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Riflessione controcorrente

diario 31/1/2021

L' attacco poco sensato alla figura dello short seller
Abstract: Quando una cosa ha l'appoggi di Ocasio-Cortes, comunque è sbagliata!
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«Lo short selling danneggia le aziende, i lavoratori, i traders retail ed è condotto da ladri, speculatori privi di scrupoli, dai peggiori operatori finanziari. E' qualcosa di terribile, andrebbe vietato e gli short sellers messi alla berlina». 
Sono frasi che nelle borse si sentono da oltre un secolo e mezzo e che oggi -in relazione alla vicenda Gamestop – riecheggiano in tutto il mondo, anche tra i non addetti ai lavori, grazie ad internet.
Tuttavia, trattasi di giudizi draconiani che sicuramente riflettono molto il giudizio dell' Average Joe ma che poco colgono il senso del reale inner working dei mercati.
Gli short sellers sono, a modesto parere di chi scrive, tra i pochi veri eroi dei sistemi capitalistici (o sedicenti tali) e noi tutti dovremmo essere lieti della loro esistenza. Coloro i quali si oppongono sì ferocemente anche alla mera esistenza teorica degli short sellers o percepiscono come da questi particolarmente minacciato il loro benessere finanziario (tipo quell' azienda emiliana di bioplastiche farlocche prima degli arresti e del fallimento giusto per citare un caso a noi contiguo geograficamente e prossimo temporalmente) oppure hanno una tendenza naturale a voler vietare tutto quanto non sia di loro gradimento (in tal senso si veda quanto detto ieri da Ray Dalio).
Esistono montagne di papers scientifici sul contributo offerto dallo short selling all'efficientamento ed all'innalzamento del livello di sicurezza dei mercati ma la loro citazione è forse anche superflua per comprenderne le ragioni. Senza lo short selling, i prezzi sono teoricamente "uncapped", privi di un limite superiore teorico, il che significa che in presenza di titoli sopravvalutati l'unico modo per esprimere una visione negativa sarebbe, semplicemente, quello di astenersi dal fare ulteriori acquisti. Per capire l'assurdità della situazione si potrebbe pensare ad un elettore che, in disaccordo con l'operato del governo esistente, abbia come unica forma di protesta quella di restare a casa senza poter votare per la fazione politica opposta.
Se dal mercato si eliminasse la possibilità di esprimere una visione pessimistica circa il valore di un dato asset, il prezzo finirebbe per riflettere solo quella ottimistica. L'utilità del disporre di un mercato quanto più efficiente consiste proprio nella possibilità che questo rifletta il prezzo più giusto di ogni asset nel mezzo di visioni opposte. Purtroppo, l'operatività delle Banche Centrali ha definitivamente alterato il pricing degli asset finanziari ragion per cui i pochi short sellers rimasti hanno un valore istituzionale ancor maggiore.
Se gli utenti di WSB analizzassero gli storici degli operatori "dedicated short" potrebbero facilmente evincere come questi tendano ad essere più aggressivi quando il mercato sale e meno aggressivi quando il mercato scende, meno aggressivi sui titoli undervalued e più aggressivi su quelli overvalued. Sebbene ogni short seller faccia storia a sé, a livello settoriale non si coordinano tramite forum e gruppi con milioni di iscritti al fine di far fallire le aziende, perché non è questo il senso del loro operare.
Gli short sellers sono le Guardie Pretoriane dei mercati perché tendono a garantire maggiore stabilità ed in un mondo non taroccato dalle banche centrali a prevenire o combattere la formazione di bolle. Lo short seller scommette contro l'idea delle "stocks for the long run", testa la fallacia delle narrazioni, rende pubbliche le frodi, rende pubblici gli imbrogli – e prova a trarne profitto. 
Ovviamente, il fatto che qualche broker abbia bloccato gli acquisti per favorire questo o quell' hedge fund è certamente deprecabile e non dovrebbe mai accadere ma non si capisce questo cosa c'entri con l'enorme offensiva mediatica nei confronti della figura dei venditori allo scoperto. Inoltre va precisata una cosa: i vari Hedge Funds con posizioni net short su AMC, Gamestop ed azioni simili non stanno perdendo soldi in ragione di una loro analisi finanziaria errata nel senso che le predette non hanno pubblicato utili sorpredenti o incredibili miglioramenti delle rispettive strutture patrimoniali; al contrario, nonostante situazioni societarie precarie o prossime alla bancarotta hanno perso soldi perché un gruppo di persone totalmente indifferenti al valore intrinseco delle azioni ha deciso di comprare all' unisono il titolo al fine di sfruttare l' effetto meccanico dello squeeze.
Senza short sellers le enormi frodi del passato e del presente sarebbero andate avanti ancora per anni attirando un numero ancora più elevato di aspiranti e sprovveduti amplificando ulteriormente il costo sociale delle condotte dei loro autori.
Il mercato sia libero di comprare e vendere quello che vuole, di guadagnare e perdere long e short ma ricordiamoci anche che nell' ultimo ventennio si è spesso verificato quanto detto una volta da Clifford S. Asness, Managing and Founding Principal di AQR Capital Management, LLC, che tanti short ha condotto anche su titoli italiani: «In the early days of a short position, short sellers are often laughed at but with the last laugh often forgotten».
[Trovato e leggermente modificato.]




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Do you remember? (no)

diario 19/9/2020

Peter Fröberg Idling, Il sorriso di Pol Pot,

Iperborea 2010, pp. 336, 17,00 euro, eBook 9,49 euro.

Jan Myrdal aveva tifato per il Grande balzo in avanti, poi per la rivoluzione culturale, e adesso tifava per la «Kampuchea democratica», ex Cambogia, che si sarebbe rivelata in breve (anzi s’era già rivelata) come la più mostruosa dépendance del regime maoista. Era il 1978. Scrittore e sociologo svedese, marxista psichedelico, Myrdal era considerato un’autorità in fatto di sottosviluppo e d’economie del Terzo mondo. Amico dei leader cinesi, gradito ai khmer rossi, che aveva conosciuto nella Parigi presessantottesca, dove molti di loro (compreso Saloth Sar, il futuro Pol Pot) erano stati studenti, nessuno era più adatto dell’autore di Rapporto da un villaggio cinese e di Un villaggio cinese nella rivoluzione culturale (entrambi tradotti da Einaudi negli anni beati) per guidare la delegazione del gruppuscolo maoista conosciuto come Associazione Svezia-«Kampuchea democratica» in un viaggio ufficiale nel paradiso dell’eguaglianza, che la stampa imperialista e masse sempre più vaste di profughi fasulli (profumatamente pagati da revisionisti sovietici e capitalisti sfruttatori per testimoniare il falso) accusavano di genocidio, niente meno.

Myrdal e gli altri pellegrini maoisti non se la bevevano, naturalmente. Ma quale genocidio? Ma dove? Ma quando? Tutte calunnie, propaganda borghese.

Forse qualche intellettuale borghese non era riuscito a rassegnarsi ai rigori del lavoro manuale; forse qualcuno era morto (gl’incidenti capitano); e ci sarà stata magari anche qualche esecuzione (considerato che le rivoluzioni, dopo tutto, non sono pranzi di gala).

Ma non più del lecito, assicuravano maoisti svedesi e cambogiani (anzi, «kampucheani).

Gentili, non violenti, educati, generosi e al servizio del popolo, i guerriglieri khmer rossi che nel 1975 si erano impadroniti della Cambogia (cambiandone subito il nome, vai a capire perché) erano amati sia dai contadini, nel cui nome il partito (anzi l’Organizzazione, Bersani da noi diceva la Ditta) aveva preso il potere, che dagli ex abitanti delle città (tutte saccheggiate e subito sfollate perché troppo futuriste e decadenti, troppo tentacolari).

Destinati ai lavori forzati, i parassiti che per secoli erano vissuti nelle città scansando il lavoro dei campi non potevano che essere grati a Pol Pot che, al caritatevole scopo di rieducarli, li aveva convinti a lavorare dodici ore al giorno (bambini compresi) in cambio di zuppe di riso nelle quali non galleggiava un solo chicco di riso (stesso menù anche per i contadini propriamente detti). Come i viaggiatori di cui raccontava le avventure Tom Hollander in un classico del turismo comunista, Pellegrini politici. Intellettuali occidentali in Unione sovietica, Cina e Cuba, il Mulino 1988, Myrdal e gli altri maoisti svedesi viaggiarono da un Villaggio Potëmkin all’altro, tra fondali di cartone e attori che si fingevano contadini.

Peter Fröberg Idling racconta tutta la storia (e la storia del gruppo dirigente khmer, della guerra americana e vietnamita, ma soprattutto gli orrori del massacro consumato dai maoisti cambogiani ai danni del loro stesso popolo) nel Sorriso di Pol Pot, un libro già uscito da un po’, ma prezioso, e che dunque segnalo lo stesso.

Myrdal e gli altri furono vittime d’un raggiro o furono complici del raggiro? Credevano nel ridicolo teatrino allestito dall’agit prop di regime ad usum di registratori e videocamere della delegazione svedese, o sapevano benissimo che era tutta una montatura? Diciamo che non fecero troppe domande e che la vista d’un intero popolo affamato (quel che ne restava) non tolse loro l’appetito.

Passati quasi quarant’anni, alcuni membri della delegazione hanno accettato di parlare con Fröberg Idling spiegando di non essere orgogliosi della parte recitata in quei giorni, mentre intorno a loro morivano milioni di persone, assassinate dai khmer rossi, guerriglieri adolescenti fanatizzati dall’Organizzazione.

Altri non hanno rilasciato alcuna dichiarazione: è passato tanto tempo, e chi volete che si ricordi ancora d’un viaggio del 1978, due o tre ere storiche or sono.

Jan Myrdal, da parte sua, non si rimangia nulla, neanche una parola. Venti, trenta, quarant’anni dopo, Mydal continua a stravedere per Pol Pot e a tessere l’elogio del Presidente Mao. (Oggi, poi, a dimostrazione che il lupo perde il pelo eccetera, Myrdal stravede anche per la guerriglia «naxalita» dei maoisti indiani, di cui ha raccontato le gesta in un reportage del 2010, Stella rossa sull’India, Zambon 2011).

Non si rimangia una parola nemmeno Noam Chomsky, campione mondiale di radicalismo e negazionismo chic, che all’epoca affiancò Myrdal e gli altri delegati svedesi nell’opera di disinformazione. E Pol Pot, il grande macellaio? Morto nel 1998, poco dopo aver decretato la morte dell’intera famiglia (donne e bambini compresi) d’un suo stretto collaboratore accusato di tradimento e doppio gioco, il segretario generale della Ditta cambogiana è stato «cremato su una pila di gomme d’auto e rifiuti». Amen.




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Pitiscus? chi era costui?

diario 25/8/2020

Ho trovato un anniversario che ignoravo, dato che la trigonometria è stata sempre la mia bestia nera (più che analisi)...
Forse anche pochissimi appassionati di matematica avranno sentito questo nome! Eppure Bartholomaeus Pitiscus fu un matematico appassionato di trigonometria e fu proprio il primo a coniare questo termine che deriva dal greco, più precisamente, da t??????? che significa triangolo e da µ?t??? che significa misura.
La parola "trigonometria" ricorre per la prima volta infatti nel titolo della sua opera "Trigonometria: sive de solutione triangulorum tractatus brevis et perspicuus", pubblicata per la prima volta ad Heidelberg nel 1595 e quindi nel 1600 una versione rivista dell'opera di Pitiscus fu pubblicata ad Augusta come "Trigonometriae sive de dimensione triangulorum libri quinque".
Il lavoro si sviluppa in tre sezioni che corrispondono alla pubblicazione:
1) la prima sezione del 1695, suddivisa in cinque libri, copre la trigonometria piana e quella sferica. Nel primo libro introdusse le principali definizioni e teoremi della trigonometria piana e sferica. Nel secondo libro definì le sei funzioni trigonometriche, dando risultati riguardo a quali proprietà di un triangolo devono essere conosciute per risolverlo usando queste funzioni trigonometriche, e fornì anche tecniche per costruire tabelle delle funzioni. Ad esempio mostra come costruire tabelle sinusoidali basate sulla conoscenza dei valori di sin 45°, sin 30° e sin18°. Il terzo dei cinque libri è dedicato alla trigonometria piana e si compone di sei teoremi fondamentali, che Pitiscus chiama effettivamente "assiomi" piuttosto che "teoremi", ma sono teoremi nel senso usuale dato che ne da dimostrazioni. Il quarto libro è costituito da quattro teoremi fondamentali sulla trigonometria sferica, mentre il quinto libro dimostra una serie di proposizioni sulle funzioni trigonometriche.
2) la seconda sezione dell'opera del 1600 è costituita da tabelle per tutte e sei le funzioni trigonometriche. Questa sezione ha il titolo "Canon triangulorum sive tabulae sinuum, tangentium et secantium ad partes radii 100000" e contiene tabelle che danno valori a cinque o sei cifre decimali.
3) la terza sezione del lavoro contiene dieci libri che trattano problemi di geodesia, misurazione delle altezze, geografia, gnomometria e astronomia.
Tutto il lavoro fu tradotto in inglese da Ralph Handson e pubblicato nel 1614 e in francese nel 1619. Una seconda edizione della pubblicazione inglese apparve nel 1630, e una terza nel 1642.

Bartholomeo Pitiscus nacque il 24 agosto del 1561, da genitori poveri, nel paese di Grünberg (oggi Zielona Góra, in Polonia) nella bassa Slesia, nel ducato di Glogau (Glogów, Polonia) governato dagli austriaci e, come tutti i poveri dell'epoca che non potevano permettersi un precettore, venne indirizzato allo studio della teologia (calvinista in questo caso), a Zerbst, e quindi all'Università di Heidelberg.
Come ci dice lo storico Bustard: "Sebbene Pitiscus lavorasse molto nel campo teologico, le sue migliori capacità riguardavano la matematica e in particolare la trigonometria."
Pitiscus non è stato però il primo a pubblicare tabelle di tutte e sei le funzioni trigonometriche. Fu infatti Georg Joachim Rheticus (1514 - 1574), un matematico e astronomo austriaco che pubblicò le sezioni trigonometriche del "De Revolutionibus" di Copernico e che, con l'aiuto di sei assistenti finanziati dall'imperatore Massimiliano II, aveva calcolato le tabelle di tutte queste sei funzioni nell'"Opus Palatinum de triangulis" che fu completato e pubblicato nel 1596 da Valentinus Otho molti anni dopo la morte di Rheticus.
Ma poco dopo la pubblicazione dell'"Opus Palatinum", si riscontrò che le tangenti e le secanti erano molto imprecise e proprio Pitiscus, che l'8 aprile 1603 fu nominato professore di matematica all'Università di Heidelberg, succedendo a Valentinus Otho (che era stato allievo di Retico), fu incaricato di correggere le tabelle.
Dopo aver trovato una copia manoscritta delle tavole di Rheticus, dopo la morte di Valentinus Otho, nel 1603, Pitiscus ricalcolò tutte le tangenti e le secanti comprese tra 83° e 90° fino a undici cifre decimali e 86 pagine dell'"Opus Palatinum de triangulis" furono ristampate, incorporando le correzioni di Pitiscus in una nuova edizione, con un nuovo frontespizio, ristampata nel 1607.
Pitiscus pubblicò nel 1613 "Thesaurus mathematicus" nel quale implementò le tavole trigonometriche di Georg Joachim Rheticus di cui corresse anche il Magnus Canon doctrinæ triangulorum, ma nello stesso anni morì ad Heidelberg il 2 luglio.





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Anniversario

diario 25/8/2020

Moriva oggi Sadi Carnot (1796-1832), ingegnere e fisico francese famoso sopratutto per i suoi studi sulla termodinamica e per aver rivoluzionato questa branca fondamentale della fisica. Diviene giovanissimo capitano nell’esercito francese e passò la maggior parte della sua vita a studiare e migliorare l’efficienza dei motori a vapore. Il suo libro più famoso, Reflections on the Motive Power of Heat (1824), contiene il suo risultato più importante (teorema a tutti gli effetti): l’efficienza massima che un motore può raggiungere è dettata da quello di un ciclo reversibile e quell’efficienza dipende solo dalle temperature del bacino caldo e freddo. Questo teorema fu fondamentale per il futuro sviluppo della termodinamica e servì per lo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie francesi, storicamente sottosviluppati rispetto ai rivali inglesi.



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I ricchi e i poveri

diario 23/10/2019

Come si concilia la fine della crescita economica con l’affermarsi di un consumo opulento di massa? Come possono stare insieme due fenomenologie apparentemente opposte come quella dei Neet e dei ristoranti pieni?

«L’Italia è un tipo unico di configurazione sociale. È una “società signorile di massa”, il prodotto dell’innesto di elementi feudali nel corpo principale che pure resta capitalistico».

Come testimoniano anche i 107 miliardi di spesa per il gioco d’azzardo, il 65% di vacanze lunghe, un’auto e mezza per famiglia, le ripetizioni a manetta per i figli, il 36% iscritto a palestre e centri fitness e la cifra-monstre di 8 milioni di consumatori di sostanze illegali.

Alle domande che in diverse occasioni ci siamo posti un po’ tutti arriva oggi una risposta secca del sociologo torinese Luca Ricolfi: La società signorile di massa (La nave di Teseo).

Il sociologo torinese si è dato un obiettivo più ambizioso: una rilettura delle basi sia antropologiche sia materiali di una società dove il numero di cittadini che non lavorano ha superato ampiamente il numero di quelli che lavorano, l’accesso ai consumi opulenti ha raggiunto una larga parte della popolazione e la produttività è ferma da 20 anni.

Ad alimentare i consumi sono per prime le rendite, la fonte su cui da sempre nobili, proprietari e classe agiata hanno poggiato le loro vite. Il generosissimo sistema di pensioni elargito a genitori e nonni hanni consentito il passaggio verso una società opulenta, che poi descrive così: «Non l’auto ma la seconda auto con gli optional. Non la casa, ma la seconda casa al mare o in montagna. Non la bici ma le costose attrezzature da sub o da sci. Non le solite vacanze d’agosto dai parenti ma weekend lunghi e ripetuti. E ancora: i corsi di judo, l’apericena, i mega schermi piatti. Un consumo che eccede i bisogni essenziali, supera il triplo del livello di sussistenza».

Siamo diventati signori senza essere stati capitalisti.

È tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila che la ricostruzione di Ricolfi colloca i passaggi-chiave, ossia ben prima del Berlusconismo, naturalmente la considerazione dell’ultimo Pasolini farebbe pre-datare il fenomeno a una ventina d’anni prima, quando come reazione alla fine del miracolo economico si tentò una pensionistica “via italiana al socialismo”.

Questa società signorile, che consuma più di quanto produca, a Ricolfi appare malata e si regge su tre pilastri. La ricchezza reale e finanziaria accumulata dai nonni, la formazione di un’infrastruttura schiavistica, un esercito di paria al servizio dei Signori il “lato oscuro” della società signorile: la «struttura paraschiavistica», di quella parte della popolazione residente, per lo più straniera, collocata in ruoli servili a beneficio dei cittadini italiani. Chi sono i paria di Ricolfi? Lavoratori stagionali spesso africani, prostitute, colf, dipendenti in nero, facchini della logistica, muratori dell’Est. Un esercito di 2,7 milioni di persone che genera surplus e eroga servizi a famiglie e imprese e «senza i quali la comunità dei cittadini italiani non potrebbe consumare come fa».

E, infine, la distruzione della scuola: è l’istruzione senza qualità a generare il fenomeno della disoccupazione volontaria. «I titoli di studio rilasciati dalla scuola e dall’università sono eccessivi rispetto alle capacità effettivamente trasmesse — rincara Ricolfi — La scolarizzazione di massa ha moltiplicato il numero di aspiranti a posizioni sociali medio-alte ma il numero di tali posizioni resta invariato» (N.B. Gia negli anni ’70 un sociologo inglese aveva puntato al fatto che la società della scolarizza zione di massa aumenta gli aspiranti a posti apicali, mentre i posti stessi restano gli stessi). I giovani d’oggi possono permettersi di rifiutare offerte di lavoro che giudicano inadeguate perché nonni e padri hanno accumulato una quantità di ricchezza senza precedenti.

Con un conto che non so giudicare se corretto o a spanne Nel 1951 la ricchezza media della famiglia italiana era (equivalente) a circa 100 mila euro, negli anni ’90 era salita a 350 mila — grazie al debito pubblico e alle bolle speculative immobiliari — e oggi viaggia su quota 400.

