga su insistenza di Hitler.
 
Ci sono prove che la musica di Wagner è stata utilizzata nel campo di concentramento di Dachau nel 1933/34 di 'rieducare' prigionieri politici tedeschi coll’esposizione alla 'musica nazionale', mentre sembra che non ci sia alcuna prova a sostegno di indicazioni che la sua musica sia stata suonata nei a campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale, al di fuori dell’intrattenimento dei tedeschi.
 
A causa dell’associazioni di Wagner con antisemitismo e nazismo, le esecuzioni della sua musica, nello Stato di Israele è tuttora fonte di controversie.

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L’emigrazione dell’intellettualità tedesca

diario 13/6/2011

 

Non credo che l’emigrazione degli intellettuali tedeschi sia stata una tragedia come certi storici di “sinistra” sostengono, a fu di certo di dimensioni notevoli.
L’emigrazione dell’intellettualità tedesca alla fine degli anni ’30 ha anche qualcosa di comico, nella sua tragicità: prendiamo ad esempio il Quartetto Amadeus, probabilmente il più famoso quartetto d'archi del mondo, fondato nel 1947. Il Primo violino Norbert Brainin, il secondo violino Siegmund Nissel, la viola - Peter Schidlof, - furono costretti a lasciare Vienna per Londra a causa della loro origine ebraica dopo l'Anschluss Hitler del 1938 (il violoncellista Martin Lovett era invece inglese).
Alla diaspora ebraica che andò verso l’Inghilterra dobbiamo aggiungere ovviamente Freud, Karl Popper, verso gli USA andarono quasi tutti i fisici che poi contribuirono al Progetto Manhattan unendosi a transfughi anche di altri paesi europei, alleati della Germania o occupati.
Poi ci sono scrittori, che so? Zweig, che morì suicida. I registi come Lubitsch, Fritz Lang - Otto Preminger e Billy Wilder (al contrario di Erich von Stroheim) forse non sarebbero mai emigrati, attori come Peter Lorre pure, si dice che invitato a rientrare in Germania Lorre risose che il paese non era abbastanza grande per contenere Hitler e lui, che aveva interpretato "il mostro di Dusseldorf"
 
Oltre la metà degli ebrei tedeschi presenti al 1933 fuggirono prima dello scoppio della guerra. Il 90% di quelli rimasti fu sterminato, i dati dell’emigrazione sono:
 
Gli U.S.A., 63.000 (malgrado leggi estremamente restrittive fecero la parte del leone – specie con i tecnici); Palestina sotto mandato britannico della Società delle Nazioni, 55.000: Regno Unito 40,000; Francia, 30.000 (in buona parte consegnati ai tedeschi dal governo di Vichy); Argentina 25.000; Brasile 13,000; S. Africa 5,500; Italia (sino al 1938) 5 mila.
Altre nazioni europee 25 mila; 20.000 altri paesi del sud America.15,000 IN Estremo Oriente ed in altri luoghi ulteriori 8mila, per un totale di 304,500.
 
Possiamo ritenere che un numero se non simile “comparabile” sia quello di coloro che lasciarono il paese per motivi non razziali, ma semplicemente politici, il più famoso tra coloro che temevano una repressione fu B. Brecht: lasciò la Germania nel febbraio del 1933, quando Hitler prese il potere. Andato in Danimarca, quando la guerra sembrava imminente nel mese di aprile 1939, si trasferì a Stoccolma, in Svezia, dove rimase per un anno. Poi dalla Svezia si mosse in Finlandia dove attese per il suo visto per gli Stati Uniti fino al 3 maggio 1941. Kurt Weil in quel periodo aveva litigato con Brecht ma anch’egli se ne andò, prima a Parigi e poi in USA. Anche T. Mann emigrò e divenne americano, per poi tornar in Europa, a Zurigo.  
Ma la storia difficilmente evita il tocco tragicomico di cui dicevo all’inizio. Nessuno al giorno d’oggi, se non è ferratissimo in storia conosce il sig. Karl Mayr, da non confondersi col senatore Carlo Mayr (Ferrara, 1810 – 1882) che è stato un avvocato e politico italiano di primo piano nel periodo risorgimentale.
 
Il capitano Karl Mayr (1883 – 1945) è stato l'ufficiale di stato maggiore tedesco che fu superiore gerarchico in una unità di "intelligence" nella Reichswehr, negli anni 1919-1920, di Adolf Hitler. Insomma l'uomo che introdusse Hitler alla politica. In seguito divenne esponente socialdemocratico ed oppositore di Hitler. Egli - come Brecht - fuggì, ma in Francia, nel 1933 quando i nazisti salirono al potere, ma dopo la caduta della Francia nel ‘40 venne rintracciato dalla Gestapo, imprigionato ed infine ucciso a Buchenwald nel 1945.

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costantino

diario 17/2/2011

 

Costantino scommise sull'importanza della nuova religione cristiana per rafforzare la coesione culturale e politica dell'impero romano. L’idea fu – sebbene non si capisca su quale base, quel che è stato è stato – aspramente criticata dallo storico illuminista Edward Gibbon, autore di "Declino e Caduta dell' Impero romano" (opera composta tra il 1776 ed il 1788), che dà di Costantino un giudizio estremamente negativo. Per Gibbon al tempo di Costantino: si istituì un poderoso sistema burocatico, coniando cariche sconosciute in antecedenza (magnifico, illustre, conte, duca, ecc.), tali da creare un controllo vessatorio e di spionaggio su tutte le province; i pretoriani erano in numero spropositato ed erano di origine armena, con corazze di argento e d' oro; la capitale trasferita da Roma a Costantinopoli (depredando importanti opere di Fidia ed altri scultori della Grecia classica) accentuò l' emarginazione del Senato romano; la tassazione esorbitante finì per spopolare anche una delle regioni (Campania) più produttive dell' Italia; si accentuò, inoltre, la disgregazione dell' esercito romano, sia con la nomina di barbari al massimo comando militare, sia con la penalizzazione economica dei soldati che salvaguardavano il confine (limes) dalle invasioni. Complessivamente, per Gibbon, neppure Caligola o Nerone fecero più danni all' impero di Costantino.

Le scelte dell'imperatore hanno delle ragioni che purtroppo a non saranno mai chiare, probabilmente c'era un disegno politico non tanto di favorire la supremazia del Cristianesimo come farà successivamente Teodosio alla fine del IV secolo (391), quanto d'evitare che l'Impero fosse disgregato da tensioni religiose tra i culti pagani tradizionali ed il nuovo culto rappresentato dal Cristianesimo.

In questo senso si spiegano sia l'editto imperiale di tolleranza o l'editto di Milano del 313 (conferma rafforzata di un editto di Galerio del 311), sia l'iscrizione sull'arco di Costantino: entrambi citano una generica "divinità", che poteva dunque essere identificata sia con il Dio cristiano, sia con il dio solare. L'ambiguità dell'Editto di Milano, però, è ovvia, dato che esso fu proclamato dal pagano Licinio.

Costantino perseguiva probabilmente il proposito di riavvicinare i culti presenti nell'impero, nel quadro di un non troppo definito "monoteismo imperiale". Le festività religiose più importanti del cristianesimo e della religione solare che è il punto finale del paganesimo romano furono fatte coincidere. Il giorno natale del Sole e del dio Mitra, il 25 dicembre, divenne anche quello della nascita di Gesù. Le statue del dio Sole erano spesso adornate del simbolo della Croce, ma a Costantinopoli furono eretti anche dei templi pagani. Nel 321 fu introdotta la settimana di sette giorni e fu decretato come giorno di riposo il die solis ("il giorno del sole" che corrisponde alla nostra domenica).

La politica di Costantino (indipendentemente dal fatto che essa abbia avuto successo o no) mirava a creare una base salda per il potere imperiale nella stessa religione cristiana, di cui era dunque importantissima l'unità: per questo motivo, pur non essendo battezzato, indisse diversi concili, come "vescovo di quanti sono fuori della chiesa". Il primo fu quello convocato ad Arelate (Concilio di Arles), in Francia nel 314, che confermò una sentenza emessa da una commissione di vescovi a Roma, che aveva condannato l'eresia donatista, intransigente nei confronti di tutti i cristiani che si erano piegati alla persecuzione dioclezianea: in particolare si trattava del rifiuto di riconoscere come vescovo di Cartagine Cipriano, il quale era stato consacrato da un vescovo che aveva consegnato i libri sacri.

Ancora nel 325, convocò a Nicea il primo concilio ecumenico, che lui stesso inaugurò, per risolvere la questione dell'eresia ariana: Ario, un prete alessandrino sosteneva che il Figlio non era della stessa "sostanza" del padre, ma il concilio ne condannò le tesi, proclamando l'omousia, ossia la medesima natura del Padre e del Figlio. Il concilio di Tiro del 335 condannerà tuttavia Atanasio, vescovo di Alessandria, il più accanito oppositore di Ario, soprattutto a causa delle accuse politiche che gli vennero rivolte.

Un ultima considerazione circa la politica di Costantino ed il mio giudizio "indipendentemente dal fatto che essa abbia avuto successo o no" riportato sopra. nell'epoca tardoantica il cristianesimo era una forza eversiva più o meno come un certo islam fondamentalista oggi.

Alla fine il giudizio di Gibbons deve essere accolto: lo stesso Agostino il grande teorico della fede, e delle sue relazioni con la ragione. «Lui è il primo dei Padri che sentì il bisogno di costringere la sua fede a ragionare» si dovette mettere all'opera nell'apologia nota come "La città di Dio" (De civitate Dei contra Paganos, "La città di Dio contro i Pagani"), tra il413 ed il 426, in cui tentava si dare una risposta ai pagani che attribuivano la caduta di Roma (410) all'abolizione del Paganesimo.

Disgraziatamente dopo avere combattuto contro i pagani i cristiani continuarono a combattersi l'un l'altro e con ferocia, nel giro di tre secoli molti popoli cristiani accettarono governati Islamici che almeno non ti sgozzavano per il modo di dire il Padre Nostro. Il progetto costantiniano era fallito in pieno.


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al cinema, io credetti e credo...

diario 8/12/2010

 

"Noi credevamo" racconta solo il Risorgimento di chi è rimasto deluso, deludendo a sua volta.
 “Noi credevamo” di Mario Martone è un film mazziniano. Del resto se andiamo alle origini dell’interpretazione del Risorgimento da parte degli “intellettuali” italiani, la linea di Giuseppe Mazzini ha avuto una fortuna straordinaria, nella sinistra come nella destra, per una semplice ragione: agli occhi del fondatore della Giovane Italia, dell’inflessibile cospiratore, il Risorgimento è stato frutto di un tradimento. Mazzini scrisse nel 1861: «lavorammo, combattemmo e versammo sangue per l’Italia», quando l’Italia si rivelò qualcosa di completamente diverso, lui lo aveva già detto: Cavour (che morì in quell’anno), i suoi successori e la monarchia piemontese fecero altro, di molto meno nobile. Insomma, la contestazione al Risorgimento partì da subito: tradimento e  inganno divennero le chiavi interpretative usate per denunciare la piega sbagliata assunta dall’unità italiana.
Dopo le tre ore di proiezione di “Noi credevamo”, il fil di Mario Martone si prova la stessa sensazione: la sensazione di aver assistito all’ennesima ripetizione di una esplicita, accorata delusione. Eppure il lavoro di Martone è elegante, ben confezionato, intelligente, persino coraggioso. Nel romanzo omonimo di Anna Banti al quale Martone si è ispirato molto liberamente in “Noi credevamo”, il regista napoletano individua l’essenza di una storia che ruota attorno alla dicotomia conquista sabauda/rivoluzione mancata. Il film storico, per sua natura, è sì un’operazione messa in piedi per far rivivere il tempo passato, ma è sempre, immancabilmente, uno sguardo sul presente. Qua sta il busillis, i vizi dell’oggi si radicano nell’atto stesso della fondazione nazionale. Quindi se la nazione è nata su basi sbagliate, tutto il resto è sbagliato, ma il film “Noi credevano” è la premessa,- (inesplicata) – de “La meglio gioventù”, resterebbe solo da colmare il buco del fascismo ed abbiamo un Guerra e Pace peninsulare. Dove il film cade, senza avere idea di come rialzarsi è il non chiedersi perché diavolo siamo così come siamo, in realtà potevamo (possiamo, avremmo potuto) essere migliori? Quale è il nodo, per dirla con Sotenitzin.
 
