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il dramma (scolastico) del Romanticismo Italiano, revised

diario 14/7/2009

Ogni tanto viene riproposta questa domanda: romanticismo e “qualche autore italiano” in genere il trio Foscolo, Leopardi e Manzoni. Adesso è di moda qualche anno fa no. Posta poi così è la classica DOMANDA MATTONE. Naturalmente uno dei guai di uno studente è che non può rispondere che il Romanticismo italiano non esiste, che sarebbe la risposta più corretta.

Ad essere sincero è la risposta che detti io all’esame di stato nel 1971, con grande scandalo della professoressa che mi stava interrogando – aggiunsi poi un’altra cosa che in questa pagina metto più sotto. Riporto, per chi non si fidasse di me, il giudizio dato da Laforgia, che è trovabile in rete con tutto il resto dell'articolo: “Agiva da freno all’accoglimento incondizionato di quella moda letteraria (il romanticismo) la nostra tradizione, con il suo senso del limite e i suoi precetti di buon gusto e compostezza. Agiva ancora, a dare misura ed equilibrio alle espressioni dei nostri romantici, per consentirmi una posizione personale, la presenza, in tutta la storia delle nostre lettere, di modelli a cui rifarsi per ciascuno dei temi che la poesia romantica transalpina proponeva: dalla contemporaneità della poesia al momento storico, alla celebrazione della religione cristiana; dall’impegno politico, alla voluptas dolendi; dalla rappresentazione dell’orrido e del tempestoso, al fiabesco; dall’elegia, alla predicazione dell’unità nazionale; dall’idillio, al titanismo.”
 
Per dare una giustificazione di quanto asserito sopra, e che sarà analizzato sotto dobbiamo ricordare come il Romanticismo sia stato un movimento artistico, culturale e letterario sviluppatosi in Germania (Romantik) al termine del XVIII secolo e poi diffusosi in tutta Europa. E' da notare che il termine deriva dall'uso inglese di definire “romantic” in modo dispregiativo i romanzi cavallereschi, Roman secondo l'uso francese.
 
I temi caratteristici di quasi tutti i campi toccati dal movimento romantico sono il rifiuto dell'idea illuministica della ragione, poiché questa non si è rivelata in grado di spiegare la totalità delle cose che sono – un idea che resterà chiave poi nei movimenti nazionalisti, fascisti e terroristici in genere.
Nell'era romantica c'è una grande valutazione di ciò che è irrazionale: follia, sogno, visioni assumono un ruolo di primaria importanza: se nel rinascimento l'artista era il campione della ragione, nel romanticismo diviene il campione della pazzia. Se uno ha voglia può paragonare Blake in Inghilterra e Varano in Italia!
Secondo elemento: l'Esotismo, in parte come rifiuto di un concetto d'appartenenza, oppure in un'epoca diversa da quella reale, come il medioevo. L'esotismo sarà poi una componente non indifferente dell'imperialismo.
Soggettivismo e individualismo visti in una prospettiva assoluta (si consideri il titanismo elencato sotto): ogni uomo riflette i propri problemi, o comunque il proprio io, nella natura, che ne diventa così il prodotto soggettivo, questo aspetto è alla base dell'ecologismo, la sua espressione più conosciuta è il massimo contributo Americano al romanticismo: Walden, la vita nei boschi.
Concetto di popolo e nazione: dalla rivalutazione della tradizione orale e folcloristica di un intero popolo e saldando l'individualismo a nazionalismo, che sfocia per esempio nella ricerca di origini antiche delle moderne nazioni (da qui anche l'interesse per il medioevo, che viene rivalutato rispetto alla opinione degli illuministi). Questo atteggiamento comporta che mentre da un lato si sviluppano come nuove discipline scientifiche l'epigrafia, l'archeologia, la numismatica e la glottologia, lo studio della storia diviene una visione dell'uomo in fieri, cioè in costante cambiamento in bene Hegel e Marx o male come per Nietzsche. Gravissime ripercussioni saranno i Pan Nazionalismi germanico e slavo, che avranno il loro momento di dubbia gloria nel XX secolo.
 
 Ritorno alla religiosità: mancando il supporto della ragione illuminista, l'uomo romantico cerca stabili supporti nella fede e nella conseguente tensione verso l'infinito. Si determina così da un lato un ritorno all'utilizzo di pratiche magiche e occulte e dall'altro predicando un ritorno alla religiosità e invitando al tuffo nella fede (anche in questo caso riabilitano i tempi bui del Medioevo, apprezzando quei caratteri che l'illuminismo criticava). Lo stesso Hegel finirà per rivalutare le religioni "positive", condannate in età giovanile.
 