«La ricchezza è cresciuta più del reddito» annota Ricolfi, ed assieme al debito – aggiungo io.

Il guaio è che si tratta di «ricchezza apparente» e posizionale.

Apparente perché io posso anche pensare (col Catasto) che casa mia valga 2-300 mila euro e quindi basarmi su questa valutazione per decidere il mio stile di vita, ma voglio vedere quando cercherò di venderla.

Posizionale sia in senso genealogico che geografico, il secondo fattore è ignorabile dai sani, non dai malati che vedono legata alla residenza la loro assistenza sanitaria, i famosi pensionati che si trasferiscono in Tunisia o Bulgaria debbono essere sani, forse un poco meno di preoccupazione per chi si trasferisce in Portogallo. Ma ad una certa età una spesa di un mill’euro al mese di medicine per i trattamenti cronici alla ASL si costa.

Per il primo sono, per molti giovani, legati al fatto d’essere Figli o Nipoti: le pensioni con la morte dei nonni e dei padri si dissolveranno come nebbia al sole; senza soldi per pagare avremo allora le rivolte. Anche la Repubblica Romana morì nelle guerre servili.




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perché è successo qua...

diario 10/11/2018

Riprendiamo dalla STAMPA - Tuttolibri di oggi, 10/11/2018, a pag.VII con il titolo "L’Italia ha scelto il populismo ma non bisogna aver paura" il commento di Bernard-Henri Lévy.

Traduzione di Carla Reschia

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Perché l’Italia è diventata, nell’Europa occidentale, il laboratorio dell’epilessia politica contemporanea? Perché vi troviamo in posizione di primato o, per dirla meglio, in pole position ciò che si usa definire populismo, sovranismo, neofascismo? E questo paese che ha così spesso mostrato la via del bello e dell’eccellenza, questa patria elettiva di poeti e pensatori di cui non sapremo mai abbastanza che, ben prima dei colossi del pensiero francesi e tedeschi, aveva già trovato la propria punta di diamante, facendo sì che i più grandi, i Cartesio, i Kant, e molti altri, si destassero dal loro sonno teologico, questo paese che, al contrario, ebbe, con dieci anni di anticipo sulla Germania, il sinistro privilegio d’inventare Mussolini e il primo fascismo - potrebbe essere, infine, che questo paese sia sul punto di vivere di nuovo un momento storico?

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La copertina (La nave di Teseo ed.)

In Italia è appena stato pubblicato un libro che risponde a questa domanda. È firmato da Maurizio Molinari, uno degli editorialisti più ascoltati della scena italiana, direttore del grande quotidiano, La Stampa. E spero che si trovi, in Francia e in altri paesi europei, un editore per tradurlo. Impareremo così che l’improbabile accoppiata tra la Lega e il Movimento 5 stelle è tutt’altro che una sorpresa, e ancor meno un’aberrazione, almeno per un attento osservatore della scena italiana. Si vedrà come urlatori, teppisti ubriaconi e altri figuri di entrambi i movimenti si siano annusati a vicenda per anni, proprio come fanno, in Francia, i «ribelli» e i lepenisti - e si vedrà come, dalle alleanze tattiche agli istinti condivisi, dagli slittamenti sottili e impercettibili, alle vergognose collaborazioni, finiranno col proclamare che ciò che li unisce conta più di ciò che li divide.

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Di Maio & Salvini Maurizio Molinari

Si troveranno pagine rigorose sul cancro della corruzione di cui gli italiani si dicono stanchi, ma di cui sono così intimamente e da lungo tempo impregnati che questa sembra essere diventata il collante che tiene insieme la società - e si vede come i 5 stelle, nati da un sito web, dall’affettazione di parlare «franco», tipica dei costumi digitali contemporanei e da una confusione, non meno caratteristica dei nostri tempi bui, tra la «sincerità» vomitata e l’amaro sforzo richiesto dalla vera ricerca della verità, ne abbiano fatto un cavallo di battaglia. L’autore insiste ancora sul trauma di una globalizzazione a cui ha corrisposto - la storia italiana insegna - una vera emorragia demografica. Mette in relazione - e questo è più discutibile - l’entità dello shock migratorio attuale con quest’altra specificità nazionale, che, come in Germania, ma a differenza della Francia o dell’Inghilterra, è l’assenza di tradizione coloniale (si ricordi la farsa di Mussolini a Tripoli) con ciò che potrebbe implicare la scoperta dell’altro.
Racconta - e qui è di nuovo molto convincente - il trauma rappresentato dall’elezione, in successione, di tre papi non italiani e quindi il tramonto del diritto di primogenitura che la Chiesa cattolica apostolica romana riconosceva di fatto all’Italia. Mette in scena - e questa è un’altra delle parti originali del libro - la fantasia di una «identità» che, in questo paese ontologicamente frammentato, ha ancora meno senso che altrove: che cosa c’è di più identitariamente lontano di un veneziano da un milanese? Di un romano da un napoletano? di un «gattopardo» lampedusiano da un fiorentino figlio di Dante? E poi il risentimento contro la Germania. E poi l’amore-odio per la nazione sorella, la Francia. E poi la burocrazia di Bruxelles, la cui complessità, Molinari lo sa bene, può anche essere, come nell’impero austro-ungarico, una garanzia di civiltà, ma che i congiurati della nuova alleanza rosso-bruna hanno trasformato in un capro espiatorio.

E Putin, infine, che manovra nell’ombra, ancora più formidabile del precedente Kgb, e che è diventato qui, come altrove, l’agente patogeno per eccellenza del cancro populista: non è forse dimostrato che abbia interferito, attraverso i social network, nelle elezioni italiane almeno tanto quanto in quelle degli Stati Uniti? E non ha forse trovato in Matteo Salvini una sorta di simile, un doppio mancato, un fratello fragile e asservito? A volte Maurizio Molinari sembra pensare che questi uomini che regnano oggi sull’Italia e propongono al resto dell’Europa un modo di governare alternativo, siano cavalli di ritorno, zombi, l’ombra dei loro padroni, la loro pallida copia: incapaci della minima elaborazione dottrinale, incompetenti a formulare qualsiasi proposta economica, politica o culturale, rielaborano i loro manuali di prefascismo e sono destinati a rimanere, con ogni probabilità, eterni comprimari.

A volte ricorda che, dalla più esangue e sfibrata debolezza, dalla più grande stanchezza e dalla più struggente angoscia, è successo, nella storia europea di veder nascere disprezzatori, distruttori, nichilisti, intenzionati ad annientarla, ahimè, riuscendoci - e allora non si sente più di escludere che, dal laboratorio italiano, possa uscire un giorno una di quelle terribili sintesi che consideriamo mere speculazioni fino al momento (ma è troppo tardi!) in cui si scopre che seguono le tendenze di un’epoca. La lotta per l’Europa, in Italia come altrove, è iniziata. E’ allarme rosso. È normale. È sempre così, nel teatro dell’umanità. L’essenziale è essere pronti e non avere paura.






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Schicksaalstag

diario 10/11/2018

Su ordine di Adolf Hitler, il 9 novembre del 1938 le sinagoghe, le scuole, le proprietà e le vetrine degli ebrei di Germania, Austria e di parte dell'odierna Repubblica Ceca furono distrutte e incendiate nell'indifferenza della polizia. Secondo gli storici in quella notte poi passata alla storia come la «prova generale» dello sterminio, gli ebrei uccisi furono alcune centinaia.
II 9 novembre è una data molto controversa perla storia tedesca, «con luci e ombre», ha ricordato Steinmeier la mattina rivolto al Bundestag. In quella data i tedeschi celebrano il crollo dell'impero di Guglielmo II con la rivoluzione di novembre del 1918. Nata socialista, la rivoluzione fallirà pochi mesi dopo aprendo la strada alla Repubblica di Weimar. Anche il crollo del Muro di Berlino è avvenuto il 9 novembre (del 1989), il che ha permesso agli storici di indicare quel giorno come «data del destino» (Schicksaalstag). Dietro ad almeno due altre ricorrenze si nasconde la mano di Adolf Hitler. L'8 novembre 1923 Hitler e le SA guidate da Eric Röhm irruppero nella Bürgerbräukeller di Monaco di Baviera per rovesciare il triunvirato allora al potere nella regione meridionale della Germania. L'indomani le forze regolari bavaresi aprirono il fuoco su Hitler e il Putsch di Monaco falli nel sangue. Una volta al potere Hitler dichiarerà il 9 novembre festa nazionale per ricordare i 14 «martiri del nazismo». Occasione perfetta per nascondere la memoria della rivoluzione del 1918 e dei suoi leader comunisti Karl Liebknecht e Rosa Luxembourg. Anche la morte a Parigi del diplomatico tedesco Ernst vom Rath il 9 novembre 1938 fornì a Hitler un'occasione «fatale». Quella di scatenare la Reichspogromnacht: a vom Rath aveva sparato due giorni prima l'ebreo polacco Herschel Grynszpan. La violenza di massa contro gli ebrei del Terzo Reich doveva rappresentare per Hitler la naturale reazione di rabbia degli ariani per la morte del diplomatico.



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Tangentopoli cominciò nel 1992?

diario 16/6/2018

Tangentopoli NON cominciò nel 1992.

Il presupposto, in verità mal fondato, di questa Stagione riposava su una presunta differenza antropologica dei politici comunisti, un loro essere “geneticamente” immuni da ogni corruzione, vantato da Berlinguer nel 1981... In questo scenario – secondo Piperno – si configura e ha successo la proposta di Berlinguer per sfuggire alla omologazione con gli altri partiti: regredire dalla politica alla morale,sollevare la questione morale, traghettare il partito dalla lotta di classe alla lotta senza fine al crimine e alla corruzione.

Questa strategia ha portato il PCI a promuovere una legislazione liberticida per distruggere le insorgenze degli studenti e degli operai negli anni settanta del secolo scorso; e ha finito col consegnare il partito ai giustizieri delle procure, cosa mai avvenuta sotto il cielo.



Le reliquie ideologiche del berlinguerismo giacciono ora disponibili alla bisogna del ceto politico: tutti, o quasi, si affannano a farne propria qualcuna, perfino Casaleggio l’oscuro. Il compromesso storico si chiama ora larghe intese e l’eterna questione morale continua ad alime

ntare la retorica politica. Tutto è come prima, solo un po’ peggio.

Quel che nei trent’anni trascorsi dalla morte di Berlinguer è cresciuto in forma smodata, come un cancro delle coscienze, è l’ipocrisia, il male estremo della repubblica italiana. Male al quale, messe a parte le buone intenzioni, grandemente ha contribuito l’agire politico di Enrico Berlinguer.

E pare che non sia ancora finita. Guardiamo quegli anni lontani (l’entusiasmo per Mani Pulite – che condivisi anch’io) con gli occhi della fiction televisiva.

Con saggi corposi di stimati docenti. Ci dicono che la “rivoluzione populista” arriva da lì.



Poi scoppia l’ennesimo scandalo di corruzione (lo Stadio di Roma). E a essere inquisiti sono politici e tecnici d’area dei Cinque stelle, del PD, di Forza Italia. E magari domani se ne scopriranno altri. Io credo che l’onestà, prima che essere un modo di comportarsi, sia un sentimento. Come ogni sentimento, anche l’onestà può essere costruita, plasmata, o rimossa.



Possiamo seppellire la nostra onestà da qualche parte nel nostro inconscio. Però continuare a parlarne. A invocarla. E accade una cosa stranissima: i primi a credersi onesti, sono i corrotti; un disturbo dissociativo dell'identità (DDI - conosciuto anche come disturbo di personalità multipla), che è un'alterazione dell'identità in cui il malato presenta almeno due distinte personalità… che esistono tutte in buona perfetta fede. Una scissione dell’io che dovrebbe indagare Ronald Laing.



Una cosa che abbiamo tutti sotto gli occhi. Nei nostri privati comportamenti. Anche noi, che politici non siamo. Praticare l’onestà è un costo enorme. Sul piano delle conseguenze. Pratiche. Emotive. Familiari. Di carriera. Di relazioni. Quando l’onestà incontra il denaro , di solito è il denaro che prevale. Ma lo travestiamo da necessità, da opportunità. Persino da fin di bene.



Perché noi vogliamo essere fieri di noi stessi. Non ci vogliamo vergognare. E dunque tiriamo l’onestà di qua e di là. Perché arrivi a coprire la nostra pochezza. Ce la aggiustiamo addosso come ci fa comodo.








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IL TERZO REICH: gigante dall’economia d’argilla

diario 3/6/2018

Scarsità di materie prime e crisi strutturale: quella del 1945 non fu soltanto una sconfitta militare

Durante il viaggio a Berlino del 1937, Mussolini rimase affascinato dal «miracolo economico» realizzato da Hitler che sembrava aver portato la Germania, uscita dalla pesantissima crisi del lungo dopoguerra, sul punto di divenire la maggiore potenza industriale del continente in soli 4 anni, mentre l’Italia arrancava dopo 15 anni di regime.

Che tanta fiducia nel futuro alleato fosse veramente mal riposta, appare ora dal volume di Adam Tooze (The Wages of destruction. The Making and Breaking of the Nazi Economy, Allen Lane, 30 euro, pp. 816), che dimostra come il Terzo Reich avesse perduto la sua sfida economica, prima ancora di intraprendere quella militare e che l’opzione del confronto armato fosse stata una scelta obbligata per approvvigionare, attraverso il saccheggio delle nazioni conquistate, un sistema produttivo, assillato dal deficit di risorse finanziarie e di materie prime.

Sicuramente, negli anni Trenta, in Germania, la disoccupazione era calata notevolmente e l’inflazione era stata drasticamente contenuta, ma questo trend positivo era comune alle economie di tutto il mondo occidentale rapidamente risollevatesi (coll’eccezione degli USA) dopo la crisi del 1929.

Per di più, le nuove opportunità di lavoro erano state assicurate in Germania, prevalentemente, dall’enorme programma di riarmo e da una politica di lavori pubblici, quali le autostrade, entrambi tributari di un diretto intervento statale, a scapito dell’iniziativa privata che penalizzata da una forte pressione fiscale.

Il controllo dei prezzi era garantito, non dal circolo virtuoso del libero mercato, ma da un alto tasso di cambio, imposto per legge, e da un rigido controllo governativo. Due misure, d’impronta dichiaratamente dirigistica e protezionistica, che avevano ridotto le esportazioni e di conseguenza fatto mancare quell’afflusso di valuta pregiata necessario a finanziare l’acquisto di materiali indispensabili ad un ulteriore decollo industriale.

Il tesoro della Banca centrale tedesca aveva esaurito le sue riserve di divisa estera, nel 1937, alla vigilia dell’Anschluss, che fu deciso non soltanto per riunire l’Austria alla grande patria germanica ma anche per far bottino delle riserve di dollari e di sterline conservate nei forzieri di Vienna. Anche il programma d’allargare il consumo interno e di estendere il mercato dei generi voluttuari alle classi popolari falliva clamorosamente, per la cattiva qualità (incredibile!) dei prodotti, che non reggevano al confronto con le merci straniere. L’utilitaria Wolkswagen sarebbe restata come un modello insuperato di design, ma il suo prezzo troppo alto, e la limitata produzione, avrebbero fatto sì che pochissimi guidatori fossero messi in grado di imbracciarne il volante, nonostante il fatto di aver versato alla casa produttrice pingui anticipi, che furono rimborsati, dopo una lunga battaglia legale, solo negli anni Sessanta.

In questa situazione, la Germania hitleriana decideva di intraprendere la sua avventura bellica, nonostante il parere contrario dello Stato maggiore che ammoniva il Führer sui rischi di uno scontro che «sarà una guerra di materiali e di usura, una guerra da combattere soprattutto sul piano economico e che non potrà non condurre la Germania ad un disastro senza precedenti». Non si trattava di previsioni infondate, e solo la pessima prova della Francia fece sì che l’azzardo di Hitler arrivasse ad un pelo dalla vittoria.

La scarsità di minerale ferroso e di acciaio aveva impedito di completare il riarmo. Né si trattava solo di un problema di quantità. I panzer, protagonisti della fortunata «guerra lampo» sul fronte occidentale, sarebbero stati sbaragliati, nelle pianure russe, dal carro sovietico T34, complessivamente superiore, per blindatura e armamento, ad ogni altro similare prodotto tedesco.

Le spese per il riarmo fin dal 1933 avevano avuto un certo peso nei bilanci dello Stato, ma a partire dal 1936 esse divennero assolutamente fuori controllo. Bisognava preparare il Paese alla guerra. In principio Hitler incaricò Goering di coordinare i programmi per rendere l'economia tedesca autosufficiente rispetto alle importazioni dall'estero e di sovraintendere alla distribuzione di fondi, materie prime e mano d'opera al fine di raggiungere gli obiettivi di riarmo stabiliti dalle diverse forze armate – insomma “della Programmazione” mito del Reich imperiale e poi di Lenin.

Tali obiettivi non erano stati ancora conseguiti quando, nel 1939, scoppiò la guerra. Dei 300 sottomarini, ritenuti indispensabili dall’ammiraglio Dönitz per attuare il blocco marittimo della Gran Bretagna, solo 32 erano disponibili all’inizio del conflitto. Il programma di costruzione degli U-boot era stato arrestato, nel 1939, poi ripreso nel 1940, per essere ancora interrotto l’anno successivo, per mancanza di risorse.

Le conquiste del periodo 1939-1941 non furono inizialmente sfruttate a pieno dalla macchina bellica del Terzo Reich: infatti, i gerarchi nazisti esitavano a comprimere ulteriormente la produzione di beni di consumo a favore della produzione di armi, temendo che ciò avrebbe diffuso il malcontento tra i lavoratori fino a determinare il crollo del fronte interno (come era già accaduto negli ultimi mesi della Prima guerra mondiale).

Solo lo shock determinato dalle sconfitte in Russia e nel Mediterraneo indusse il Regime, a partire dal 1943, a mobilitare l'intera economia del Reich alla guerra. Brillanti burocrati come Todt e Speer ottennero nell'ultimo periodo della guerra un aumento senza precedenti della produzione di armi, grazie al saccheggio sistematico delle materie prime dei Paesi occupati e all'impiego di milioni di lavoratori deportati da tutta l'Europa e schiavizzati. Tali risultati sono ancora più impressionanti se teniamo conto del bombardamento sistematico dei centri industriali tedeschi e delle infrastrutture stradali e ferroviarie attuate dall'aviazione anglo-americana. Nonostante i buoni risultati, gli Alleati – gli Stati Uniti in particolare ma anche URSS e Regno Unito – riuscirono a produrre molte più armi della Germania nazista e questo decise le sorti della guerra.

All'aumento (nominale) dei profitti e della produzione non corrispose un pari aumento dei salari dei lavoratori, mentre gli orari ed i ritmi di lavoro ebbero un forte incremento: il pieno successo occupazionale fu uno dei punti di forza del nazismo e ciò concorse alla costruzione dell'ampio consenso popolare verso il regime nei primi anni della dittatura. Ma la dinamica salariale non seguì quella del costo della vita, con la conseguenza che il tenore di vita degli operai subì un progressivo peggioramento. Dal 1943 tale peggioramento divenne inarrestabile a causa del trasferimento di mano d'opera e materie prime dall'industria leggera legata ai beni di consumo all'industria bellica.

Nel settore agricolo, come in quello industriale, il nazismo non attuò le grandi riforme promesse inizialmente per attirare il consenso delle masse, venendo meno così al proprio programma politico originario. Il nazismo, analogamente al fascismo italiano, esaltò propagandisticamente e in maniera strumentale il mondo contadino, esaltandone l'autenticità e l'attaccamento ai costumi tradizionali.

La parola d'ordine nazista, in campo agricolo, fu: il massimo impegno per realizzare l'autonomia alimentare del paese, anche se l'autonomia in questo settore costituiva un obiettivo non raggiungibile a causa del rapporto negativo fra la popolazione e le risorse agricole del territorio.

Al contempo il regime mobilitò maggiori risorse verso l'industria piuttosto che verso l'agricoltura, mentre aumentavano continuamente le importazioni di derrate alimentari dall'Europa sud-orientale. Difficile dire se una vittoria sull'Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale avrebbe cambiato le cose. Il "Grande piano Oriente" sviluppato in segreto dalle SS prevedeva l'annientamento della maggior parte dei polacchi e degli ucraini, che entro il 1952 sarebbero stati sostituiti con 20 milioni di coloni (ovvero contadini-soldati) di razza tedesca. Tuttavia gli sviluppi negativi del conflitto dal 1943 resero questi progetti irrealizzabili.

