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tra stinovo e Petrarca

diario 5/3/2010

Cavalcanti Dante Petrarca: confrontare questi tre autori (come spesso è richiesto a scuola) è difficilissimo, per varie ragioni. O meglio la difficoltà di confrontare le loro pere puo essere la chiave per svolgere questo tema.

Anzitutto perché nel breve periodo, 50 anni, in cui vissero la loro vita la lingua italiana subì una evoluzione enorme.

Lo scrivere del Petrarca è se non moderno consistente con l'uso che oggi abbiamo della lingua, mentre per gli altri quasi occorre un dizionario, per comprendere le parole e la loro metrica spesso confligge col nostro orecchio.

Ovviamente molto dipende dal fatto che Petrarca fu per tutta la storia della letteratura, e non solo italiana, un modello di riferimento della poesia, ma a mio avviso questo fatto è a sua volta spiegato dall'idea che questo autore si pone già dalla nostra parte di quello spartiacque ideale che esiste tra medioevo ed eta' moderna.

Il mondo del Cavalcanti, sebbene gia' alle prese con il sorgere delle forze mercantili ha ancora un'ideologia feudale, che ripropone nell'umanità una visione gerarchica simile a quella dei cieli (almeno come vista dagli uomini dell'epoca) e anche Dante non vi sfugge. Anzi Dante addirittura è l'apice del pensiero medioevale in toto. Il sorriso di Beatrice è il riflesso di quello della Madonna.

Non cosi' quello di Laura. Anzi qua siamo al ribaltamento dell'idea. Dalla poesia umanistica in poi sarà il sorriso dell'amata a riflettersi nel divino.

Cavalcanti, spirito aristocratico, abile dialettico ("cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario e intento allo studio" si disse di lui) dominò tra la gioventù intellettuale del suo tempo per la nobiltà del suo filosofare (secondo motivi aristotelico-averroistici) e della sua arte. Il Boccaccio lo definisce "un de' miglior logici che avesse il mondo ed ottimo filosofo naturale". Fu in sostanza il capo riconosciuto di quell'accolta di poeti raffinati che poi è stata chiamata dello "stil nuovo". Nella canzone “Donna me prega” diede fondamenti filosofici alla teoria dell'amante fedele d'Amore; ma oltre che per questa canzone e altre poche rime filosofiche. A riprova della medievaltà del Cavalcanti credo si possa ricordare che egli è modernamente ammirato per alcune soavi e malinconiche poesie, specialmente ballate, nelle quali domina il tema della paura e della morte, il più medioevale dei temi.

In Dante appare chiaramente inconcepibile, pensare la sua poesia lirica senza la considerazione di tutta della poesia precedente (provenzale, siciliana e anche guittoniana); senza la spinta che ad essa viene dal Guinizzelli Senza il coro degli altri stilnovisti sarebbe inconcepibile altresì la lirica del Petrarca e, attraverso il Petrarca, tutta la lirica italiana seguente, sino ai nostri giorni.

La filosofia di lui, il suo pensiero scientifico e politico sorgono dal terreno ben conosciuto della Scolastica e della pubblicistica medievale e agiscono poi nel corso posteriore della filosofia, della scienza e del pensiero politico; dalla sua concezione linguistica deve partire chi voglia seguire la storia delle controversie italiane sulla genesi e sull'essenza della nostra lingua; D. per primo teorizza nel De vulgari eloquentia la necessità, per la poesia più alta, d'una lingua "illustre", cioè quanto mai scelta, per primo risolutamente afferma che tale lingua non è quella che comunemente si parla in qualsiasi luogo d'Italia, ma è una lingua al di fuori delle contingenze pratiche, che ciascun poeta conquista mediante lo studio dei migliori poeti che lo hanno preceduto. Cioè, l'alta poesia deve restare lontana dal reale, materia e lingua.

Questo nella lirica, ma la Commedia in gran parte ne prescinde. Essa è l'unica grande poesia italiana che affronti i massimi problemi e nello stesso tempo sia saldamente ancorata sul reale, sul contemporaneo; che osi estrarre il sublime anche dal brutto, dal deforme, dal plebeo. E va qui aggiunto che mentre i romantici riconosceranno nel brutto una nuova bellezza, e si volgeranno ad esso per compiacimento estetico e per disperazione morale, in D. il brutto è fermamente tale: e la bellezza poetica che da esso nasce è frutto della certezza, morale ed estetica, di D., che s'impone di controluce.

Potrebbe bastare questa considerazione a indurci a porre il nostro poeta di qua, storicamente, del Rinascimento? Certo è possibile trovare in D. anche qualche motivo spirituale e letterario che avrà nel Rinascimento il suo primo sviluppo. Ma non sono certo sufficienti a testimoniare in D. uno spirito già rinascimentale la strenua attenzione di lui alla forma, e neppure il culto che ebbe per i classici latini, soprattutto per Virgilio: attenzione e amore per i classici che sono tutt'altro che estranei, in varî modi e in diverse tonalità, a tutto il Medioevo, italiano e non italiano. Il classicismo rinascimentale è essenzialmente esigenza di regole, non può concepire poesia che non rientri rigorosamente nell'alveo della tradizione. Esigenza che s'affaccia bensì anche in D. ma da cui, ancora una volta, la Commedia prescinde.

Diverso, e per questo ho riportato in parte la discussione sopra (abbreviata dal sito della Treccani) il discorso per Petrarca: se l'amore è soprattutto un mito letterario, il centro ideale cui il poeta fa convergere le linee fluttuanti di stati d'animo contraddittori, nonché un omaggio alla recente tradizione letteraria romanza (dalla poesia provenzale a quella siciliana a quella stilnovistica), che imponeva d'incentrare nell'amore e nella donna ogni più varia esperienza, P. se ne serve per cantare il più generale destino di un'attitudine contemplativa che non ha potuto evitare l'esperienza dello smarrimento, ma è dolorosamente tornata in sé, cioè alla considerazione della labilità, e perciò della vanità, d'ogni bellezza e d'ogni bene terreno, compresa la gloria letteraria. Di qui nasce il pensiero di Dio, il vero deuteragonista della lirica petrarchesca. Nell'atto con cui il poeta tenta di respingere da sé il desiderio d'amore e quello della gloria, si deve però leggere il coronamento delle sue più profonde aspirazioni e della poesia alla quale le aveva affidate. Lo smarrimento e la dispersione nei fragmenta poetici in tanto possono essere superati da uno slancio ulteriore, in quanto hanno già avviato dal canto loro il processo di semplificazione e di adeguamento simbolico di una mirabile esperienza intellettuale, decantandola perfino linguisticamente e inscrivendola nell'esemplarità delle sacre scritture. In questo orizzonte, ancora medievale, s'iscrive (ed è qua il ribaltamento del mondo dantesco) la scoperta petrarchesca dell'Io, che può diventare il protagonista della sua opera, solo perché riproduce il peculiare destino dei suoi allegorici predecessori e si offre a sua volta in questa veste ai posteri. A una più scoperta vocazione allegorica obbediscono i “Trionfi” (forse composti tra il 1351 e il 1352 e rimasti incompiuti; v. Trionfi), in cui il modello dantesco è direttamente operante fin dalla scelta del metro (terzine di endecasillabi) e P. sembra voler solo sistemare più schematicamente, con i successivi trionfi di Amore, Pudicizia, Morte, Fama, Tempo, Eternità, la stessa materia del Canzoniere.


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permalink | inviato da albertolupi il 5/3/2010 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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