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la "politica" della prima rivoluzione industriale

diario 19/1/2014

Tre elementi compongono la «parte politica» della rivoluzione industriale Inglese, nella sua prima fase, quella che riguarda il tessile e la metallurgia basandosi sulla forza motrice idraulica e del vapore, e costituiscono la “ rivoluzione finanziaria”, fattore a volte trascurato ma non meno importante per lo sviluppo della rivoluzione industriale, che ha caratterizzato l'Inghilterra durante il XVIII e il XIX secolo. Va comunque messo in chiaro che la Prima R. I. è a sua volta di una conseguenza di quella che viene definita la Rivoluzione Agricola: ossia l’abbandono delle tecniche agrarie che furono tipiche del medioevo, a seguito dell’ampliarsi dei commerci mondiali. In particolare, nelle Fiandre e nel Brabante il terreno era poco fertile, ma il notevole sviluppo del commercio marittimo fece aumentare notevolmente la domanda di prodotti quali il lino per le tele, i coloranti per il panno, l'orzo e il luppolo per la birra, la canapa per le funi, il tabacco ecc. La densità della popolazione, inoltre, favoriva lo sviluppo dell'orticoltura e della frutticoltura. Si adottarono quindi nuove tecniche basate sulla rotazione pluriennale (contro quella triennale) e sulla sostituzione del maggese con pascoli per il bestiame anche per ottenerne concime naturale:tali innovazioni vennero studiate da esperti europei e soprattutto inglesi. Richard Weston visitò le province fiamminghe intorno al 1650 e descrisse in una sua famosa opera,” A discourse of husbandrie used in Brabant and Flanders”, il loro metodo basato sulla rotazione delle colture (lino, rapa, avena, trifoglio). I nuovi metodi dettero origine al cosiddetto sistema di Norfolk, generalmente considerato il prototipo di una nuova agricoltura che, grazie alla rotazione e ad altri aspetti (recinzioni, grandi aziende, lunghe affittanze, aratro in metallo tirato da cavalli ecc.), consentì all'Inghilterra di esportare grandi quantità di grano e farine nel periodo 1700-1770. La maggiore delle componenti politiche della Rivoluzione industriale fu la “Stabilità monetaria”: la lira sterlina, nel periodo 1560-1914, attraversò e superò due crisi importanti (la prima nel 1694 e la seconda nel periodo 1797-1821) senza che questo abbia intaccato la sua parità. La crisi di fiducia del 1694 fu provocata da cattivi raccolti e dai pagamenti della guerra contro la Francia, mentre la seconda crisi (1797-1815) è stata determinata essenzialmente dalle difficoltà finanziarie provocate dall'uscita di oro e di argento utilizzati per pagare i costi della guerra contro la Francia. Nel 1797, su proposta di William Pitt viene introdotto con il Bank Restriction Act il corso forzoso della lira sterlina, misura inizialmente prevista per una durata di 6 mesi che rimarrà però in vigore per 24 anni, fino al 1821. Inoltre negli anni 1809-1810 si assiste allo sviluppo dell'inflazione: la moneta perde quindi potere d'acquisto. Questa crisi viene risolta, su consigli di David Ricardo, con una politica di rivalutazione (simile alla politica “quota 90” dl Volpi sotto il governo Mussolini in Italia), le cui conseguenze in termini di aumento dei prezzi dei beni d'esportazione furono bene sopportate – a differenza di quanto accadde in Italia – per il fatto che c’erano un'industria e un commercio molto solidi. Il periodo critico si conclude nel 1816 con la reintroduzione della parità aurea. Ulteriore fattore fu la “Creazione del debito pubblico” e la capacità di sostenerlo. L'Inghilterra adottò una politica coerente delle finanze pubbliche basata, da una parte, sul prelevamento diretto delle imposte attraverso le “Regie” sbarazzandosi così degli intermediari fiscali e, dall'altra parte, realizzando una politica d'indebitamento sul lungo termine con tassi d'interesse elevati (elevati voleva dire 3%!) ma garantiti dalle imposte. Gli interessi vengono pagati con le entrate fiscali, mentre alla scadenza del prestito il capitale viene rinnovato con l'emissione di nuovi titoli di debito. La cosa interessante è che in questo modo, venne creato un mercato finanziario sul quale si potevano scambiare i titoli del debito pubblico assicurandone la loro liquidità da un lato e la creazione di un area di risparmio che poteva fungere da parcheggio delle liquidità. L'indebitamento pubblico aumentò sino alla grande guerra senza provocare, contrariamente a quanto sostenuto da molti in quel periodo, difficoltà economiche particolari. Ovviamente era l’espansione dell’Impero a permettere ciò, ma qui entriamo in considerazioni morali. Probabilmente tuto questo non sarebbe avvenuto senza che la Banca d'Inghilterra, fondata nel 1694, assumesse un ruolo centrale per l'intero sistema bancario inglese. È interessante che Sir William Paterson un mercante e banchiere scozzese cui si deve la creazione dlla Banca d’Inghilterra sia poi stato la mente di uno schema finanziario che rovinò la Scozia. Si assistette attorno al 1700 ad uno sviluppo considerevole del numero di istituti bancari sia a Londra sia in provincia, sviluppo sostenuto dalle necessità in termini di circolazione delle lettere di cambio e dei biglietti come pure della distribuzione di prestiti propri di un'attività economica in crescita. Fino al 1797, le banche emisero biglietti monetari (propri) contro il deposito di moneta metallica, a partire da quella data, non essendo i biglietti monetari non più convertibili, raccolgono depositi in moneta cartacea emessa dalla Banca d'Inghilterra che assurge a prestatore in ultima istanza per l'intero sistema bancario. La moneta della Banca d'Inghilterra viene utilizzata per i pagamenti interbancari, mentre a partire dal 1770 la moneta cartacea sostituìla moneta metallica. Anche la borsa di Londra si sviluppò (le prime Borse sorsero in Belgio, ad Anversa nel 1531 e in Francia, a Lione nel 1548), restando però seconda al mercato finanziario di Parigi. Il mercato finanziario londinese diventerà la capitale finanziaria, sorpassando quindi la borsa di Parigi solo nel 1870.