Il nazismo, una volta conquistato il potere, si pose – come ricordato – l’obiettivo “riarmo della Germania” in previsione se di un nuovo conflitto mondiale di strumento di pressione, come avvenne a Monaco. A tale scopo ogni spazio di libertà doveva essere compresso e regolato a partire dal vitale settore dei rapporti di lavoro.

Tutte le organizzazioni dei lavoratori furono chiuse, tranne quelle naziste che però non avevano nessuna autonomia dovendo eseguire ordini che venivano dalle alte gerarchie del Partito, il diritto di sciopero fu cancellato: gli industriali tedeschi ebbero, nell'ambito degli obiettivi del regime, la massima e illimitata libertà di azione, imponendo un rapporto fra le parti sociali di tipo paternalistico-autoritario.

I lavoratori, a seguito dell'apposita legge del 15 marzo 1934 e delle disposizioni successive, del 1935, potevano essere destinati a posti diversi di lavoro secondo la volontà delle autorità. Fu eliminata la possibilità per i lavoratori della libera scelta del lavoro e fu istituito, il 26 giugno 1935, il lavoro obbligatorio per tutti i giovani con un'età compresa fra i 18 ed i 25 anni.

Per combattere la disoccupazione vennero avviati grandi lavori pubblici - autostrade, linee metropolitane, palazzi governativi - con i quali lo Stato assorbì ben presto molta della manodopera disponibile. La reintroduzione della leva obbligatoria fece il resto.

L'intervento del regime nella vita privata dei giovani, lavoratori e non, fu pervasivo al fine di inserirli nelle strutture naziste e orientarli ideologicamente, secondo un principio totalitario. A tale scopo fu creata l'istituzione «Kraft durch Freude» (forza tramite gioia), che organizzava e regolava il tempo libero e le ferie dei giovani, controllandone e indirizzandone lo svago e lo sport.

L'introduzione di politiche sociali e la proclamazione del 1º maggio come Festa del lavoro dimostrano tuttavia come il Regime nazista fosse attento allo stato d'animo degli operai tedeschi. Alcuni studi dimostrano come l'ambita iscrizione al NSDAP - che a partire dalla nomina di Hitler a cancelliere del Reich nel 1933 avveniva per cooptazione - fosse più semplice per gli operai che non per altre categorie, al punto da cambiare la composizione sociale degli iscritti al partito nazista nel periodo tra il 1933 e il 1939.

Il principio fondante di tutto l'hitlerismo era la costruzione della Grande Germania (Grossdeutsche Reich) e del suo "spazio vitale" (Lebensraum): a quest'idea tutto andava sottomesso, compresa l'economia. Tuttavia quando Hitler salì al potere nel gennaio 1933 le condizioni economiche della Germania erano disastrose: il 20% della forza lavoro (circa 7 milioni di persone) disoccupate ed al limite della soglia della malnutrizione, la cui causa era la deflazione seguita alla crisi del 1929 con il ritiro dei capitali americani (piano Dawes e Piano Young) dalla Germania ed accentuata dal rigore depressivo dell'allora vigente gold standard. Le riserve auree della Reichsbank erano ridotte ad appena 200 tonnellate. È idea errata quella comune che nel 1929-1933 la Germania fosse in una situazione di inflazione, al contrario essa era travolta come tutto l'Occidente dalla deflazione: il famoso episodio inflazionistico della Repubblica di Weimar si ebbe poco dopo la prima guerra mondiale in Germania, tra il 1919 ed il 1924: tra il giugno e il dicembre del 1922 gli indici del costo della vita salirono di 16 volte. L'iperinflazione venne sconfitta con l'emissione di una nuova valuta, il Rentenmark, garantito dalle terre e dalle merci degl'industriali, poi sostituita dal Reichsmark con cambio paritario. L'iperinflazione di Weimar è spesso ed erroneamente collegata con l'ascesa del Terzo Reich di Hitler, ma l'iperinflazione fu sconfitta già nel 1924, quindi quasi dieci anni prima dell'avvento del nazismo.

Hitler si affidò al Ministro delle Finanze, Hjalmar Schacht (già noto per esser riuscito a debellare l'iperinflazione nel 1924), per ottenere quello che non esitava a definire "un miracolo":

«il riassorbimento della disoccupazione, l'eliminazione della deflazione (che fu combattuta con una cambiale di Stato, il Mefo, usata quale moneta alternativa per le commesse industriali tra Stato ed industrie e tra industrie) e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, evitando nel contempo l'iperinflazione.»

Ciò fu ottenuto grazie al piano di grandi opere pubbliche ed agli enormi investimenti nella produzione di armi. Queste misure rimisero in moto le grandi industrie manifatturiere e consentirono la ripresa del mercato interno.

I "MEFO Wechsel" (lodati da Keynes – en passant) erano delle cambiali emesse da una fantomatica compagnia statale, quindi garantiti dallo Stato ed offerenti un interesse del 4%, incassabili dopo un lustro, che avevano lo scopo di dilazionare praticamente a tempo indeterminato i pagamenti contratti dallo Stato con le industrie private. Il progetto partì già nell'estate del 1933, dopo che il partito nazista divenne l'unico ammesso in Germania (14 luglio 1933), quando l'allora ministro tedesco delle finanze, Schacht, s'ispirò al precedente storico statunitense dettato dalla Guerra di Secessione, quando – sul finire del 1862 - il governo nordista si trovò ad aver necessità della colossale cifra di 449 milioni di dollari (di allora, equivalenti a circa 39 miliardi di dollari del 2011). Le banche americane chiesero un interesse del 30% sulla cifra di cui il governo nordista abbisognava, in quanto il corso bellico rendeva elevato il rischio d'insolvenza dello Stato (solo dall'anno seguente, il 1863, l'esito del conflitto mutò decisamente a favore dell'esercito nordista). Allora il presidente nordista, Abramo Lincoln, ricorse al potere conferitogli dall'articolo primo della Costituzione americana, ovvero stampare cambiali di prestito (Greenback – che poi è divenuto il nomignolo del dollaro) che il popolo sovrano può concedere al proprio governo (vale a dire a se stesso) senza pagare interessi di sorta e coperto non da riserva aurea, ma unicamente dalla forza lavoro del popolo medesimo. La Germania doveva, in più, reperire un mezzo di pagamento che non lasciasse traccia nei libri contabili e nel bilancio statale, per non insospettire le potenze vincitrici della prima guerra mondiale, sempre per le famose “riparazioni”.

L'export tedesco (per quanto possa apparire strano a noi oggi) fu affetto per tutti gli anni '30 da una cronica debolezza determinata soprattutto dalla sopravvalutazione del marco rispetto alle maggiori valute mondiali. A questa debolezza si cercò di rimediare con i mezzi più diversi, uno dei quali fu un complesso sistema di sovvenzioni alle esportazioni, finanziato a partire dal 1935 tramite una tassa imposta all'economia secondaria (Exportumlage auf die gewerbliche Wirtschaft).

Inoltre a partire dal 1933 il Ministero degli Esteri tedesco sottoscrisse una serie di accordi bilaterali con altri Paesi, soprattutto quelli dell'Europa sud-orientale, che regolavano il commercio estero sulla base del clearing – sistema inventato Scacht. In pratica questi paesi fornivano derrate alimentari e materie prime al Reich, che a sua volta esportava manufatti finiti (soprattutto armi e macchine utensili). Per funzionare, il saldo doveva essere pari a zero, ma in pratica il Reich costrinse i deboli partner commerciali ad accettare che la Germania accumulasse forti debiti di clearing non pagati. Il sistema del clearing era pensato per evitare la fuoriuscita di valuta dai propri confini: si trattava, di fatto, di un'economia di baratto. I governi dei Paesi dell'Europa sudorientale (e anche l'Italia, ovviamente) non si resero mai pienamente conto che questo sistema subordinava sempre di più le economie nazionali agli interessi economici della Germania nazista: infatti più esse esportavano in Germania, più dovevano importare dalla Germania, anche se si fosse trattato di prodotti di cui non avevano necessità – od accumulare crediti inesigibili.

Al tempo stesso per questi paesi, e pure la Germania la quantità di prodotti esportati/ esportabili verso i cosiddetti "paesi a valuta libera" diminuiva di anno in anno, rendendo impossibile l'acquisizione della valuta estera necessaria per importare da paesi non coinvolti nel sistema di “Clearing”. Questo schema economico negli anni 1940-45 sarebbe stato imposto a tutta l'Europa occupata, con la creazione del clearing multilaterale europeo.

Fu così che la Germania divenne la potenza egemone d'Europa ben prima che le armate di Hitler dessero inizio alla guerra. Infatti già a metà degli anni trenta la Germania era responsabile di oltre la metà di tutto l'import-export dell'Europa sudorientale. L'annessione dell'Austria, nel 1938, aggiunse anche l'arma finanziaria all'ingegnoso sistema ideato da Schacht poiché le banche viennesi erano, fin dal tempo dell'impero asburgico, le principali intermediarie del credito nell'Europa sudorientale. Ma i produttori tedeschi guadagnarono larghe fette di mercato anche al di fuori dei confini europei: per esempio nel Medio Oriente e nell'America latina. Il miraggio degli accordi di clearing proposti dalla Germania fu essenziale nel causare le crisi internazionali che, alla fine degli anni trenta, portarono il Messico e il Venezuela a nazionalizzare l'industria petrolifera.

A dispetto di questi sorprendenti risultati, neppure il clearing era sufficiente a finanziare l'immane sforzo del riarmo voluto da Hitler, date le limitate scorte di valuta estera e di oro della Reichsbank. Infatti, nonostante l'attenzione del ministro Schacht, nel 1936 tali riserve si erano ormai azzerate. Le opzioni, a questo punto, erano solo due: interrompere la corsa al riarmo, porre fine alla politica estera aggressiva e rientrare nel grande gioco dell'economia capitalistica accettando l'egemonia anglo-americana; oppure saccheggiare i deboli vicini della Germania per mezzo di rapide guerre di conquista. Incapaci di tornare indietro, i leader nazisti si gettarono avanti: l'Austria fu occupata nell'aprile del '38 e la Cecoslovacchia nel marzo del '39 senza nemmeno sparare un colpo di fucile; la Polonia fu sconfitta con una guerra lampo di quattro settimane nel settembre di questo stesso anno. La terribile logica del nazismo imponeva quindi che le sole soluzioni alle crisi strutturali prodotte dalla dittatura e dal riarmo fossero più dittatura e più riarmo. Fino a che punto questo sviluppo rispondesse ad un piano o fosse piuttosto il prodotto della "crisi cumulativa" della politica economica nazionalsocialista è una questione dibattuta dalla storiografia.

Il nazismo dipendeva in modo totale dalla grande industria (soprattutto metallurgica e chimica) per i propri progetti di riarmo. Nel 1934 con la cosiddetta "notte dei lunghi coltelli" Hitler rassicurò il mondo industriale epurando in modo violento i sostenitori di tendenze socialisteggianti e i rivoluzionari facenti capo ad Ernst Röhm. Il nazismo soppresse il diritto di sciopero e ogni forma di organizzazione sindacale all'interno delle fabbriche, riportando l'orario di lavoro settimanale a 40 ore( 40 ore settimanali diviso i 5 giorni lavorativi uguale 8 ore al giorno di lavoro).

Per evitare la concorrenza fra industrie dello stesso ramo produttivo, il governo nazista rese obbligatoria la concentrazione industriale, sciolse le piccole e medie società e vietò che se ne formassero delle altre, a meno che non lavorassero esclusivamente su commissione per le grandi industrie, così come per la realtà artigianale. Inoltre vennero prese misure per la parziale detassazione degli utili reinvestiti in settori "approvati" dallo Stato (ovvero nell'industria bellica). Il protezionismo prima e l'autarchia in seguito crearono un mercato chiuso in cui tutta la realtà produttiva era indirizzata e finalizzata alla produzione di beni per lo Stato e / o per il consumatore tedesco.

L’inferiorità militare non era legata al solo dato tecnologico ma riguardava soprattutto il diverso potenziale economico delle forze scese in campo. Per tutto il corso della guerra, mai la Germania, pur ingrossata dalle sue conquiste e affiancata da Italia e Giappone, riuscì ad eguagliare il potenziale industriale delle Nazioni Unite, il cui Pil superava di circa cinque milioni di dollari quello prodotto dalle potenze dell’Asse, fin dal 1941. Da questo punto di vista, la sconfitta del 1945 appare una sconfitta largamente annunciata come conseguenza di una crisi di struttura già drammaticamente manifestatasi nei primi due anni del conflitto. Destino, questo, che accomuna la fine del moloch hitleriano a quella del sistema sovietico, che si ripiegò su se stesso, minato dalle sue contraddizioni economiche, fino alla catastrofe finale, e prima, fortunatamente, di aver tentato di arrestare il suo declino attraverso una nuova prova delle armi.

eugeniodirienzo@tiscali.it

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ALLEGRI! DOPO I PENTITI, I “WHISTLEBLOWING”

diario 18/11/2017

I Testadicavolo, quando scelgono il ramo legislativo della loro vastissima ed assai rispettata professione, non dormono mai. Consultano vocabolari stranieri, ora per lo più di inglese, enciclopedie, statistiche dell’ONU e di altre organizzazioni mondiali. E trovano parole difficilissime a pronunziare, specie per noi poveri vecchi ignoranti che a scuola studiavano il latino ed il greco. E, come Don Abbondio sciorinava il suo “latinorum” approssimativo al povero Renzo Tramaglino, ce li spiattellano conditi in salsa legislativa.

C’è un criterio (si fa per dire: sono degli scriteriati) comune nei vari episodi di “novellazione” (termine, questo, antiquato, ma non saprei proprio come si può dire in inglese). Quello di fare, per un caso particolare e per uno dei soggetti di tale caso, norme generali, da valere per tutti i casi che le leggi “ordinarie” trattano avendo, però presente la complessità della realtà, il “pro e contro” che ogni situazione presenta. Una complessità certo un po’ ostica alle loro menti nutrite da fortunosi pescaggi su internet, trattando ogni singolo aspetto di una questione come se fosse l’unica cosa esistente al mondo.

Questi legislatori monomaniacali stanno trasformando l’armonia dell’ordinamento giuridico (si fa per dire, tutto è relativo) in un’arlecchinesca sommatoria di pezze colorate, ciascuna delle quali esprime una sua “weltanschauung” (è una parola tedesca, pare che significhi visione del mondo. La usavano anche quelli che in genere facevano citazioni latine).

Ora apprendiamo, (certe cose si vengono a sapere sempre troppo tardi, come una volta accadeva per le “cadute in fallo” delle giovinette) che

la Camera dei Deputati ha approvato “con miglioramenti” una proposta di legge già approvata faticosamente dal Senato per la tutela del “whistleblowing”, di chi denunzia il malaffare. Proposta, manco a dirlo, di una certa Francesca Businarolo, deputata pentastelluta e rappresentante, ahimè, del Popolo Italiano nella sua interezza, come recita la Costituzione. L’Onorevole comesichiama è mossa dall’intento di combattere la corruzione ed, a riprova della passione per il suo compito legislativo, sfodera i numeri e le statistiche. E’ venuta a sapere che l’Italia è stata di recente sorpassata dalla Romania negli ultimi posti delle classifiche (rilevabili su internet) della corruzione.

Questo dopo che la Romania aveva approvato, unica, pare, in Europa e non solo, una legge sulla protezione dei “whistleblowing”.

Ora, scoppiando dalla gioia per il successo della sua carriera di allieva dei grandi legislatori dell’Antichità, spera vivamente che, grazie alla “sua” legge l’Italia possa risalire nella classifica dei popoli corrotti, superando almeno la Romania.

Con questa “Legge Businarolo” (che però credo debba tornare al Senato per le “migliorie” apportate dalla Camera) quelli che denunzieranno malefatte, evasioni fiscali, corruzioni, abusi sessuali, maltrattamenti di animali (credo) saranno tutelati dalle ritorsioni. Non potranno essere licenziati, trasferiti, mutati di mansioni. Quasi come i magistrati. La tutela ora si estende anche ai dipendenti privati, alle cameriere, ai portieri, ai capi del personale etc.

Ottima cosa. Ma se la Businarolo avesse fatto ricerche, oltre che su internet, su noiosi volumi di diritto amministrativo, penale, del lavoro, avrebbe potuto (non mettere mai limiti alla capacità dell’umano intelletto, anche quando non ce n’è da scialare) accorgersi che qualche forma di “protezione” già c’è, anche se magari oggi non si può “presumere” che il “comesichiama”, il delatore, il cittadino retto etc. etc. sia davvero tale e siano proprio “ritorsioni” quelle da lui denunziate. Ma il modo di concepire il diritto e le leggi “a forza di pezze colorate” impone che occuparsi di una cosa alla volta. C’è da combattere la corruzione, l’evasione fiscale e le altre cattiverie di amministratori, funzionari, datori di lavoro? Ed allora se c’è qualcuno che li denunzia, proteggiamolo, senza preoccuparci di sapere se è solo un dipendente che ha buone ragioni di temere di essere licenziato.

La legge è stata approvata a larga maggioranza. Ha votato contro “Forza Italia”. Pian piano le menti si aprono e le esperienze, come quelle della Legge Severino, magari non si ripetono.

Così il nostro linguaggio giuridico si arricchisce di un’altra parola inglese, anche un po’ difficile a pronunziarsi “whistleblowing”.

Avrete capito che, anche perché non so proprio un tubo della lingua inglese, questa novità proprio non mi va giù.

Ai miei tempi c’erano dei bei termini italiani, di origine latina o greca a significare la stessa cosa: delatore, sicofante, spia.

Però buttare in faccia ad una persona un termine del genere era un po’ troppo spinto.

C’erano spie, delatori e sicofanti sotto il Fascismo. Ma persino Del Re, la spia che mandò in galera Ernesto Rossi ed i suoi compagni di G.L., e che poi ricattava Mussolini, sporse querela per essere stato definito da Ernesto Rossi, che su di lui scrisse un libro, “la spia del Regime”. Del Re, che era stato compagno delle sue vittime era propriamente un “pentito”, un “impunito”, ancorché impenitente.

Pitigrilli, lo scrittore era invece un semplice delatore. Un “whistleblowing”, se ci fosse stata la democrazia. Se la cavò benissimo anche dopo la caduta del Fascismo.

Ma ora che c’è la democrazia (si fa per dire) ci sarà la protezione, grazie alla legge della brava Businarolo. Ma anche senza la legge, una protezione i delatori, “buoni” e “cattivi”, ne hanno sempre avuta da sbirri, poliziotti, magistrati.

Anche io, nel mio piccolo, posso assicurarvi di aver conosciuto non solo “pentiti” e delatori, e, tanto per non usare parole pesanti, personaggi dalla denunzia facile di malefatte vere ed immaginarie, ma anche di aver fatto l’esperienza di una “tutela” assicurata non voglio ipotizzare come e da chi. A d esempio a quello che d’ora in poi chiamerò “rispettosamente” un “whistleblowing”, che per anni ha rifornito la Procura di Agrigento (lo chiamavano “Pepè Corrimprocura”) di denunzie, esposti, manifesti, per consentirle di stare al passo con le altre Procure più manipulitiste d’Italia nella persecuzione di amministratori, funzionari, imprenditori “infedeli” (come lui li definiva) veri (non ne mancano mai) ed immaginari, organizzando la pianificazione della persecuzione di taluni di essi (uno di quelli, poi, gli ci ha fatto, come si suol dire, sbatterci il muso). Costituendosi, poi parte civile a nome di Legambiente, di cui pare fosse padre e padrone. Era ed è l’avv. Giuseppe Arnone (da non confondersi con un suo omonimo che è un’ottima persona).

E’ in questa veste, che ora chiamano con una parola inglese sintetica ma così difficile a pronunziarsi, che ha denunziato, sbeffeggiato, calunniato funzionari, imprenditori, sindaci delle Città.

Ha proclamato opere pubbliche realizzate addirittura risparmiando sugli stanziamenti per esse previsti, mafiose e fuorilegge, condannando la Città e lasciarle inutilizzate per paura di incorrere nelle denunzie di quel forsennato. Ha vilipeso avvocati (a me diede del “rimbambito ed addirittura dell’ubriacone”, per essermi compiaciuto di aver vinto una causa contro di lui).

