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diario 28/6/2011

 

Sir Walter Scott, (15 agosto 1771 - 21 settembre 1832) è stato un romanziere scozzese, storico, drammaturgo e poeta. Scott fu il primo autore in lingua inglese ad avere un successo davvero internazionale nel corso della sua vita, con molti lettori contemporanea in Europa, Australia e Nord America. I suoi romanzi e le poesie sono ancora popolari, e molte delle sue opere rimangono classici sia di letteratura in lingua inglese e della letteratura scozzese. Titoli famosi sono “Ivanhoe”, “Rob Roy”, La Signora del Lago, The Bride of Lammermoor (da cui è tratta l’opera Lucia di Lammermoor), Waverley. Ai tempi della mia gioventù la scuola italiana attribuiva all’influenza di Scott sul Manzoni la nascita de: “I promessi sposi”.
 
“Waverley” è un romanzo storico inizialmente pubblicato anonimo nel 1814 come prima avventura di Scott nel campo della narrativa. Ed è spesso considerato come il primo “romanzo storico”. Divenne così popolare che i romanzi successivi di Scott furono pubblicizzati come dello stesso "autore di Waverley", ben prima che la frase divenisse una moda. La sua serie di opere su temi simili scritti nello stesso periodo sono diventati noti collettivamente come "romanzi di Waverley".
 
Waverley è ambientato durante la rivolta giacobita del 1745, che cercò di ripristinare la dinastia Stuart nella persona di Carlo Edoardo Stuart (il 'Bonnie Prince Charlie'). Vi si racconta la storia di un giovane e sognatore soldato inglese, Edward Waverley, che è stato mandato in Scozia nel’anno fatidico. Egli viaggi Nord dalla sua casa di famiglia aristocratica, Waverley-Onore, nel sud dell'Inghilterra alle Lowlands scozzesi e poi nel Highlands il cuore della rivolta giacobita 1745. Trovandosi di stanza nel nord del paese, decide di recarsi da un amico del padre scomparso, la famiglia infatti è di origini scozzesi. Grazie a quest'incontro, egli ha l'opportunità di entrare in contatto con quella che per lui è una cultura, quella scozzese, totalmente sconosciuta. In particolare, grazie ad alcuni negoziati che svolge a causa di un furto di bestiame, egli ha l’opportunità di conoscere i membri di un clan, assieme ai quali trascorre un lungo periodo. Inizialmente tutto ciò che osserva risulta incomprensibile ai suoi occhi, ma, pian piano, egli comincia a comprendere a fondo quelle che sono le abitudini quotidiane, le gioie ed i dolori, nonché le idee politiche di quelle persone.
 
La famiglia d’origine di Waverley era da sempre sostenitrice degli Stuart; nel momento in cui scoppia la rivolta a sostegno del loro reinsediamento, Waverley decide di prendervi parte, scendendo in campo a fianco dei clan. Durante i primi scontri, un soldato inglese (originario del feudo di Waverley) rimane ferito: Waverley decide di soccorrerlo, anche grazie al sostegno dei suoi nuovi compagni.
 
La battaglia decisiva, ossia la battaglia di Culloden, combattuta il 16 aprile 1746 presso Inverness sarà una vera e propria disfatta per gli scozzesi e segnerà la fine dei tentativi di restaurazione dei discendenti degli Stuart sul trono inglese; il capo della rivolta Vich Jan Vohr ed il suo fedele compagno Evan Dhu vengono condannati a morte; altri ribelli ricevono punizioni esemplari. Waverley, potrà invece fare ritorno a casa: sarà l’ufficiale che aveva salvato durante la battaglia ad aiutarlo ad "aggiustare i conti" con la dinastia degli Hannover.
Già immagino il lettore grattarsi il capo e domandare a sé stesso per qual motivo abbia dato sta spulciata alla Wikipedia – oltre che per far vedere quanto son bravo, il fatto è che Scott riuscì a descrivere la scuola del XXI secolo.
 
La nuova frontiera della ricerca pedagogica, insomma, è robetta di due secoli fa...
'Gli permettevano di leggere così solo per divertimento, ed egli non s'accorgeva di perdere per sempre la possibilità di acquistare l'abitudine a una ferma e assidua applicazione, d' impadronirsi dell'arte di controllare, dirigere e concentrare le sue facoltà per una seria investigazione, arte questa molto più importante dell'istruzione classica che pure è la parte principale dell'educazione. Già so che mi ricorderanno la necessità di rendere l'istruzione gradevole alla gioventù e la necessità di mettere quel tal miele del Tasso nella medicina del fanciulletto; ma in un'epoca nella quale i ragazzi vengono preparati alle scienze più aride coi metodi insinuanti dei giochi istruttivi, non c'è da temere le conseguenze d'un insegnamento troppo serio e troppo severo. Adesso la storia d'Inghilterra è ridotta a un gioco di carte - i problemi di matematica a degli indovinelli - e, ci dicono, l' aritmetica si può imparare passando qualche ora alla settimana sulla nuova e complicata edizione del Reale Gioco dell'Oca. Ancora un passo e il Credo e i Dieci Comandamenti verranno insegnati alla stessa maniera, senza la necessità del volto severo, del tono solenne, e della devota attenzione pretesa fin ora nei ragazzi ben educati di questo regno. Intanto bisognerebbe seriamente considerare se i ragazzi, abituati a imparare col mezzo del divertimento, non rifiutino tutto quello che viene presentato sotto l'aspetto di studio; se quelli che imparano la storia con le carte non finiscano a preferire il mezzo allo scopo; se quelli che imparano la religione come un gioco, non finiranno per ridurre gradatamente a un gioco la loro religione. Quanto al nostro giovane eroe, al quale fu permesso di istruirsi seguendo soltanto l'inclinazione della sua mente e che, per conseguenza, cercò l'istruzione solo quando lo divertiva, l'indulgenza dei precettori gli portò più d'una conseguenza dannosa di cui per un pezzo si risentì il suo carattere, la sua felicità il suo interesse.'
 