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Nazionalismi - imperialismi

diario 30/9/2011

Senza averne percorso l’arco storico discutere del nazionalismo del XX secolo non ha senso. Nazionalismo ed imperialismo non costituiscono uno dei tratti salienti della politica di “inizio 900”, questo lo credono solo i cretini che fanno i professori di storia. 

L’imperialismo (nel senso vero, non leninista, del temine) è un fenomeno che coinvolge principalmente Spagna e Portogallo all’inizio del ‘500 col “Trattato di Tordesillas” (1494) :1l trattato era inteso a risolvere la disputa che si era creata a seguito del ritorno di Cristoforo Colombo. Nel 1481, la Bolla papale Aeterni regis aveva garantito tutte le terre a sud delle Isole Canarie al Portogallo. Nel maggio 1493, Papa Alessandro VI (spagnolo di nascita) decretò nella Bolla Inter Caetera, che tutte le terre ad ovest di un meridiano a sole 100 leghe dalle Isole di Capo Verde, dovevano appartenere alla Spagna, mentre le nuove terre scoperte ad est di quella linea sarebbero appartenute al Portogallo, anche se i territori già sotto il dominio cristiano sarebbero rimasti intatti.
Poi il ‘700 vide degli scontri tra Francia ed Inghilterra come conseguenze delle lotte in Europa ed il 1880 col congresso di Berlino la spartizione dl mondo. I più in ritardo, perché arrivati tardi all’unità (Germania ed Italia) svilupparono un “imperialismo in ritardo”. L’ultimo imperialismo fu quello dell’URSS.
 
Il “nazionalismo” si sviluppò come reazione “romantica” al cosmopolitismo dell’«Ancienne regime». Il nazionalismo è l'ideologia, nata nel XIX secolo, che è relativa a quelle dottrine e movimenti che sostengono l'affermazione della “nazione” intesa come collettività omogenea e ritenuta depositaria di valori tradizionali tipici ed esclusivi del patrimonio culturale e spirituale nazionale, in contrapposizione allo stato Settecentesco, o illuministico, di natura contrattualistica, da un lato la cittadinanza dall’altra i poteri dello stato.
 