Quando si cominciò (potrei dire, cominciai) ad ottenere delle condanne per reati anche gravi per le sfacciate esplosioni diffamatorie, cominciò a prendersela con i magistrati, con alcuni dei quali, però, fino all’ultimo rimase “pappa e ciccia”. Fece manifesti per oltraggiarli. Piovvero su di lui le condanne, sempre però con un tariffario assai benevolo. Ha totalizzato, malgrado prescrizioni, varie, diecine di condanne per reati, per lo più calunnie etc. Alla “parsimonia” delle condanne penali si aggiunse quella dei provvedimenti disciplinari: fa ancora l’avvocato. Condannato più di un anno fa per calunnia con sentenza alla reclusione senza condizionale (dati i numerosi precedenti) passata in giudicato, sta ancora a piede libero in attesa di una decisione circa l’”affidamento in prova”, non so se a Legambiente (!!!) o a quale altra benemerita istituzione. “La prova” però la fornisce quotidianamente, continuando a collezionare condanne come Di Matteo colleziona cittadinanze onorarie. E continua a fare l’avvocato ed a far comizi caricando di improperi gente a destra e a manca.

E’, col nuovo lessico, per così dire, giuridico, un “whistleblowing” seriale. E, con un sistema, invece, vecchio ma, a quanto pare, assai efficiente, ne gode la relativa “protezione” benché quella della Businarolo non sia ancora legge.

Qualcuno potrà dire, magari, che chi tante ne combina, dissemina molti scheletri negli armadi altrui. Magari la legge della brava Businarolo potrebbe servire a farveli dormire in pace, ottenendo lo stesso effetto che tale macabra circostanza ha sempre prodotto.

Mauro Mellini

17.11.2017




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pir (lotti)

diario 9/11/2017

Sono i fenomeni del 2017. Sarà per il fatto che con i tassi a zero i risparmiatori hanno bisogno di nuove opportunità oppure sarà per l'aggressiva politica commerciale delle banche, una cosa è certa: i P. I. R., cioè i Piani individuali di risparmio, sono la moda finanziaria del momento. Per questo, a un anno dalla loro nascita, è giusto porsi qualche domanda: i P. I. R. sono davvero l'Eldorado del risparmio? Se le opportunità sono ben evidenziate dai consulenti finanziari, quali sono i rischi? Il Sole 24 Ore, confrontandosi con operatori del mercato, esperti e istituzioni, cerca di rispondere a queste domande. E ad analizzare, senza pregiudizi né infatuazioni, tre pro e tre contro di questi nuovi fenomeni della finanza italiana.

A poco più di metà anno, hanno già abbondantemente superato le previsioni dello stesso ministero dell’Economia. I P. I. R., cioè i Piani individuali di risparmio che permettono alle famiglie di investire anche nelle Pmi italiane, secondo gli ultimissimi dati di Via XX Settembre hanno quasi raggiunto i 5 miliardi di euro di raccolta. Rendendo credibile l’obiettivo di 10 miliardi entro fine anno. Tantissimo, considerando che a gennaio lo stesso ministero sperava di arrivare a 16-18 miliardi in ben 5 anni. E gli effetti si vedono sul mercato: dato che i P. I. R. sono obbligati a investire il 21% in piccole e medie imprese, all’Aim (il listino di Borsa Italiana dove sono quotate proprio le Pmi) gli scambi quest’anno sono aumentati del 517%. E le quotazioni sono salite del 21%, con società che hanno superato il 300% di performance. Tanto che Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Economia, può permettersi di dire: «Abbiamo creato un mercato».

L’Analisi. Due condizioni affinché i P. I. R. non diventino occasioni perse

Eppure dietro lo scintillio di un fenomeno finanziario andato ben oltre le aspettative, non pochi osservatori vedono rischi, per ora latenti. Ma, data l’importanza di questo strumento (che ha il nobile obiettivo di dare alle Pmi italiane un canale alternativo per raccogliere capitale o debito), si tratta di pericoli da non sottovalutare: il rischio che tra le small cap di Piazza Affari si crei una bolla speculativa; che le elevate commissioni applicate da alcune banche sui P. I. R. vadano a ridurre o addirittura annullare il beneficio fiscale; che alcune banche mettano nei P. I. R. titoli poco affidabili. Ascoltando esperti, analizzando dati e confrontandosi proprio con chi al MEFha creato i P. I. R., Il Sole 24 Ore ha cercato di esplorare i possibili punti dolenti.

Rischio bolla?

I P. I. R. sono veicoli d’investimento che permettono alle famiglie italiane di far arrivare un po’ di risparmi dove servono: cioè nelle piccole e medie imprese. In Italia il risparmio è sempre stato investito in titoli di Stato oppure all’estero, lasciando asfittico il mercato azionario domestico: questo ha sempre penalizzato le imprese. Creando uno strumento d’investimento ad hoc, con un incentivo fiscale consistente, il MEF sta cercando dunque di porre rimedio all’handicap.

Il Fisco vigila sui vantaggi dei «P. I. R.»

Il punto è che i P. I. R., grazie proprio all’aiuto fiscale e all’aggressiva politica commerciale di molte banche, stanno forse raccogliendo più soldi di quanti i piccoli listini italiani siano attualmente in grado di ricevere. Questo preoccupa più di un addetto ai lavori: se troppi soldi arrivano su mercati piccoli, il rischio che prima o poi si crei una bolla speculativa esiste. È vero - come sottolinea Francesco Carloni, amministratore delegato di Duemme Sgr - che «i P. I. R. investono solo il 21% in titoli non inclusi nell’indice principale di Borsa Italiana, per cui anche se arrivassero a 10 miliardi di raccolta su Aim e Star si riverserebbero non più di 2 miliardi». Ma è anche vero che le performance stellari di alcuni titoli non sono da sottovalutare.

Una stima di Intermonte Advisory e Gestione quantifica del resto in circa 111 miliardi di euro la capitalizzazione delle aziende quotate italiane nelle quali i fondi P. I. R. possono investire. Se le stime che al momento si rincorrono sugli afflussi previsti nell’arco dei primi cinque anni dovessero essere poi confermate, considerando la quota di questo denaro destinata all’equity si può ragionevolmente pensare che i fondi potrebbero arrivare a detenere in media una cifra vicina al 30% del flottante delle small e mid-cap di Piazza Affari.

Già adesso, spulciando fra gli azionisti di molti dei titoli di piccola e media taglia del listino milanese, ci si può imbattere in società di investimento particolarmente attive sui P. I. R. come Lyxor (la divisione Etf del gruppo SocGen) o come la Banca centrale norvegese, che detengono partecipazioni vicine all’1%: una cifra destinata necessariamente a crescere, con l’evidente rischio di fenomeni distorsivi, se la platea delle aziende quotate non dovesse allargarsi in modo significativo.

L’unico modo per aggirare questo rischio è in effetti semplice: aumentare il numero di società in Borsa. Il meccanismo dei P. I. R. diventerà virtuoso solo se un numero crescente di aziende, anche di medie dimensioni, approderà al mercato di Borsa per raccogliere capitale. Ad oggi, però, questo sta accadendo soltanto in parte: su Aim nel 2017 si sono già quotate 16 nuove aziende, ma è ovvio che tutto questo non sia sufficiente.

Se i P. I. R. finanziano in primis le banche

Sul mercato qualcuno chiede incentivi fiscali per la quotazione, per esempio la deducibilità delle spese di collocamento. Fabrizio Pagani del Mef, creatore dei P. I. R., non crede però che questo incentivo avrebbe grande successo: «I costi di quotazione sono bassi - osserva - più che altro bisognerebbe semplificare le procedure». Il MEF sta comunque vagliando la possibilità di fare qualcosa «per convincere gli imprenditori ad aprire il capitale». Il tavolo, dunque, è sempre aperto. Anche se per Pagani «aprire il capitale» non significa solo facilitare lo sbarco a Piazza Affari: «La liquidità va canalizzata anche sui fondi di private equity - sostiene - facendo investire i P. I. R. su questo strumento».

Altro tema strettamente legato alla qualità e affidabilità dei titoli oggetto di investimento è la copertura che questi hanno da parte degli analisti finanziari. Sempre secondo Intermonte, solo una società su quattro tra quelle in cui possono investire i P. I. R. è seguita da almeno 3 broker, il 35% del paniere ha al massimo due stime aggiornate e per ben il 41% (cioè oltre 100 società) non è possibile reperire neppure uno studio aggiornato negli ultimi 6 mesi: un quadro sconfortante, insomma. Conseguenza diretta - secondo Guglielmo Manetti, vicedirettore generale di Intermonte Advisory e Gestione - «del massiccio disinvestimento da parte delle case di ricerca globale sull’Italia negli ultimi anni e dell’atteggiamento “mordi e fuggi” di molte investment bank», ma soprattutto un problema difficile da risolvere «perché la ricerca è costosa».

Il nodo delle commissioni

Affinché lo strumento dei P. I. R. abbia successo è necessario poi che i risparmiatori restino soddisfatti del loro investimento. Per questo è necessario soprattutto che nessuno si approfitti della «moda» per applicare commissioni un po’ troppo esose, tali da ridurre o addirittura in certi casi annullare il beneficio fiscale per i risparmiatori. Come si vede nella tabella a fianco, le commissioni sui P. I. R. sono molto varie. In alcuni casi - secondo l’elaborazione di AdviseOnly sui dati di Morningstar - si può arrivare fino al 6% per le sole spese di sottoscrizione.

Possono dunque le commissioni arrivare ad annullare il beneficio fiscale dei P. I. R.? Raffaele Zenti di AdviseOnly ha fatto alcune simulazioni su due prodotti ipotetici e uguali: un P. I. R. e un fondo non-P. I. R. entrambi bilanciati. Partendo dalle commissioni di gestione medie (1,6% per i P. I. R. secondo Mediobanca Securities e 1,4% per i non-P. I. R.), i primi risultano molto convenienti grazie al beneficio fiscale. E più la performance del portafoglio sale, più il vantaggio diventa consistente. Se però la commissione di gestione del P. I. R. arrivasse al 2,3%, con una performance del 5% il beneficio fiscale del P. I. R. verrebbe annullato rispetto al fondo non-P. I. R.. E se la performance fosse del 10%, sarebbe necessaria una commissione del 3,2% per “uccidere” fiscalmente il P. I. R.. «Io credo che la concorrenza aumenterà tra i P. I. R., per cui le commissioni si adegueranno», profetizza Carloni di Duemme. Non resta che attendere.

Pro 1: il beneficio fiscale

I P. I. R. sono strumenti d'investimento che hanno due caratteristiche distintive. Uno: sono detassati. Due: sono stati creati con l'obiettivo di far confluire parte dei risparmio degli italiani nelle piccole e medie imprese del Paese. Per questo i P. I. R. devono investire i soldi dei risparmiatori almeno per il 70% in azioni o obbligazioni italiane (o di aziende europee con stabile organizzazione in Italia), e di questo 70% il 30% (che equivale al 21% del totale) in aziende medio-piccole. Il primo vantaggio per chi investe in P. I. R. è dunque ovvio: la totale detassazione, che tanto critichiamo per Amazon.com, o Bono deli U2.

I risparmiatori non pagano né la tassa di successione né quella sul capital gain (che sarebbe al 26%) se - solo se - tengono il P. I. R. per almeno 5 anni. Si può disinvestire prima, ovvio, ma in tal caso si pagano le tasse come per qualunque fondo. Il beneficio fiscale va a migliorare la performance effettiva dei P. I. R. rispetto a quella di normali fondi comuni che invece sono costretti a pagare le tasse.

Pro 2: il patriottismo economico (per me è un "Contro")

Come chi acquista un'auto elettrica in un'ottica ecologista, anche chi investe in P. I. R. lo fa (o può sostenere di farlo) per un motivo “etico”: sostenere l'economia italiana. Gli italiani hanno una ricchezza finanziaria (esclusi gli immobili) di 4.228 miliardi di euro secondo Bankitalia. Eppure poco di questo patrimonio viene investito nell'economia reale. E neppure gli investitori istituzionali italiani mettono soldi nel loro Paese: si pensi - per fare un solo esempio - che i fondi pensione nazionali mettono solo il 3% del loro patrimonio in azioni o obbligazioni di aziende italiane. Questo è un problema, perché condanna le aziende italiane all'asfissia finanziaria e alla dipendenza dalle banche. Investire in P. I. R., invece, significa sostenere proprio le imprese italiane medio piccole. Calcola AdviseOnly che quest'anno - in parte grazie al successo dei P. I. R. - sono sbarcate in Borsa 4 aziende ogni 2 mesi, contro una media degli ultimi 22 anni di una ogni due mesi. Questo significa che più imprese hanno trovato capitali fuori dalla banca.

Pro 3: l'educazione finanziaria

L'Italia è un Paese con una bassa cultura finanziaria. Secondo uno studio di Standard & Poor's, in Italia solo 38 adulti su 100 hanno un minimo di competenza in materia finanziaria. Molti meno dei 40 cittadini dello Zambia, dei 41 dello Zimbabwe o dei 40 della Tanzania. E anni luce da Usa (57) e Gran Bretagna (67). Ma i P. I. R. possono, in via indiretta, insegnare qualcosa di fondamentale agli italiani: per investire in Borsa bisogna avere un'ottica di medio-lungo termine. Il fatto che i P. I. R. incentivino l'investimento in un'ottica almeno quinquennale, permette da un lato alle imprese di avere fondi stabili e dall'altro ai risparmiatori di evitare pericolosi - per chi non è esperto - mordi e fuggi.

Contro 1: le commissioni

Abbiamo visto che il primo vantaggio di investire in P. I. R. è fiscale. Il problema è che alcune banche applicano commissioni così elevate (fino al 6%) che finiscono per annullare o ridimensionare il beneficio fiscale per i risparmiatori. Raffaele Zenti di AdviseOnly ha fatto alcune simulazioni su due prodotti ipotetici e uguali: un P. I. R. e un fondo non-P. I. R. entrambi bilanciati. Partendo dalle commissioni di gestione medie (1,6% per i P. I. R. secondo Mediobanca Securities e 1,4% per i non-P. I. R.), i primi risultano molto convenienti grazie al beneficio fiscale. E più la performance del portafoglio sale, più il vantaggio diventa consistente. Se però la commissione di gestione del P. I. R. arrivasse al 2,3%, con una performance del 5% il beneficio fiscale del P. I. R. verrebbe annullato rispetto al fondo non-P. I. R.. Attenzione dunque: leggere attentamente le avvertenze prima di sottoscrivere un P. I. R..

Contro 2: scarsa diversificazione

Come visto, sui P. I. R. si può investire solo 30mila euro l'anno per 5 anni. Ma 150mila euro non sono uguali per tutti: se un risparmiatore ha un patrimonio di 200mila, per fare un esempio, investirne 150 in un unico strumento non è saggio. Anche perché i P. I. R., per vocazione, puntano gran parte dei soldi in Italia: questo rischia di creare una concentrazione dei rischi. È bene dunque che i risparmiatori, se decidono di investire in P. I. R., lo facciano in un'ottica di diversificazione: solo una piccola parte del proprio - piccolo o grande che sia - patrimonio.

Contro 3: il rischio bolla

Sui P. I. R. sono arrivati più soldi di quanto previsto. E promettono di raccogliere ancora tanto in futuro. Questa montagna di denaro è finita in parte su fette del mercato di Borsa da anni dimenticate: come l'AIM, cioè il listino di Piazza Affari dedicato alla piccole imprese. Questo ha causato un rally molto forte delle quotazioni all'AIM che - come si vede nel grafico - era un listino poco performante in passato se confrontato con l'indice FTse MIB delle grandi aziende. Nell'ultimo anno però il rally è stato consistente: da gennaio l'AIM ha registrato una performance quasi doppia rispetto al listino principale. Questo è un rischio: se non aumenteranno le aziende quotate, non si può escludere che all'AIM si crei una bolla speculativa dovuta a troppi soldi caduti su un mercato troppo piccolo.




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"I migranti hanno votato AfD",

diario 7/10/2017


l'analisi di Roberto Giardina. ITALIA OGGI del 07/10/2017, a pag. 12.



Questa analisi del voto tedesco aiuta a capire la natura del partito Alternative für Deutschland, che i nostri media hanno classificato sostanzialmente neonazista. IC è da sempre attenta alle corrispondenze dalla Germania di Roberto Giardina, a differenza degli altri corrispondenti - e grazie alla sua estrazione liberale - riesce a sottrarsi al conformismo ideologico che contraddistingue le analisi della maggior parte dei suoi colleghi. Sarà il tempo a dirci quale sarà la linea di AfD al Bundestag, per ora, grazie alle analisi di Roberto Giardina, possiamo seguire quanto avviene in Germania con una informazione non condizionata da alcuna preconcetta ideologia.



Leggo che quelli del Pd sarebbero favorevoli allo Ius soli nella speranza e i «nuovi italiani» alle prossime elezioni voterebbero per loro. Non so se sia vero, comunque la sinistra avrebbe una sorpresa. E probabile che avvenga il contrario. Quando ero corrispondente a Parigi, decenni fa, i fattorini della grande azienda presso cui avevo in affitto il mio ufficio, provenivano in gran parte dalle ex colonie, più francesi dei francesi. Ed erano quasi tutti gollisti convinti. Tranne gli algerini che votavano compatti per il Pcf, comunisti tutti d'un pezzo, che perdevano tempo con me per spiegarmi che il mio Berlinguer era un traditore.

Chissà che penserebbero oggi di Renzi e di Bersani. Il motivo è semplice. Chi conquista la cittadinanza (ma i miei fattorini algerini l'avevano di diritto), non vuole che arrivino altri che facilmente abbiano in regalo quel che per loro è stato faticoso ottenere.

Chi ha votato per l'AfD in Germania? Com'era scontato, si continua a descrivere la Germania di Frau Angela come una sorta di IV Reich soft. I tedeschi non cambiano mai. Sempre nazisti. Comunque non è la prima volta che un partito dell'estrema destra entra al Bundestag. Nel primo parlamento, nel settembre 1949, erano presenti dodici partiti, perché la clausola di sbarramento al 5 per cento, pur esistente, non valeva a livello nazionale (fino al 53). Bastava averla superata in uno dei Länder. E al Bundestag entró dunque il Deutsche Partei (Dp), fortemente anticomunista e in parte nostalgico, che aveva ottenuto un buon risultato a Amburgo, Brema, nello Schleswig-Holstein e in Bassa Sassonia.

Gli elettori dell'Alternatave für Deutschland saranno nostalgici al dieci per cento, al massimo per il venti. Gli altri l'hanno votata per altri motivi. E la votano persino gli stranieri. Potrà sembrare paradossale, ma non lo è. I turchi con doppio passaporto sono circa un milione. Erdogan aveva invitato a non votare per i partiti anti Turchia, mai per la nemica Angela, nemmeno per i verdi, per i socialdemocratici, per la Linke, e per i liberali. Dunque astenersi.

Ma la cancelliera è sempre stata contraria all'ingresso della Turchia nella Ue, e già quattro anni fa aveva perso buona parte dei Deutschtürken. «Merkel muss weg» si leggeva nei cartelli di protesta alle manifestazioni pro Erdogan nei mesi scorsi, via la Merkel.

E quale migliore dispetto che votare per l'AfD? I populisti durante la campagna elettorale hanno attaccato la politica dell'accoglienza, ma non si riferivano agli immigrati da lungo tempo, e occupati regolarmente. Gli Ausslãdler (circa 2,4 milioni), cioè quanti sono giunti dai paesi dell'ex Unione Sovietica dopo la caduta del muro e la fine dell'Urss, perché avevano un avo tedesco, e parlavano la lingua di Goethe come il loro avo emigrato nel Settecento, e considerati tedeschi in base all'origine, hanno sempre votato in stragrande maggioranza per la Cdu-Csu, prima per Kohl, poi per la Merkel.

Ma ora, scrive la Süddeutsche Zeitung, in molti sarebbero passati con l'AfD. Il giornale analizza in particolare il voto in Baviera. Ad Augsburg, la nostra Augusta, i rimpatriati formano una piccola colonia, la Kleine Moskau. Avevano votato in massa per i cristianosociali, ma il 24 settembre in città la Csu è giunta appena al 30, dalla maggioranza assoluta che aveva, e l'AfD è balzata al 22. Non solo in Baviera, anche nel vicino Baden Würrtemberg, i due Länder più ricchi della Germania.