Quasi come il più recente romanzo di Umberto Eco decine di personaggi storici reali intersecano le loro azioni con tre giovani del Cilento (personaggi di fantasia ma ispirati a persone reali) tutti animati dall’irrefrenabile passione per l’Italia unita. Dei tre personaggi drammatizzati uno è un povero contadino, gli altri due nobili. Su questi ultimi il film sviluppa il racconto: uno prenderà la strada del compromesso (da repubblicano convinto si addomesticherà, come Francesco Crispi, casualmente il mazziniano amato dai monarchici e la bestia nera del film) al disegno monarchico sabaudo; l’altro estremizzerà le sue posizioni, sino ad arrivare al terrorismo.
L’interessante film pone però un’altra questione: il cinema italiano era stato tenuto a battesimo dalla rappresentazione del Risorgimento, il primo film a soggetto è “La presa di Roma” di Filoteo Alberini del 1905 in cui l’apoteosi delle baionette issate sulle canne dei fucili dei bersaglieri in corsa a Porta Pia, si conclude con il ritratto dei padri della Patria: il Re, Garibaldi, Cavour ed appunto Crispi. Il fascismo, in sintonia con la storiografia di Gioacchino Volpe, secondo cui il Risorgimento altro non era che la premessa issata sulle baionette delle camicie rosse conclusa dalle baionette delle camice nere ne aveva dato una lettura estremamente positiva. Il Garibaldi di “1860” (1934) di Alessandro Blasetti ne è la massima riprova. Il film (in origine) si concludeva con un cinegiornale di incontro e amicizia (fatto sparire successivamente) tra garibaldini e fascisti.
Questa rotorica con Luchino Visconti venne ribaltata in un immagine del Risorgimento decadente, vile, trasformista, accomodante, in opere di grande rigore stilistico, “Senso” (1954) e ne “Il Gattopardo” (1963) appunto gattopardesco e che casualmente termina con la morte dl Principe proprio negli stessi giorni in cui i giovani garibaldini vengono fucilati. Poi – per il nostro cinema –  è il nulla. Un paio di tentativi sono “Allonsanfan” e “I Vicerè”, ma questi non hanno un tentativo epico.
 
Il fatto è che i film manca proprio di quelli che sono i elementi filmici, che a volte possono addirittura condurre la fiction soppiantare la realtà nell’immaginario popolare, come ha fatto The Queen, come avrebbe fatto “The Ghost Writer”, non fosse stato troppo esagerato, nella sua teoria complottistica modello wikileaks.
La storia non riesce a regalare quelle emozioni e quei sentimenti che un tempo riuscivamo a far nostri senza problemi, soprattutto per ragioni di racconto. Il regista napoletano forse è troppo interessato a poter rendere cinematografici il suo pensiero e le sue idee, con la conseguenza (oltre a quella che diremo poi) che il film a tratti sa davvero troppo di teatro (di guerra, per usare un po’ di ironia…), che lo stile e i costumi degli attori appartengano invece ai modi più convenzionali delle fiction, o meglio, i fotoromanzi televisivi. È scritto e recitato esattamente all’opposto di come un western, “Noi credevamo” vorebbe far capire a tutti noi perché l'Italia è una democrazia imperfetta, e non ci riesce.
Manca innanzitutto il vecchissimo trucco shakespeariano. “ADAM. Yonder comes my master, your brother./ […] ORLANDO. Marry, sir, I am helping you to mar that which God made, a poor unworthy brother of yours, with idleness.” Una bella parte delle commedie del Bardo si dispiega in gente che si apostrofa, “caro fratello”, “cugino mio”, “dolce madre/nutrice/nonna in carriola”, è forse che mia cugina e tuo fratello non sanno d’essere tuo fratello e mia cugina? No, ma la grandezza del più grande drammaturgo del mondo è di avere ben presente che noi, il suo pubblico, non lo sappiamo.
Per capire con chi abbiamo a che fare, se non siamo accostumati alla iconografia risorgimentale, le tre ore e sbrisga del film non basterebbero.
A differenziarlo dal western, anche italiano, manca la contrapposizione protagonista antagonista: la TV e il linguaggio audiovisivo in genere vivono infatti di evidenza, di prossimità. In Italia si è risolto il quesito con il modello dell’agiografia televisiva. Qua c’è risparmiato il flashback iniziale in cui l’uomo non comune è sul letto di morte e ripensa alla sua vita; ma si supplisce con la scena finale: il supertraditore Crispi, parla nel vuoto davanti ad una pistola impugnata da un fantasma. Questa è la scuola della mini-serialità che permette più agevoli strategie di finanziamento e di programmazione ma i cui esiti espressivi sono spesso molto deludenti. Poi si comprende di come manchi la serialità americana, i Lost, i Dr House. Che ci aiuta a capire la differenza fondamentale tra la piccola agiografia, o la piccola maldicenza, e la grande narrazione. Ed è alla base della deferenza tra “The Queen” o “The Aviator” ed “Il Divo”, “Letters from Jwo Jima” o “Flag of Our Fathers” e “Noi credevamo”.
 
Nell’ultima parte il film inciampa e asseconda fin troppo quella che è ormai la vulgata dominante sul Risorgimento, che poi è una vulgata antiunitaria e antirisorgimentale, secondo la quale quella dei Savoia sarebbe stata una guerra di conquista del Meridione sotto la bandiera ipocrita dell’unità d’Italia, una guerra coloniale che avrebbe assoggettato il Sud fino ad allora fiorente al Nord padrone e dominatore. Anche se Martone e De Cataldo non si mostrano teneri all’inizio con i Borboni, che dipingono senza incertezze come retrivi e fanatici despoti dell’Ancien Régime, alla fine del film si inventano il personaggio dell’industriale tessile impoverito cui mettono in bocca una spiega illuminante: “Prima dell’Unità in Campania avevo una fabbrica di sete, le più belle sete di tutta Europa. Ci lavoravano cento persone. Adesso coi piemontesi è finito tutto, ho dovuto chiudere”. Si stava meglio quando si stava peggio sotto Franceschiello e Sofia? Il duo Martone-De Cataldo resistette a lungo alla tentazione, però poi ci casca.
 
Noi credevamo del resto è film sudista e meridionalista, (ben fianziato dal Piemonte di prima della LEGA) che il Risorgimento lo vede da giù, dall’Italia mediterranea (i personaggi del Nord sono pochissimi e più approssimativi, meno curati degli altri: la milanese patriottarda e cospiratrice Cristina di Belgiojoso, esule a Parigi e finanziatrice e amante di bei carbonari, è ben interpretata dalla vibrante Francesca Inaudi, solo che quando apre bocca e senti quell’accento laziale ai milanesi vien voglia di sparare allo schermo), mentre un tenente copia carbone del Gen. Custer (occhio azzurro, capello biondo, buon sangue nazista) ha un milanese perfetto. Serpeggia in “Noi credevamo” il rimpianto che l’Italia non sia stata unificata partendo da Sud e andando verso Nord. La storia è andata nella direzione contraria e i rimpianti non servono a molto. Naturalmente l’ultimissima parte è tutta dedicata ai massacri fatti dai piemontesi nel Meridione post-unitario con l’alibi (sostiene il film in accordo con certa storiografia) della guerra al brigantaggio. Il film si cosparge di cadaveri disseminati ovunque, tra i ruderi delle case bruciate, nei letti dei torrenti, nelle gole tra i monti: location di grande suggestione, tra le cose più centrate del film, che ci restituiscono dell’Italia meridionale un’immagine cupa, ombrosa, introversa, fantasmatica, stregonesca, poco solare e poco mediterranea. Ora, io non sto a entrare nella controversia se l’Unità d’Italia sia stata un vantaggio per il Sud oppure una sciagura, come ormai la gran parte dei meridionali e molti intellettuali sembrano pensare. Dico solo che sarebbe stato meglio non farla sebbene non aderisca al revisionismo antirisorgimentale e criptoborbonico (non nuovo, peraltro: chi ha un’età si ricorderà il libro “Proletari senza rivoluzione” di Renzo Del Carria, il film “Bronte”, la canzone Pontelandolfo degli Stormy Six che erano tutto un “maledetti piemontesi”) mi pare l’ennesimo travestimento della retorica meridionalista, di quella cultura del lamento che al Sud non ha mai portato bene.
Scompaiono nel film, appunto per l’impianto agiografico, le intenzioni che furono impossibilitate a realizzarsi. Ed i motivi per cui tale realizzazione non si ebbe: alla fine per uno spettatore del nord il film riesce ad essere di propaganda leghista: “il grande sbaglio di Garibaldi…”.
 
 

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le cause della rivoluzione francese

diario 23/11/2010

La “Rivoluzione francese” è la successione di avvenimenti politici e sociali svoltisi in Francia tra il 1789 e il 1799, che ebbero come conseguenze principali la caduta della monarchia, il crollo dell'Ancien régime e l'istituzione della repubblica. 

L'Ancien Régime (pronuncia francese: [?sj? ?e?im], vecchio regime) si riferisce principalmente al sistema aristocratico, sociale e politico istituito in Francia dal XV al XVIII secolo sotto l e dinastie Valois e Borbone. Le strutture amministrative e sociali dell'Ancien Régime erano il risultato di anni di costruzione dello Stato, gli atti legislativi (come l'ordinanza di Villers-Cotterêts), conflitti interni e guerre civili, ma sono rimasti un coacervo confuso di privilegi e autonomie locali fino a quando la Rivoluzione francese portò ad una soppressione radicale di queste forme d’incoerenza amministrativa (si veda il problema delle unità di misura).
 
Il termine iniziò ad essere usato durante la Rivoluzione francese, ma si generalizzò, soprattutto in ambito letterario, grazie a Alexis de Tocqueville, autore del saggio “L'Ancien régime et la révolution”. Nel testo viene indicato che «la rivoluzione francese ha battezzato ciò che ha abolito» (in francese: «la Révolution française a baptisé ce qu'elle a aboli»). Tocqueville conferì al concetto un vago sapore di contrapposizione fra l'Ancien régime e il periodo medievale, che venne generalmente accettata dalla storiografia del XIX e della prima metà del XX secolo e che è stata ampiamente discussa dagli storici posteriori (e, in particolare, da François Furet), secondo il punto di vista dei "reazionari" – i nemici della rivoluzione, il termine di Ancien Régime fu rivendicato con una punta di nostalgia, seguendo il topico letterario del "paradiso perduto" o di «qualsiasi tempo passato fu il migliore» che richiama alla nostra memoria Jorge Manrique. Talleyrand arrivò persino ad asserire che «coloro che non hanno conosciuto l'Ancien régime non potranno mai sapere cos'era la dolcezza della vita» (in francese: «ceux qui n'ont pas connu l'Ancien Régime ne pourront jamais savoir ce qu'était la douceur de vivre»).
 
Le cause della rivoluzione furono molteplici: qualcuno privilegia una lettura squisitamente economica, altri preferiscono una lettura culturale. La verità sta a mio avviso non nel mezzo, ma più sul lato culturale: si vedano a proposito le considerazione di lord Clarke sulla decadenza del mondo antico.
Crisi e conflitti si manifestarono con intensità crescente negli anni che precedettero il 1789, riconducibili innanzitutto alla debolezza e all'incoerenza del sistema istituzionale ed all'organizzazione fiscale dello stato, fonte di iniquità che l'opinione pubblica denunciava, ma che la monarchia non era in grado di riformare. La crisi era anche legata alla politica militarista della monarchia.
 
Attorno al 1780 la situazione economica manifestò gravi problemi, derivanti principalmente dalla crisi finanziaria in cui si dibatteva lo stato. La crisi finanziaria in cui si dibatteva la Francia precipitò con l'avvento al trono del re Luigi XVI (1774). Luigi XVI, come il predecessore, Luigi XV, non rimasero insensibili alla diffusione delle nuove idee ed al blocco delle istituzioni, ma non ebbero l'autorità del loro predecessore Luigi XIV per imporre alla classe dei privilegiati i cambiamenti necessari.
La soluzione di questa crisi fu affidata ai ministri delle finanze tra i quali spiccano le proposte risanatrici fatte da Turgot, che voleva abolire i privilegi feudali e promuovere un'imposta fondiaria valida anche per la nobiltà e il clero; e quella del ministro Necker, che presentò un progetto di riforma fiscale, in cui si prevedeva l'applicazione di un'imposta a tutti i proprietari terrieri, senza distinzione di classe. Ma la proposta di introdurre una imposta generale sulla proprietà fondiaria, sollevò l'opposizione di nobiltà e clero, che rifiutarono l'imposta e chiesero la convocazione dell'Assemblea degli Stati Generali (assemblea formata da rappresentanti del clero, della nobiltà e del Terzo Stato), come unico organo competente a stabilire nuove forme di tassazione, che non si riunivano dal 1614.
 