Leggendo Waverley, sono rimasto sconcertato dall’attualità del discorso di Scott, benché la prima edizione del romanzo risalga al 1814; sembra davvero scritto oggi, e la parte sulla matematica in particolare. E questo alla faccia di chi va millantando l' originalità del dibattito sui 'nuovi saperi' e le pratiche pedagogiche innovative, pensando di far prendere chissà quale ventata d' aria fresca al "vecchiume"; è un discorso vecchio come l' uomo! Si parla dell' educazione del giovane Edward Waverley, il protagonista del romanzo, ha osservato acutamente Alessandro Marinelli a cui debbo la segnalazione del brano (data la mia ignoranza ho dovuto fare le ricerche che sono nella introduzione).
 
 

 

 


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scrivendo squola colla Q

diario 9/12/2010

Caro Luca, lei scrive "Sentivo inveire contro un'istruzione ancora basata sui crismi stabiliti da quel fascista di Gentile". Lo sentivo pure io, qualche anno prima. Il guaio è che era una frottola. La riforma Gentile non sopravvisse che pochi anni. Tantissimi luoghi comuni la fanno durare addirittura sino ad ora (la Wikipedia tra gli altri, alla voce riforma Gentile). Nella realtà (ma bisogna spulciare opere complesse quali la biografia di Mussolini scritta da De Felice le idee del filosofo idealiste erano troppo laiche. Già in sede delle TRATTATIVE del concordato si cominciò a smontarla. Il colpo di grazia lo dette "La carta della scuola (1939)" una proposta di riforma complessiva del sistema scolastico dovuta alL'allora ministro Giuseppe Bottai, al cui affollati funerali a Roma, nel 1959 sarà presente, tra le numerose autorità, il ministro della Pubblica Istruzione, allora in carica, Aldo Moro. A causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale, rimase poi in sulla carta. Si arriverà, dopo lunghe trattative tra DC e PSI, alla legge n.1859 del 31 dicembre 1962, altro bel colpo all'istruzione. Giova ricordare, ad ogni modo, il giudizio che dette Umberto Eco sull'asininità di gettare la "Riforma Gentile" (o quel che ne restava) solo perchè era di Gentile. Il mio modesto avviso è che una valida riforma sarebbe proprio rimettere le cose come il deprecato avrebbe voluto!

Alberto Lupi, Ferrara (su HPC de IL FOGLIO)

 

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primi tra gli ultimi

diario 9/12/2010

La paginetta riassuntiva dell'ultimo report PISA appena rilasciato dall'OECD (http://www.pisa.oecd.org) – diciamoci la verità, nessuno va oltre – ci mostra che la scuola e gli studenti italiani brillano per la loro mediocrità, riuscendo a piazzarsi sotto (dell’1%) la media in tutte le categorie, e vengono considerati come quelli che hanno un punteggio generale più alto tra coloro che sono significativamente distanti dalla media. Siamo messi peggio di Corea (indovinate quale), qualche pezzo di Cina, Estonia, Polonia, Islanda ossia quelli bravi. U.S.A. Francia, Germania, Irlanda, Ungheria e (di 3 punti su 500) Portogallo, quelli medi. Battiamo di misura la Spagna, la Grecia, Israele, Austria (che è peggio come lettura, meglio come scienze) ed il Lussemburgo. Insomma 27 sopra e 34 sotto
Insomma basterebbe un minimo d’impegno per rientrare nella media.
Nel frattempo come al solito: i primi degli ultimi.
In quanto ultimi entreremo le nel regno dei cieli, a in quanto primi.... entreremo per ultimi.

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La scuola inutile

diario 26/1/2010

E’ possibile diplomarsi senza conoscere la grammatica e la sintassi della propria lingua? La risposta, ora ufficiale e non basata su sporadici esempi, è sì. L’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi), in collaborazione con l’Accademia della Crusca, ha preso in esame i compiti d’italiano delle prove di maturità del 2007 e ha ritenuto che oltre la metà di quegli elaborati era da considerare insufficiente non solo dal punto di vista della forma, bensì dell’impostazione logica degli argomenti e della correttezza espressiva. Il fatto è grave non solo per la vicenda in sé, ma anche perché mette in luce una sorta di resa (e forse in qualche caso d’incompetenza) degli insegnanti, i quali hanno finito per considerare accettabile il non sapere scrivere (ed esprimersi) in italiano. Il Paese sta attraversando una grave crisi, economica e soprattutto politico-culturale per cui, a prima vista, notizie come questa possono sembrare di colore e di alleggerimento.
 