E l'Afd ha guadagnato nelle zone dove più forti sono le presenze degli Aussslãder, perché si sono sentiti traditi dalla politica della Merkel. Sono giunti come esuli in una loro patria di cui molti non parlavano nemmeno più la lingua, e si aspettavano protezione e sicurezza.

«E adesso arriva un altro gruppo di stranieri, e crescono le preoccupazioni che i nuovi venuti, ricevano più di loro», ha spiegato Wolfgang Müller, sindaco di Lahr, cittadina della Foresta Nera. E molti che arrivano dal Kazakistan (dove Stalin confinò milioni di russi tedeschi negli anni Trenta), hanno una cattiva esperienza della convivenza con i musulmani «Nessuno di noi ha accolto i profughi a braccia aperte», ha dichiarato al giornale di Monaco Dimitri Korostylev, venuto dall'Est, e da sempre iscritto alla Csu a Augsburg. «I tedeschi venuti dall'Est, sono in genere conservatori, e hanno un'antica idea della Germania, ha aggiunto Müller, e ora la loro patria cambia più rapidamente di quanto si possa immaginare. Ma non sono radicali e neonazi, niente affatto. II loro è un grido di protesta». Sono stati accolti, si sono integrati, ora si sentono dimenticati.




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Chiamala se vuoi ... inflazione

diario 17/9/2017

Oggi parliamo di storia.

Per la precisione di storia dell'inflazione.

 

La ragione è abbastanza semplice: con la crisi economica e la caduta temporanea di alcuni paesi in deflazione, si sono sparse nel volgo tutta una serie di teorie a giustificazione di tale evento che, invece di gettare luce su tale fenomeno, contribuiscono solo a complicare la situazione, sia politica, ma soprattutto economica, promuovendo manovre economico-monetarie che in realtà sono unicamente dannose per l'economia.

 

Premettendo che essendo un discorso completo troppo lungo da affrontare in una unica volta, e che quindi per oggi parleremo solo dell'antichità e della prima formulazione della teoria quantitativa della moneta, possiamo iniziare il racconto partendo dalla definizione di ciò che vogliamo illustrare: si definisce quindi inflazione l'aumento dei prezzi in un determinato arco di tempo.

 

Se misuriamo la differenza di crescita dei prezzi in termini percentuali quello che troviamo è il tasso di crescita percentuale dell'inflazione, ovvero il dato che noi tutti comunemente conosciamo. I prezzi dunque. La storia parte da qui. Dalla nascita del prezzo come sistema di misurazione del valore di un bene al fine dello scambio.

 

Prima di questo, ai tempi del baratto, non esisteva l'inflazione. Esisteva il suo derivato materiale, ovvero la scarsità dei beni, ma non l'inflazione o la deflazione.

Con l'introduzione della moneta e dei prezzi le cose cambiano.

All'inizio tutto sommato non troppo.

I primi sistemi monetari erano basati sull'oro e sull'argento, la cui quantità era abbastanza fissa e per ragioni che vedremo più in dettaglio dopo, grosse fiammate inflattive non erano possibili, e infatti non avvennero.

 

A meno che…. la quantità di oro o di metallo prezioso nella moneta non venisse ridotta rispetto al suo valore facciale.

La moneta veniva “svilita”, ovvero diminuita di valore.

Ecco allora che in simili casi, l'inflazione faceva la sua comparsa.

Un primo esempio molto famoso di inflazione rilevante si ha nella Grecia antica verso il finire del 400 a.c., quando per finanziare la sua guerra contro Sparta (le guerre del Peloponneso) che aveva conquistato le sue miniere, Atene iniziò a fare quanto descritto sopra, ovvero ad emettere moneta svilita nel valore.

E' interessante notare che appena le guerre finirono, Atene tornò prontamente ad una una moneta “sana”, ovvero dal contenuto certo e stabile di metallo nobile.

Altro esempio molto noto è la svalutazione del denarius operata dall'imperatore romano Caracalla, che emise un denarius (l'antonino) dal valore nominale di 2 denarii, ma dal peso di 1 e mezzo.

Pratica che già Nerone aveva inaugurato per pagare i suoi debiti e che continuò da parte degli imperatori per quasi tutto il resto del terzo secolo d.c.

Con queste manipolazioni della moneta l'inflazione esplose fino a raggiungere livelli mai visti prima. E con l'inflazione arrivò anche il disordine economico e sociale.

 

Capendo che la cosa a lungo termine era insostenibile alcuni imperatori cercarono di porre mano al problema, ma per mancanza di conoscenze teoriche fallirono nel loro intento.

Un esempio è l'imperatore Aureliano che nel 274 iniziò a emettere una moneta “forte”, assieme però alle solite monete svilite.

Ora, se la connessione tra svilimento della moneta e inflazione era ormai stata compresa, era ancora ignota la legge di Gresham, la quale dice che in un sistema a due monete, quella forte verrà accaparrata, mentre quella debole rimarrà in circolo fino al punto da diventare l'unica (la moneta cattiva scaccia quella buona).

E con lei in circolo ovviamente anche l'inflazione continuerà.

Stesso errore venne fatto da Diocleziano , che di nuovo tenterà di tenere in vita un sistema bi-monetario, senza però risolvere il problema inflattivo.

Con una aggiunta: Diocleziano con il suo editto del 301 bloccò per decreto legge anche i prezzi massimi.

Cosa succede quando si bloccano i prezzi durante una inflazione monetaria? Oggi lo sappiamo bene, ma all'epoca no: i prezzi continuano a salire, ma i beni scompaiono dal mercato.

Questo è quanto è successo nello Zimbabwe del 2008, nel Venezuela attuale e anche nella Roma del 301 d.c.

Potenza delle leggi dell'economia :D

 

Comunque , Aureliano non deve però crucciarsi più di tanto (un po' meno Diocleziano, che non ha imparato dall'errore del suo predecessore) : nel 2017, nell'Italia delle favole economiche assunte a regola di governo, c'è gente come Berlusconi e i suoi consiglieri, che non hanno ancora capito la legge di Gresham (o forse l'hanno capita fin troppo: vedi alla voce imitazione di Nerone :D ) e se l'imperatore romano è giustificabile, i politici attuali decisamente no.

 

Ma andiamo oltre, lasciamo la Roma in decadenza (parola spesso connessa ad episodi di forte inflazione) e facciamo ora un bel salto di 1000 anni e arriviamo agli inizi del XVI secolo.

L'America è appena stata scoperta e il sistema monetario europeo è di fatto basato sull'oro.

Oro, la cui quantità era abbastanza fissa.

E qui è interessante notare il movimento dei prezzi prima e dopo il 1492.

L'Europa del medioevo non era un blocco unico e chiuso.

Anche se in guerra con il medi oriente, i traffici commerciali erano comunque rilevanti.

Traffici commerciali che dovevano essere pagati.

Come?

Con la moneta universalmente riconosciuta all'epoca, ovvero l'oro.

Ma come abbiamo detto sopra, la quantità di oro era abbastanza fissa.

Cosa succede nel momento in cui la moneta defluisce (lentamente) da un paese per finanziare il commercio estero?

Il valore della moneta aumenta diminuendo la sua quantità e i prezzi dei beni basati su questa moneta diminuiscono portando il sistema in deflazione.

L'Europa del secolo precedente la scoperta dell'America soffre quindi di una leggera ma costante deflazione.

Ma ecco che Colombo scopre il nuovo mondo e soprattutto le sue miniere - tra le altre - di oro e di argento.

Nel '500 l'Europa viene così inondata di oro. Di nuovo oro.

Essendo l'oro la base delle monete europee medievali ecco che di fatto l'emissione di moneta durante il cinquecento aumenta.

Aumentando la quantità di moneta aurea abbiamo da un lato che il prezzo dell'oro scende, e dall'altro che i prezzi dei beni generali espressi in oro, salgono.

Ovvero aumenta l'inflazione.

 

Il secolo e mezzo successivo alla scoperta dell'America è infatti un periodo di forte aumento dei prezzi e quindi dell'inflazione.

A questo punto ce n'era abbastanza.

Gli studiosi (all'epoca sostanzialmente i filosofi) iniziavano ad avere ben chiara quale fosse la causa dell'inflazione. Che legarono alla quantità di moneta.

Si iniziò con Nicole Oresme, un matematico della fine del '300 che elaborò la prima formulazione di quella che poi divenne famosa come la legge di Gresham, legge che abbiamo visto all'opera ai tempi di Aureliano e Diocleziano.

Nei primi del '500 Nicolò Copernico, abbandonati per un momento gli studi astronomici, formulò alcune idee economiche che riprendevano da un lato quanto intuito da Oresme, dall'altro diede una prima formulazione del legame tra quantità di moneta e aumento dei prezzi.

 

Nella seconda metà del '500 abbiamo infine la Scuola di Salamanca.

Probabilmente perché viveva nell'epicentro del rialzo monetario dei prezzi a causa dell'afflusso dell'oro sudamericano, la scuola spagnola riuscì a vedere e teorizzare chiaramente la relazione tra aumento dei prezzi e aumento della quantità di moneta.

Questi i primi teorici.

Il più importante però, ma questo è un giudizio personale, è il filosofo scozzese del '700 David Hume.

Non tanto perché Hume aveva ben chiara la teoria quantitativa della moneta, ma perchè applicò tale teoria alla bilancia dei pagamenti, costruendo così il modello classico del processo di aggiustamento della bilancia dei pagamenti.

Il funzionamento di questo l'abbiamo in parte visto per l'Europa pre-scoperta dell'america.

Comunque possiamo descriverlo brevemente così: dati due paesi con una moneta comune o due monete legate tra di loro (come può essere l'uso dell'oro), nel momento in cui uno dei due paesi ha un deficit della bilancia dei pagamenti, di fatto ha anche un deflusso di moneta.

Il deflusso di moneta diminuirà la quantità di moneta nel paese riducendo i suoi prezzi.

La riduzione dei prezzi riporta competitivi i beni prodotti nel paese, portando la bilancia in equilibrio.

Il processo inverso per il paese con la bilancia in attivo: nuova moneta affluisce, i prezzi salgono, le merci diventano meno competitive e la bilancia si riequilibria.

Bene, i più avveduti avranno già capito perché tale teoria è ancora oggi molto importante.

La ragione è semplice: quanto sopra descritto non è solo una teoria, ma è anche il meccanismo di funzionamento dell'euro.

I paesi che hanno adottato l'euro infatti, hanno per l'appunto adottato una unica moneta tra di loro.

Moneta che tra l'altro ha una crescita stabile ma lenta nel tempo.

Quindi esattamente o quasi, come il sistema aureo.

Quando l'Irlanda, la Spagna, la Grecia e il Portogallo sono andati in recessione, avevano tutti la bilancia dei pagamenti in rosso (anche se non sono andati in recessione per questo).

Crisi economica e bilancia dei pagamenti in rosso vuol dire deflusso di denaro.

E non a caso i famosi flussi “Target-2” vedevano questi paesi in profondo rosso.

E last but not least, deflussi di denaro vuol dire infine ….deflazione.

Deflazione che è brutta e cattiva, ma che almeno un effetto positivo ce l'ha: quello descritto tre secoli fa da Hume, ovvero che i prezzi dei beni interni diventano più competitivi.

Non a caso, oggi, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia (quest'ultima però ha deflazionato in parte solo ben il settore che commercia con l'estero) hanno la bilancia dei pagamenti fortemente positiva.

Con il commercio extra-Ue e intra-Ue.

Va da se che in simile contesto la via keynesiana dei trasferimenti (più post , che neo-keynesiana invero) non serve ad una beata mazza, la ragione?

La competitività dei prezzi interni: i trasferimenti non hanno nessun effetto su questi.

Anzi, semmai impediscono il loro adeguamento.

Come ha dimostrato 1 secolo e mezzo di unità d'italia.

Rimane una sola via alternativa: cambiare moneta.

Ma in questo caso, se posso tramite il diverso cambio recuperare il differenziale dei prezzi dovuto alla pura inflazione, non posso minimamente recuperare il differenziale di produttività.

Senza considerare che se inizio a stampare la nuova moneta a ritmi rilevanti, rischio di cadere nella legge di Gresham espansa a livello internazionale: leggi fuga di capitali.

Insomma, non si fugge: Hume e la sua teoria, piaccia o non piaccia «è viva e lotta ancora assieme a noi» :D

 

Ma adesso basta.

Tutto qui allora? Ovviamente no. La storia è ancora lunga. Manca la parte più importante, ovvero la critica keynesiana, la sua storpiatura costante e la risposta monetarista a entrambe.

 

Aabbiamo dato un primo sguardo, soprattutto storico, su quello che è stato rilevato essere il motore primo della crescita dei prezzi: l'aumento della quantità di moneta.

E non a caso ci siamo fermati alla fine del '700 quando venne formulata la teoria quantitativa della moneta. Proseguiamo esaminando meglio la teoria in questione e soprattutto le sue critiche recenti: la quantità di moneta dicevamo.

 

Ma come legare moneta e aumento dei prezzi?

Noi sappiamo che i prezzi servono a determinare il valore di un bene al fine dello scambio.

Quindi, la quantità di moneta è necessariamente legata al numero di beni prodotti e venduti e al numero di transazioni economiche effettuate.

 

Facendo un esempio pratico molto semplice, e sempre ipotizzando che quantità di moneta e prezzi siano legati, se io produco e vendo un singolo bene a 10 euro, e lo faccio una sola volta, avrò una quantità di moneta scambiata pari a 10*1=10

Quindi abbiamo che il prezzo del bene moltiplicato per la transazione è uguale alla moneta scambiata.

Ovvero, dato: P=prezzi, T=transazioni, M=quantità moneta; abbiamo P*T=M

Ma l'esempio era ovviamente troppo semplificato, la “singola” moneta infatti può circolare più e più volte.

Ecco allora che dobbiamo introdurre anche la cosiddetta velocità di circolazione della moneta, che ci dice quante volte in una unità di tempo la moneta passa di mano.

L'identità, perchè questo è l'espressione che si ricava, diventa così: P*T=M*V.

Ovviamente se trasformiamo l'identità di cui sopra in tassi di variazione, abbiamo che

dP=dM*dV/dT (con d=delta).

Ipotizzando che la velocità di circolazione della moneta e il numero delle transazioni siano più o meno costanti, diventa evidente che all'aumentare di M, ovvero della quantità di moneta, anche i prezzi P, ovvero l'inflazione, aumentano.

Tutto qui? No.

 

Il numero di transazioni T è molto difficile da stimare.

Ecco allora che si usa una utile approssimazione.

Nella fattispecie al posto di T viene usata la produzione aggregata Y.

Ovviamente non sono la stessa cosa, ma Y può comunque essere considerata una utile proxy.

L'identità diventa così:

P*Y=M*V

Da notare due cose:

a) P*Y non è nient'altro che il PIL

b) che sviluppando si ha :

M=P*Y/V

Ovvero che prezzi e produzione sono direttamente proporzionali alla quantità di moneta, ovvero la quantità di moneta è in grado di determinare anche il PIL nominale.

Questo tornerà utile successivamente.

Comunque, questo è quello che viene trovato a fine del '700 e che viene definitivamente formalizzato da economisti quali Irwing Fisher, ultimo “testimone” della teoria quantitativa della moneta in questa forma.

Fino al 1929 circa. Ovvero fino allo scoppio della grande depressione.

 

Negli Usa di quel periodo e non solo, i prezzi scendono e con loro la produzione.

L'inflazione sembra scomparsa e molti economisti, a partire dal Fisher citato sopra, sembrano non capire più quello che sta succedendo.

Ecco allora che interviene Keynes con una profonda revisione della teoria.

E per farlo parte da P*Y

Infatti cos'è questo membro dell'equazione in termini pratici ?

La domanda di moneta.

Domanda di moneta che essendo T (e quindi Y) e V costanti, viene considerata anch'essa costante.

Ma cosa succede se V e T non sono costanti?

Ovviamente anche la domanda di moneta cambierà.

Keynes ipotizza quindi che le costanti della teoria quantitativa della moneta possano variare e con loro anche la domanda di moneta, come?

 

Innanzitutto scindendo a livello psicologico la domanda di moneta.

Secondo Keynes un individuo avrà una domanda di moneta in parte per motivi transazionali, ovvero per la compravendita di beni, e questa era la componente originaria della teoria della moneta, ma anche in parte per motivi speculativi e precauzionali.

Questo è un punto importante, perché Keynes introduce un concetto ormai fondamentale, ovvero la moneta detenuta come salvaguardia dal rischio.

Senza perderci nei meandri della teoria, possiamo dire che il punto importante è proprio quest'ultimo una volta che viene legato ad un'altro concetto di Keynes, concetto che completa la domanda di moneta keynesiana, ovvero il legame tra il tasso d'interesse e la domanda di moneta.

Tornando all'equazione della teoria quantitativa corretta per la produzione, e riprendendo la bellissima ed elegante teoria dell'interesse di Wicksell, secondo Keynes più il tasso d'interesse è basso, più aumenta la produzione e quindi la domanda di moneta e quindi l'inflazione.

Il contrario per un tasso d'interesse alto.

Keynes allora tira le fila del suo discorso e più o meno arriva alle seguenti conclusioni: se ipotizziamo che un sistema economico entri in forte recessione, a lungo andare aumenteranno i fallimenti e i licenziamenti e quindi il rischio economico.

Con maggiore rischio, la preferenza degli operatori economici andrà verso una maggiore sicurezza e quindi aumenterà la richiesta di moneta a scopo precauzionale.

Nel momento in cui aumenta la richiesta di moneta precauzionale, ovvero di moneta che verrà tenuta stretta tra le mani degli operatori economici e non fatta circolare, il numero di transazioni monetarie e la velocità di circolazione della moneta diminuiranno.

Ovviamente anche nella teoria quantitativa della moneta se le transazioni e la velocità scendono, non solo l'inflazione scenderà, ma anche se immettiamo nuova moneta nel circuito economico, i prezzi al più non saliranno.

Questo è il caso noto come trappola della liquidità.

Trappola perché nella teoria keynesiana, per rispondere ad un calo della produzione e quindi delle transazioni, si diminuisce il tasso d'interesse, ma se neppure questo non funziona, ecco che non c'è via d'uscita dal punto di vista monetario, a meno di non intervenire con altri mezzi, nella fattispecie la spesa pubblica in deficit.

Ora, come detto tutto partiva dalla crisi del '29, che sembrava adattarsi molto bene alla nuova teoria, che non cancellava quella vecchia, ma la integrava con molte nuove possibilità.

Se non fosse.

Se non fosse che Keynes non aveva costruito la sua teoria su dati reali.

Non per sua mancanza o negligenza, ma semplicemente perché non esistevano.

Dati reali che sono arrivati negli anni '40 e '50.

E cosa mostravano?

Che la nuova teoria aveva scarsa attinenza con la realtà e quanto accaduto proprio nella grande depressione.

Innanzitutto Kuznets falsificò nel '42 tutta la parte della teoria che trattava dei consumi e delle preferenze degli operatori economici.

Ma soprattutto Milton Friedman dimostrò nel 1959 con la sua storia del dollaro almeno tre cose:

1) la velocità di circolazione della moneta non ha mai avuto le variazioni ipotizzate da Keynes

2) conseguentemente l'inflazione è sempre stata legata alla variazione della quantità di moneta

3) e infatti proprio nella crisi del '29 la quantità di moneta crollò a causa della crisi bancaria e esattamente come prevedeva la teoria quantitativa della moneta pre '29 l'inflazione scese consistentemente.

La teoria originaria di Keynes quindi non ha passato il vaglio delle prove empiriche.

E' quindi da rigettare in toto? No.

La ragione è semplice: proprio i lavori di Friedman e degli altri monetaristi, hanno chiarito molto meglio l'origine dell'inflazione e l'hanno fatto integrando la teoria quantitativa della moneta nella versione di Fisher, con alcune delle intuizioni di Keynes.

Non è quindi un caso se uno dei più grandi economisti keynesiani, Franco Modigliani, sostenne che dopo Friedman nessun economista non poteva non dirsi monetarista.

Ma come hanno fatto i monetaristi ad integrare Keynes?

 

Da un lato per la parte prettamente economica, dividendo tra breve e lungo periodo (quest'ultimo dove la flessibilità dei prezzi torna dominante), dall'altro, per la parte monetaria, chiarendo in quale punto dell'economia può bloccarsi il canale monetario, e quali sono e a che livello possono intervenire i freni alla propagazione della moneta e quindi all'inflazione.