Luigi XV e Luigi XVI, avevano tentato alcune riforme, quale la riforma giudiziaria del cancelliere de Maupeou, decisa alla fine del regno di Luigi XV, fu abbandonata da Luigi XVI che cedette davanti al Parlamento ed anche tentato di riformare il fisco, una riforma fiscale, necessaria per risanare il bilancio statale che era fortemente deficitario. All'inizio del secolo XVIII, la principale imposta diretta, la «taglia», pesava soltanto sui non privilegiati. La preoccupazione del re fu, quindi, di aumentare le entrate fiscali. Vennero aggiunte alle precedenti delle nuove imposte gravanti su tutti, qualunque fosse il loro ordine: la capitazione, che dal 1701 venne applicata su tutte le teste, ma in proporzione pesava soprattutto sui non privilegiati; il «ventesimo», che assoggettava tutti i redditi (in teoria 1/20 del reddito, ma i nobili ed il clero la compensarono pagandola una volta per tutte ed in seguito furono esentati). Le nuove imposte non furono in grado di contrastare il deficit ed il debito pubblico aumentò per tutto il XVIII secolo. Brienne tentò di far approvare le riforme proposte da Calonne, ma queste incontrarono nuovamente una forte opposizione, soprattutto dal Parlamento di Parigi (un organo giudiziario con funzioni di controllo sulla legittimità degli atti, ma senza funzioni politiche). Brienne tentò di proseguire con la riforma tributaria nonostante i parlamenti, ma questo provocò una massiccia resistenza dei gruppi benestanti che sfociò nel ritiro dei prestiti di breve durata. In quel momento, questi prestiti davano ossigeno e vita all'economia dello stato francese, per cui si creò una situazione di bancarotta nazionale, nonostante la Francia fosse un paese con un'economia in espansione, poiché aveva una struttura sociale conflittuale ed uno stato monarchico in crisi. Di fatto si può parlare di una crisi dell'Antico regime in tutta l'Europa Occidentale, ma la forma in cui questa crisi si manifestò nello stato francese e l'esistenza all'interno del Terzo stato di una borghesia che aveva acquisito coscienza del suo potere, spiegano come si poté realizzare in Francia una rivoluzione con conseguenze notevolmente superiori a quelle prodotte dagli altri sollevamenti dell'epoca negli altri Paesi.
 
Alexis de Tocqueville è probabilmente l’autore che ha meglio descritto il fenomeno nel suo già richiamato “L'Ancien Régime et la Révolution” (Il vecchio regime e la Rivoluzione) che per la sua data di pubblicazione, 1856 è ancora molto vicino ai fatti ed alle idee del momento storico di cui tratta.

Questo libro si concentra esclusivamente sulla società francese alla vigilia della Rivoluzione. Essa getta nuova luce su questo periodo ha visto la rivoluzione non come un fallimento ma come il culmine di un processo iniziato secoli prima e il cui completamento è stato centralizzato. Non per nulla le richieste degli “sconfitti” della rivoluzione saranno per tutto il secolo XIX e XX il decentramento regionale – puoi controllare su “Il socialismo degli imbecilli” di Battini che è molto interessante fino a 50 pagine dalla fine quando diviene incomprensibile. Scrittori anti-illuministi, come Bonald, cattolici intransigenti, come Drumont, condirono il localismo, con l’attacco allo Stato di diritto e, individuando negli ebrei coloro che hanno tratto vantaggio dall’avvento delle libertà moderne, una buona dose d’antisemitismo, spacciato come anticapitalismo che con Toussenel e Proudhon si diffuse anche in alcuni settori del movimento operaio europeo e, negli ultimi decenni del XIX secolo, con la depressione economica, venne rilanciato con enorme fortuna, soprattutto in Francia. Per Toqueville. Al contrario, la rivoluzione è stato anti-religiosa in Francia solo per motivi specifici, perché, come ha dimostrato “La Democrazia in America”, non vi è contrapposizione di base tra religione e democrazia: la lotta contro la Chiesa era soprattutto la lotta contro l'entità politica. Così, la lotta contro i preti era contro i proprietari, i signori e amministratori. La Rivoluzione francese non è assolutamente un evento fortuito, anche se ha preso il mondo di sorpresa. "Se non fosse avvenuto, la vecchia struttura sociale sarebbe comunque caduto qui in precedenza, poi, solo lui avrebbe continuato a cadere a pezzi, invece di crollare improvvisamente. "La rivoluzione non è un incidente, è una conseguenza di quello che lo precede. Una analisi dei “cahiers de doléances” (elenchi di lamentele) mostra tutte le richieste messe insieme davvero chiedere la distruzione del regime. Lo studio mostra la fase di contraddizione interna che era arrivata la società feudale in Francia.

Il primo capitolo del libro si concentra sulla seguente paradosso: mentre la Francia era il paese più avanzato politicamente, quello che ha vissuto la rivoluzione prima grande sfida l'ordine sociale. Ed è proprio perché il pareggio stava iniziando ad emergere, che la rivalità tra borghesi e nobili divenne insostenibile (soprattutto da quando Luigi XIV e la sua corte, la nobiltà, s’era disconnesso dalla realtà della Francia). La rottura è incentrata più sul fatto che la nobiltà non svolge più il suo compito di difendere il regno. Le barriere della società feudale venne quindi in contraddizione con la parificazione delle condizioni di vita. Questa equiparazione è stata resa ancora più forte dal fatto che la monarchia assoluta aveva cancellato le particolarità locali. La divisione in livelli della società appariva, così, arcaica. E la nobiltà francese, a differenza della lingua inglese non è riuscita a riformare se stessa, a entrare in contatto con la piccola azienda: così “la nobiltà francese ostinatamente restare lontano da altre classi [...] La borghesia con cui avevano tanto temuto per confondere, piuttosto arricchita e illuminata dalla loro parte, senza di loro e contro di loro e loro non volevano avere i cittadini come partner, non come cittadini, che li troverà come avversari, nemici presto, e infine maestri.” In tal modo è la prosperità che accelera la rivoluzione.

I seguenti sei capitoli concentrarsi sul secondo paradosso della rivoluzione: la centralizzazione che era il suo orgoglio è in realtà un lascito dell'antico regime. La rivoluzione che ha distrutto parte delle istituzioni dell'ancien régime, ha ripreso e intensificato la centralizzazione è un fatto naturale della democrazia (ci sia consentito di dissentire). La centralizzazione è "solo una parte della costituzione dell'ancien regime che è sopravvissuto alla Rivoluzione"


 
 

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ciapa sù

diario 26/8/2010

Se qualcuno avesse voluto immaginare un «contrappasso» per Adolf Hitler, nello sconosciuto girone infernale in cui si trova - sempre che non abbia ragione quel papa che sosteneva che l'inferno è vuoto, non ne avrebbe potuto trovare uno più crudele. Per lui, ovviamente. Nemmeno Dante ebbe tale cattiveria.

Lo dimostrerebbe l’analisi del Dna. Ad indagare sono stati due belgi, il giornalista Jean-Paul Mulders e lo storico Marc Vermeeren che, con somma pazienza hanno rintracciato ben 39 discendenti di Hitler (cosa non facile dato che tutti costoro cercano in ogni modo di nascondere l’imbarazzante parentela) dai quali hanno ottenuto altrettanti campioni di saliva. Rigorose analisi di laboratorio - citando una fonte belga lo riporta il Daily Telegraph (che non è nuovo a notizie sull'ex cancelliere che sono disturbanti) - avrebbero rintracciato il cromosoma Aplogruppo Eib 1b1, rarissimo fra gli occidentali e comune invece fra gli ebrei ashkenaziti e sefarditi, nonché fra i berberi del Marocco, dell’Algeria e della Tunisia. Altro che "pura razza ariana": ebreo e pure nordafricano, i risultati pare abbiano ottenuto l’avallo della prestigiosa Università Cattolica di Lovanio.


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dove c'è la miglio pappa del mondo

diario 23/8/2010

Curiosità: Emilia-Romagna? Mi dite quale parte di questa regione italiana definiamo Emilia e quale parte definiamo Romagna? Perché sono state unite in un'unica regione?

 
Le regioni d’Italia hanno una storia lunghissima: 2003 anni.
L’imperatore Ottaviano Augusto completò la conquista dell'Italia quando riuscì a sottomettere tutte le 46 popolazioni della penisola italiana, sottomettendo in un arco di tempo compreso tra il 25 a.C. e il 6 a.C. le popolazioni alpine tra cui Salassi, Reti e Vindelici. Nel 7 d.C. divise l'Italia (Sicilia e Sardegna erano già a parte, credo)in undici regioni:
* Regio I Latium et Campania
* Regio II Apulia et Calabria
* Regio III Lucania et Bruttii
* Regio IV Samnium
* Regio V Picenum
* Regio VI Umbria (et ager Gallicus)
* Regio VII Etruria
* Regio VIII Aemilia
* Regio IX Liguria
* Regio X Venetia et Histria
* Regio XI Transpadana.
 
 
La popolazione dell'Italia di Augusto può essere stimata sui 10 milioni di abitanti circa, di cui almeno 3 milioni erano schiavi. Se teniamo presente che l’Italia aveva circa 26 milioni di abitanti nel 1861, 42 nel 1936 e 60 oggi ci rendiamo conto che il paese è stato nonostante invasioni barbariche, guerre, dominazioni straniere e quant’altro molto stabile. E non sorprende che le divisioni amministrative Augustee siano ancora oggi riconoscibili nella geografia italiana (anzi a io avviso - e non solo mio - più sensate).
L’Emilia prese il nome dalla Via Emilia, strada fatta costruire dal console romano Emilio Lepido per collegare tra di loro le città di Rimini e Piacenza (ci misero tre anni! adesso ne occorrerebbero 35).
Il termine Romagna è molto più tardo e deriva dal tardo-latino Romània; risale al VI secolo d.C., quando l'Italia fu divisa in Longobardica e Romana, cioè soggetta ai Longobardi e all'Impero Romano d'Oriente. "Romània" assunse quindi il significato generico di "mondo romano" (in opposizione a quello barbarico-longobardo). Con la creazione dell'Esarcato d'Italia (566), il termine assunse poi un'accezione geograficamente determinata, indicando la parte della penisola rimasta erede dell'Impero romano, attorno a Ravenna, la Romagna non è solo quella che ora viene associata all’Emilia nella regione, c’è anche la Romagna tocana (in gran parte tornata negli anni ’20 unita la resto), l’Urbinate e forse un po’ di Umbria.
 
Il territorio italiano ebbe poi tutta una serie di vicende che sarebbe compito della skqwuola insegnare (kqw volontarie) e non è il caso di ricapitolare ora, e 10 anni fa si ritornò ad una Italia unita, Marco Minghetti presentando nella tornata del 13 marzo 1861 al Parlamento il disegno di legge col titolo ripartizione del regno ed autorità governative, disse tra l’altro: ”L’ordinamento del regno deve avere per base la ripartizione territoriale. il comune è la prima e più semplice associazione di famiglie aventi interessi intimi e quotidiani fra loro: esso deve liberamente amministrarsi, salvo quella vigilanza che nella legge relativa sarà indicata. Se v’è in Europa paese dove la provincia formi un ente spiccato e quasi necessario, o per ragione geografica o per ragione storica, esso è veramente l’Italia.” Le regioni attuali, in gran parte continuano ad avere la forma che furono date loro in quella sede.
 
Il progetto Minghetti poi avrebbe dovuto essere completato con una forma di decentramento ma il tutto cadde, siccome è una storia lunga rimando ad un post precedente.

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Modelli politici per l'Italia unita (1861)?

diario 11/8/2010

Il 10 agosto 2010 il primo editoriale del Corriere della Sera è affidato a Ernesto Galli Della Loggia. Il professore sostiene che in Italia abbiamo dimenticato Cavour — di cui ricorreva il duecentesimo anniversario della nascita, che nessuno si occupa del nostro padre della patria, che dovremmo avere nostalgia di Cavour. La stessa cosa, qualche tempo fa, scrisse sulla Stampa Mario Calabresi.
E chi è stato il primo “leghista”, secondo voi? Lo so sono uno che la prende alla larga ma la realtà è semplicemente annodata!
 
La “Lega”, a livello teorico (evito il termine ideologico perché in Marx ha un senso spregiativo), era già una necessità nell'Ottocento: Tocqueville e Proudhon, pur partendo da idee completamente diverse, arrivarono alla stessa idea di… federalismo in una Francia di inizio ‘800 era ebbra di rivoluzione, neofita di democrazia, esaltata dal nuovo e alla ricerca disperata di stabilità politica. Ho trovato questo pezzo e non ho saputo resistere alla tentazione di copiarlo, aggiungere un paio di commenti: l’originale è qua. Il post nella sua formazione aveva mosso dei ricordi confusi nella parte della mente dove le vecchie idee stanno a prendere polvere. Da qualche parte ho letto (mi diceva una vocina dal buio) che l’adozione del modello provinciale (alla francese per intenderci) come organizzazione dl regno avvenne a causa del brigantaggio e degli altri problemi post unitari (sopratutto nelle aree ex borboniche) che fecero preferire un “governo forte”, questa idea soppiantò quella dei liberali che avrebbero favorito un sistema più decentrato. Oggi per fortuna ci sono aree di internet dove puoi fare domande ed allora ho chiesto: “Qualcuno ha dei dai di fatto, dei testi od una bibliografia attendibile”? “A suo tempo (risponde C@rol) ho studiato su testi attendibili. Rammenti bene, quello che hai letto”. Una parte del post che state leggendo è – piccolissime differenze introdotte per motivi estetici – la sua risposta, cui seguono, edite da me secondo un gusto personale, altre cose che ho trovato pertinenti.
 