Le prime manifestazioni del nazionalismo si hanno durante la Rivoluzione Francese (contro i sovrani europei coalizzati) ed in seguito nei paesi occupati dalle truppe napoleoniche (contro i francesi). Si passa insomma da un «Nazionalismo Umanitario» (Rousseau, Herder) ancora legato al cosmopolitismo settecentesco, al «Nazionalismo Giacobino» intollerante nei confronti dei dissensi interni e animato da zelo missionario.
Manifestazione politica del romanticismo quasi tutti gli storici affermano esita un nesso tra diffusione del nazionalismo, sviluppo industriale di un paese, ed alfabetizzazione delle masse popolari; in tal senso l'età napoleonica costituisce uno chiaro spartiacque tra una Europa pre-nazionale, dove l'identità dei vari Stati è costituita dalla continuità dinastica, ed una Europa dove il soggetto primo ed ultimo della politica interna ed estera è costituito dallo Stato-Nazione.
Non è possibile qui ricostruire tutta questa vicenda, ma si possono convenzionalmente individuare tre fasi del processo di 'nazionalizzazione' dell'Europa.
La Restaurazione (1815/’48): il Nazionalismo costituisce una ideologia liberale sostenuta da una borghesia ancora in lotta con i vecchi ceti aristocratici per il dominio dello Stato; a questa segue l'età del “libero scambio” (‘48/’71) che vede il consolidamento dell'egemonia borghese basata sul binomio liberismo-Stato nazionale; in questo periodo nascono l'Italia e la Germania come nuovi Stati-Nazione, sotto l'ala protettrice di Francia ed Inghilterra questa è la fase del «Nazionalismo Liberale» (Burke, Guizot, Von Stein, Cavour) che privilegia la sovranità nazionale in un contesto di garantita libertà individuale, politica, economica, conseguentemente alla visione economica della seconda rivoluzione industriale (quella parte del processo di sviluppo industriale che avviene cronologicamente tra il congresso di Parigi (1856) e quello di Berlino (1878) – una specie di G-8 del 1800.
 
l’età del nazionalismo e l’apice dell’imperialismo sono coevi a causa della lunga e grave crisi economica nota come 'Grande depressione', le borghesie nazionali utilizzano il nuovo binomio protezionismo-imperialismo in una competizione crescente, quella che si definisce «l'età dell'Imperialismo» (’71-1914) il «Nazionalismo Economico» (List e la scuola protezionistica tedesca), che studia le modalità di autosufficienza economica nazionale, attraverso l’intervento economico dello stato (cui poi s’ispirerà Lenin) una situazione che sfocia nella Prima guerra mondiale.
 
La guerra segna la fine del fascino della dottrina nazionalista in Francia e Gran Bretagna, mentre in Italia prima e Germania poi diviene un forte sentimento politico. In questo caso è fondamentale il fenomeno della “società di massa”, un fenomeno esploso negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso (sebbene con prodromi nella Vienna di Karl Lueger) che hanno visto il maturarsi di tale processo e l’assunzione da parte delle masse di un ruolo privilegiato nella struttura sociale attraverso l’esplosione del «ceto medio». Si contraddistingue per una maggiore la partecipazione alla vita politica degli starti meno privilegiati della popolazione, con la nascita dei partiti di massa – contrapposta ai notabili, e il condizionamento culturale che spesso si manifesta come influsso delle «mode» sui comportamenti dei singoli e dei gruppi. La trasformazione delle folle in “massa” è la base del fascismo nazismo e comunismo.
Anche molti dei nuovi stati come Polonia, Ungheria ecc. vencono resi da una frenesia nazionalistica che si traduce in governi antidemocratici.
Ho escluso la Russia e l’URSS da questa nota non perché immune dal nazionalismo, ma perché tra Pan-slavismo, internazionalismo proletario e quant’altro la situazione è talmente complicata da non poter essere trattata qua.  
 

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cultura moderna

diario 28/6/2011

 

Sir Walter Scott, (15 agosto 1771 - 21 settembre 1832) è stato un romanziere scozzese, storico, drammaturgo e poeta. Scott fu il primo autore in lingua inglese ad avere un successo davvero internazionale nel corso della sua vita, con molti lettori contemporanea in Europa, Australia e Nord America. I suoi romanzi e le poesie sono ancora popolari, e molte delle sue opere rimangono classici sia di letteratura in lingua inglese e della letteratura scozzese. Titoli famosi sono “Ivanhoe”, “Rob Roy”, La Signora del Lago, The Bride of Lammermoor (da cui è tratta l’opera Lucia di Lammermoor), Waverley. Ai tempi della mia gioventù la scuola italiana attribuiva all’influenza di Scott sul Manzoni la nascita de: “I promessi sposi”.
 
“Waverley” è un romanzo storico inizialmente pubblicato anonimo nel 1814 come prima avventura di Scott nel campo della narrativa. Ed è spesso considerato come il primo “romanzo storico”. Divenne così popolare che i romanzi successivi di Scott furono pubblicizzati come dello stesso "autore di Waverley", ben prima che la frase divenisse una moda. La sua serie di opere su temi simili scritti nello stesso periodo sono diventati noti collettivamente come "romanzi di Waverley".
 