Brevemente possiamo dire che secondo i monetaristi l'intuizione keynesiana della preferenza per la liquidità in periodi di forte rischio economico era corretta, ma ha una influenza molto minore rispetto a quanto ipotizzato da Keynes, opera per aumenti della quantità di moneta relativamente bassi (all'incirca entro il +10% annuo di crescita di M2), e soprattutto, livelli di preferenza per il rischio tali da comprimere l'inflazione finanche a far finire il sistema economico in deflazione, partono tutti da problemi al sistema bancario, vero propagatore della moneta attraverso i crediti.

 

Non a caso sia la grande depressione del '29, sia la depressione giapponese degli anni '90, sia l'attuale crisi economica che abbiamo vissuto dal 2007 ad oggi, nascono tutti da un sistema bancario in preda a forti problemi.

Nel momento in cui questo viene risanato la propagazione della moneta torna normale e con lei la teoria quantitativa della moneta, che di fatto ridiventa quella di Fisher o quasi, come possiamo vedere dalla foto allegata , presa direttamente da questo bel paper divulgativo della Bce, la cui lettura consiglio a tutti https://www.ecb.europa.eu/…/…/other/whypricestabilityit.pdf…

 

Nell’ultima parte finiremo l'analisi, chiarendo meglio gli ultimi concetti e mostrando come di fatto quello che secondo alcuni rappresenta una falsificazione (l'unica esistente nel pianeta) di tutto quanto detto sopra, ovvero il Giappone attuale, in realtà non solo non devia dalla teoria, ma anzi ne è perfettamente inserito, dimostrando invece pure lui la correttezza della teoria quantitativa della moneta, almeno nella versione monetarista.

 

Quindi vediamo di non rompere con frasi del tipo : ti sei dimenticato questo o quello.

No, nessuna dimenticanza, solo l'essenziale e ciò che realmente vale.

Come stiamo facendo da qualche domenica oggi parleremo di storia dell'economia, ed esamineremo il periodo delle guerre napoleoniche, cercando di mostrare alcuni aspetti che possono risultare utili ancora oggi.

E per farlo racconteremo di fatto l'origine delle fortune della famiglia Rothschild.

Nell'Italia della grande crisi economica, delle favole signoraggiste e della rivalutazione da parte di alcuni delle pratiche monetarie del nazismo, l'influenza della famiglia in questione viene esaltata negativamente e distorta a tal punto da creare un mondo distopico nel quale pochi personaggi controllerebbero tutta la realtà economica o quasi.

 

Purtroppo, o per fortuna, le cose sono molto più complesse e tutte queste sciocchezze non sono altro che il frutto dell'ignoranza che pervade il bel paese sulla moneta, sulla storia dell'economia e nel caso più specifico anche sulla semplice storia degli eventi della rivoluzione francese, soprattutto al di fuori della Francia rivoluzionaria.

 

Oggi come detto cercheremo di fare un minimo di luce su tale periodo storico e sugli eventi monetari dell'epoca.

Il perché usiamo la storia della famiglia Rothschild verrà compreso lungo la narrazione.

Partiamo dal fondatore della dinastia, ovvero Mayer Amschel Rothschild, vissuto tra la fine del settecento e i primissimi anni dell'800, nella cittadina tedesca di Francoforte sul Meno.

Che lavoro faceva?

Comprava e vendeva monete antiche.

Nulla di rilevante e nemmeno di tanto profittevole.

La prima vera svolta venne negli anni '80 del settecento, quando riuscì a diventare il principale fornitore di monete antiche di Guglielmo d'Assia, langravio d'Assia-Kessel e appassionato di numismatica.

Ma anche qui non abbiamo nulla di eclatante, semplicemente una espansione degli affari e in parte dei profitti, che però non permisero alla famiglia Rothschild di diventare nemmeno una delle più ricche famiglie della loro cittadina, come sappiamo dai registri fiscali dell'epoca.

Fino al 1790 erano una famiglia medio borghese di una città periferica e nulla più.

 

Un primo salto di posizione e affari avvenne però in questo periodo, come?

Come sempre è successo in tutte le famiglie nate prima della rivoluzione industriale nel momento in cui riuscivano a tenere un tasso di risparmio elevato: il capitale accumulato portò ad una diversificazione degli affari, gettandosi da un lato nella mercatura, dall'altro nella pratica del prestito e quindi nella attività para-bancaria.

Due attività mediamente profittevoli in tempi normali, ma che proprio in quel periodo divennero per tipi scaltri, potenzialmente foriere di notevoli guadagni.

Soprattutto la prima, ovvero il commercio.

 

L'attività bancaria vera e propria infatti, per i Rothschild sarà minoritaria e molto localizzata sempre presso il langravio d'Assia, fino almeno al 1811.

Il commercio dicevamo.

Come poteva diventare molto profittevole?

Attraverso due eventi esterni:

Il primo fu la accennata rivoluzione industriale inglese, che nasceva esattamente in quegli anni e permetteva alle industrie tessili inglesi di produrre a bassissimo costo.

Il secondo fu il blocco continentale del commercio con l'Inghilterra messo in opera da Napoleone Bonaparte.

Questo blocco protezionista rendeva impossibile il libero commercio con l'Inghilterra, tenendo quindi alti i prezzi dei prodotti tessili nell'Europa continentale.

Se però qualcuno fosse riuscito ad importare in Europa i capi d'abbigliamento inglesi, acquistati ai prezzi inglesi e rivenduti ai prezzi europei, ecco che avrebbe lucrato notevoli percentuali (di fatto il premio per il rischio).

La famiglia Rothschild fece per l'appunto questo: il vecchio Mayer spedì il più “ribelle” e scaltro dei suoi figli, Nathan Mayer, in Inghilterra, per verificare se esistevano opportunità d'affari, Nathan, le individuò subito e facendo base in quel di Manchester, organizzò un bel servizio di contrabbando di capi tessili verso l'Europa.

Non era l'unico invero, e le fortune erano altalenanti, ma tutto questo servì ad accumulare le conoscenze necessarie per sviluppare quanto venne su scala ben più ampia successivamente.

Questo sistema durò per tutto il primo decennio dell'800. Ma anche se grazie ai profitti del contrabbando la famiglia riuscì a scalare ulteriori vette nella società, era ancora ben lungi dall'essere ciò che divenne più avanti, ovvero la più grande banca d'affari dell'800.

Inoltre il fondatore Mayer stava per morire, i figli rimasti si stavano dividendo i compiti nelle 5 grandi filiali europee che avevano aperto e Nathan era ancora pressoché sconosciuto nella capitale finanziaria mondiale dell'epoca, Londra.

 

La svolta avvenne nel 1811 e questa è ovviamente la parte più interessante della storia.

Come dicevamo Napoleone aveva istituito un blocco commerciale con la Gran Bretagna.

Blocco che comprendeva tutto, quindi anche i flussi monetari e finanziari.

Ma l'Inghilterra aveva bisogno della capacità di muovere fisicamente il denaro.

Fisicamente perché l'unica moneta che tutti volevano in giro per il mondo era l'oro.

Assegnati, sterline, buoni del tesoro: niente da fare.

In tempi di guerra ciò che convinceva le persone ad accettare un mezzo di pagamento era solo l'oro.

E questo è già un primo insegnamento ma andiamo avanti.

 

L'oro serviva da un lato a pagare le truppe di Wellington in guerra contro Napoleone, ma anche per finanziare la resistenza di Russia, Prussia, Austria e Spagna contro la Francia.

Ma come far arrivare l'oro a tutti questi soggetti stante il blocco continentale?

Le banche tradizionali inglesi, non solo all'epoca erano in crisi di liquidità, ma letteralmente non sapevano come fare, i Rothschild invece si.

Non solo il furbo Nathan, come visto sopra, erano 10 anni che contrabbandava beni inglesi verso l'Europa, e quindi aveva il know-how e la struttura adatta, ma aveva anche a disposizione nelle capitali europee i suoi fratelli che grazie alla struttura parabancaria messa in piedi negli anni, potevano portare direttamente al destinatario le monete d'oro inglesi.

Così avvenne. Dal 1811 al 1814 i Rothschild divennero i principali trasportatori delle monete d'oro del governo inglese verso l'estero. Quali guadagni permise simile commercio? Ingentissimi.

 

Nel periodo considerato vennero movimentati circa 42 milioni di sterline in monete d'oro, e la commissione percentuale dei Rothschild fu quasi sempre tra il 2 il 6%, con punte dell'8%, un valore quindi elevatissimo.

Anche se la loro parte sul totale è stata in realtà solo una frazione, il profitto accumulato fu comunque ingente.

Ma qui viene il bello: uno potrebbe domandarsi come potesse Napoleone essere fregato in questo modo: la risposta è banale: perchè lo volle lui. Sembra incredibile, ma Napoleone era a conoscenza di tutto questo traffico e fu lui a permetterlo, ovviamente la domanda diventa perché?

Perché Napoleone di fatto si è dato la zappa sui piedi?

Risposta: perché ebbe la malaugurata idea di dare retta ai propugnatori della teoria mercantilista. La teoria è nota: un paese che avrebbe la bilancia commerciale e dei pagamenti in rosso sarebbe debole e in crisi.

Persino oggi in Italia è tale teoria è il mantra quotidiano di politici (che nemmeno si rendono conto che la nostra bilancia è in attivo).

Comunque, tale teoria sappiamo oggi, o meglio, dovremmo sapere oggi, che non solo è errata, ma che letteralmente prende fischi per fiaschi, ovvero attraverso l'altrettanto erronea teoria dei saldi settoriali, prende la semplice rappresentazione dei flussi monetari come una interpretazione delle forze operanti nell'economia. Forze che però operano in altri contesti e attraverso altri mezzi.

 

Ecco, Napoleone fu invece convinto dall'economista e finanziere Francois Nicholas Mollien, suo ministro del tesoro, che un deflusso costante di oro dall'Inghilterra, e quindi un peggioramento della bilancia dei pagamenti inglese, fosse a lungo termine un danno proprio per l'Inghilterra e invece un favore per la Francia.

Quindi Napoleone mantenne il blocco commerciale, impedendo il commercio inglese, ma permise in via non ufficiale il deflusso di oro, convinto che lo squilibrio conseguente della bilancia dei pagamenti , dovuto al combinato del blocco dei commerci inglesi e al deflusso d'oro, avrebbe indebolito l'economia inglese e aumentato le possibilità di vittoria francesi.

Ovviamente Napoleone fu sconfitto e la Gran Bretagna vinse la guerra :D

 

La ragione oggi la conosciamo, ma all'epoca, tranne per i liberisti, era poco chiara: la ricchezza di una nazione non deriva ne dalla moneta ne dalla bilancia dei pagamenti, ma dalla capacità che ha il sistema economico di aumentare la sua produttività.

E l'Inghilterra della rivoluzione industriale stava vivendo aumenti della produttività mai visti prima.

Comunque, in simile contesto i Rothschild non potevano non fare la marea di soldi che fecero: era praticamente impossibile perdere soldi.

Perché avevano le commissioni per il trasporto fisico delle monete d'oro, ma anche per altre due ragioni.

Fin da subito Nathan e i suoi fratelli videro due cose, ovvero che ogni volta che trasportavano l'oro inglese verso un determinato paese, accadeva che :

1) la sterlina si svalutava rispetto al cambio con l'oro

2) che i bond dei paesi verso cui arrivavano i finanziamenti inglesi, salivano.

 

Se i Rothschild avessero studiato gli scritti di David Hume sulla teoria quantitativa della moneta, l'avrebbero saputo ancora prima di iniziare, ma comunque la spiegazione è chiara: trasportando l'oro fuori dalla Gran Bretagna, la quantità di oro nel paese scendeva.

Ma se la quantità scendeva e ricordando che la sterlina si era sganciata dal cambio fisso con l'oro, il valore rispetto ad una moneta la cui quantità rimaneva invece inalterata, come la sterlina per l'appunto, saliva.

O di converso, il valore della moneta la cui quantità rimaneva inalterata, scendeva.

Per i bond esteri invece la spiegazione è ancora più banale: nel momento in cui arrivava il denaro inglese, la rischiosità di quel paese scendeva e quindi il prezzo dei bond saliva.

Ecco, i Rothschild dal 1812 circa iniziarono ad approfittare anche di questi movimenti, facendo banalissimi arbitraggi sui cambi e sui bond, andando peraltro sul sicuro, essendo loro stessi la fonte delle fluttuazioni dei prezzi con il movimento dell'oro inglese.

 

In sostanza sfruttavano l'essere il money maker della situazione e le informazioni privilegiate che avevano. Tutto questo finì nel 1815 con la definitiva sconfitta di Napoleone e la conclusione dei trasferimenti inglesi di oro.

Cosa rimase di tutto questo traffico?

Da un lato che il capitale dei Rothshild crebbe notevolmente, anche se in definitiva solo quello di Nathan.

I fratelli rimasti in Europa cercarono pure loro di speculare, ma senza le informazioni di Nathan alla fine fecero partita patta, con le vincite che eguagliavano le perdite.

Nota a margine: esattamente come prevede peraltro la teoria dei mercati efficienti, e questo è impressionante visto che comunque i Rothschild del continente non erano privi di informazioni riservate.

Comunque, dall'altro che proprio Nathan era ormai diventato il principale speculatore di Londra, e quindi uno dei principali banchieri d'affari mondiale.

 

E a noi cosa rimane?

Sostanzialmente:

a)     - che le sciocchezze sui Rothschild e la loro origine che trovate in giro nel web sono per l'appunto sciocchezze;

b)     - che la teoria mercantilista è una cagata pazzesca. Oggi ancora più che nel 1811.

c)      - che la teoria quantitativa della moneta per l'ennesima volta può spiegare praticamente ogni evento monetario e finanziario della storia.

Basta conoscerla.

           



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incubo

diario 11/10/2015

Trovo sul sito de “il Giornale” o “Libero” non ricordo bene dei sorprendenti risultati alla domanda «Voi vi fidate a comprare prodotti tedeschi»? No: 73%; Sì: 27%. Questo sembra un risultato incompatibile col numero di Mercedes, VW etc., e BMW presenti sulle strade. Si tratta ovviamente di un effetto del dieselgate, ma anche del sistema comunicativo nell’era internet. Ai tempi d’Erasmo si comunicava in latino tra pochi eletti; oggi con tutti che eletti (al par di Renzi) non sono. Lo stesso giorno sullo stesso giornale Filippo Facci pubblicava u’acuta nota dal titolo”Parlare in televisione è diventato un incubo. Non è importante quello che hai detto, è importante quello che lo spettatore più ignorante può aver capito: il parametro è lui, comanda lui, se lui ha frainteso la colpa andrà a te. Due esempi. Circola un video in cui si vede don Gino Flaim, parroco a Trento, sotto il titolo «Prete giustifica la pedofilia»; poi, se ascolti, non giustifica nulla, anzi, dice «i pedofili non li giustifico» ma esprime comunque un concetto troppo elaborato (per la tv) e osa attribuire anche un ruolo a certi bambini «che se non trovano affetto in famiglia lo cercano altrove». Don Flaim sa di che parla, ma tanti spettatori no: così ha scoperto a 75 anni di essere un cattivo comunicatore televisivo. Ha rischiato la stessa fine Ernesto Galli Della Loggia, la cui immagine, ieri, troneggiava sotto il titolo «La bomba su Hiroshima? Io l'avrei fatto»; altri siti hanno preferito «Giusto usare la bomba su Hiroshima»; poi, se ascolti, scopri che ha solo detto che, nei panni di chi l'ha buttata, «forse avrei deciso la stessa cosa». Ma è mancato il tempo (in tv) per spiegare che nel 1945 l'obiettivo era quello di chiudere la guerra il prima possibile, risparmiando le vite dei civili e dei soldati alleati (e giapponesi) che sarebbero morti a centinaia di migliaia nella prevista invasione del Giappone. Galli Della Loggia sa di che parla, tanti spettatori no. Sicché Don Flaim giustifica la pedofilia. E il professor Galli Della Loggia è un pazzo guerrafondaio.



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Ma dire "no pasran" porta sfiga?

diario 22/8/2015

Nacque in francese “Ils ne passeront pas”,la frase fu dapprima proferita in lingua francese dal generale Robert Nivelle (anche se alcuni la attribuiscono al comandante Philippe Pétain) durante la battaglia di Verdun della Prima guerra mondiale. In seguito apparirà su svariati poster di propaganda, come quelli di Maurice Neumont dopo la seconda battaglia della Marna, ed infine sui distintivi dei soldati che combatterono sulla Linea Maginot. Il piano di invasione tedesco del 1940 (nome ufficiale Fall Gelb, ma spesso indicato anche come Sichelschnitt - "colpo di falce") venne pianificato tenendo in grande considerazione la Linea Maginot. Una forza civetta si appostò davanti alla Linea, mentre la vera forza d'attacco tagliò attraverso il Belgio e i Paesi Bassi, attraverso la Foresta delle Ardenne a nord delle difese principali dei francesi. In questo modo la forza d'attacco fu in grado di aggirare la Linea Maginot. La campagna di Francia durò 45 giorni… La sua versione in lingua spagnola, più popolare dell'originaria francese, risale invece a un messaggio di Dolores Ibárruri ai soldati al fronte, durante la guerra civile spagnola, in cui riprese la celebre frase per incitarli a combattere contro le truppe del generale Franco, il 18 luglio 1936… era il secondo giorno di guerra: la guerra spagnola fu lunga (2 anni, 8 mesi e 15 giorni) ma alla fine Franco congluse: "Hemos pasado".