 
Purtroppo i due teorici della politica francese sopraccennati non ebbero successo nelle loro idee, il loro paese restò unitario, ebbe il Secondo Impero, la Terza Repubblica, e solo De Gaulle – con la Quinta iniziò un processo di decentramento, più limitato di quello italiano: le Regioni francesi, infatti, non hanno autonomia legislativa, né possono emettere regolamenti e statuti. Esistono, di tanto in tanto, discussioni circa l'attribuzione di una limitata autonomia legislativa alle regioni, ma tali proposte sono sempre controverse. Al momento la loro maggiore visibilità è far apparire il loro emblema sulle nuove targhe delle auto, sopra il numero del dipartimento.
Possono però applicare tasse (o meglio, il governo nazionale restituisce loro una porzione delle tasse che raccolgono) e dispongono di un budget, anche se non considerevole. La loro principale funzione legale è quella di costruire le scuole superiori e pagarne le attrezzature. Oltre a ciò, le regioni hanno un considerevole potere discrezionale sulle spese per le infrastrutture (educazione, trasporti pubblici, aiuti all'università e alla ricerca, supporto alle imprese). A causa di questo, essere presidente di una regione benestante, come l'Île-de-France o la Provenza-Alpi-Costa Azzurra viene ritenuta una posizione di alto profilo.
 
Non importava che Alexis de Tocqueville (Parigi, 29 luglio 1805 – Cannes, 16 aprile 1859) fosse un aristocratico che aveva visto l’America mentre Pierre-Joseph Proudhon (Besançon, 15 January 1809 –Passy, 19 January 1865, l’ideatore della frase “la proprietà è furto”) avesse dovuto fare l’operaio in una tipografia per sostenere le economie del padre bottaio e continuare a studiare. I due filosofi, dopo mezzo secolo di vite e idee ben diverse, arrivarono alla stessa conclusione: il federalismo era l’esaltazione politica della Democrazia e la risposta istituzionale di cui la Francia aveva bisogno.
 
Nell’Assemblea Nazionale del 1848 il Conte Alexis Tocqueville era un membro del “partito dell’Ordine”, il filosofo di Besançon rappresentava, invece, posizioni molto più rivoluzionarie di tutta l’estrema sinistra di cui faceva parte. Eppure i due, che personalmente non si conoscevano, si sarebbero anche potuti piacere. A ossessionarli era la stessa questione: la ricerca di un modello di Democrazia ideale, che in Tocqueville significava un contrappeso di libertà individuale ad un’uguaglianza meschinamente conformista, in Proudhon coincideva con un equilibrio tra egalitarismo e giustizia sociale. Erano entrambi pragmatici, attratti dalla libertà e terrorizzati dal giacobinismo che in quegli anni in nome della democrazia assolutizzava le idee e scalpitava per centralizzare lo Stato. Dopo che l’uno aveva vissuto negli Stati Uniti e l’altro aveva osservato l’efficienza dei sistemi politici del Belgio (da poco separato dall’Olanda) e della Svizzera, si convinsero infine che la decentralizzazione avrebbe combattuto lo statalismo, dato un ordine nuovo alla Francia e risolto nella pratica la causa principale delle loro speculazioni.
 
È normale però che, considerate le loro rispettive esperienze e origini familiari, le premesse da cui partirono per arrivare al federalismo fossero parallele e diverse (con una sorprendente convergenza finale). Innanzitutto, ciò che interessava il sociologo Tocqueville era l’azione individuale, l’homo faber, l’uomo che si relazionava con i suoi simili mantenendo la sua innata liberté d’esprit.
Al contrario, per Proudhon il singolo individuo era prodotto della società contingente. Per un proletario istruito come lui, il rapporto tra classi sociali era tutto, la liquidazione del capitalismo necessaria.
L’aristocratico Alexis era terrorizzato dalla democrazia nel suo amalgamare il popolo (ai suoi occhi basso volgo) con ceti, nelle sue parole, “sufficientemente illuminati”. Proudhon aveva invece da anarchico sempre lottato proprio per questo. Figlio di una cuoca, si era pagato gli studi e non poteva accettare, avendola vissuta, l’ingiustizia della povertà.
 
Tocqueville temeva lo slancio giacobino dell’epoca perché lo considerava antirazionale, filosofia pura e inutile, causa di due disastrose conseguenze sociali. La prima avrebbe portato l’uomo democratico imbevuto di Idee generali e di rivendicata quanto estrema Uguaglianza a credere di stare seguendo la sua ragione e a finire per uniformarsi ciecamente alle trite opinioni dei più.
In secondo luogo, l’alimentarsi di principi, lezioni ideali, belle parole, avrebbe reso la realtà, la concretezza dell’amministrazione della res publica, cosa misera. Ognuno sarebbe stato travolto dall’autocompiacimento di detenere la Verità assoluta senza più bisogno di interessarsi ad altri. Inoltre, e soprattutto, l’uguaglianza avrebbe soppresso l’identità di classe, che pur nei suoi difetti, aveva permesso di riconoscersi in qualcosa e di individuare problemi comuni per cui mobilitarsi. In sintesi, l’uomo democratico, nella sua forma degenerativa, avrebbe ucciso il cittadino.
 
La preoccupazione di Tocqueville, più che morale, era concreta (la Revolution, Napoleone erano da poco passati). Era certo che la morte del civismo, la volontà di essere forzatamente Uguali, il trionfo della neutra opinione della maggioranza, avrebbe portato al suicidio della Libertà (casualmente il titolo di un libo che sto leggendo) e, politicamente, al dispotismo. Se si voleva la democrazia bisognava preservare l’innata libertà umana, unica passione capace di rivelare desideri intimi, di motivare un’azione razionale e costruttiva, di iniettare l’interesse per la res publica e indurre quindi alla partecipazione politica. Per riuscirci e opporsi all’accentramento egualitario, servivano dei contropoteri e delle istituzioni decentrate. Tocqueville non nominò mai la parola federalismo, ma di federalismo si trattava, e due erano le virtù del sistema. Decentralizzazione significava sia autonomia e protezione del singolo dal potere centrale, sia gestione condivisa di questioni locali che facevano coincidere l’interesse personale con quello comune, e avrebbero quindi portato il singolo a impegnarsi politicamente. Tocqueville non arrivò mai a chiedersi precisamente in che maniera, a livello di competenze e istituzioni, questo federalismo si sarebbe attuato.
 
Proudhon aveva elaborato idee più tecniche e sistematiche al riguardo, negli ultimi quindici anni della sua vita si occupò quasi solo di questo. Le riflessioni del filosofo di Besançon erano inizialmente economiche, incentrate sul concetto di proprietà.
Voleva la rivoluzione proletaria, ma detestava essere preso per un comunista (non per nulla fu “riabilitato” da Craxi). Era convinto che il monopolio statale dei mezzi di produzione portasse a una situazione paradossale, in cui la lotta contro la proprietà privata si risolveva in un semplice cambio di proprietario senza modificare la sostanza del problema (70 anni di “socialismo reale” si incaricarono di dargli ragione). Per una democrazia che fosse anche giusta, non capitalista ma nemmeno giacobina, la strada era quindi da cercare altrove.
Come prima cosa bisognava regolare i rapporti economici fondandoli su un contratto sociale garantista. Un patto non rousseauniano, perché formato da una volontà comune manifestata in vari atti avente lo scopo di assicurare il massimo margine di autonomia possibile a tutti i contraenti.
In pratica, Proudhon immaginava una repubblica di produttori esclusivamente proprietari di ciò che potevano far fruttare, organizzati in famiglie industriali e corporazioni protette da diritto e mutualità.
 
Per quanto questa visione si fondasse su basi anarchiche, il salto politico che lo fece diventare negli anni ’40 un fautore del federalismo fu coerente. “Anarchia” era per lui preservazione della libertà individuale, e lo stesso principio autonomistico si rifletteva nella necessità di istituzioni decentralizzate. Lasciando all’uomo libera iniziativa, “l’Ordine” si sarebbe creato grazie all’organizzazione spontanea di associazioni politiche ed economiche. Il federalismo di Proudhon fu nuovo perché integrale, applicato a ogni aspetto della società. Fabbriche autogestite e politica locale contrapposte all’accentramento. Il suo progetto era anche qualcosa di più: era mondiale, unico per tutte le Nazioni; e la Francia post rivoluzionaria era per lui la guida predestinata di questa rivoluzione universale.
Come abbiamo detto sopra Marianna non divenne federale, e i Savoia appena poterono applicarono il sistema francese al neonato regno (l’idea di dotarla di istituzioni all’inglese morì praticamente con Cavour – come si ricorderà sotto).
 
Grazie a un sistema federale l’accentramento politico si scongiurava, la Libertà era salva, l’uomo di Tocqueville avrebbe potuto esaltare la sua individualità immergendosi, non scomparendo, in una società proudhoniana senza ingiustizie. In sostanza il federalismo, promosso da individui pensanti, era necessario e bipartisan già due secoli fa.
 
Se Cavour fosse morto qualche anno più tardi (invece del 6 giugno 1861) la storia, forse, sarebbe stata diversa, la sua prematura morte (51 anni), invece, provocò una incolmabile frattura nella continuità della politica che aveva orientato l'opera di unificazione nazionale. Sulla base di un avversione verso moderatismo e liberalismo in pratica tutte le culture politiche dell’Italia del Novecento (dal fascismo all’azionismo, dal cattolicesimo al socialismo, al comunismo gramsciano e extraparlamentare) sono nate da una critica più o meno radicale al Risorgimento, e in particolare proprio alla soluzione cavouriana di esso. Della loggia, che abbiamo richiamato sopra aggiunge anche il leghismo, io non cedo. Il momento (al omento della morte di Cavour) era dei più difficili nella vita dello stato appena formato (uniformare le leggi, il sistema fiscale, la organizzazione amministrativa di regioni che avevano costumi, tradizioni, mentalità diverse, oltre che una sviluppo economico differente), in particolare la delicatissima questione dell' impianto del nuovo stato: la cosiddetta questione istituzionale. Problema difficilissimo per le difficoltà stridenti tra regione e regione e, soprattutto, la situazione che si era venuta a creare nel mezzogiorno.
Cavour stesso aveva riconosciuto l' esigenza che (nel quadro di una grande e forte nazione), trovassero spazio le autonomie, ma tale progetto (il famoso progetto Minghetti che aveva disegnato le grandi linee di uno stato decentrato sull' esempio britannico e che Ricasoli decise di sacrificare per paura che si frantumasse l' unità appena raggiunta. Fu accolta, pertanto, la proposta di estendere a tutto il regno la legge amministrativa piemontese del 1859, lo statuto piemontese del 1848 divenne nel 1861 la legge costituzionale italiana ( in sintesi 59 province, rette da prefetto che rappresentava il governo centrale, province divise in circondari e circondari in comuni. Prefetto, sottoprefetto e sindaci nominati dal centro). Così l'accentramento che per Cavour era stata una linea adottata temporaneamente per l'urgenza delle circostanze divenne sistema stabile di organizzazione. Le premesse di questo accentramento erano implicite nel modo stesso in cui si era giunti all'unificazione del paese, con le successive annessioni. Decisive a questo proposito erano state alcune legge varate tra il giugno 1859 ed il gennaio 1860, in particolare la legge Casati che stabiliva il principio dell' istruzione elementare obbligatoria (ne dava l' attuazione ai comuni), la legge Rattazzi che poneva i comuni e le province sotto il controllo rispettivamente dei sindaci, di nomina regia e dei prefetti rappresentanti del potere esecutivo.
 