In realtà, sono la spia di un declino più profondo perché dimostrano che non esistono le basi per una futura ripresa. I ragazzi non in grado di organizzare, dopo 13 anni di studio, il proprio pensiero in una forma logica e coerente (oltre che corretta), non hanno alcuna chance di affermarsi ad alto livello. Magari l’economia tornerà a correre, ma sarà una corsa a vuoto in quanto priva di una consapevolezza intellettuale e realizzativa che può imporsi solo dove esiste una efficace preparazione scolastica a largo spettro. Quello che invece si sta affermando è l’idea dell’inutilità della scuola e di tutto ciò che riguarda studio, formazione, preparazione. Molti segnali fanno capire che si pensa all’istruzione come a un accessorio secondario, utile per l’avviamento (di antica memoria) al lavoro. E’ necessario dare un segnale di controtendenza: basta con la superstizione delle percentuali dei promossi utile per partecipare alla ridicola gara con gli altri Paesi per il titolo della Nazione con maggiore scolarità. Cerchiamo invece di partecipare ad un’altra competizione, quella della migliore preparazione dei diplomati. La scuola, in molti casi, è stata abbandonata a se stessa di fronte alle pressioni di una società indifferente alla questione della qualità della formazione e interessata solo a risolvere la “pratica” diploma. Dunque, tra il corpo docente (non tra tutti, per fortuna) si è diffusa la convinzione che “non vale la pena”: meglio promuovere, evitare ricorsi e lamentele dei genitori e degli ispettori, sempre pronti a trovare i cavilli in difesa dei diritti dei giovani e mai dei loro doveri. Si può fare qualcosa quindi per sostenere la buona preparazione scolastica? Credo di sì.
 
Basterebbe che l’Università, ma anche gli uffici pubblici e in genere i datori di lavoro più interessati alla qualità dei propri dipendenti, nel momento dell’iscrizione/assunzione pretendessero, accanto al “pezzo di carta” del diploma anche un altro titolo, più modesto e per nulla costoso: l’abilitazione. Si tratterebbe di un titolo che il neo-diplomato ottiene superando una prova (unica per tutti i tipi di curricula scolastici e gestita ogni sei mesi da una commissione nazionale), basata esclusivamente su abilità elementari: capacità di lettura, scrittura, comprensione dei testi, aritmetica. Come si vede, nulla che non dovrebbe già far parte del bagaglio delle competenze di chi ha studiato per tredici anni. Il diploma è una cosa e l’abilitazione, un’altra: magari ci sono datori di lavoro o università non interessate a richiederla. Nei fatti, invece, può darsi che si metta in moto un meccanismo virtuoso per cui le scuole che non potranno permettersi, quanto meno per motivi d’immagine, che i propri diplomati vengano respinti a tali elementari prove di abilitazione, cominceranno a prestare più attenzione alla qualità e meno al bisogno di “liberarsi” dei propri studenti.

di Fulvio Camarano • da Il Corriere Adriatico del 25 gennaio 2010


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dell'apprendimento delle lingue parte I

diario 2/1/2010

La ragione per cui decidento di scrivere dell'apprendimento delle lingue straniere metto questa pagina sulle disgrazie dell'italiano in italia, credo siano chiare: la prima lingua straniera è la lingua madre.

Secondo uno studio effettuato da Ubisoft (il colosso dei videogiochi) , in occasione dell’uscita di "My word coach-Arricchisco il mio vocabolario" – e riportato da vari giornali, come La Stampa e Libero, la risposta alla domanda se gli italiani conoscono l’italiano è: “mica tanto” – a dire il vero, se questo ci può consolare, questo vale al giorno d'oggi per ogni popolo e lingua. Secondo la ricerca, l’incubo peggiore, nella penisola, è il congiuntivo, ma non va certo meglio con l’uso del passato remoto e del condizionale. Gli accenti e le doppie sono spesso degli optional e, soprattutto, il vocabolario dei giovani (ma non solo) risulta troppo scarno. La situazione è a dir poco inquietante: il 38 per cento dei ragazzi ammette di trovarsi in difficoltà davanti all’uso di un congiuntivo, il 27 per cento se la vede brutta con il condizionale, per 31 per cento il problema peggiore è il passato remoto.
Nel linguaggio scritto vengono spesso dimenticati gli accenti (il 63 per cento non sa come e se accentare la parola ‘sé’) e le doppie (parrebbe siano perse per il 22 per cento). Poi c’è la questione di un vocabolario: troppo povero di termini. In molti non conoscono i sinonimi, sbagliano l’utilizzo dei termini (compreso in campo tecnico: mi è capitato uno che si riferiva al proprio “nome utente” col termine “password”(!?!), con risultati che non credo necessario illustrare). Di conseguenza faticano a trovare la parola giusta per evitare ripetizioni o precisare un concetto. Quello che emerge con forza è che gli studenti pur sapendo che è una cosa utile nella vita e che può aiutarli nella ricerca di un lavoro, al cosiddetto lessico non prestano attenzione.
Qual'è il problema? Che anche a scuola si usa un italiano colloquiale può essere una risposta, ma il maggiore fattore sta in un pessimo rapporto con libri di testo (ed il vocabolario). In generale strumenti percepiti come vecchi e noiosi, che non stimolano l’arricchimento del proprio lessico, ma questo non spiega le basse tirature – relativamente ad altri prodotti stampati – che il nostro paese ha.