Waverley è ambientato durante la rivolta giacobita del 1745, che cercò di ripristinare la dinastia Stuart nella persona di Carlo Edoardo Stuart (il 'Bonnie Prince Charlie'). Vi si racconta la storia di un giovane e sognatore soldato inglese, Edward Waverley, che è stato mandato in Scozia nel’anno fatidico. Egli viaggi Nord dalla sua casa di famiglia aristocratica, Waverley-Onore, nel sud dell'Inghilterra alle Lowlands scozzesi e poi nel Highlands il cuore della rivolta giacobita 1745. Trovandosi di stanza nel nord del paese, decide di recarsi da un amico del padre scomparso, la famiglia infatti è di origini scozzesi. Grazie a quest'incontro, egli ha l'opportunità di entrare in contatto con quella che per lui è una cultura, quella scozzese, totalmente sconosciuta. In particolare, grazie ad alcuni negoziati che svolge a causa di un furto di bestiame, egli ha l’opportunità di conoscere i membri di un clan, assieme ai quali trascorre un lungo periodo. Inizialmente tutto ciò che osserva risulta incomprensibile ai suoi occhi, ma, pian piano, egli comincia a comprendere a fondo quelle che sono le abitudini quotidiane, le gioie ed i dolori, nonché le idee politiche di quelle persone.
 
La famiglia d’origine di Waverley era da sempre sostenitrice degli Stuart; nel momento in cui scoppia la rivolta a sostegno del loro reinsediamento, Waverley decide di prendervi parte, scendendo in campo a fianco dei clan. Durante i primi scontri, un soldato inglese (originario del feudo di Waverley) rimane ferito: Waverley decide di soccorrerlo, anche grazie al sostegno dei suoi nuovi compagni.
 
La battaglia decisiva, ossia la battaglia di Culloden, combattuta il 16 aprile 1746 presso Inverness sarà una vera e propria disfatta per gli scozzesi e segnerà la fine dei tentativi di restaurazione dei discendenti degli Stuart sul trono inglese; il capo della rivolta Vich Jan Vohr ed il suo fedele compagno Evan Dhu vengono condannati a morte; altri ribelli ricevono punizioni esemplari. Waverley, potrà invece fare ritorno a casa: sarà l’ufficiale che aveva salvato durante la battaglia ad aiutarlo ad "aggiustare i conti" con la dinastia degli Hannover.
Già immagino il lettore grattarsi il capo e domandare a sé stesso per qual motivo abbia dato sta spulciata alla Wikipedia – oltre che per far vedere quanto son bravo, il fatto è che Scott riuscì a descrivere la scuola del XXI secolo.
 
La nuova frontiera della ricerca pedagogica, insomma, è robetta di due secoli fa...
'Gli permettevano di leggere così solo per divertimento, ed egli non s'accorgeva di perdere per sempre la possibilità di acquistare l'abitudine a una ferma e assidua applicazione, d' impadronirsi dell'arte di controllare, dirigere e concentrare le sue facoltà per una seria investigazione, arte questa molto più importante dell'istruzione classica che pure è la parte principale dell'educazione. Già so che mi ricorderanno la necessità di rendere l'istruzione gradevole alla gioventù e la necessità di mettere quel tal miele del Tasso nella medicina del fanciulletto; ma in un'epoca nella quale i ragazzi vengono preparati alle scienze più aride coi metodi insinuanti dei giochi istruttivi, non c'è da temere le conseguenze d'un insegnamento troppo serio e troppo severo. Adesso la storia d'Inghilterra è ridotta a un gioco di carte - i problemi di matematica a degli indovinelli - e, ci dicono, l' aritmetica si può imparare passando qualche ora alla settimana sulla nuova e complicata edizione del Reale Gioco dell'Oca. Ancora un passo e il Credo e i Dieci Comandamenti verranno insegnati alla stessa maniera, senza la necessità del volto severo, del tono solenne, e della devota attenzione pretesa fin ora nei ragazzi ben educati di questo regno. Intanto bisognerebbe seriamente considerare se i ragazzi, abituati a imparare col mezzo del divertimento, non rifiutino tutto quello che viene presentato sotto l'aspetto di studio; se quelli che imparano la storia con le carte non finiscano a preferire il mezzo allo scopo; se quelli che imparano la religione come un gioco, non finiranno per ridurre gradatamente a un gioco la loro religione. Quanto al nostro giovane eroe, al quale fu permesso di istruirsi seguendo soltanto l'inclinazione della sua mente e che, per conseguenza, cercò l'istruzione solo quando lo divertiva, l'indulgenza dei precettori gli portò più d'una conseguenza dannosa di cui per un pezzo si risentì il suo carattere, la sua felicità il suo interesse.'
 