Il “regionalismo” in Italia trova le sue remote origini nel movimento federalista, che, agli albori del risorgimento, ebbe come suoi fautori il Gioberti, il Cattaneo ed il Ferrari.
Prevalso l’indirizzo unitario, l’idea federale cede il posto ad una tendenza favorevole ad un largo regionalismo amministrativo, che fa capo al Farini ed al Minghetti e che si traduce nella presentazione alla Camera del progetto Minghetti del 13 marzo 1861. Ma il progetto venne respinto dalle assemblee legislative per il pericolo che esso poteva presentare per la ancora gracile unità italiana, tanto faticosamente ottenuta.
Tuttavia l'idea regionalista continuò ad essere propugnata da insigni studiosi e pensatori, anche se da una parte della dottrina si mettevano in evidenza i suoi inconvenienti ovvero la sua scarsa utilità ai fini di una migliore struttura amministrativa dello Stato.
Dopo la prima guerra mondiale, il regionalismo viene energicamente sostenuto dal partito popolare, che fa dell'istituzione della regione uno dei principali punti del suo programma. A ciò contribuisce l'opera appassionata del segretario del partito, don Luigi Sturzo, il quale propugna il regionalismo anche come mezzo per l'elevazione del Mezzogiorno e delle isole. Ma il movimento a favore delle autonomie locali venne completamente soffocato dal fascismo, che (arrivato al potere) si manifestò decisamente ostile ad ogni tendenza decentratrice che il Mussolini fascista “ante Marcia” aveva sostenuto lui stesso (per chi avesse dubbi basta consultare la monumentale biografia di De Felice).
La esigenza regionalistica è divenuta maggiormente pressante ed attuale nel recente dopoguerra, sia come reazione all'esasperato accentramento attuato dal fascismo, sia come antidoto contro le tendenze centrifughe, che si erano manifestate nelle regioni alloglotte (Valle d'Aosta ed Alto Adige) e nelle isole (Sicilia, Sardegna).
Alla Costituente, fra la tendenza estrema che voleva attuare un vero e proprio federalismo (all’epoca la DC) e la tendenza fautrice di un semplice decentramento amministrativo (il PCI), è prevalsa la tesi intermedia favorevole al regionalismo. Arrivati al potere i democristiani dimenticarono le regioni ed i comunisti – all’opposizione eterna – iniziarono a diventare regionalisti.
 
Mentre l’attività del Comitato dei garanti per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia si consuma sterilmente tra mugugni, battibecchi, minacce di dimissioni, pare proprio che il compito di ricordare degnamente questo evento resti affidato all’iniziativa di qualche valido studioso e di qualche editore coraggioso. Così accade con la biografia di Cavour di Adriano Viarengo, in uscita in questi giorni presso l’editore Salerno (pp. 568, € 28,00), nella quale l’autore ha saputo ricostruire la carriera pubblica del maggiore protagonista del Risorgimento, mai dimenticando di mettere in evidenza le tensioni familiari, il temperamento autoritario, la tenace aspirazione al cambiamento, ma anche le fragilità umane e le incertezze di questo personaggio. Senza cedere alla tentazione di ingessare Cavour nella «galleria dei busti» della nostra storia patria, Viarengo ha creato un ritratto esemplare che ripercorre la storia umana del latifondista di Grinzane, sospesa tra «vizi privati e pubbliche virtù», dando posto alle accalorate discussioni con i contadini delle sue terre, alla sua attività di intellettuale europeo, all’agitata vita sentimentale, ai flirts con le dame l’aristocrazia piemontese, all’impetuosa passione per una nobildonna genovese, all’«affettuosa amicizia» che lo legò a un’intellettuale francese e a una attrice italiana.
 
Eguale attenzione dedica Viarengo all’analisi del progetto politico dello statista sabaudo che seppe dare sostanza al nostro processo di formazione nazionale, puntando sulle forze di quell’«Italia moderata», che, nel futuro prossimo e lontano, avrebbe saputo superare le difficili sfide interne e internazionali con gli uomini della Destra storica, uscire dalla difficilissima crisi della fine del secolo XIX, grazie a Giolitti, rialzarsi dalla disastrosa sconfitta della seconda guerra mondiale in virtù dell’azione di Alcide De Gasperi. Era a questa «Italia di centro» che Cavour guardava con lungimiranza, quando già nel 1846 affermava che «nel nostro paese una rivoluzione democratica (un termine che nel linguaggio di allora equivaleva all’attuale “proletaria”) non avrebbe nessuna probabilità di successo, dato che il partito favorevole alle novità politiche non riscuote alcuna simpatia nelle masse, mentre la sua forza risiede nelle classi medie così interessate al mantenimento dell’ordine sociale da rifiutare con fermezza le dottrine sovversive di Mazzini e di altri agitatori».
 
Da questo punto di vista è certamente possibile dire, rovesciando il senso di una famosa frase di Massimo d’Azeglio, che se Cavour «fece gli Italiani», il più grave problema da affrontare restava per lui quello di «fare l’Italia» e cioè quello di creare un modello di Stato, capace di unire e non semplicemente di unificare popolazioni divise da realtà storiche, politiche, culturali, produttive. L’Italia sarebbe stata una «corbelleria», sosteneva Cavour, senza realizzare questa unione dal basso e se ad essa si fosse voluto dare corpo sovrapponendo al tessuto policentrico della Penisola le normative statali piemontesi o procedendo ad una centralizzazione autoritaria di tipo bonapartista.
 
Questa profonda intuizione, che il volume di Viarengo tende però a sottovalutare, spiega perché Cavour, alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia del 17 marzo 1861, conferì mandato al ministro degli Interni Marco Minghetti di elaborare un progetto di riordino amministrativo ispirato ad un ampio decentramento. Su questa linea, Minghetti elaborò un’articolata proposta, tendente a conciliare le esigenze del nuovo Stato con le esperienze e le tradizioni di governo locali. Il ministro ipotizzava sei grandi unità territoriali (delle vere e proprie macro-Regioni) da costituire come corpi intermedi tra centro e periferia. Queste aggregazioni avrebbero riunito, sulla base di un consorzio di carattere volontario e permanente, le province affini per vicinanza territoriale, per storia, per interessi, per modelli culturali (per pura nota storica: in sede di attuazione del dettato costituzionale regionale il PLI di Malagodi tentò di riproporre l’idea). Grazie alla dislocazione amministrativa, le Regioni avrebbero introdotto con gradualità e senza forzature gli ordinamenti dello Stato unitario con l’obiettivo di armonizzarli con le antiche prerogative dei territori e delle comunità. Minghetti proponeva dunque un disegno realmente innovativo, del tutto inedito nel contesto europeo, che si basava sull’idea di uno «Stato minimo» in grado di enfatizzare il principio del self-government, nel settore cruciale della spesa pubblica, ma anche di preservare il diritto naturale dei cittadini di associarsi in entità fortemente coese, per contrastare quella che Cavour aveva definito la «tirannia centralizzatrice».
 
Il progetto Minghetti, (e qua arrivo al punto) presentato il 13 marzo del 1861, si scontrò però con l’opposizione frontale di una classe politica incapace di prendere in seria considerazione questa soluzione. Dopo un acceso dibattito parlamentare, l’analisi del disegno di legge venne rimandato ad una Commissione dove contro di esso si formò un largo schieramento di opposizione composto dagli esponenti della vecchia burocrazia piemontese ma anche della sinistra fuoriuscita dai ranghi della fazione mazziniana che ne decretò la bocciatura in ragione di una malintesa difesa del carattere unitario del nuovo Regno. Con la bocciatura della riforma Minghetti, il nostro paese avrebbe rinunciato infatti, fino ai nostri giorni, ad un’architettura istituzionale connotata da un federalismo amministrativo che poteva meglio garantire, insieme all’unità, la crescita di tutte le sue componenti territoriali senza eternare antichi contrasti e creare nuovi squilibri.
 
Il preambolo del Progetto di Legge Minghetti; presentato dal ministro dell’Interno nella seduta parlamentare del 13 marzo 1861 recitava che: « Il moto nazionale d’indipendenza e di unificazione ha per sempre annullata la personalità politica degli antichi Stati e noi dobbiamo fare tale opera che nulla possa mettere a repentaglio la nostra unità. Ma l’unità politica comporta necessariamente l’unità amministrativa? Quelle tendenze, quelle abitudini, quegli interessi che si erano stabiliti intorno ai vari Stati d’Italia, si possono distruggere? Unificato tutto ciò che è sostanziale (la politica, le armi, la finanza, la legislazione), la parte amministrativa non può sussistere con quella varietà che si adatta all’indole diversa dei popoli e alle loro presenti usanze? Io credo di sì e credo che l’imporre subito e dovunque le identiche forme e i medesimi regolamenti recherebbe gravi inconvenienti, senza corrispondente profitto. Eppure questa varietà non può lasciarsi alle singole Province perché sarebbe un ritornare al periodo di maggiore divisione italiana e nuocerebbe a quella meravigliosa concordia con cui gli Italiani pronunciarono che soltanto in uno Stato unico potevano trovare la forza, la prosperità, la durevole pace. La Regione invece, quale noi la concepiamo, potrà essere accetta tanto da coloro che vedono in essa una naturale varietà destinata a conservarsi, tanto da quanti vagheggiano come fine anche l’unificazione amministrativa ma che non possono chiudere gli occhi sulle difficoltà che questa improvvisa unificazione incontrerebbe. La Regione ha il vantaggio di fondarsi sopra uno stato di fatto abituale e quindi di poterne essere o la conferma nei giusti termini o il più acconcio temperamento e un mezzo di transizione. Il governatore della Regione sarà un delegato del ministro dell’Interno, per esercitare molti uffici che non possono abbandonarsi ai prefetti. Il suo compito è una ruota novella nell’organizzazione amministrativa, ma è la ruota necessaria ad impedire il centralismo.»
 
Disgraziatamente il progetto Minghetti non superò l'esame delle commissioni parlamentari e venne ritirato "temporaneamente" dal Consiglio dei ministri il 9 maggio successivo.
In realtà, le istanze dei Federalisti – che volevano un maggiore rispetto per le specificità locali – in tal modo vennero completamente abbandonate e l'applicazione delle leggi del Regno di Sardegna venne estesa al resto d'Italia provocando il collasso del sistema economico meridionale e una crisi senza precedenti nel secolo che sfocerà nel corso forzoso della lira (1866). Il 6 giugno morì Cavour. A ottobre il nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli infatti estese a tutta Italia l'ordinamento locale piemontese, stabilito con il decreto legge Rattazzi del 1859. La legge Cavour del 1853 sull'amministrazione del Regno di Sardegna (Legge 23 marzo 1853 n. 1483) viene applicata al neonato Regno d'Italia, cancellando le organizzazioni amministrative, anche gloriose, degli Stati preunitari e si realizza un modello organizzativo della pubblica amministrazione di progressiva "piemontesizzazione" del Paese. Vittorio Bachelet parlerà di "un certo atteggiamento colonizzatore assunto dall'amministrazione unitaria in alcune regioni".
Minghetti previde con grande ambizione un progetto di decentramento,che vedeva la regione come consorzio delle provincia, una nuova denominazione delle realtà storicamente e naturalmente già presenti sul territorio.

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"GRANDE" guerra

diario 9/3/2010

Il primo conflitto di dimensioni intercontinentali del XX secolo, combattuto dal 1914 al 1918, fu innescato dalle pressioni nazionalistiche e dalle tendenze imperialistiche coltivate dalle potenze europee a partire dagli anni '60 del 19° secolo.
La Germania recentemente unita aveva una struttura politica e psicologica aggressiva, l'Austria-Ungheria, una struttura medioevale che causava una paura di disgregazione. Dall'altro lato l'Impero Russo era solcato da uno strano miscuglio di idealismo e ambizione, la Francia francia aveva una giustificabile paura di una nuova aggressione Tedesca. La Gran Bretagna in questi anni passò da una ostilità verso la Francia ad una Entente con essa per fermare le ambizioni tedesche. Dal 1899 c'erano stati vari incidenti che furono circoscritti, nel 1914 la guerra scoppiò.

Nei primi anni del 20° sec. andarono delineandosi due blocchi contrapposti: Francia e Gran Bretagna, da una parte, saldarono la loro alleanza nell'Intesa cordiale (1904) e portarono nel loro campo, progressivamente, Russia, Giappone e Italia; dall'altra, gli Imperi centrali, Austria-Ungheria e Germania, legarono a loro l'Impero ottomano. Negli stessi anni le crisi internazionali si fecero ricorrenti, in particolare a seguito dell'annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell'Austria-Ungheria (1908), che alimentò gli scontri nei Balcani, principale focolaio di tensioni insieme con la competizione franco-tedesca, accesa dalla sconfitta di Sedan del 1870. La causa scatenante della guerra fu l'assassinio, a Sarajevo, per mano di un'organizzazione patriottica e nazionalista serba, dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede dell'Impero austro-ungarico (28 giugno 1914).