Il romanticismo si rifà in linea di massima alla necessità di attingere all'infinito. A causa di ciò sono spesso ricorrenti alcuni essenziali punti cardine come:
Assoluto e titanismo viene paragonata dunque allo sforzo dei Titani che perseverano nel tentativo di liberarsi dalla prigione imposta loro da Zeus, pur consapevoli di essere stati condannati a restarci per sempre, non per nulla Beethoven scrive Le creature di Prometeo. Uno dei tanti effetti sarà poi l'esperienza di governo personale (basato sul culto della personalità) di vari tiranni del secolo successivo: Arendt definirà Mussolini un tipico esempio di assoluta affermazione della propria personalità il regime ed il modo di governare del capo del governo italiano.
La “Sehnsucht”: espressione tedesca traducibile come “desiderio del desiderio” o “male del desiderio” o ancora definibile come “Il Sublime”: secondo i romantici, l'infinito genera nell'uomo un senso di terrore e impotenza, definito sublime, un sentimento che affligge il soggetto e lo spinge ad oltrepassare i limiti della realtà terrena, opprimente e soffocante, per rifugiarsi nell'interiorità o in una dimensione che supera lo spazio-tempo.
Presente in alcuni, specialmente all'inizio – e dimenticato da altri – è l'ironia con cui si guarda alla vita. Questa caratteristica verrà richiamata alla fine.
 
In Italia dalla fine dell'impero romano ad oggi abbiamo avuto la fortuna di avere sempre presenti da un lato le rovine di quella grande civiltà e dall'altro la continuità della tradizione culturale latina, trascinata dalla esistenza della chiesa come organismo politico e religioso. Questa doppia presenza ha agito (nel bene e nel male) come ammortizzatore rispetto alle correnti culturali d'oltralpe. Perché è certo sono esistiti scambi, è esistito un Gotico Lombardo, ma sempre la tradizione ha fatto da cuscinetto.
 
Quindi (per tornare alla mia affermazione che il Romanticismo italiano non esiste) solo alcuni degli elementi tipici della nuova sensibilità romantica si possono già trovare negli autori maggiori, e comunque in un caso un elemento e nel caso dell'altro uno diverso. Per i minori invece (quale il Berchet del Romito del Cenisio) possiamo parlare di una vera adesione all'ideale romantico – ma chi li conosce? Io penso che nemmeno la profe sopra riportata. Per cui riporto un po’ rimaneggiata la biografia dello scrittore, che si trova sulla Wiki.
Giovanni Berchet (il cui vero nome era Riccardo Michelini) nacque a Milano il 23 dicembre 1783 e morì a Torino il 23 dicembre 1851 è stato un poeta, scrittore e letterato italiano. La sua famiglia era di origine savoiarda, da giovane fu traduttore non solo di opere poetiche, all'avanguardia che esprimevano il nuovo gusto romantico, come l'ode "Il bardo" di Thomas Gray, e di romanzi, come "Il vicario di Wakefield" di Oliver Goldsmith.
Nel 1816 fu l'autore del più famoso manifesto del romanticismo italiano, ovvero la "Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo"; il titolo completo di tale opera era "Sul cacciatore feroce e sulla Eleonora di G.A. Bürger. Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo". L'autore, che si cela dietro lo pseudonimo di Grisostomo ("bocca d'oro" in greco), finge di scrivere al proprio figlio in collegio dandogli una serie di consigli letterari, il che è occasione per un'esaltazione della nuova letteratura romantica, di cui Berchet riporta come esempio la traduzione di due ballate del poeta tedesco G.A. Bürger, "Il cacciatore feroce" ed "Eleonora", ispirate a leggende popolari germaniche.
Verso la fine dell'opera, Grisostomo finge di aver scherzato, ed esorta il figlio a seguire fedelmente le regole classicistiche, che espone facendone la parodia. Questa ironica ritrattazione finale giustifica l'attributo "semiseria" della lettera.
Secondo le parole del Berchet stesso, la "Lettera" ha come funzione principale quella di indicare come nuovo percorso compositivo la poesia popolare (e quindi romantica) al contrario di quella classica e mitologica, che fu definita dagli ambienti romantici "poesia dei morti" in quanto espressione di una poetica che non esisteva più. Infatti, sostenendo la necessità di sprovincializzare la letteratura contemporanea guardando oltre i confini dell'Italia, Berchet identificò il nuovo pubblico della letteratura romantica con il "popolo", ovvero quella parte di popolazione né troppo sofisticata e tradizionale né eccessivamente incolta e grossolana.
 