Leggendo Waverley, sono rimasto sconcertato dall’attualità del discorso di Scott, benché la prima edizione del romanzo risalga al 1814; sembra davvero scritto oggi, e la parte sulla matematica in particolare. E questo alla faccia di chi va millantando l' originalità del dibattito sui 'nuovi saperi' e le pratiche pedagogiche innovative, pensando di far prendere chissà quale ventata d' aria fresca al "vecchiume"; è un discorso vecchio come l' uomo! Si parla dell' educazione del giovane Edward Waverley, il protagonista del romanzo, ha osservato acutamente Alessandro Marinelli a cui debbo la segnalazione del brano (data la mia ignoranza ho dovuto fare le ricerche che sono nella introduzione).
 
 

 

 


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scrivendo squola colla Q

diario 9/12/2010

Caro Luca, lei scrive "Sentivo inveire contro un'istruzione ancora basata sui crismi stabiliti da quel fascista di Gentile". Lo sentivo pure io, qualche anno prima. Il guaio è che era una frottola. La riforma Gentile non sopravvisse che pochi anni. Tantissimi luoghi comuni la fanno durare addirittura sino ad ora (la Wikipedia tra gli altri, alla voce riforma Gentile). Nella realtà (ma bisogna spulciare opere complesse quali la biografia di Mussolini scritta da De Felice le idee del filosofo idealiste erano troppo laiche. Già in sede delle TRATTATIVE del concordato si cominciò a smontarla. Il colpo di grazia lo dette "La carta della scuola (1939)" una proposta di riforma complessiva del sistema scolastico dovuta alL'allora ministro Giuseppe Bottai, al cui affollati funerali a Roma, nel 1959 sarà presente, tra le numerose autorità, il ministro della Pubblica Istruzione, allora in carica, Aldo Moro. A causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale, rimase poi in sulla carta. Si arriverà, dopo lunghe trattative tra DC e PSI, alla legge n.1859 del 31 dicembre 1962, altro bel colpo all'istruzione. Giova ricordare, ad ogni modo, il giudizio che dette Umberto Eco sull'asininità di gettare la "Riforma Gentile" (o quel che ne restava) solo perchè era di Gentile. Il mio modesto avviso è che una valida riforma sarebbe proprio rimettere le cose come il deprecato avrebbe voluto!

Alberto Lupi, Ferrara (su HPC de IL FOGLIO)

 

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La scuola inutile

diario 26/1/2010

E’ possibile diplomarsi senza conoscere la grammatica e la sintassi della propria lingua? La risposta, ora ufficiale e non basata su sporadici esempi, è sì. L’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi), in collaborazione con l’Accademia della Crusca, ha preso in esame i compiti d’italiano delle prove di maturità del 2007 e ha ritenuto che oltre la metà di quegli elaborati era da considerare insufficiente non solo dal punto di vista della forma, bensì dell’impostazione logica degli argomenti e della correttezza espressiva. Il fatto è grave non solo per la vicenda in sé, ma anche perché mette in luce una sorta di resa (e forse in qualche caso d’incompetenza) degli insegnanti, i quali hanno finito per considerare accettabile il non sapere scrivere (ed esprimersi) in italiano. Il Paese sta attraversando una grave crisi, economica e soprattutto politico-culturale per cui, a prima vista, notizie come questa possono sembrare di colore e di alleggerimento.
 
In realtà, sono la spia di un declino più profondo perché dimostrano che non esistono le basi per una futura ripresa. I ragazzi non in grado di organizzare, dopo 13 anni di studio, il proprio pensiero in una forma logica e coerente (oltre che corretta), non hanno alcuna chance di affermarsi ad alto livello. Magari l’economia tornerà a correre, ma sarà una corsa a vuoto in quanto priva di una consapevolezza intellettuale e realizzativa che può imporsi solo dove esiste una efficace preparazione scolastica a largo spettro. Quello che invece si sta affermando è l’idea dell’inutilità della scuola e di tutto ciò che riguarda studio, formazione, preparazione. Molti segnali fanno capire che si pensa all’istruzione come a un accessorio secondario, utile per l’avviamento (di antica memoria) al lavoro. E’ necessario dare un segnale di controtendenza: basta con la superstizione delle percentuali dei promossi utile per partecipare alla ridicola gara con gli altri Paesi per il titolo della Nazione con maggiore scolarità. Cerchiamo invece di partecipare ad un’altra competizione, quella della migliore preparazione dei diplomati. La scuola, in molti casi, è stata abbandonata a se stessa di fronte alle pressioni di una società indifferente alla questione della qualità della formazione e interessata solo a risolvere la “pratica” diploma. Dunque, tra il corpo docente (non tra tutti, per fortuna) si è diffusa la convinzione che “non vale la pena”: meglio promuovere, evitare ricorsi e lamentele dei genitori e degli ispettori, sempre pronti a trovare i cavilli in difesa dei diritti dei giovani e mai dei loro doveri. Si può fare qualcosa quindi per sostenere la buona preparazione scolastica? Credo di sì.
 