Dopo l'attentato, l'Austria-Ungheria lanciò un ultimatum (23 luglio 1914) alla Serbia, ritenendola corresponsabile. A quel punto la catena delle alleanze fece precipitare la situazione: l'Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia (28 luglio); la Russia rispose con una mobilitazione generale. La Germania dichiarò guerra alla Russia (1° agosto), poi alla Francia (3 agosto), quindi violò la neutralità del Belgio (4 agosto); questo atto di forza decise l'ingresso in guerra della Gran Bretagna contro la Germania. Poche settimane dopo (23 agosto) anche il Giappone entrò nel conflitto, in quanto alleato della Gran Bretagna; la Turchia si unì infine (29 novembre) agli Imperi centrali. Sia in Francia sia in Germania la soluzione militare fu appoggiata anche dai partiti socialisti, inizialmente su posizioni neutraliste. L'Italia restò neutrale.

La Germania, schierata su due fronti, cercò di conseguire una vittoria rapida a occidente: invaso il Belgio, penetrò in Francia, puntando su Parigi (Piano Schlieffen). Questo avrebbe permesso la famosa vittoria per natale, se non fosse stato che – per difendere la Prussia, parte delle forze furono deviate sul fonte orientale.
La capitale francese fu salvata dalla tenuta della linea difensiva sulla Marna (settembre 1914) possibile perché a Mons la piccola British Expeditinary Force ritardò i tedeschi due settimane. I tedeschi furono fermati anche nel tentativo di impadronirsi della costa settentrionale della Francia. Da quel momento cessò la guerra-lampo, e il fronte occidentale si fissò su una linea che tagliò il continente dalla costa belga sino alla Svizzera; alla guerra di movimento dei primi mesi seguirono circa tre anni di guerra di logoramento condotta dalle trincee e punteggiata da sortite offensive che si concludevano in grandi carneficine, senza significativi avanzamenti militari.

Sul fronte orientale, dove la guerra mantenne invece il suo carattere di movimento, l'iniziativa fu tenuta fino al 1915 dalla Russia. L'Austria-Ungheria si trovò in difficoltà e nei primi mesi del 1915 lo stato maggiore tedesco decise l'impiego massiccio delle proprie riserve, alla ricerca di un successo risolutivo che avrebbe dovuto anche dissuadere l'Italia dall'entrare nel conflitto. L'Italia, spaccata al suo interno tra interventisti e neutralisti, dopo un negoziato segreto scese in guerra a fianco dell'Intesa (24 maggio 1915), aprendo un nuovo fronte sul confine italo-austriaco. Dopo il fallimento dell'azione inglese nei Dardanelli e a Gallipoli (marzo-aprile.), il 1915 si chiuse con il rafforzamento delle posizioni degli Imperi centrali a Est: conquistate Polonia e Lituania (luglio-settembre), la Bulgaria si schierò al loro fianco, mentre la Serbia, attaccata da ogni parte, crollò. Contemporaneamente l'esercito italiano falliva la sua offensiva contro le truppe austro-ungariche che si erano attestate lungo l'Isonzo e sulle alture del Carso.
In ogni caso la ragione dei risultati fu che la presenza della mitragliatrice e del filo spinato rendeva assai più facile la difesa che l'attacco.

Il 21 febbraio 1916 fu sferrata l'offensiva tedesca a Verdun: logorate dai combattimenti le forze francesi riuscirono a resistere fino alla fine di giugno, quando scattò la controffensiva anglo-francese sulla Somme (1° luglio).  A Verdun il bilancio fu di oltre 600.000 morti. E non fu diversa la sorte degli inglesi: Passchendaele ancora fa rabbrividire cli inglesi che furono fermati soprattutto dal fatto di avere distrutto il terreno su cui volevano avanzare con i loro cannoneggiamenti di due settimane.
 In agosto la Romania entrava in guerra a fianco dell'Intesa, ma nel giro di pochi mesi fu sconfitta e invasa dall'esercito tedesco. Il 1917 fu un anno terribile per gli alleati, tranne che per la campagna di Mesopotamia. In Francia si ebbero ammutinamenti nell'esercito, il fronte italiano cedette a Caporetto (24 ottobre 1917) e le truppe sbandate, dopo la fuga attraverso il Veneto, riuscirono ad attestarsi lungo la linea del Piave. Il giovane capitano Rommel era alla guida della prima unità d'attacco: i tedeschi avevano capito che la sorpresa è più utile che un lungo cannoneggiamento.
In Russia i disastri militari, la disorganizzazione economica, le carestie provocarono la prima rivoluzione (febbraio 1917). Caduto lo zar, il nuovo governo riprese la guerra, ma la seconda rivoluzione, quella bolscevica (novembre 1917), determinò l'uscita della Russia dal conflitto (pace separata con la Germania, a Brest-Litovsk, febbraio 1918).

La Germania, per cercare di tagliare i rifornimenti soprattutto statunitensi a Francia e Gran Bretagna, scatenò una guerra sottomarina, diretta anche contro navi di paesi neutrali. Questa scelta deteriorò i rapporti con gli USA che dichiararono guerra alla Germania (6 aprile. 1917). Intanto l'Austria-Ungheria mostrava segni di cedimento e per questo si adoperò per tentare il negoziato (aprile. 1917), respinto, però, dagli alleati.

Liberatasi sul fronte orientale, la Germania cercò di procurarsi la vittoria decisiva, prima dell'arrivo degli Americani in massa, lanciando un'offensiva che la portò di nuovo a minacciare Parigi (seconda e terza battaglia della Marna). Ma gli alleati ormai disponevano di una forte superiorità di uomini e mezzi; a partire dal luglio 1918, la controffensiva portò alla riconquista di tutta la Francia e al crollo tedesco. Anche se nessuno si era accorto del fatto la tattica era cambiata: Amiens vide l'uso coordinato dalla radio di aerei carri armati e fanteria già dotate di fucili d'assalto. L'avanzata alleata si dispiegò su tutti i fronti, dal Medio Oriente (Allenby entra a Gerusalemme) alle Alpi, dove l'esercito italiano, già vittorioso sul Piave (giugno), avanzò nel disgregarsi dell'esercito austriaco. Vittorio Veneto non è mai esistita.

Bilancio del conflitto
Con la fine del conflitto e i trattati di pace di Versailles scomparvero quattro grandi imperi dell'Europa continentale (russo, ottomano, austro-ungarico e tedesco) e fu ridisegnata radicalmente la carta geopolitica mondiale. Dalla loro dissoluzione si formarono nuovi Stati, tra cui: Cecoslovacchia, Polonia, Iugoslavia (fino al 1929 Regno serbo-croato-sloveno), Ungheria.
I vincitori si rivelarono però incapaci di organizzare una pace duratura: umiliarono la Germania, che dovette accettare una vera e propria pace punitiva, e disattesero parte degli impegni assunti con l'Italia. L'Impero turco fu drasticamente ridimensionato e del suo smembramento si avvantaggiò sul piano territoriale la Grecia, mentre Gran Bretagna e Francia misero sotto controllo il Medio Oriente e i Dardanelli.

Sul piano umano e materiale, la guerra fu catastrofica per vinti e vincitori. Una stima attendibile delle vittime è di ca. 8.500.000 morti e oltre 20 milioni di feriti. Altri milioni seguirono per l'epidemia di “spagnola” che colpendo popolazioni denutrite si trasformò da banale nfluenza in epidemia.
Fu l'avvio del declino dell'Europa, a vantaggio degli USA, e dell'Unione Sovietica.
Per volontà del presidente americano W. Wilson fu istituita nel 1919 la Società delle Nazioni: un'organizzazione sovranazionale, al di sopra dei singoli Stati, con il compito di garantire la pace e la sicurezza. Privata però dell'appoggio degli Stati Uniti, per la scelta del Congresso americano di non aderirvi, la Società delle Nazioni, dotata di scarsa autonomia, mostrò limiti evidenti, che si manifestarono in pieno tra le due guerre mondiali.


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Origini

diario 22/2/2010

Un paio di domande a cui e' difficile da rispondere, dato che si riferiscono a fatti di cui non esiste un relato storico sono il perché le lettere dell'alfabeto abbiano quell'ordine e se i fondatori di Roma parlassero il latino.

Dato che (almeno ai miei occhi) tutti gli alfabeti del mondo d'oggi si assomigliano, almeno in certe cose – ad esempio uno è capace di individuare la “L” anche in ebraico ed arabo con un minimo d'attenzione, conoscendo la mim ebraica si individua la /m/ in quello che e' l'alfabeto hindi e cosi via – mi viene da pensare che, mentre la scrittura fu inventata varie volte, l'invenzione dell'alfabeto sia avvenuta una volta sola ed adattata via via alle varie lingue. Dato che ognuno copiava ha mantenuto quasi sempre l'ordine che trovava, e se c'era una ragione in origine oggi si è persa.

La palma del più antico pare andare all'alfabeto ugaritico, sviluppato in una area che oggi è a cavallo tra Turchia e Siria dagli scribi intorno al XIV secolo a.C. Che adattarono segni preesistenti a rappresentare i suoni delle lettere. Da esso derivano direttamente la maggior parte degli alfabeti moderni (greci, latini, etruschi, ebrei, arabi) e con molta probabilità ha influenzato la creazione dell'alfabeto sanscrito. Dopo la distruzione ad opera dei Popoli del mare, intorno al 1200 a.C. e la scrittura ugaritca cessò di essere usata, probabilmente si perse anche la lingua stessa, ma l'alfabeto trasformatosi in quello conosciuto come alfabeto fenicio si diffuse, col successo a tutti noto.

L'esistenza dell'alfabeto ugaritico è nota da diverse tavolette che riportano l'alfabeto completo, sempre nello stesso ordine – sicuramente questo favoriva la memorizzazione. Altre tavolette, in numero minore sono state trovate a Beth Šemeš e danno un ordine diverso, quello detto sud-arabico. L'alfabeto ugaritico, nella versione più frequente, è composto da ventisette lettere, seguite da tre lettere addizionali, in quest'ordine, secondo la trascrizione usuale (ma fidiamoci poco dei suoni di quelle coi segni sotto) delle lingue semitiche:

?a, b, g, ?, d, h, w, z, ?, ?, y, k, š, l, m, ?, n, ?, s, ?, p, ?, q, r, ?, ?, t – ?i, ?u, s`. è probabile che l'ordine fosse stabilito dalla frequenza con cui le lettere erano usate? Io ci scommetterei, ma solo perché mi pare che sia una ragione logica, che essendo l'alfabeto da imparare a memoria quel che è più usato venga prima. Nelle lingue indoeuropee la lettera più comune pare essere la E, ma in quelle semitiche mi pare si sentano un mare di A, B (v) e G!

Il nome che contrassegnava le lettere fenicie era una parola che cominciava col suono rappresentato da tale lettera; perciò 'aleph, la parola per "bue", venne adottata per il colpo di glottide /?/, bet, o "casa", per il suono /b/, e così via.

Quando i greci adottarono queste lettere, conservarono la maggior parte dei nomi fenici, adattandoli leggermente alla fonetica greca, e così ad es., aleph, bet, gimel divennero alfa, beta, gamma. Il colpo di glottide non esiste in greco e l'aleph fu libero di rappresentare la /a/.

Questi nomi non avevano alcun significato in greco, come non lo anno in italiano, se non quello d'essere il nome stesso della lettera.

 

Più semplice decidere di rispondere alla seconda domanda con un secco NO!