I giovani (a questo punto ci viene detto) si giudicano impreparati in italiano e vorrebbero migliorarsi in vista dell’università o dei colloqui di lavoro, ma preferiscono (invero preferirebbero, dato che non riescono) imparare nuovi termini da film e chat perchè i libri e le lezioni non sono divertenti. Oltre la metà degli intervistati attribuisce una sufficienza risicata al suo vocabolario. Oltre l’80% ha confessato di essere stato a disagio per non aver capito una frase del suo interlocutore perchè non conosceva il significato di una parola e il 77% dichiara che più di una volta «non ha trovato le parole giuste».
Gli studenti si trovano in difficoltà, a causa della poca conoscenza del lessico, soprattutto durante le interrogazioni (46%) e il tema d’italiano (57%). Ma il non trovare la parola giusta imbarazza pure nell’approccio con l’altro sesso (41%) ed anche nelle relazioni sociali più semplici, visto che il 39% dichiara di avere fatto più di una gaffes in pubblico (una mia familiare, nel secolo scorso definì per erore un uomo sensuale come “omosessuale” con effetti esilaranti). Un vocabolario povero mette a disagio anche nella quotidianità visto che ben il 61% ricorda varie circostanze in cui il suo linguaggio non era all’altezza dell’interlocutore o della circostanza, mentre il 39% dichiara di essere stato frainteso in più di una situazione e al 22% è stato spesso chiesto di rispiegare quanto appena detto.

Onesti nel giudicarsi poco preparati gli studenti hanno anche le idee chiare rispetto a quelle che possono essere le situazioni in cui una conoscenza maggiore della lingua potrebbe essere loro d’aiuto. Indicato dal 61% degli intervistati è il colloquio di lavoro. Il 52% vorrebbe imparare a parlare meglio in vista dell’iscrizione all’università. Più pratico è il 34% che desidera un vocabolario migliore per affrontare bene le discussioni quotidiane e quelli che ritengono che un buon linguaggio serva a «cavarsela meglio nella vita» (26%).

Tra le maggiori difficoltà di apprendimento legate alla lingua italiana l’osticità della materia perchè a differenza della grammatica un "buon italiano parlato" non lo si può imparare sui testi di studio (61%). Per apprendere qualche termine nuovo gli studenti non mancano di notare come anche i romanzi di oggi usano uno slang di strada (50%) e poi gli studenti a scuola e in classe usano un linguaggio comune (46%).... e il vocabolario non è certo un buon libro da leggere (77%).

Per migliorare la proprietà di linguaggio serve la pratica (33%) e il desiderio sarebbe quello di un’esperienza che sia istruttiva ma al tempo stesso coinvolgente e divertente (67%). Ecco allora che, interrogati sul significato di alcune parole e invitati a indicare un possibile sinonimo, ad abbondare sono errori e strafalcioni.

Ai partecipanti ai focus è infatti stata sottoposta una tabella con 30 parole (verbi, aggettivi e avverbi) ed è stato chiesto loro di indicare il significato giusto tra i quattro proposti. I risultati sono stati abbastanza deludenti: solo il 14% ha risposto esattamente ad almeno l’80% delle domande (l'80% di risposte esatte e' la percentuale che i linguisti considerano come la soglia di quel che è accettabile come “corretto”), mentre la maggior parte (47%) si è limitata al 40% di risposte corrette. Ben il 21%, poi, ha risposto correttamente solo al 30% del questionario. Qual è il significato corretto di "abiurare"? Tra quelle proposte è sicuramente questa la parola che ha creato maggiori problemi agli studenti. Solo l’11% ha individuato in "sconfessare-rinunciare" il significato corretto, e se le risposte si sono polarizzate su "minacciare-intimidire" (46%) c’è anche un 19% che ha scelto "copiare" e un 24% che ritiene abiurare il verso di un animale.
È andata meglio con "dirimere" visto che il 17% ha scelto "risolvere-definire" come risposta per il 35%, invece, significa "andare a zonzo, vagare" seguito da "indirizzare, guidare" (27%) e "perdonare" (20%). Qual è il significato corretto di “elidere”? La maggior parte dei maturandi userebbe "elidere" come sinonimo di "tralasciare" (31%) o volare (28%)». Praticamente 8 studenti su 10 non conoscono il significato di questo verbo visto che c’è anche un 20% che ritiene elidere il corrispettivo di prendere in giro. Solo il 20% ha individuato in “tagliare, eliminare” la risposta corretta.
Sull’aggettivo "bellicoso" c’è stato il riscatto: il 48% dei maturandi italiani ha scelto la risposta "agguerrito, propenso alla lotta". La restante metà si è divisa tra divertente (28%), superficiale (14%) e animalesco (12%).
Qual è il significato corretto di una parola che ha lasciato anche me perplesso per più d'un attimo quale: "piccato"? A questa domanda sono venute fuori le proposte più curiose perchè solo per il 7% degli studenti piccato è un aggettivo che indica una persona infastidita o risentita, mentre per il 41% trattasi di una pianta, un piatto tipico (33%) o addirittura un utensile (19%). Qual è il significato corretto di "zuzzurellone"? Neanche l’ultima parola del nostro vocabolario ha segnato una riscossa degli intervistati perchè a fronte di un 62% che ha correttamente indicato in ’scioccò un giusto sinonimo, ci sono 4 ragazzi su 10 che hanno scelto tra: un recipiente (12%), un tipo di abito (11%) o una tribù dell’Africa centrale (9%).
 