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Boldrineide

diario 25/7/2015

Di certo una che ha travato il suo ascensore sociale è la Boldrini. Del resto, la politica in Italia, questo è. E tutti ad affollarsi davanti a quegli ascensori. La casta con le sarde (a mare) Pietrangelo Buttafuoco, «La Sicilia (dal latino: Sicilia) nel mondo è sinonimo di mafia. Un marchio d’infamia immutabile nel tempo. Come il nome che porta. Forse a causa della sua quasi totale appartenenza alla placca africana i suoi abitanti, caratterialmente, sono più vicini agli africani che agli euroasiatici. La “casta” insomma l’hanno nel sangue ed è un retaggio che viene dalla notte dei tempi. Non per niente il comparatico è nato qui. Un copyright che i siciliani hanno fatto valere anche nei confronti dei cartaginesi e dei romani. Sottomessi sì, ma senza rinunciare al marchio di fabbrica. Che è migliore di un quarto di nobiltà. E qua bisogna fare una digressione per chi è nato a nord di Roma: “Comparatico” è un termine di origine siciliana che indica il rapporto intercorrente fra i due compari o le due commari (commaratico). Il comparatico si può stringere in tre modi: a. facendo da testimoni alle nozze (cumpari o cummari d'aneddu = di anello); b. tenendo a battesimo un figlio dell'amico/a (cumpari i cuoppula ossia "di berrettino del neonato" o di San Giuvanni per il patronato sui battezzati di quest'ultimo); c. stringendo comparatico o commaratico nella notte del 24 giugno. I primi due modi sono misti, ossia un uomo può divenire compare di una donna e viceversa, mentre il terzo viene solitamente usato per il comparatico di due soggetti dello stesso sesso. Il più forte fra i vari comparatici è quello di San Giovanni, in cui si affida la propria amicizia al Santo. Perché si decida di diventare compari o commari presupposto essenziale è uno stretto legame d'amicizia e una profonda fiducia, in occasione della festa di San Giovanni (24 giugno) è d'uso in alcuni luoghi consegnare un regalo al compare o alla comare. Il comparatico è un legame diffuso in buona parte dell'Italia Meridionale: ad esempio in Campania esistono le figure di cumpare e cummara con dinamiche di rapporto sostanzialmente simili. Al nord in pratica c’è solo la versione b. ma in genere si usano parenti e non amici. Nel folklore delle varie regioni italiane, il comparatico, volgarmente "Sangiovanni", è differentemente denominato a seconda del rito che gli ha dato origine. Obblighi speciali incombono alle diverse categorie di compari. Quello di nozze deve condurre all'altare la sposa, infilarle l'anello nel dito, accompagnarla alla casa coniugale, regalarle qualche oggetto di valore. Quello di battesimo deve tenere il figlioccio al fonte, recitare il Credo con chiarezza e precisione, per evitare che la creatura cresca balbuziente o abbia vita breve, fargli il dono prescritto dall'uso. Qualora il figlioccio rimanga privo dei genitori, il compare, in qualche luogo, ha l'obbligo di allevarlo in casa (perché el vien a esser pare del putelo, come dice il Bernoni); e se venga a morire, egli è tenuto a contribuire alle spese funerarie. La comare del sale non va al sacro fonte, ma rimane nell'abitazione, presso la puerpera. Il compare di cresima accompagna il figlioccio in chiesa, legandogli un nastro colorato al braccio e facendogli qualche regalo. Né sono queste soltanto le maniere di contrarre la parentela spirituale, fra il popolo. Compare si diventa tagliando per la prima volta le unghie o i capelli nel primo o nel quinto mese d'età ad un bambino, o perforando il lobo auricolare nel settimo mese d'età a una bambina; come pure si diventa compare se, per sottrarsi ad un imminente pericolo, s'invochi l'aiuto di qualche persona o la pietà dello stesso aggressore dicendo: Sangiovanni! Le giovanette calabresi si fanno comari nel giorno di S. Giovanni Battista (24 giugno) scambiandosi un bamboccio (zitiellu) che spesso è un grosso mazzo di fiori o di erbe aromatiche, fra cui indispensabile il puleggio, portante al posto della bocca un garofano rosso e al posto degli occhi due garofani bianchi, ben fasciato e coperto di cuffia. Il bamboccio si porta in chiesa perché sia benedetto e poi alla processione, dietro al Santo; quindi le comarelle mangiano una foglia di puleggio, che estraggono dal mazzo. Alcune di queste cerimonie sono in sostanza forme di quella speciale istituzione, che è l'affratellamento (v.). Perciò (torniamo ora alla Sicilia) le elezioni non possono essere che lotte tra clan. E a volte divengono, nel gioco all’elastico di alleanze fortunate, delle vere e proprie scalate sociali. Si sgomita, si tradisce, ci si imbelletta per meglio apparire, dato che, per chi ci sa veramente fare ed ha dalla sua parte un pizzico di fortuna, ogni campagna elettorale può diventare l’occasione della vita. Il parassitismo sociale, in una realtà senza prospettive ed avvenire, è l’unico vero capitale da spendere. La fideiussione omnibus che salva dal fallimento. L’ascensore sociale che può portare anche in paradiso. La moltitudine di dipendenti della regione siciliana e tutte le strutture e sovrastrutture che ingabbiano l’economia isolana e la indirizzano nell’unica sola direzione indicata dal padrone pro tempore, fino ad arrivare all’insulsaggine del consulente del consulente per arrivare al consulente che meglio non si trova, che poi non è altro che il consulente del niente, sono figli e figlie del sistema “spirtizza”. Ma da quasi sessantacinque anni la magistratura se ne sta a guardare dalla finestra, mentre a tonnellate si consumano sotto i suoi occhi reati di ogni genere e grado. Allora perché dare la colpa dello sconquasso al “pulviscolo sociale”?». Il liberismo italiano, la Boldrini, quando e dove l’ha incontrato? In sessantenni io ho visto al massimo un 5% di liberali in Italia, intenti più a scannarsi tra loro, che altro. Ma, in Italia, si sa, quello che conta è la “spirtizza”. Sì, è tutto questione di “spirtizza”. Ed è l’unica lezione che la Boldrini ha imparato bene. Raccogliendone copiosi frutti.



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cultura europea

diario 28/6/2015

Perchè l’anti-semitismo è parte della cultura europea Analisi di Manfred Gerstenfeld (Traduzione di Angelo Pezzana) L’anti-semitismo non è soltanto parte della storia europea, ma è una componente della sua cultura. La sua lunga storia abbonda di diffamazioni,discriminazioni, doppi standard di valutazione, pogrom, espulsioni e altre persecuzioni. Il punto più basso è stata la Shoah. Il genocidio venne realizzato non soltanto dagli da tedeschi e austriaci, ma anche dai molti collaboratori, non necessariamente tutti pro-nazi, nei paesi occupati. Dal punto di vista storico, quasi tutti i paesi occupati ammisero alla fine il loro comportamento e i vari livelli di collaborazionismo con il nazismo. Molti hanno chiesto scusa. Alcune settimane fa, a farlo è stato il Lussemburgo. Una eccezione di rilievo è l’Olanda, dove l’attuale Primo Ministro Mark Rutte (Partito Liberale) ha definito per la seconda volta ‘non rilevante’ la risposta che avrebbe dovuto dare in Parlamento sulla scandalosa omissione di ammettere l’adesione al nazismo dell’Olanda durante la guerra. Il governo olandese,in esilio a Londra, non mostrò interesse per quel genocidio di massa – lo sterminio dei tre quarti dei 140.000 ebrei da parte dell’occupante tedesco. Una comunità presente in Olanda da secoli. Si parla poco della storia dell’antisemitismo europeo, anche se sarebbe utile una analisi di quanto l’anti-semitismo sia stato una componente della cultura europea, e quindi da comprendere nel rapporto con gli ebrei. Onde evitare equivoci, è bene dire che oggi la maggior parte degli europei non sono antisemiti. Uno dei più famosi studiosi dell’anti-semitismo, Robert Wistrich, morto un paio di mesi fa, ci ha dato gli strumenti per capire quanto l’anti-semitismo sia parte integrale della cultura europea. Alcuni anni fa l’avevo invitato al Jerusalem Center for Public Affairs a parlare sulla tradizione antisemita della cultura europea. Wistrich spiegò che gli ecclesiastici e molti teologi cristiani di chiara fama “ avevano educato al disprezzo del popolo ebraico “ nel Medio Evo e attraverso i millenni. Insegnamenti non limitati alla chiesa cattolica. Su Martini Lutero, autore della riforma protestante, Wistrich disse che “ il suo pensiero sugli ebrei è stato il più violentemente fanatico nella storia della diffamazione antisemita.” Wistrich dimostrò come le tendenze intellettuali in Europa avessero dimostrato come la tradizione antisemita fosse continuata anche durante l’illuminismo, citando l’odio di Voltaire per il popolo ebraico. Citò anche la generazione successiva di antisemiti, come i filosofi idealisti tedeschi del 18° e 19° secolo, inclusi Kant, Hegel, Shopenhauer, e, piu tardi, Karl Marx. Aggiunse che, con rare eccezioni, i socialisti francesi del primo ‘900 avessero creato le premesse per il successivo sviluppo dell’anti-semitismo. Il libro “La France Juive” dell’antisemita Edouard Drumont è stato un bestseller in quegli anni, con centinaia di ristampe. Wistrich aggiunse che nazismo e fascismo, ma anche una parte del socialismo,quella che ostentava apertamente componenti anti-intellettuali, avessero avuto tra i fondatori anche intellettuali. Nel suo capolavoro “A Lethal Obsession” c’è un capitolo dedicato alla “giudeofobia inglese vecchia e nuova", con una analisi dei classici inglesi attraverso i secoli. Ha scritto che in Inghilterra “ il sentimento antisemita fa parte del linguaggio tradizionale, che si rinnova fra le élites culturali, politiche e nei media”. Altri esempi di anti-semitismo quale componente della civiltà europea, si trovano nel libro di David Nirenberg “ Anti-Judaism, the Western Tradition”. Un gran numero di scrittori europei sono stati violentemente antisemiti. Uno dei più noti è stato il francese Louis-Ferdinand Céline, condannato dopo la seconda guerra mondiale per collaborazione con gli occupanti. Ma ci sono anche antiche sculture antisemite sugli edifici, sulla cattedrale di Notre-Dame, per esempio. Nei testi popolari europei si trovano immagini e vignette con raffigurazioni antisemite. L’Unione degli Studenti per gli scambi in Europa è intitolata a quel rabbioso antisemita che fu Erasmo. Come lo è l’università di Rotterdam. E’ un errore credere che il nazismo e la sua cultura demoniaca siano finite con la sconfitta della Germania nel 1945. Molti non si pentirono affatto, trasmettendo ai loro figli l’ideologia nazista. Dopo la guerra, ai posti di governo, erano pochi i giudici o pubblici ufficiali dal passato presentabile. Ad occupare posti di rilievo nella Germania del dopo guerra, fra gli ex nazisti c’era il cristiano democratico Kurt Georg Kiesinger, che è stato cancelliere dal 1966 al 1969. Anche molti fra chi si occupò dei risarcimenti ai sopravvissuti aveva il passato nazista nel proprio curriculum. Se chiediamo quale sia il più illustre filosofo tedesco del dopoguerra, molti faranno il nome di Martin Heidegger, i cui diari pubblicati recentemente dimostrano quanto la sua filosofia fosse impregnata di anti-semitismo. Che molti europei oggi pensino che “Israele sta conducendo una guerra di sterminio contro i palestinesi” è la migliore prova dell’attuale anti-semitismo europeo. Questa affermazione è stata condivisa da più del 40% dei cittadini europei dai 16 anni in su, e questo definisce perfettamente la cultura europea antisemita. Lo studioso di politica Andrei Markovits, americano, mette in evidenza alcune realtà europee: “ L’Europa non ha fatto i conti con il proprio passato. Il paragone continuo tra israeliani e nazisti nasce dalle sue budella ed esprime una doppia sfrontatezza. Così facendo gli europei si auto-assolvono sulla loro stessa storia. Nello stesso tempo hanno successo nell’accusare le loro precedenti vittime di comportarsi i loro persecutori.” I leader del continente che ha visto la nascita del nazismo, permettendogli di dominare, danno oggi poca attenzione alle ideologie politiche simili al nazismo e a quanto emerge dalle varie organizzazioni terroristiche nel Medio Oriente. Incluso Hamas, il più votato partito palestinese. Il genocidio che si propone non è il nazismo hitleriano, ma il nazismo ha avuto origini in parte dal pensiero islamico. La prossima volta che l’Europa criticherà la politica israeliana, la risposta dovrà ricordare il suo passato, incentrato proprio sull’islamo-nazismo. I responsabili dell’Unione Europea e i paesi che la compongono, che costantemente e spropositatamente ammoniscono Israele, si ricordino del loro passato, quello sì immorale.



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“Tasche Nostre” collage di osservazioni sulle pensioni

diario 23/5/2015

Pensioni, il «retributivo» costa 46 miliardi l’anno. 14mila le super rendite dei fondi speciali. Nella giungla delle pensioni si nascondono davvero tanti fortunati. Sono quelli che hanno un assegno Inps che vale oggi fino al 60% in più di quello che avrebbe potuto essere se fosse stato calcolato su base totalmente contributiva. Si tratta di pensioni più che legittime perché sono state calcolate con le regole del loro tempo ma che oggi appaiono irraggiungibili per chi sta costruendo il... Leggo incredulo sul Sole 24 Ore che l’aver concesso per decenni pensioni generose, calcolate col metodo retributivo e per un pugno di anni di contributi, ha generato un costo per lo nostre casse pubbliche di circa 46 miliardi l’anno, e confesso che mai, eppure nelle mie peggiori previsioni, l’avrei immaginato. In pratica il nostro deficit fiscale corrisponde, se le stime sono esatte, alla somma che paghiamo ogni anno in omaggio alla nostra (im)previdenza pubblica. E mi sembra necessario, stando così le cose, provare a ricapitolare come e perché siamo arrivati a questo punto. Lo faccio servendomi di un libro assai istruttivo pubblicato qualche anno fa da Maurizio Ferrera ed altri (“Alle radici del welfare all’italiana”, Marsilio) che ha il pregio di svolgere una corposa ricostruzione storica che permette di capire i passaggi fondamentali che hanno condotto all’attuale dissesto pensionistico, che non sarà magari contabile (non solo), come si affrettano a sottolineare in tanti, ma sociale temo proprio di sì. La prima cosa che noto, leggendo il libro e scorrendo vecchie statistiche nazionali è che l’ossessione per le pensioni data anni lontanissimi da noi, agli anni ’50 addirittura, quando i residenti fino a 5 anni, nel 1951, erano più del 9% del totale della popolazione, a fronte del 6% di sessant’anni dopo, mentre gli ultra 65enni erano poco più dell’8% della popolazione, che all’epoca quotava 47 milioni e 515mila, a fronte del 21% dei 59 milioni e 434mila residenti del 2011. Ciò malgrado è proprio negli anni ’50 che si piantano i semi velenosi dai quali germinerà il nostro impianto previdenziale e con i quali ancora oggi siamo chiamati a fare i conti. Non serve essere sociologi per capire i guasti che può provocare a una società la tentazione di vincere una pensione alla lotteria. E mi chiedo, mentre scorro le vecchie cronache di quegli anni, che popolo siamo, visto che abbiamo dimostrato con la nostra storia di privilegiare la spesa pensionistica, e per giunta anticipando sempre più l’età del pensionamento, rispetto a qualunque altra forme di welfare, familiare o lavorativo. La prima norma che diede il via allo sviluppo incrementale del nostro sistema pensionistico risale addirittura al 1950, ma la fase più autenticamente espansiva iniziò pochi anni dopo, mentre in Parlamento si accumulavano decine di proposte di legge per riformare le pensioni. Come simpatico aneddoto valga quello che ci racconta della legge 55 del 1958, quando già molti danni erano stati fatti. Poiché si doveva votare, nel febbraio di quell’anno, il 30 ottobre del 1957 il ministro del Lavoro Gui presenta un disegno di legge che si propone di facilitare l’accesso alle pensioni di reversibilità e di aumentare i trattamenti pensionistici di un robusto 22%. La legge viene approvata il 20 febbraio, con importi addirittura superiori a quelli previsti dal governo: a conti fatti le prestazioni aumenteranno del 35-50%. Sarebbe troppo lungo e anche noioso far qui l’elenco degli importanti provvedimenti presi negli anni ’50 sul fronte pensionistico, frutto di una furiosa quanto incomprensibile (o al contrario chiarissima) fissazione per le pensioni, che come vedete non ci è mai passata. Ricordo solo la riforma che estese agli agricoli la tutela previdenziale e quindi agli artigiani, che precedette la generale estensioni della tutela agli autonomi. O quella che previde di aumentare il bacino delle cosiddette pensioni quasi-gratis, ossia concesse agli agricoli anche a fronte di un solo anno di contributi. Gestioni strutturalmente deficitarie, quindi, destinate a dispiegare i suoi effetti sulle generazioni a venire. Nel dettaglio vale la pena raccontare la storia di un istituto che solo la nostra sperimentata fantasia poteva immaginare: le baby pensioni, cui si affiancarono le pensioni di anzianità. E infatti è proprio negli anni ’50, contrariamente a quanto pensano molti, che nascono le baby pensioni per i dipendenti pubblici, non a caso definite “la più vistosa anomalia del sistema pensionistico italiano” nel libro di Ferrera. Il governo, guidato da Pella, presentò il 20 ottobre 1953 un disegno di legge per istituire la tredicesima mensilità per gli ex dipendenti pubblici titolari di pensioni ordinarie. Un mese dopo le commissioni avevano già liquidato il provvedimento, che sei giorni dopo venne approvato dall’aula, divenendo la legge 876 del 1953. Non pago, pochi giorni dopo il governo presentò un disegno di legge delega che si proponeva di emanare nuove norme relative al nuovo statuto degli impiegati civili e degli altri dipendenti dello Stato. Nel testo, però, non c’era alcun riferimento alle pensioni. La solita manina inserirà il tema durante il passaggio al Senato. I lavori parlamentari si protraggono, anche a causa del cambio di governo, che adesso vede Scelba alla presidenza del consiglio. Si arriva così al 1955, quando su pressione della Cisl e dopo la fine del governo Scelba, sostituito dal primo governo Segni, l’esecutivo trova la quadratura del cerchio che conduce, nel gennaio 1956, all’emissione di alcuni decreti del presidente della Repubblica che attuano la legge delega. In particolare, il Dpr 20/1956 previde il diritto dei dipendenti pubblici a ricevere una pensione dopo 25 anni di servizio, ridotti a 20 nel caso di donne coniugate o con prole. Ed eccole qui le nostre pensioni baby, che più tardi, nel 1973, verranno ulteriormente “infantilizzate” portando gli anni minimi di contribuzione a 20 per gli uomini e 15 per le donne. Sempre con un Dpr, il numero 17, furono introdotte le pensioni di anzianità per i dipendenti pubblici (pensioni di vecchiaia all’età di 65 anni, con 20 anni di contributi, o a una pensioni di anzianità dopo 40 anni di servizio) e il sistema retributivo per il calcolo dell’assegno. Tale decisione si rivelò gravosissima, sia perché per i dipendenti pubblici vigeva il sistema retributivo, sia perché non era previsto un meccanismo attuariale che aggiustasse le prestazioni sulla base dell’età anagrafica. La conseguenza fu che la spesa per pensioni, che nel 1955 era poco meno del 25% del totale della spesa sociale, cinque anni dopo arriverà a sfiorare il 30% ( da 270 miliardi di lire circa a 560) e da lì via via crescere fino al quasi 35% del 1970 e all’oltre il 40% del 1980. E ciò spiega bene perché, considerando i dati relativi agli anni 200-2008, la spesa sociale per vecchiaia e superstiti sia stata del 59,1% della spesa sociale a fronte di una media dell’Ue a 15 di 43,7%, mentre la spesa sociale per le famiglie e i minori siano appena al 4,2% del totale contro una media Ue del 7,8%, per non parlare di quella per la disoccupazione, appena all’1,8% a fronte di una media Ue del 5,7 per cento. Il succo è chiaro: abbiamo dato precedenza alle pensioni, rispetto a tutto il resto. Vale la pena riportare quanto scrive Ferrera sulle baby pensioni, ossia che “la più vistosa criticità, sia sul piano finanziario che intra e inter-generazionale sia stata introdotta per decreto in assenza di una approfondita discussione parlamentare”. Tale deriva proseguì negli anni ’60. Un bel grafico, che ho trovato nel libro di Ferrera, illustra l’andamento della spesa totale per pensioni fra il 1951, quando era di poche centinaia di miliardi (a prezzi costanti del 1970), al 1977, quando ormai aveva superato i 5.000 miliardi (sempre a prezzi costanti del 1970). In pratica in un quarto di secolo la spesa a prezzi costanti si è moltiplicata per un fattore di almeno 25, assai più di quanto avrebbe giustificato l’aumento del costo della vita o della demografia. Se guardiamo le responsabilità politiche, notiamo che le riforme più costose sono state approvate con ampi consensi parlamentari e più tardi sindacali, opposizione compresa, a dimostrazione che il consenso su questa modalità di uso della spesa pubblica è stato pressoché universale. La pensione, insieme con la casa, appartiene alla mitologia dell’essere italiani, a quanto pare. La lunga parabola espansiva, come la chiama Ferrera, inizia proprio a metà degli anni ’50 e dura almeno un ventennio, trovando nei ’60 l’apice della dissennatezza che i ’70 si incaricheranno solo di consolidare. Fra il 1955 e il 1975, infatti, le pensioni aumentano di numero al ritmo di oltre 1,5 milioni ogni cinque anni, arrivando a crescere di ben 2 milioni 737 mila unità nel 1970 e di 2 milioni 350 mila nel 1975. Osservo deliziato che l’ultimo picco di pensioni concesse, pari a 1 milione 229 mila, al livello del 1955, quando fu approvata la riforma degli agrari, si è toccato nel 1995, quando il governo tentò la sua timida riforma contributiva. L’ennesima beffa. Se guardiamo agli importi, espressi in euro del 2010, notiamo come quello medio del 1955, pari a 1.268 euro 2010, praticamente sia raddoppiato nel 1965, collocandosi a 2.475, per arrivare a 4.125 nel 1975, e a 6.552 nel 1985. In pratica, in trent’anni l’importo medio è aumentato di oltre cinque volte, mentre nei venti anni successivi appena del 51%. Il dissesto della nostra previdenza, perciò, si consuma nel trentennio fra il 1955 e il 1985, e gli anni ’60 stanno com’è logico che sia, in mezzo. Per evitare di annoiarvi con i dettagli, ricordo solo che la prima metà degli anni ’60 fu sostanzialmente preparatoria. A parte alcuni aumenti dei minimi concessi ad alcune categorie, che comunque fecero salire parecchio la spesa complessiva, non si segnalano eventi rilevanti. Ricordo pure che già dal 1963 si provò a indicizzare le pensioni. E che risale alla legge 3 agosto 1962 l’abbassamento dell’età pensionabile delle donne a 60 anni, che durerà fino a tempi recenti. Per apprezzare quanto siano costati questi mini-interventi, basta osservare che fra il 1958 e il 1963, la spesa pensionistica passò da 418 a 870 miliardi, con un’accelerazione nel 1962, quando si passò dai 528 miliardi del 1961 a 768. Il boom dell’economia coincise con quello delle pensioni, insomma, alle quale furono concessi incrementi come mai prima nella storia. Solo che quello dell’economia poi si fermò. Quello delle pensioni no. In compenso il lavoro propositivo è frenetico. Nella III legislatura, quindi fra il 1958 e il 1963, vengono presentate 211 proposte di legge sulla protezione sociale, 97 delle quali riguardano le pensioni e solo 6 la disoccupazione, che a mio modesto avviso spiega meglio di ogni altro argomento cosa sia il nostro paese. Ma il punto di svolta avviene nel 1965, quando fu varata la legge 903, ennesima grande riforma incrementale del sistema, che fra l’altro istituì le pensioni di anzianità per i dipendenti privati, con 35 anni di anzianità; seguì a quella del 1956 che l’aveva istituita per i dipendenti pubblici insieme con l’introduzione del sistema retributivo, sistema di calcolo che durerà fino alla riforma Dini del ’95. Ma non accadde solo questo. La legge del ’65 mise la base della pensione sociale, all’epoca individuata come il trattamento pensionistico minimo per tutti i lavoratori. Quindi non equivale a quella che conosciamo oggi, ma è un po’ la sua progenitrice. L’anno successivo fu estesa la tutela ai commercianti, ma soprattutto si preparò il clima per l’ultimo grande intervento incrementale, che si verificherà nel bel mezzo delle contestazioni operaie e studentesche, in un clima intriso della retorica dei diritti e del tutto gratis a tutti, preparatorio della grande abbuffata degli anni ’70. La riforma del 1965 prevedeva l’esercizio di una delega che però non venne esercitata nel tempo di due anni previsto. Il governo, dopo un’ampia negoziazione con i sindacati decise di rivedere il contenuto della delega e così arrivò al Dpr 488 del 1968 che previde l’ennesimo aumento di spesa pensionistica. Oltre all’aumento dei minimi, si decise anche l’introduzione del sistema retributivo nel settore privato, anche se ancora in forma diluita. Il governo provò anche a fare un passo indietro sulle pensioni di anzianità, che oltre ad essere l’ennesimo unicum italiano, avevano provocato 170 miliardi di spesa aggiuntiva solo nel primo triennio di approvazione, e riuscì persino a cancellarle, fra gli strepiti dell’opposizione. La Cgil reagì duramente aprendo una vertenza pensione. Il clima dell’epoca favorì la mobilitazione e il governo cedette su tutta la linea. Il governo, guidato da Mariano Rumor realizzò quel “grande accordo spartitorio con il quale si conclude la fase di più robusta espansione del sistema pensionistico italiano”, chiosa Ferrera. Con la legge 153 del 1969 le molte richieste dei sindacati vengono accolte, fra le quali l’indicizzazione delle pensioni in corso al costo della vita e il rafforzamento del ruolo dei sindacati dentro l’Inps. Fra l’altro viene adottata la pensione sociale, come la conosciamo adesso, e vengono reintrodotte le pensioni di anzianità che solo con la riforma Fornero del 2012 sono state abolite. L’impostazione di base, generosa, deficitaria e inguale, non muta negli anni successivi. Nel 1975 le pensioni superiori al minimo vengono indicizzate alla crescita delle retribuzioni nel settore industriale. Nel 1976 vennero concessi ai dipendenti pubblici sistemi di calcolo per il retributivo più generosi. E ancora nel 1990 si arrivò a istituire il calcolo retributivo per le pensioni del lavoro autonomo assicurate presso l’Inps. Come se il bengodi non dovesse finire mai. E infatti non finì, neanche nel 1992. Per qualcuno dura ancora: dice l’ex commissario alla «spending review» Carlo Cottarelli che l’Italia spende per la previdenza il 16,5 per cento del Prodotto interno lordo, record continentale assoluto. L’Ocse calcola invece che sia pari al 14 per cento, ma contro una media dei Paesi industrializzati del 7,2. Si tratta di stime contestate da molti esperti, nonché dai sindacati, con la motivazione che nel calderone figurano voci diverse dalle pensioni. Tenendo conto di ciò, è la tesi, si avrebbe un risultato in linea con il dato medio europeo: ogni allarme è quindi infondato. Resta però un fatto. Fra il 2001 e il 2011, prima del blocco degli adeguamenti all’inflazione decretato da Monti e bocciato dalla Corte costituzionale, la spesa pubblica al netto degli interessi è salita in termini reali di circa 62 miliardi di euro: di questi, ben 57 miliardi per il solo capitolo «Protezione sociale», rappresentato per la stragrande maggioranza proprio dalle pensioni. Sono dati della Ragioneria, facilmente verificabili. Dai quali si desume che quel capitolo rappresentava, nel 2011, oltre il 40 per cento della spesa pubblica complessiva. Che si spenda tanto e sempre di più, dunque, è accertato. Peggio ancora, però, spendiamo male. Anzi, malissimo. Per questo la cosa peggiore che la classe politica potrebbe fare oggi sarebbe quella di limitarsi a tappare i buchi aperti nel bilancio pubblico dalla sentenza della Consulta, senza coglierne il messaggio profondo. Cioè che un sistema così pieno di assurde disparità e folli contraddizioni alla lunga non potrà reggere. Lo sosteneva già nel 1997 un ben più giovane Stefano Fassina allora impegnato nella battaglia «meno ai padri, più ai figli» di blairiana (e anche dalemiana) memoria: «Il problema principale è smantellare un sistema previdenziale corporativo e iniquo. In Italia ci sono cinquantadue regimi pensionistici diversi, e ciò è dovuto al fatto che le categorie più forti si sono fatte regole migliori rispetto a quelle più deboli». Una verità illuminante, purtroppo, ancora oggi. L’elenco di quelle regole, molte abolite dalle varie riforme ma che ancora dispiegheranno i propri effetti per decenni, è sterminato. Ci sono le leggi che hanno garantito le baby pensioni, i trattamenti privilegiati dei militari e l’assegno sociale da subito ai dipendenti pubblici che non avevano accumulato un minimo di contributi. C’è la legge Mosca che ha regalato migliaia di trattamenti previdenziali a politici e sindacalisti sulla base di semplici dichiarazioni avallate dal partito o dal sindacato. Ecco quindi le regolette che hanno spalancato la strada alle pensioni d’oro dei telefonici, i pareri del consiglio di Stato che l’hanno concessa ai commissari delle authority (alcuni sono consiglieri di Stato), i codicilli che consentono ai dipendenti di Camera e Senato di andare ancora in pensione a 53 anni con assegni superiori allo stipendio, o che hanno rinviato di otto anni l’applicazione della riforma contributiva Dini per i dipendenti della Regione Siciliana... Oppure i prepensionamenti senza soluzione di continuità, grazie a cui abbiamo poligrafici pensionati dall’età di 52 anni mentre i manovali sono costretti a volteggiare sui ponteggi fino a 67. E poi le furbizie piccole e grandi occultate nelle pieghe delle normative, grazie a cui un avvocato comunale ha potuto riscuotere una pensione tripla rispetto allo stipendio. O i meccanismi curiosi delle casse autonome, ognuna delle quali segue proprie regole, come quella dei giornalisti. Per non parlare della miriade di pensioni bassissime distribuite a pioggia senza un solo contributo versato, come pure degli assegni di invalidità, cresciuti del 52% in dieci anni. Con il risultato che oggi in Italia c’è una pensione di invalidità ogni 21 abitanti. Su tutto, la politica: vitalizi parlamentari che si possono liberamente cumulare a vitalizi regionali, a vitalizi europei e a pensioni regalate a «lor signori» dai contribuenti con il meccanismo odioso dei contributi figurativi. Ma guai a toccarli. Subito i beneficiari insorgono a difesa dei presunti diritti acquisiti e dell’autodichia: principio in base al quale la politica decide per sé in totale autonomia e le sue decisioni non sono sindacabili. Un enorme guazzabuglio nel quale privilegi, clientele e assistenzialismi si mischiano a orribili ingiustizie che riguardano soprattutto i giovani e i precari. Il tutto basato su un principio di fondo: l’assenza per la maggior parte delle pensioni pagate oggi e ancora a lungo nel futuro di qualunque rapporto con i contributi versati. Dice tutto il rapporto presentato da Antonietta Mundo al congresso nazionale degli attuari di due anni fa. Nel 2015 le pensioni contributive sono appena l’1,1% del totale, contro l’86,9% di quelle retributive pure. Ma ancora nel 2050 non raggiungeranno che il 40,4%. Con la popolazione sempre più anziana, il lavoro sempre più intermittente, e i versamenti contributivi sempre meno ricchi. Renzi ora promette flessibilità. Benissimo. Ma certo non basta. Per quanto possiamo ancora permetterci un sistema simile? Non sarà il caso di studiare, e in fretta, i correttivi necessari?