Una LINGUA, ovvero un insieme di vocaboli e regole grammaticali si forma dopo la creazione di un ente che lo usa. A volte – come per il francese e l'inglese – l'ente e' politico. In altri casi una comunità commerciale crea quella culturale come avvenne con la Koine' greca e con la nostra lingua italiana.
La più antica testimonianza scritta della lingua latina, (il lapis niger) è databile intorno al 575-550 a.C. Esistono iscrizioni più antiche ma non si sa quanto questo sia Latino vero e quanto quel brodo primordiale di Osco Falisco (le altre lingue he costituiscono la famiglia ciò appartiene anche il Latino) eccetera che era usato da tribù sparse. Con molta probabilità ci fu una influenza anche dell'Etrusco. Questa è dai più considerata una lingua non indoeuropea, ma data l'importanza della cultura e della potenza militare era sicuramente in grado di influenzare la piccola comunità latina. Non dimentichiamo che dei sette Re almeno gli ultimi tre sono Etruschi.
Questo porterà a molti prestiti (come ad esempio piuttosto importante quale persona pare derivare dall'etrusco fersu), e numerosi nomi di luoghi (come Tarquinia, Volterra, Perugia, Mantova, forse Parma, e un po' tutti i toponimi che finiscono in "-ena" come Cesena, Bolsena, ecc.). Altri esempi di termini di probabile origine etrusca di parole importanti sono: atrium, fullo, histrio, lanista, miles, mundus, populus, radius, subulo.
I primi tentativi di impiego del Latino come lingua letteraria risalgono al 3° sec. a.C., esperienza che si consolidò spec. dal 1° sec. a.C. al 1° sec. d.C. con autori quali Cicerone e Virgilio, e che sono il "LATINO" della scuola. L'espansione della potenza romana creò le condizioni per la diffusione della lingua nei territori conquistati, nei quali il l. parlato (il cd. volgare) - in mancanza di uno stretto legame politico avverrebbe anche per le nostre attuali lingue nazionali - evolverà differenziandosi localmente nelle lingue romanze

 


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La Glourious Revolution

diario 23/9/2009

 

La conquista romana della parte meridionale della Gran Bretagna si risolse in una distruzione della cultura autoctona maggiore di qualunque altra effettuata nell'impero romano quando all'inizio del V secolo i romani ritirarono le loro forze il territorio si ricostituì ex novo su basi completamente diverse da come era precedentemente alla dominazione imperiale
Nel periodo di dominazione anglosassone (VI-XI secolo) si costituì la cosiddetta Eptarchia, un sistema di sette regni, i cui più forti furono l'Anglia Orientale, che infatti diede nome all'Inghilterra (Angles-Land), la Mercia e la Northumbria. Nel 1066 d.C. Il regno inglese fu attaccato contemporaneamente da nord e sud, dopo avere sconfitto una invasione proveniente dalla Scandinavia il sovrano inglese fu attaccato dai normanni, essendo i difensori ancora sbilanciati dalla precedente vittoria il Duca di Normandia Guglielmo il Conquistatore sconfisse per un soffio gli Inglesi a Hastings, dando il via alla dominazione normanna (o Plantageneti), questa è responsabile della doppia struttura della popolazione e della lingua. Durante il Medioevo, tutta la popolazione presente venne convertita al Cristianesimo. Qui, come in altre parti dell'Europa, si sviluppo una società feudale che fu introdotta dal duca di Normandia Guglielmo il Conquistatore , appartenente alla dinastia dei Normanni, i quali parteciparono alle Crociate, e dovettero combattere per difendere i possedimenti francesi.
Quando Enrico II d'Inghilterra morì il 6 luglio 1189, gli succedette il figlio terzogenito Riccardo Cuor di Leone e alla morte di questi salì al trono il fratello minore Giovanni Senzaterra (John Lackland), chiamato così perché, alla morte del padre, non aveva ereditato alcun territorio. Giovanni, per difendere e poi riconquistare i possedimenti dei Plantageneti in Francia, dovette combattere il regno di Francia con conseguente richiesta di denaro tramite una forte tassazione dei suoi baroni. Facendo ciò però creò un grave malcontento generale e i baroni, che si ribellarono costringendo il re a firmare la Magna Carta, in cui re Giovanni proclamava alcuni diritti, pertinenti ai baroni, si impegnava a rispettare alcune procedure legali e accettava che lo stesso re era soggetto alle leggi, cioè uno Stato di diritto. In pratica i sudditi del re non potevano più essere imprigionati senza essere prima giudicati (writ del habeas corpus).
La Magna Charta Libertatum rappresenta il primo documento fondamentale per la concessione dei diritti dei cittadini.
 
Tra i suoi articoli ricordiamo: 1) il divieto per il sovrano di imporre nuove tasse senza il previo consenso del parlamento, comunque tutti coloro che erano convocati all'assemblea dovevano mantenere l'impegno preso col re, anche se non erano presenti all'assemblea stessa; 2) la garanzia per tutti gli uomini di non poter essere imprigionati senza prima aver sostenuto un regolare processo, da parte di una corte di pari, se nobili, o dai tribunali regi, se contadini (principio del "habeas corpus integrum"), letteralmente <<nullus liber homo capiatur vel imprisonetur nisi per judicium parium suorum vel per legem terrae>>.
la riduzione del potere arbitrario del re in termini di arresto preventivo e detenzione.
Il comportamento del re era controllato da una commissione di 25 baroni, che, nel caso che il re avesse infranto i suoi solenni impegni, doveva fargli guerra, chiedendo la partecipazione di tutti i sudditi.
 
Nel Rinascimento (dopo una lunghissima guerra tra le case di York e Lancaster, rami dei Plantageneti) affermò la dinastia dei Tudor. Di questa dinastia, il più noto fu Enrico VIII, famoso per la sua ricerca di prole, che lo portò ad avere otto mogli, per potre sposare una di esse causò lo Scisma d'occidente e per aver convertito la popolazione alla religione anglicana. Nel 1558 salì al trono Elisabetta I d'Inghilterra, la regina che governò per mezzo secolo, potenziò l'economia inglese ed espanse i possedimenti trans-oceanici. Per lo sviluppo dell'Inghilterra furono determinanti le scoperte geografiche: prima la scoperta dell'America, poi il giro del mondo di Drake, lo spostano le rotte marittime per il commercio dal Mediterraneo all'Oceano atlantico e la flotta britannica, dominatrice dei mari, iniziò a conquistare ciò che sarebbe poi divenuto un vasto impero coloniale che toccava tutti i continenti e forniva alla patria materie prime e prodotti esotici.
Dopo la morte di Elisabetta I Tudor (1603), che non lasciò eredi diretti, il trono di Inghilterra e di Irlanda passò al parente più prossimo, Giacomo Stuart, già re di Scozia col nome di Giacomo VI, il quale assunse anche la corona inglese con il nome di Giacomo I d'Inghilterra. Per la prima volta si trovavano riunite sotto lo stesso sovrano l'Inghilterra anglicana, l'Irlanda cattolica e la Scozia calvinista. Il regno di Giacomo (durato fino al 1625) fu un’età di forti contrasti e lacerazioni che investirono tutti gli ambiti, ma in particolare quello religioso.
 
Il re infatti si impegnò nel diffondere l'Anglicanesimo, ma cercando di trasformarlo in qualcosa di sempre più vicino al cattolicesimo, in un paese che invece richiedeva una riforma pericolosamente (dal punto di vista della Corona) vicina a posizioni protestanti. Il movimento puritano, diffuso soprattutto nelle classi più abbienti, teorizzava il ripristino del più ortodosso calvinismo e si ispirava a un modello di società fondata sul primato dell’individuo, della sua religiosità e delle sue scelte autonome. Da Giacomo il trono passò al figlio Carlo I Stuart; in questo periodo esplose il conflitto tra il re e il Parlamento, principalmente a causa di questioni fiscali.
 
Il Parlamento nel 1628 votò il Petition of Right con il quale chiese al re: 1) di non imporre tasse senza l'approvazione del parlamento; 2) di non imprigionare un uomo libero senza regolare processo; 3) di non sottoporre uomini liberi a tribunali speciali; 4) di non costringere uomini liberi ad alloggiare truppe nelle loro case.
Il re, contestando questi diritti, istituì tribunali monarchici negando a tutti gli uomini liberi di essere giudicati da altri loro pari, provocando così forti tensioni tra rappresentanti del popolo e monarchia.
 
Inoltre, Carlo I stava riscuotendo tributi con la consapevolezza di non poterlo fare: vi era infatti, tra le altre, una tassa che le città marinare dovevano pagare in tempo di guerra (ship money). Il re eluse la petizione dei diritti ed estese la tassa a tutti i suoi sudditi. Dal momento che tale pretesa avrebbe avuto senso solo se ci fosse stata una guerra, il re decise quindi di prendere parte al conflitto in atto in Scozia, suo paese di origine, con l'intento di conquistare e portare ordine in Irlanda; tuttavia per far ciò gli era necessario un esercito. La questione irlandese divenne un problema tale da creare le basi per la rivoluzione inglese.
 
Nel 1629 Carlo sciolse il Parlamento e diede vita ad un governo personale. In questo modo il malcontento si spostò verso la figura del sovrano. Una delle concause che portarono il re allo scioglimento del parlamento fu la questione religiosa: continuando ad appoggiare la chiesa anglicana, Carlo si dimostrò ostile alle tendenze riformate di molti dei suoi sudditi inglesi e scozzesi; un numero sempre maggiore di questi ultimi, ormai, auspicava lo smantellamento della chiesa anglicana. Nel 1628 sorse un movimento puritano che chiedeva una chiesa molto simile a quella scozzese, cosa che il re non poté concedere: ciò avrebbe richiesto nomine elettive, e la corona non poteva allora rinunciare ai vescovi e ai parroci, attraverso i quali esercitava il proprio potere. Davanti alla richiesta di un nuovo ordine sociale, oltre che economico, il parlamento fu nuovamente sciolto ed il re cominciò una politica decisamente assolutistica.
 
Per non apparire in contraddizione con le sue posizioni in materia religiosa, Carlo volle allora imporre il sistema di culto inglese anche alla Scozia calvinista; ma gli scozzesi respinsero questa pretesa: rifiutarono di abbandonare le proprie le terre e prepararono un’armata, dichiarando guerra a Carlo.
 
In quel periodo però l'esercito era di stanza in Irlanda, dove erano emersi conflitti di natura religiosa fra cattolici e calvinisti che provocavano non pochi problemi alla Corona inglese. Infatti nel 1641 era scoppiata in Irlanda una rivolta: proprietari, uomini liberi, contadini cattolici insorsero contro la nascente classe di coloni protestanti inglesi. Carlo, dunque, fu costretto a cedere e, ritornando sui suoi passi, tollerò la chiesa presbiteriana in Scozia.
 
Il re dovette riconvocare il parlamento, tra i cui membri vi era anche John Pym, una delle figure più importanti di questo periodo. Quest'ultimo, prontamente, approfittò della situazione per incitare il popolo a puntare i fucili contro il re, di origine scozzese. L'esercito reale, tornato dall'Irlanda, passa di fatto sotto il comando di John Pym (che divenne "l'altro re"). Il parlamento, con la Grande Rimostranza, passata alla Camera dei Comuni per una maggioranza di soli 11 voti (159 contro 148), della rimostranza ogni articolo era diretto contro la famiglia Stuart, soprattutto contro il re, i 200 articoli, piuttosto che edificare un nuovo ordine – come si era sperato, provocano la guerra civile. Il parlamento dell'epoca che sedette dal 1640 sino al 1649, viene detto il Parlamento Lungo, il 7 Dicembre 1648, agli ordini del genero di Oliver Cromwell Henry Ireton, il colonnello Pride fisicamente impedì a quasi metà dei deputati di arrivare al liro scranni. Questi parlamento privato dei suoi maggiori esponenti della corrente presbiteriana è noto come Rump Parliament (P. della coda) sarà quest'ultimo a decidere gli utti atti della guerra civile.
Nel 1642 la cavalleria fedele al re Carlo, composta principalmente dall’aristocrazia e ricordo della società medioevale, si scontra con l’esercito del Parlamento, dette “le Teste rotonde” in quanto non portavano parrucca. Londra e il sud sono in mano alle teste rotonde, Nottingham ed il centro in mano al re. I cavalieri avanzano, senza giungere però a conquistare, in due anni di guerra, la città di Londra; questo perché le teste rotonde cominciano a conseguire alcune vittorie, grazie soprattutto ad un nuovo capo militare puritano ed esponente della gentry: Oliver Cromwell. Questi organizza un esercito di nuovo modello formato da volontari altamente specializzati e qualificati, con ferrea disciplina militare (New Model Army). Cromwell va all’attacco dell’esercito di Carlo e, nel giro di quattro anni, i cavalieri non esistono più; il re non può più avanzare la richiesta di guidare un esercito. Governano le teste rotonde (nient'affatto incolte, ma ben istruite) trovando la forza nella cultura: il contadino che si impegna guiderà prima il plotone, poi il battaglione e poi diventa generale; e prima di combattere l'esercito legge la Bibbia.
La guerra civile sembra concludersi nel 1646, con la Battaglia di Oxford; il parlamento si impegna a legiferare per lo smantellamento dei sistemi feudali, sancisce l'istituzione della proprietà privata e la legittimazione delle recinzioni. Vengono smantellate le figure dei vescovi, e con essi la chiesa anglicana, a favore di un modello presbiteriano. In compenso il re è rimasto solo un simbolo, non può più contare sulla vecchia aristocrazia. Alcune forze vorrebbero l'abolizione della monarchia, ma i presbiteriani la vogliono mantenere: temono infatti che il decadimento della casa reale prepari il terreno a riforme più radicali da parte del popolo. Il re però non accetta di restare al potere se non viene restaurato il vecchio ordine; Cromwell è costretto a riprendere l'esercito per garantire le conquiste rivoluzionarie: si creano 4 partiti: il partito degli indipendenti (coloro che volevano ancora il re), dei presbiteriani, degli zappatori (coloro che volevano assegnare la terra a chi la lavora) e dei livellatori (coloro che volevano assegnare la terra agli affittuari). I presbiteriani, attraverso accordi con la corona, vogliono la restaurazione, ed il re arriva a chiedere che la Scozia, con il suo esercito, invada l'Inghilterra; l'esercito di Cromwell, costituito da livellatori e zappatori, interviene, scacciando dal parlamento i presbiteriani e destituendo la monarchia. Il re viene processato e condannato per alto tradimento. Nel 1649 Carlo viene giustiziato: cade così il principio del diritto divino dei sovrani e nasce un nuovo principio di sovranità, quella popolare.
 