Non so se definire singolare o sorprendente il fatto che solo per il 21 per cento degli intervistati la principale fonte di apprendimento linguistico sia la scuola (da rinominare ovviamente a scelta come skuola, squola, o la mia preferita: zkqwola). Il 61 per cento dice di imparare nuove parole attraverso la visione dei film, mentre il 54 per cento si affida ai programmi televisivi (siamo già al 150%, ma non importa). Per il 31 per cento, invece, la fonte principale è internet, mentre il 28 per cento ammette di imparare termini nuovi chattando con gli amici. Bassa anche la percentuale di chi impara leggendo romanzi: solo il 17 per cento.

Stante così le cose della lingua madre veniamo alle lingue straniere.
 


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dell'apprendimento delle lingue parte II

diario 2/1/2010

 Mi capita spesso di leggere di ragazzi che vorrebbero imparare una lingua straniera, ma pare che io sia un aguzzino se li metto in guardia che almeno un paio di anni di impegno li si deve mettere in conto.
Il primo passo comunque è trovare in corso in CD, o cassette, dischi, eccetera. Il migliore, ora trovabile in una strana forma in rete era il "20 ore", io ho i vecchi dischi 33 giri. Nel giurassico della mia giovinezza c'era il Linguaphone (esiste ancora, sino a 29 CD e 3 DVD dipende dalla lingua), ed apparve per qualche anno quello di Selezione dal Reader's digest. Ma ce ne sono un mare, in giro. Passare in una libreria e controllare cosa hanno, sarebbe il primo passo e prenderne almeno 2 (affinché la somma del materiale registrato sia quasi 10 ore) non fa male: io mi feci dei cd accorpando i livelli. Un corso audio dovrebbe dare la padronanza di 1500-4000 parole, che è più che sufficiente per passare agli stadi successivi.
Secondo passo, per la mia generazione era la radio, adesso le onde corte sono quasi mute, ma c'è la rete. Per abituare l'orecchio occorre un annetto di ascolto quasi quotidiano di una mezz'ora al giorno.
Leggere anche quello aiuta, ma solo dopo avere fatto fatto il passo 1, quello del corso. Ovviamente bisogna scegliere quello che ci interessa, io andavo matto per gli aerei, altri possono dedicarsi ai treni. L'uso della Wiki versione Simple English, tanto per non spendere soldi potrebbe aiutare.
L'uso dei DVD, non è magico - come tanti sembrano pensare - perché un film è basato sull'agire (non per nulla "agire" e "recitare" si traducono con "to act" entrambi) devi riservarlo a dopo che avrai raggiunto un buon livello con la radio. Questo ovviamente si riferisce ai DVD che contengono film. I DVD coi documentari sono tutt'altra cosa, ma sempre dopo avere raggionto un livello di minima autonomia.