Nel 1818 il Berchet fece parte del gruppo che fondò Il Conciliatore, il foglio che era portavoce delle posizioni romantiche. Due anni dopo si iscrisse alla Carboneria, coltivando contemporaneamente la passione politica e quella letteraria. Partecipò ai moti repressi del 1821 e per sfuggire all'arresto fu costretto ad andare in esilio prima a Parigi, poi a Londra ed infine in Belgio. Al periodo belga risale la sua produzione poetica: il poemetto "I profughi di Parga" (1821), le "Romanze" (1822-1824) e l'altro poemetto "Le fantasie" (1829). Tornato in Italia nel 1845, partecipò alle cinque giornate di Milano del 1848 e lottò con tutti i mezzi possibili per il raggiungimento dell'unità d'Italia, al quale però non poté assistere per motivi anagrafici: dopo il fallimento della prima guerra d'indipendenza e la iniziale prevalenza dell'Austria fu costretto a riparare in Piemonte. Nel 1850 si schierò con la destra storica e fu eletto al Parlamento subalpino. Morì nel capoluogo piemontese l'anno successivo.
Le idee che egli aveva avvocato sarebbero state riprese, poi, anche da altri autori più famosi di lui, quali ad esempio Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo (nella sua ultima produzione poetica) ed Alessandro Manzoni sebbene in modo parziale – data la sopra riportata eredità dei classici, rinverdita dalla tradizione rinascimentale.
 
 
Ad esempio troviamo il titanismo ed il senso di perdita in Ugo Foscolo, (Ortis, Sepolcri) dove però risultano in parte legati alla corrente del classicismo.
All'inizio del scolo XIX stavano già diffondendosi nella penisola le prime istanze risorgimentali, alle quali risulterà strettamente legata la produzione romantica italiana, degli ignoti (che comunque forniscono una belle serie di volumi alla collezione della letteratura italiana della Ricciardi) e quella di caratteristiche personali dei grandi. La gigantesca figura di Alessandro Manzoni, che era una persona di estrazione illuminista diede un impulso fondamentale alla diffusione del genere letterario del romanzo storico, il cui secondo esempio sono le ormai scordate Confessioni di un Italiano – ma solo una forzatura potrebbe definirne l'opera Romantica (io persi qualche punto all'esame di maturità per aver detto una cosa simile). Più correttamente si potrebbe usare il termine per applicarlo all'Adelchi, o al 5 Maggio che non sono le sue opere maggiori. Un altro importante esponente della letteratura italiana che ha qualche segno del romanticismo è Giacomo Leopardi, ma solo perché si dedicò al genere poetico della lirica personale soggettiva e per l'uso di una delle caratteristiche dell'espressione romantica, l'ironia. Personalmente sono sempre rimasto colpito dall'ironia di certe poesie leopardiane, La ginestra, il Canto Notturno.
La critica letteraria infatti ha spesso visto l'uso diverso dell'umorismo tra i vari autori come uno spartiacque tra il romanticismo e ciò che lo ha preceduto. Possiamo vedere la differenza tra gli autori inglesi del '700, De Foe, Swift e Fielding dove si usa largamente sia umorismo terra terra e abilità satirica, per spogliare gli eroi delle categorie buono e cattivo e per rivestirli di quella dell'umano, mentre nella Austen che risente dell'epoca romantica (e che ne è una buona espressione) abbiamo , ironia e l'uso dell'esagerazione per esporre un commento mordace della società. L'ironia qua serve per trattare, delle piccolezze e delle brutture della vita.
 
Questo è forse il tema romantico più presente in un grande autore italiano – sempre filtrato da quella autocoscienza di cui si diceva all'inizio – la consapevolezza della finzione delle cose che circondano l'uomo o che egli stesso crea, si traduce nell'ironia, di cui già Socrate medesimo (e qua si vede che l'ironia non è un appannaggio solo dei romantici) faceva uso per autosminuirsi quando si confrontava con i suoi interlocutori e che ala fine del XIX secolo sarà analizzata da Freud come strumento di difesa della Personalità. Non credo sia il caso di sottovalutare come sarà il venire meno dell'elemento ironico a fare sì che i lati negativi del romanticismo si potranno poi esprimere nel nazionalismo, razzismo, imperialismo e nei regimi del culto della personalità che seguiranno.
 

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permalink | inviato da albertolupi il 14/7/2009 alle 11:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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