Cromwell e il Parlamento dichiarano decaduta la monarchia e fondano la Repubblica Unita di Inghilterra, Scozia e Irlanda (Commonwealth). Il Commonwealth of England è il nome del governo repubblicano che esercitò il potere dapprima nel regno d'Inghilterra (compreso il Galles) e poi in quello d'Irlanda e in quello di Scozia dal 1649 al 1660, l'esistenza del commonwealth fu inizialmente dichiarata da un atto del Rump Parliament il 19 maggio 1649, ma il governo che durò dal 1653 al 1659 è propriamente chiamato Protectorate, e prese forma di un governo personale tenuto da Oliver Cromwell e, dopo la sua morte, dal figlio Richard, come Lord Protector. Il termine Commonwealth è tuttavia vagamente usato per descrivere il sistema di governo che durò per tutto il periodo dal 1649 al 1660, gli anni dell Interregnum inglese. Gli obiettivi di Cromwell sono: salvaguardia del diritto di proprietà, indipendenza della chiesa dallo stato, libertà religiosa, eliminazione di tutte le opposizioni estremistiche. Alla Scozia viene garantita una maggiore tolleranza, con l’Irlanda invece si usa il pugno di ferro. Una carta costituzionale nomina Cromwell "Lord protettore del Regno".
Inizia una vera e propria dittatura militare; il territorio viene diviso e sottoposto a fidati governatori militari. Nel 1658 il dittatore Cromwell muore.
 
Con Cromwell viene a mancare il leader: suo figlio, che gli succede, non riesce a sostituire la figura paterna anche per via di uno sfortunato conflitto con l'Olanda. Appare necessaria, perciò, la restaurazione di un ordine politico più solido. Un esercito guidato da George Monk, che fu fedele a Cromwell, marcia su Londra e restituisce i poteri al Parlamento. Carlo II Stuart, figlio di Carlo I, rientra in Inghilterra dall'esilio olandese: la monarchia, la Camera dei Lord e la Chiesa anglicana sono così restaurate. La ricostituzione dei tre pilastri del potere, tuttavia, non significa affatto un ritorno puro e semplice al passato: grazie al potere che il Parlamento aveva rivendicato, in reazione alla politica di accentramento posta in atto da Giacomo I e Carlo I, e dopo la condanna a morte di quest'ultimo, l'Inghilterra non vedrà mai più sovrani assolutisti sul proprio trono.
 
 
La prima preoccupazione della restaurata sovranità di Carlo II Stuart fu di concedere l'amnistia a tutti coloro che avevano commesso delitti più o meno gravi in nome di taluna o talaltra fazione religiosa, ma contestualmente, di condannare a morte tutti coloro che avevano firmato la pena di morte per suo padre, Carlo I. Come tutti gli Stuart precedenti Carlo II aveva l'obiettivo di rafforzare la monarchia a discapito del Parlamento, obiettivo non facile visto il consolidato e crescente potere di quest'ultimo. Egli si legò allora sempre più anima e corpo al sovrano europeo che in quel tempo spopolava per personalità e gloria, Luigi XIV, facendo sentire al suo paese il peso di questa sua unione di intenti con la Francia cattolica, anche se gallicana, e pioniere della monarchia assoluta per eccellenza. Il Parlamento cercò di tutelare l'integrità politico-religiosa del paese con il Test Act, atto in cui si ribadiva l'inibizione, a chi non fosse di religione anglicana, alle cariche pubbliche e governative; in realtà era un atto mirato verso i cattolici e sarebbe rimasto in vigore fino al 1829.
 
A Carlo II succedette un altro Stuart, Giacomo II, suo fratello; egli si era pubblicamente dichiarato cattolico già diversi anni prima ed era sospettato di coltivare pretese assolutistiche in quanto ammirava il governo del regnante francese Luigi XIV. Giacomo II tentò di istituire un esercito anche in tempo di pace contro il principio che toccava solo al Parlamento convocare un esercito in caso di guerra (in tempo di pace vi erano sistemi di difesa, ma questi erano affidati soltanto alla flotta). Il conflitto con il Parlamento precipitò quando il re tentò di abolire il Test Act: nel 1688 egli emanò un'indulgenza nei confronti dei cattolici e dei dissidenti religiosi ed impose che fosse letta durante la messa da tutti i vescovi inglesi. Fedeli alla Chiesa d'Inghilterra e giudicando assolutistici i propositi del re, i parroci si rifiutarono di seguire Giacomo sulla strada della restaurazione cattolica. Giacomo II non aveva figli maschi e quindi pareva non sussistesse il pericolo che la dinastia diventasse appannaggio degli Stuart. Ma la successiva nascita, nel giugno del 1688, di un erede maschio dal matrimonio combinato da Papa Clemente X e Luigi XIV con Maria Beatrice d'Este, fervente cattolica, fece temere il consolidamento di una dinastia cattolica. Giacomo II fece battezzare secondo il rito cattolico il figlio maschio avuto dal secondo matrimonio.
Fu in questa occasione che si vennero a creare due fazioni in Parlamento destinate in futuro (tutto il 1700) ad alternarsi alla guida del paese: i Tories (fautori in quegl'anni della monarchia, ed in generale rimasti conservatori) e i Whigs (avversari del cattolicesimo e progressisti), nati entrambi dalla nobiltà terriera, anche se i Whigs presero in seguito posizioni legate molto più alla borghesia commerciale.
Sotto la concreta minaccia di un ritorno al cattolicesimo i Whigs presero in mano la situazione, appoggiati dai Tories, chiamando Guglielmo III d'Orange, Statolder d'Olanda dal 1672, ad essere il nuovo incoronato insieme alla moglie Maria II d'Inghilterra, primogenita delle due figlie di primo letto di Giacomo II (la seconda era Anna, futura regina che succederà a Guglielmo III; sia Maria che Anna erano di religione protestante). Guglielmo accettò e sbarcò nelle coste meridionali inglesi nel novembre nel 1688. Giacomo fuggì in Francia e venne dichiarato abdicatario dal Parlamento, il quale a febbraio 1689 elesse sovrani d'Inghilterra Guglielmo III d'Orange e sua moglie Maria II.
 
Il primo atto a suggello della neonata monarchia costituzionale mirava a ribadire, le prerogative del Parlamento e quelle del Sovrano, per evitare il ripetersi di tentativi di accentramento del potere: questo atto prese il nome di Bill of Rights (dichiarazione dei diritti). Secondo questa dichiarazione il sovrano non poteva imporre tributi a favore della Corona senza l'approvazione del Parlamento, non poteva mantenere nel regno un esercito stabile in tempo di pace senza il consenso del Parlamento, i membri del parlamento dovevano essere eletti liberamente, in parlamento vi era la libertà di parola.
 
Il regime diveniva quindi una Monarchia Costituzionale, controllata dall'aristocrazia, dalla gentry e dalla borghesia.
 
Inoltre nell'Act of Settlement (Atto di Successione) del 1701 si stabiliva che dopo la morte di Guglielmo III d'Orange la corona sarebbe passata alla cognata Anna Stuart quindi ai discendenti di Sofia di Hannover nipote di Giacomo I e andata in sposa all'Elettore di Hannover. Fu così che nel 1714 la corona passò a Giorgio I e iniziò la dinastia degli Hannover, proveniente dal Sacro Romano Impero, e tuttora regnante, tramite la Casa di Windsor.

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permalink | inviato da albertolupi il 23/9/2009 alle 0:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

quel che dobbiamo ai greci (due)

diario 1/7/2009

Uno crede che la STORIA sia il racconto delle cose successe. Glielo dicono in terza elementare (almeno quand’ero piccolo io era così), poi glielo mettono anche in poesia nel libro di storia delle medie: per la cronaca era “L’umana conquista” di Carlo Negro, Paravia 1962. L’autore fu prigioniero in Russia, ma non era malaccio, come libro.

 
Poi un giorno sei lì, non nel tuo candido lettino dove Zorz profetizza che sentirai una voce e, improvvisamente vieni locupletato (locupletare [lo-cu-ple-tà-re] etimo al lat. locupleta¯re, deriv. di locu°ples -ìtis, comp. di lo°cus 'luogo' e -ples 'ricco', affine a plìre 'riempire'; propr. 'ricco di terre' v. tr. [io locuplèto ecc.] (lett. rar.) rendere ricco, arricchire) dell’ennesima visione della tua ignoranza.
La parola storia deriva dall'indoeuropeo *wid-tor, dalla radice *weid ("vedere, sapere") attestata nel latino video (e da qui all'italiano "vedere"), nell'inglese wit, wise, wisdom, ed in entrambe le lingue (italiano ed inglese): vision(e), idea, nel sanscrito veda e nello slavo videti e vedati. Concretamente, l'italiano "storia" discende dal latino historia, a sua volta dal greco ?στορ?α (istoría), che significa "conoscenza acquisita tramite indagine, ricerca". È con questo senso che Aristotele usò il termine nel suo Περ? Τ? Ζωα Ιστορ?α (Peri Ta Zoa Istória) o, nella forma latinizzata, Historia Animalium. Il termine deriva a sua volta da ?στωρ (hístor) e significa uomo saggio, testimone, o giudice. Le prime attestazioni della parola ?στωρ si ritrovano negli Inni omerici, in Eraclito, nel giuramento dell'efebo ateniese e nelle iscrizioni beotiche (in un senso legale, sia "giudice" che "testimone" o simile). La spirante è problematica e non è presente nella parola greca affine eídomai ("apparire"). La forma historeîn, "domandare, informarsi" è una derivazione ionica che si diffuse inizialmente nella Grecia classica ed infine in tutta la civiltà ellenistica. Il senso attuale di racconto delle cose successe ha per origine le inchieste (?στορ?αι / Historíai en grec) d'Hérodotes, Erodoto. Letteralmente, la parola ionia Historíai significa «ricerche, esplorazioni». Insomma quel che lui aveva trovato (nei suoi viaggi) raccontato, negli angiporti e nelle bettole, nei templi e nelle corti, a proposito dei fatti che noi chiamiamo le Guerre Persiane, ossia il primo “assalto al potere mondiale” mai tentato.
 
L'opera "Storie" (?στορ?αι Historìai) è divisa, nelle edizioni correnti in 9 libri, ma si tratta d’una divisione operata dai grammatici alessandrini, in età ellenistica nel III secolo a.e.v..
 
I primi quattro libri sono suddivisi in: introduzione mitologica (archaiologhia) ed una serie di parti detti logos (narrazioni) delle varie nazioni coinvolte nella lotta, quindi abbiamo il logos lidio (dove si parla del re Creso) e si fa quindi riferimento alle colonie greche assoggettate (560 a.e.v.), e si riporta l’inizio della valanga, logos persiano, il logos egizio, il logos scitico, il logos libico. Il quinto libro parla del periodo che va dalla rivolta ionica alla dominazione lidico-persiana. E gli ultimi quattro libri parlano delle guerre persiane propriamente dette.
 
Il racconto è fatto secondo la modalità narrativa arcaica, poiché segue i criteri di ciclicità e associazione periferica. La lingua usata è uno ionico quasi personalizzato con delle commistioni arcaizzanti e degli atticismi, con ogni probabilità vi sono aggiunte dai filologi alessandrini e alcuni storici ritengono che il testo originale sarebbe di 28 parti, che erano pensate (?) per essere lette singolarmente, della durata – in caso fossero recitate – di circa due ore l’una.
 
Fu sempre con il senso greco che Francesco Bacone utilizzò il termine alla fine del XVI secolo, quando scrisse riguardo la "Storia Naturale". Per lui, historia era "la conoscenza di oggetti determinata dallo spazio e dal tempo", quel tipo di conoscenza prodotta dalla memoria (mentre la scienza era conoscenza fornita dalla ragione e la poesia quella che perviene dalla fantasia).
 
In tutte le lingue europee, il sostantivo "storia" viene ancora impiegato per indicare sia "ciò che è accaduto agli uomini" sia "lo studio da parte di uno studioso di ciò che è successo": quest'ultimo significato talvolta viene distinto con la lettera maiuscola, "Storia" o con il termine storiografia.
 
Ma il bello è questo: non si fa storia ripetendo a pappagallo, ma interrogando, in caso anche il libro di storia, “imparato a memoria” nella canzone “Occhiali da sole” dimenticata opera di Jonathan e Michelle, bravissimo duo formato da un livornese e da una parigina che ebbe un discreto successo nel 1967.
 

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