Grandissima parte di quel che segue è basato sulla coppia di lingue italiano inglese in quanto la prima è la nostra la seconda è la principale lingua veicolare all'inizio del XXI secolo. Con leggere differenze si applica a quasi tutte le lingue, con l'eccezione di Spagnolo. Potoghese ed un po' il Rumeno.
Primo intoppo e che il sistema di fonazione tra famiglie linguistiche è diverso da un gruppo all'altro e simile tra idiomi vicini. Dopo i vent'anni è praticamente impossibile cambiare il modo in cui si emettono i suoni (principalmente le vocali). Questo significa che un tedesco che parli in inglese avrà un accento – e magari incertezze di vocabolario, ma i suoi suoni saranno (nella maggior parte) corretti dato che egli ha imparato nella sua infanzia una lingua che appartiene alla famiglia linguistica germanica, mentre un italiano non potrà mai pronunciare bene la famosa frase "The cat is in the hat".
Questo e non una supposta perfezione del sistema scolastico dei paesi nordici è responsabile del fatto che in quei paesi l'apprendimento di una lingua straniera sia più facile. Infatti lo è solo quando imparano una lingua della stessa famiglia: il professore tedesco che storpia la parlata di Dante è un classico dell'avanspettacolo. Alcune di queste lingue di ceppo germanico, quelle scandinave (esempio il norvegese), sono state costruite dal sistema scolastico nel periodo 1850-1900 a partire da un substrato che è principalmente il danese, mentre la più consistente coll'originale Old Norse è rimasto per ragioni d'isolamento geografico l'Islandese. L'olandese come il fiammingo sono in pratica dialetti tedeschi. Altra situazione fortunata è quella dei tedeschi i quali sono anche apparentati con la parte non neolatina del francese, dato che i franchi prima ed i normanni poi erano di ceppo e lingua germanica. Anche i cugini d'oltralpe hanno in conseguenza degli sviluppi storici, una notevole differenza linguistica tra il nord (rispetto a Parigi) e la Languedoc.
L'italiano ha (ad una valutazione spannometrica) un 80% di suoni in comune con lo spagnolo, 70 col francese del sud, una buona similarità fonetica col greco moderno, ma molto meno con altre lingue. Il risultato è che poco studio ci permette di essere compresi quando si parli in greco (sebbene le differenze grammaticali siano enormi data la presenza dell'aspetto perfettivo/imperfettivo dei verbi), ma è opportuno evitare lo street talk di certe parti delle città americane. Già in uno Starbuk's comincia ad essere difficile ordinare un caffè.
La sensibilità ai suoni, e questo e' il secondo punto, si forma sempre contemporaneamente allo sviluppo del nostro apparato fonetico, anzi la precede. Cosi il parlante italiano non riesce a individuare la minima emissione vocale (detta SCWAH) che il fatto di finire sempre la parola in vocale quando parliamo italiano ci fa emettere alla fine di parola come GIRL e BUT, cosicché noi diciamo "girla" e "butta" intendendo girl e but.
Il parlante italiano è in grado di distinguere – con qualche limite ma con una certa facilità – quelle che in altre lingue sono le vocali lunghe. Molto meno quelle brevi.
Questo fa in modo che a noi un mediorientale pare pronunciare solo delle 'a', 'o', ed 'u'. Ascoltando parlare in inglese non abbiamo difficoltà in quanto esse, a noi paiono dei dittonghi. "Pane", "Pine", "Pore", "Pure", "Peed" non ci creano difficoltà, almeno d'ascolto e di pronuncia. Al contrario "pin", "pen", "pan", "pun", e "pon" (accettando quest'ultimo quale abbreviazione di upon, riportata dai dizionari) sono (fuori dal contesto di una frase) quasi irriconoscibili uno dall'altro, specialmente i tre in mezzo.
Questo perché i fonemi vocalici, in lingua inglese sono (a seconda i come uno li conta) tra quattordici e diciotto, in italiano noi ne contiamo, e scriviamo solo sette - ma nel nostro caso c'è la possibilità (sebbene in pratica utilizzata meno che in francese e spagnolo) di adoperare la grafia accentata per distinguere tra la botte del vino e le botte da orbi, àncora ed ancòra e cosi via sino alla famosissima "Morto il capitano il nostromo capitanò la nave, son cose che càpitano. Naturalmente va senza dire che mentre la grafia italiana ha un carattere per quasi ogni vocale, ed il greco moderno addirittura tre caratteri da pronunciare la vocale "i", in inglese alcuni suoni vocalici possono essere descritti anche da sette o più gruppi di lettere: il suono "i" lungo, a volte indicato con 'iy' ha le seguenti varianti grafiche e come in me, e...e come in scene, ee come in see, ea come in tea, ie come in piece, y come in very, ey come in key, ei come in ceiling, i come in taxi, i...e come in magazine ed infine eo come in people. E questo penso basti.
Terzo il livelli semantico. La leggenda che ci siano 27 parole per indicare la neve in certe linge eschimesi è, appunto una leggenda ma è vero che i linguaggi si sviluppano funzionalmente alle necessità di comunicare. Nessun linguaggio africano userebbe parole lunghe come "coccodrillo" od "elefante" per indicare un animale pericoloso, infatti si usa per il secondo "tembo" (o tempo). E le parole – le frasi – hanno una storia. E spesso ci sono dei problemi. Il film "Paths of Glory" divenne nell'italiano "Orizzonti di gloria" non per ignoranza dei traduttori ma perché "Sentieri di gloria conducono solo alla morte (o: non conducono altro che alla morte, se si traduce in modo diverso)" è una poesia che in Italia ben pochi conoscono.
Ricordi la famosa frase di Saddam Hussein LA MADRE DI TUTTE LE BATTAGLIE? Beh LA MADRE DI nella lingua irachena vuole dire semplicemente grande, importante. Ma chi lo aveva capito?
Concludendo poi gli studi per conto proprio, affiancati a quelli dell'istruzione pubblica andarsene il un paese straniero, non sarebbe male, ma nella nostra tradizione manca il “wanderjar” ossia l'anno in cui dopo essersi diplomati si fa un annetto d'ozio prima dell'università o di intraprendere una carriera lavorativa. I tedeschi invece ce l'hanno e pare che se la cavino bene.
Facciamo però dei distinguo.
Una cosa sono le aziende che si occupano di insegnare l'inglese. Queste a pagamento fanno qualsiasi cosa possibile. Al costo medio di 500-1000 euro a settimana, questo à il guaio. Un paio di mesi costerebbe quanto il reddito annuale disponibile di una famiglia media. Va bene per i figli dei ricchi.
Altro sono programmi di organizzazioni che si dedicano a quelli che vengono definiti scambi culturali e che tendono ad operare a favore di studenti che hanno una certa capacità di maneggio delle lingua, quale ad esempio la nota Intercultura ed altre similari.
In questo caso ci sono i semestri di studio all'estero che non sono gratuiti di certo, ma non si rivolgono a chi ha una conoscenza ZERO della lingua straniera. Se un ragazzo è in un liceo, verso il terzo o quarto anno dovrebbe cercare di andare.
Volendo invece partire di proprio, anzitutto uno si deve accertare a che livello è nella conoscenza della lingua, in maniera obiettiva: i "test" fatti alle varie “scuole” sono sempre in funzione di quello che esse insegnano. Conviene sostenere un test Toefl, o similare per conto proprio è vero che costa, ma non vale la pena di spendere soldi in corsi all'estero se non si passa il livello B1 (inserendo “quadro di riferimento europeo” in un motore di ricerca trovi tutto, le equivalenze tra i vari punteggi sono più chiare nella pagina della wiki, ma di materiale ne salta fuori a bizzeffe) o meglio B2.
Il livello b2 è quello che si dovrebbe ottenere alla fine dele superiori studiando a squola (q volontaria), almeno per la comprensione dei testi scritti.
In questa fascia di competenza, per compensare al lato ascolto che la scuola italiana non cura molto, il primo acquisto da fare è (forse ancora) una radio ad onde corte e dedicare almeno mezz'ora al giorno all'ascolto delle radio che trasmettono in inglese. Disgraziatamente per l'Europa occidentale dal 2008 la BBC ha cessato le trasmissioni, e la si trova solo sulle sotto-portanti della Tv via satellite, la quale è anch'essa da considerare, ma non può competere con la radio in sé purtroppo. Probabilmente si riesce a sentire, in OC, qualche trasmissione indirizzata all'Africa e c'è uno streaming in internet. Anche l'uso di materiali quali i film in DVD in con traccia in lingua originale, od un corso su CD è sicuramente più economico e utile che trasferirsi armi e bagagli all'estero, quando il bagaglio sia costituito principalmente dalla propria ignoranza. Probabilmente i primi 1000 euro, sono molto meglio spesi a casa propria: se si vive vicino alle città di Napoli, Roma o Milano si puo pendere contatto con la sede locale del British Council, se abiti lontano forse segnaleranno per lettera se c'è un loro associato vicino a dove uno sta. Sentire da loro per avere delle dritte non può fare male.
Successivamente, per la permanenza all'estero, si deve considerare che essa ha due caratteristiche possibili. Entro o fuori dalla comunità. Nella prima conservi tutti i diritti di cittadinanza, possibilità di lavoro eccetera, fuori della Comunità Europea la possibilità di guadagnare qualche soldo è legata al conseguimento di particolari visti vedi link