Basterebbe che l’Università, ma anche gli uffici pubblici e in genere i datori di lavoro più interessati alla qualità dei propri dipendenti, nel momento dell’iscrizione/assunzione pretendessero, accanto al “pezzo di carta” del diploma anche un altro titolo, più modesto e per nulla costoso: l’abilitazione. Si tratterebbe di un titolo che il neo-diplomato ottiene superando una prova (unica per tutti i tipi di curricula scolastici e gestita ogni sei mesi da una commissione nazionale), basata esclusivamente su abilità elementari: capacità di lettura, scrittura, comprensione dei testi, aritmetica. Come si vede, nulla che non dovrebbe già far parte del bagaglio delle competenze di chi ha studiato per tredici anni. Il diploma è una cosa e l’abilitazione, un’altra: magari ci sono datori di lavoro o università non interessate a richiederla. Nei fatti, invece, può darsi che si metta in moto un meccanismo virtuoso per cui le scuole che non potranno permettersi, quanto meno per motivi d’immagine, che i propri diplomati vengano respinti a tali elementari prove di abilitazione, cominceranno a prestare più attenzione alla qualità e meno al bisogno di “liberarsi” dei propri studenti.

di Fulvio Camarano • da Il Corriere Adriatico del 25 gennaio 2010


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sulla necessità dell'istruzione

diario 7/10/2009

Di solito non metto su questa pagina dei post “polemici” ma delle specie di voci su cose che dovrebbero essere patrimonio culturale di tutti.

Questo articolo di Irene Tinagli, apparso su “La Stampa” del 7 ottobre 2009, a pag. 1 (a me noto tramite la Rassegna Stampa di radicali.it)  mi pare però meriti attenzione.
Lo riporto sperando che l’autrice non mi consideri un ladro ma un ammiratore.
 
Italia, una società bloccata
 
Cosa spinge le persone a studiare, lavorare e impegnarsi ogni giorno per fare sempre un po’ di più? È la speranza di poter garantire a se stessi e ai propri figli un futuro migliore. Una speranza che si realizza quando in un Paese esiste mobilità sociale. È questa prospettiva di crescita personale che fa muovere un Paese, che stimola le persone a imparare, a produrre e a creare ricchezza, non l’obiettivo della pensione o quello di ridurre il debito pubblico.
Eppure, noi ci preoccupiamo solo delle pensioni e di escamotage contabili per far tornare i conti. Legittimo, anche questo è necessario. Ma abbiamo smesso di preoccuparci di ciò che davvero contribuisce alla costruzione del futuro, di quello che i cittadini sperano, sognano, temono. Abbiamo dismesso le loro paure, bollandole come «psicologiche», irrilevanti.
 
Così facendo abbiamo commesso due gravi errori. Primo, abbiamo dimenticato quello che ormai tutti gli economisti sanno: che sono proprio le percezioni e i fattori psicologici che alla fine determinano le scelte e i comportamenti economici delle persone. Se le persone sono convinte che qualsiasi cosa facciano sarà inutile ai fini della loro crescita personale, smetteranno di investire in se stesse, di impegnarsi nello studio o nel lavoro che fanno.
Secondo, abbiamo rinunciato ad analizzare e capire la realtà in cui vive il Paese. Il sentire delle persone non nasce dal nulla, nasce da esperienze concrete e dalle dinamiche sociali ed economiche.
È importante cogliere questi fenomeni con tempismo per adottare politiche e interventi adeguati. Un’analisi approfondita di queste dinamiche mostra che l’Italia è in effetti un Paese bloccato e che il rallentamento della mobilità sociale non è una percezione infondata. È invece legato a problemi reali del nostro sistema economico e sociale che si sono acutizzati nel tempo.
Negli ultimi anni in Italia sono aumentate le diseguaglianze, e la povertà si è diffusa tra i giovani e le famiglie con i bambini piccoli, tanto che oggi l’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di bambini a rischio di povertà. Non solo, ma l’Italia è anche uno dei Paesi in cui è più difficile uscire dal disagio.
Questi sono tutti elementi che rendono la nostra società sempre più rigida e difficile da «scalare». Una società in cui la famiglia di origine è sempre più determinante nell’accesso alle opportunità e nella probabilità di successo delle nuove generazioni. Abbiamo uno dei tassi di «ereditarietà» della ricchezza più alti d’Europa: i dati sull’elasticità dei redditi tra padri e figli ci dicono che in Italia circa il 50% del differenziale di ricchezza dei genitori si trasmette ai figli, un dato altissimo se confrontato con altri Paesi europei in cui si aggira attorno al 20%.
Cosa significa questo? Significa che i figli dei ricchi tendono a restare ricchi e i figli dei poveri tendono a restare poveri. Non solo, ma è sempre più difficile per i ragazzi nati in famiglie umili avere la possibilità o la forza di riscattarsi. In Italia la probabilità che un giovane con padre non diplomato si laurei è solo del 10%, contro oltre il 40% dell’Inghilterra e il 35% della Francia, per fare un esempio.
Questo ci dice che milioni di giovani in Italia stanno gettando la spugna. La situazione è particolarmente allarmante perché non esiste in Italia nessun piano o misura che si proponga di affrontare il problema in modo strategico e sistematico. Ed è proprio questo quello che più di ogni altra cosa ci distingue rispetto ad altri Paesi. Infatti, l’irrigidimento della società è un problema che non riguarda solo noi ma che, in vario grado e misura, caratterizza anche altri Paesi industrializzati come Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. Tuttavia in questi Paesi esiste una consapevolezza maggiore verso questi temi, che ha portato all’adozione di misure strutturali volte a recuperare dinamismo e restituire opportunità a ceti sempre più esclusi. Una strategia che in Italia manca completamente.
Ma quali sono le politiche attivabili per riattivare la mobilità sociale di un Paese?
Da un lato politiche sociali efficaci per garantire a cittadini di ogni provenienza sociale pari accesso alle opportunità di crescita, dall’altro un sistema economico in grado di riconoscere i meriti e dare modo a chi è bravo di far carriera. I Paesi che stanno cercando di recuperare mobilità sociale intervengono in queste direzioni, soprattutto in quella su cui sono più carenti. Per esempio Inghilterra e Stati Uniti, che tradizionalmente hanno privilegiato i meccanismi meritocratici di mercato, stanno investendo pesantemente in politiche sociali per restituire ai ceti più deboli opportunità di crescere e migliorarsi. L’Italia invece è debole su entrambi i fronti. Ha un sistema economico ancora molto ingessato da protezioni di vario genere, e una spesa sociale dominata per il 60% dalle pensioni che non lascia spazio per lo sviluppo dei bambini, per i giovani, e per tutti quei servizi che aiutano le giovani famiglie a conciliare lavoro e carriera e a crescere. Possiamo continuare ad ignorare il problema e ad evitare le necessarie riforme ed investimenti, ma dobbiamo allora essere pronti a subirne le conseguenze. Conseguenze che sono visibili già oggi, ma che saranno ancora più gravi tra qualche anno. Perché se i dieci milioni di bambini e ragazzi che ci sono oggi in Italia non avranno l’opportunità o la motivazione di studiare, impegnarsi e migliorarsi, non riusciranno ad avere le competenze necessarie per competere su un mercato del lavoro sempre più agguerrito e globalizzato. E se non saranno competitivi loro, non lo sarà nemmeno l’Italia. 
 
 

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la questione della lingua

diario 18/8/2009

“Il dialetto deve diventare materia obbligatoria di insegnamento alle elementari”, secondo Umberto Bossi e il Carroccio che portano avanti la loro battaglia sulla lingua. La proposta leghista sta naturalmente suscitando polemiche e critiche, ma soprattutto attenzione.