Questo e' un valore approssimativo del numero di settimane di corso necessarie per il raggiungimento del livello desiderato. Le indicazioni si basano su statistiche e dipendono dall'impegno personale.

Livello principiante: lo studente comprende alcune parole ed espressioni, ma non conosce a fondo la lingua straniera. Dovrebbe essere in grado di arrivare al livello successivo in 4 settimane ed in 36 (un anno scolastico) al livello B1.
Livello elementare (livello A1 – European languages framework ):  comprende frasi semplici, istruzioni e descrizioni della vita quotidiana, ma utilizza soltanto parole o espressioni isolate, in frasi incomplete senza un vero contenuto grammaticale. Dovrebbe essere in grado di arrivare al livello successivo in 4-6 settimane ed in 36 (un anno scolastico) al livello B1.
Livello elementare superiore (livello A1-A2): conosce bene alcune frasi tipo ed è capace di scriverle, ma incontra difficoltà nel comprendere il linguaggio quotidiano. Risponde impiegando un linguaggio scolastico con costruzioni semplici. Dovrebbe essere in grado di arrivare al livello successivo in 6-8 settimane ed in 36 (un anno scolastico) al livello intermedio tra B1 e B2.
Livello intermedio inferiore (livello A2): comprende la lingua con una certa difficoltà, tranne in alcune precise situazioni. Riesce a leggere testi semplici. Nonostante commetta frequentemente degli errori, è capace di esprimersi con svariate frasi in una serie limitata di campi. Dovrebbe essere in grado di arrivare al livello successivo in 8 settimane ed in 36 (un anno scolastico) al livello C1
Livello intermedio (livello A2-B1): il soggetto ricomincia spesso le frasi per farsi capire e non conosce ancora bene le costruzioni speciali. Grammatica e vocabolario sono talvolta lacunosi. Buona comprensione generale. Nel parlare però l'accentazione e' spesso sbagliata, come la prosodia, e causa difficoltà di comprensione. Potrebbe essere in grado di arrivare al livello C1 in un anno scolastico) al livello B2 dovrebbe essere in grado di arrivare al livello successivo in 8-10: non che la curva del progresso si sta appiattendo, ma le richieste per progredire sono maggiori.
Livello intermedio superiore (livello B1): comprende la lingua quotidiana. Nonostante alcuni errori di grammatica e di espressione, è capace di farsi comprendere. Anche in questo caso i progressi si vedono non in settimane ma mesi almeno tre. Ma l'anno dovrebbe portare, almeno i più dotati al livello C1
Livello avanzato (livello B1-B2): ora lo studente conosce a fondo la struttura della lingua straniera, sia nell'espressione scritta che in quella orale. È capace di esprimersi con sicurezza in diverse situazioni e di comprendere la lingua parlata dai nativi. Lo si riconosce ancora per l'utilizzo prudente della lingua, le espressioni imparate a memoria, l'assenza di espressioni idiomatiche ed alcuni problemi di impiego. Vale quanto detto al punto precedente.
Livello molto avanzato (livello C1)
Lo studente comprende quasi tutto, comprese le espressioni idiomatiche. Nonostante alcuni errori occasionali, il livello è prossimo a quello della lingua madre, anche in situazioni complesse. La possibilità di imparare a lezione e' oramai limitata a poche cose.  La comprensione è generalmente buona, specie nelle situazioni strutturate per un uditorio quali trasmissioni radio o conferenze. Non ci sono stati però grossi progressi nel parlare a meno di soggiorni nei paesi dove la lingua straniera e' parlata, mancando un feedback  l'accentazione e la prosodia e' spesso rimasta sbagliata, continuando ad essere causa difficoltà di comprensione.
Livello prossimo alla lingua madre (livello C2)
In seguito a un lungo (almeno oltre i sei mesi) soggiorno in immersione completa, lo studente conosce a fondo la lingua straniera e la parla correntemente, con precisione e con un livello talvolta superiore a quello di alcuni autoctoni di bassa scolarizzazione, utilizzando però in genere meno espressioni idiomatiche.