 
Ma sorge (a destra) spontanea una domanda: gli italiani sanno veramente l’italiano? A sinistra tutto quel che si fa è toccarsi le pudenda: dopo avere fatto apparire scritte in arabo nei luoghi pubblici, solo una faccia da carburo può negare dignità ad un dialetto, se sapesse cosa cactus è un dialetto, ovviamente!
Secondo uno studio effettuato da Ubisoft il colosso internazionale dei videogiochi – e riportato dal giornale Libero, la risposta alla domanda se gli italiani conoscono l’italiano è “mica tanto” – a dire il vero questo vale per ogni popolo e lingua. Secondo la ricerca, l’incubo peggiore è il congiuntivo, ma non va certo meglio con l’uso del passato remoto e del condizionale. Gli accenti e le doppie sono spesso degli optional e, soprattutto, il vocabolario dei giovani (ma non solo) risulta troppo scarno. La situazione è a dir poco inquietante: il 38 per cento dei ragazzi ammette di trovarsi in difficoltà davanti all’uso di un congiuntivo, il 27 per cento se la vede brutta con il condizionale, per 31 per cento il problema peggiore è il passato remoto.
Nel linguaggio scritto vengono spesso dimenticati gli accenti (il 63 per cento non sa come e se accentare il ‘sé’) e le doppie (parrebbe siano perse per il 22 per cento). Poi c’è la questione ‘vocabolario’: troppo povero di termini. Molti non conoscono i sinonimi, sbagliano l’utilizzo dei termini (compreso in campo tecnico: mi è capitato uno che si riferiva al proprio nome utente col termine “password”!?!), faticano a trovare la parola giusta per evitare ripetizioni o spiegare bene un concetto. Singolare è che solo per il 21 per cento degli intervistati la principale fonte di apprendimento linguistico sia la scuola (da rinominare ovviamente zkqwola). Il 61 per cento dice di imparare nuove parole attraverso la visione dei film, mentre il 54 per cento si affida ai programmi televisivi siamo già al 150%, ma non importa). Per il 31 per cento, invece, la fonte principale è internet, mentre il 28 per cento ammette di imparare termini nuovi chattando con gli amici. Bassa anche la percentuale di chi impara leggendo romanzi: solo il 17 per cento.
Il fatto è che un dialetto (voce dotta introdotta nell’uso all’incirca nel 1600, ripresa dal lat. tardo dialectos, s. f., "dialetto", prestito dal greco δι?λεκτος, letteralmente "colloquio, parlare ordinario, lingua, pronuncia particolare, dialetto") è non una corruzione della lingua – idea avanzata dai linguisti francesi – ma il suo elemento originario. La lingua ufficiale stabilitasi verso la fine dl medioevo principalmente nell’uso dei tribunali è un negoziato tra le varie parlate popolari e il parlare dell’autorità. Quest’ultima asserendo il suo diritto di sovranità imponendo la lingua. Il “Terrore” durante la rivoluzione francese riguardava anche la lingua. Poi la diffusione della stampa, della radio e della tv hanno fatto il resto, spesso in senso distruttivo.

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permalink | inviato da albertolupi il 18/8/2009 alle 13:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

ultimo acquisto

diario 7/8/2009

 

Henri Benjamin Constant de Rebecque (noto in genere come Henri Benjamin Constant) nacque a Losanna da famiglia ugonotta. Pensatore di profonde convinzioni liberali, dopo una prima adesione al governo rivoluzionario francese scelse l’esilio insieme a Madame de Staël, con la quale aveva stretto un influente sodalizio. Il rifiuto del radicalismo giacobino e dell’autoritarismo napoleonico ispira le sue opere più note e importanti, quali Principi di politica (1806-1815), La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (1819) e il saggio Dello spirito di conquista e dell’usurpazione nei loro rapporti con la civiltà europea (1814). Questo è uno dei testi più noti di Benjamin Constant ed un autentico manifesto del pensiero liberale classico. Il grande filosofo franco-svizzero esamina qui i frutti del militarismo e della tirannia che avevano caratterizzato l’epopea napoleonica. La lucidità e acutezza nell’analisi della dittatura bonapartista al tramonto rendono questo saggio un atto di accusa contro ogni tipo di potere assoluto. Tanto che le questioni con le quali Constant si confronta hanno una salienza immediata anche per le epoche successive, non ultima la nostra. Per Constant l’umanità «è ormai giunta a un grado di civiltà per cui la guerra non può che riuscirle di peso: la sua tendenza uniforme è verso la pace». Egli considerava dunque, quasi duecento anni fa, il ricorso alla guerra fra le nazioni profondamente in opposizione rispetto all’evoluzione storica e anche agli interessi del libero mercato. Come sia andata a finire un secolo dopo lo sappiamo (quasi) tutti.
Ma questo testo è molto di più di una brillante riflessione su militarismo e potere: vengono infatti qui presentati tutti i grandi temi della riflessione politica constantiana, dalla critica a Rousseau e Mably, all’idea del governo limitato, all’opposizione fra libertà degli antichi e dei moderni, solo per menzionarne alcuni.
Recentemente in Italia una nuova edizione di Conquista e usurpazione è stata interamente tradotta e curata da Luigi Marco Bassani, sulla base delle quattro edizioni che Constant pubblicò in vita. Costa 24 €, io a 10,34 ho acquistato un tascabile usato su Amazon.fr.

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il lato B. della giustizia

diario 3/7/2009

Un giudice che invita a cena Berlusconi (di cui non solo è amico ma è stato anche ministro) è uno scandalo mentre un altro giudice partecipa a una manifestazione contro Berlusconi è sicuramente imparziale.


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permalink | inviato da albertolupi il 3/7/2009 alle 8:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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