 

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permalink | inviato da albertolupi il 2/1/2010 alle 3:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

la questione della lingua

diario 18/8/2009

“Il dialetto deve diventare materia obbligatoria di insegnamento alle elementari”, secondo Umberto Bossi e il Carroccio che portano avanti la loro battaglia sulla lingua. La proposta leghista sta naturalmente suscitando polemiche e critiche, ma soprattutto attenzione.

 
Ma sorge (a destra) spontanea una domanda: gli italiani sanno veramente l’italiano? A sinistra tutto quel che si fa è toccarsi le pudenda: dopo avere fatto apparire scritte in arabo nei luoghi pubblici, solo una faccia da carburo può negare dignità ad un dialetto, se sapesse cosa cactus è un dialetto, ovviamente!
Secondo uno studio effettuato da Ubisoft il colosso internazionale dei videogiochi – e riportato dal giornale Libero, la risposta alla domanda se gli italiani conoscono l’italiano è “mica tanto” – a dire il vero questo vale per ogni popolo e lingua. Secondo la ricerca, l’incubo peggiore è il congiuntivo, ma non va certo meglio con l’uso del passato remoto e del condizionale. Gli accenti e le doppie sono spesso degli optional e, soprattutto, il vocabolario dei giovani (ma non solo) risulta troppo scarno. La situazione è a dir poco inquietante: il 38 per cento dei ragazzi ammette di trovarsi in difficoltà davanti all’uso di un congiuntivo, il 27 per cento se la vede brutta con il condizionale, per 31 per cento il problema peggiore è il passato remoto.
Nel linguaggio scritto vengono spesso dimenticati gli accenti (il 63 per cento non sa come e se accentare il ‘sé’) e le doppie (parrebbe siano perse per il 22 per cento). Poi c’è la questione ‘vocabolario’: troppo povero di termini. Molti non conoscono i sinonimi, sbagliano l’utilizzo dei termini (compreso in campo tecnico: mi è capitato uno che si riferiva al proprio nome utente col termine “password”!?!), faticano a trovare la parola giusta per evitare ripetizioni o spiegare bene un concetto. Singolare è che solo per il 21 per cento degli intervistati la principale fonte di apprendimento linguistico sia la scuola (da rinominare ovviamente zkqwola). Il 61 per cento dice di imparare nuove parole attraverso la visione dei film, mentre il 54 per cento si affida ai programmi televisivi siamo già al 150%, ma non importa). Per il 31 per cento, invece, la fonte principale è internet, mentre il 28 per cento ammette di imparare termini nuovi chattando con gli amici. Bassa anche la percentuale di chi impara leggendo romanzi: solo il 17 per cento.
Il fatto è che un dialetto (voce dotta introdotta nell’uso all’incirca nel 1600, ripresa dal lat. tardo dialectos, s. f., "dialetto", prestito dal greco δι?λεκτος, letteralmente "colloquio, parlare ordinario, lingua, pronuncia particolare, dialetto") è non una corruzione della lingua – idea avanzata dai linguisti francesi – ma il suo elemento originario. La lingua ufficiale stabilitasi verso la fine dl medioevo principalmente nell’uso dei tribunali è un negoziato tra le varie parlate popolari e il parlare dell’autorità. Quest’ultima asserendo il suo diritto di sovranità imponendo la lingua. Il “Terrore” durante la rivoluzione francese riguardava anche la lingua. Poi la diffusione della stampa, della radio e della tv hanno fatto il resto, spesso in senso distruttivo.

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permalink | inviato da albertolupi il 18/8/2009 alle 13:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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