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I pensionati, un’ossessione italiana

diario 20/5/2015

Pensioni, pensioni, pensioni. La riforma Fornero del 2011 è stata una delle più radicali degli ultimi anni. Riforma fatta, capo ha? No. Dall’inizio della crisi, il dibattito di politica economica non fa altro che continuare a girare, in un modo o nell’altro attorno ai pensionati. Da ultima ci si è messa la Consulta, ovvio, con la sua decisione di dichiarare incostituzionale per due anni il blocco dell’adeguamento all’inflazione. Infine, ieri, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha certificato che allo studio per la legge di stabilità c’è un meccanismo “per dare libertà in più” di andare in pensione prima “se accetti di prendere un po’ meno”. E il dibattito continua, anche se dati convergenti – di Banca d’Italia, Nens, Ocse, ecc. – dicono che i pensionati sono tutto tranne che il gruppo di italiani più colpito dalla crisi. Perché, dunque, quest’ossessione? Dice al Foglio Giuliano Cazzola, già dirigente generale del ministero del Lavoro, ex parlamentare PdL e Scelta civica, ora del Nuovo centrodestra: “Saremo un paese di anziani, ma non è scritto da nessuna parte che i diritti dei pensionati sono più sacrosanti di quelli degli altri cittadini”. La platea degli interessati dallo stop alla perequazione della Fornero è di 5 milioni di persone, quelli con la pensione da 1.450 euro lordi, su 16,5 milioni complessivi. “Per assurdo, questa minoranza oggi trova una difesa d’ufficio proprio tra gli impalatori delle pensioni d’oro, Lega e M5s, in opposizione al governo Renzi che non è nelle mie simpatie, ma ha oggettivamente dimostrato di fregarsene di uno dei vecchi riti sacri della sinistra, dando un argomento d’attacco agli avversari in campagna elettorale per le regionali, contesto dove verrà giudicato”. Secondo Cazzola, “i cittadini però hanno capito che era impossibile pagare tutti e non penso siano obnubilati dall’immagine mediatica del pensionato macilento che rovista nei cassonetti offerta dai telegiornali: le telecamere non riprendono mai i pensionati in crociera, ce ne sono parecchi. I difensori della perequazione per tutti e subito dimenticano che il mitico tesoretto da 2 miliardi di euro, ipoteticamente destinato all’inclusione sociale e lotta alla povertà, è stato dirottato dopo la sentenza. Non si dica quindi – e in questo caso, purtroppo, ne abbiamo prova ulteriore – che in un periodo di crisi i diritti previdenziali sono i soli a essere messi in discussione”. Per Mario Baldassarri, economista e già viceministro delle Finanze del centrodestra, “il dibattito mediatico è surreale se si vuol parlare del sistema pensionistico. Applicare parzialmente la sentenza viene chiamato ‘bonus’ dal governo, mentre il rimedio trovato da Renzi viene criticato pure da chi ha votato la riforma Fornero. Si discute da vent’anni ma neanche oggi si arriva al punto: il nodo strutturale è stato affrontato nel 1995 con la riforma Dini che ha introdotto il sistema contributivo”, cioè il calcolo dell’assegno pensionistico in base ai contributi versati, ma “è stato applicato in modo parziale, solo per gli assunti dopo la data di entrata in vigore”. Così il sistema retributivo, quindi il calcolo in base agli ultimi stipendi incassati, riguarda il 90 per cento della platea dei pensionati, l’ultimo andrà in pensione nel 2031. Riccardo Puglisi, economista all’Università di Pavia e responsabile per le politiche economiche di Italia Unica, insiste: “La sentenza della Consulta dal mio punto di vista è statalista nel senso che cerca di spingere verso l’alto la spesa pensionistica e purtroppo il rischio che intravedo, una specie di pillola avvelenata, è che si produca un attacco ingiustificato alla riforma Fornero da parte dell’ala filosindacale del Pd quando in questi giorni sento parlare di uscita flessibile dal mercato del lavoro, ovvero di mandare in pensione gli anziani come unico modo per immettere giovani”. Per l’economista, è in corso “una campagna mediatica assurda contro la legge Fornero che invece non va assolutamente toccata”. Semmai anziché gonfiare la richiesta di contributi e tasse per pagare le pensioni, la classe politica dovrebbe occuparsi d’altro: “Occorre trovare risorse aggiuntive, grazie a una revisione della spesa strutturale sul modello anglosassone perché la cosa migliore per i giovani lavoratori, aspiranti tali, e per i professionisti, è che si taglino le tasse e ripartano gli investimenti, oggi intimiditi dall’incertezza fiscale”. Francesca Pesce, vicepresidente di Acta, associazione che aggrega lavoratori autonomi e professionisti del terziario avanzato, con i suoi colleghi su Twitter ha parlato di #SceltaInConsulta per definire la sentenza della Corte costituzionale. “Il nostro non è un sistema di finanziamento delle pensioni a capitalizzazione, ma a ripartizione. E se i nostri contributi sono utilizzati per pagare le pensioni in essere, ecco che la rivalutazione voluta dalla Consulta la paghiamo noi, via ulteriori contributi o imposte, e non un Principe che non esiste”. Per la Pesce, traduttrice di professione, “i pensionati sono ancora oggi la categoria più rappresentata e in maggior connessione con partiti e sindacati classici, Pd renziano incluso. Perciò da anni, in un paese in crisi produttiva, con imposte vessatorie sul lavoro autonomo e un welfare squilibrato che non tutela i più giovani, parliamo sempre e comunque di pensioni. O meglio: dei pensionati attuali, che già a quelli di domani non pensa quasi più nessuno”, conclude. di Marco Valerio Lo Prete e Alberto Brambilla | 20 Maggio 2015 ore 06:18



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Il declino italiano e....

diario 16/5/2015

(di Dimitri Buffa) L'altro giorno la Corte Costituzionale faceva sapere che anche l’ultimo bastione ideologico della legge 40 sulla fecondazione assistita, la famigerata “legge burqa” secondo la ormai nota definizione di Margherita Boniver, era caduto: è stato infatti dichiarato incostituzionale il divieto di analizzare gli embrioni di coppie fertili portatrici di malattie genetiche prima di impiantarli. Era una cosa logica: una donna che vuole un figlio evita di farlo se sa che dovrà soffrire tutta la propria breve esistenza e poi morire senza possibilità di essere curato. Ma questo qualche idiota dell’ex centro destra dei tempi che furono osava chiamarlo “eugenetica”. Con il paradosso che la coppia che non poteva avere l’analisi pre impianto aveva diritto invece di usufruire della legge 194 che consentiva l’aborto. Tradotto in parole povere: non puoi sapere se tuo figlio verrà sano prima che nasca, in compenso se sta per nascere malato potrai sempre “ucciderlo” in un secondo momento. Nella vicenda della legge 40, così come in quella delle altre leggi manifesto che hanno prodotto solo danni, legge sulla droga di Fini e Giovanardi, legge sull’immigrazione di Bossi e Fini, c’è tutta la storia della attuale disintegrazione politica dei moderati in Italia. Tre volte gli italiani hanno mandato Berlusconi al governo e questi sono stati i risultati: le tasse si sono abbassate pochissimo, le maggioranze erano sempre litigiose per le smanie di protagonismo dei vari Fini, Bossi e Casini, e le leggi che hanno caratterizzato questo infausto ventennio sono state queste. Fini addirittura per mettere la bandierina post missina sulla propria vicepresidenza del consiglio non ha esitato a fare introdurre una nuova, errata , legislazione in materia di stupefacenti, anche leggeri, all’interno di un decreto legge sulle olimpiadi invernali di Torino nel 2006. Con il risultato di ritrovarsi una declaratoria di incostituzionalità in toto solo per il metodo. Ma anche il merito è atto quello che è stato. Dio ha punito Fini , ma gli italiani si sono ritrovati con le galere piene di poveri sfigati e con una giustizia al collasso. Le carceri infatti tuttora scoppiano, i processi penali per piccolo spaccio si sono moltiplicati e il settore giustizia, che già stava come stava ormai è collassato e nessuno ha la chiave per ricominciare un circolo virtuoso. Pochi anni di governo del Pdl hanno quindi ridotto un paese allo stremo e così la sinistra ha potuto vincere a campo vuoto: prima per poche migliaia di voti con Bersani e poi con l’esplosione del fenomeno Renzi. Semplicemente promettendo che certe leggi e certe ideologie del cattivismo non ci saranno più. Ha vinto il Pd perché la squadra gioca da sola essendosi l’altra praticamente disintegrata sotto il peso dei propri errori e anche degli scandali. Ora però anche per la sinistra i nodi vengono al pettine: gestire l’esistente solo confidando nella fine dell’avversario politico genera esclusivamente assenteismo elettorale. Al paese occorre altro che l’Expo di Eataly e il Giubileo di Papa Francesco per uscire dalla stagnazione. E se scoppia un caso come quello delle indicizzazioni delle pensioni da restituire per una sacrosanta sentenza della Corte Costituzionale, che mette una toppa alla pessima legge di Monti e Fornero, non si sa letteralmente dove andare a sbattere la testa. Anche perché non si ha il coraggio di abbandonare l’ipocrisia moralista che produce all’Italia danni economici e sociali che cominciano ad essere irreparabili. Rispetto all’Inps e alle pensioni retributive va ricordato ai vari Zanetti, Della Vedova e Fornero, i campioni del non partito di “Scelta Cinica” che se un’assicurazione privata avesse avuto tutto quel denaro da gestire, milioni di contributi versati, anzi trattenuti in busta, per decine di anni a tutti gli italiani che lavorano o quasi, oggi quel fondo assicurativo sarebbe quasi ricco come un fondo sovrano cinese o del Dubai. Facendo anche la tara all’invecchiamento del paese e al tasso di disoccupazione giovani sempre in aumento. Il problema è che l’Inps che ovviamente con il fascismo funzionava benissimo, con l’Italia democristiana e delle ammucchiate con il Psi e il Pci è diventato un ente greppia. Dove tutti i governi della prima e della seconda repubblica hanno messo le mani per esigenze di cassa, se del caso approvando anche leggi scandalo come la legge Mosca per dare pensioni clientelari ai sindacalisti e ai trombati della politica e per usare la previdenza, erroneamente confusa anche con l’assistenza, a fini elettorali. E oggi geni del nulla come l’attuale presidente dell’Inps Tito Boeri vorrebbero mettere in discussione i diritti acquisti di chi non ha avuto colpe. Il tutto dimenticando, o facendo finta, l’intenso dibattito sull’Inps che ci fu nel dopo guerra già all’epoca della Costituente. Quando non poche categorie di lavoratori autonomi e dipendenti proponevano di fare come in America in cui la pensione il singolo se la fa privatamente. Già da allora infatti era facile prevedere che l’Inps sarebbe diventato un carrozzone in mano ai famelici democristiani e poi ai socialisti, ai comunisti e ai sindacalisti. Gente che se avesse amministrato alla stessa maniera un qualunque fondo assicurativo privato sarebbe stata mandata in carcere per bancarotta fraudolenta, malversazione e appropriazione indebita dei soldi dei pensionati. Purtroppo la “staat-lehre”, l’idolatria statale e statalista che caratterizza la politica italiana dal dopoguerra a oggi , non permise una semplice cosa che invece un conservatore come Cameron ha rilanciato proprio poco prima di vincere le elezioni in Gran Bretagna: il famoso “opting out”. Siccome non siamo sicuri di garantire ai giovani adeguate pensioni in futuro, chi vuole ritiri i soldi versati, con tanto di interessi e rivalutazioni, e ci faccia quel che meglio crede. Ma in Italia non esiste un centro destra pragmatico e a-ideologico: anzi l’ideologia quando non c’è si inventa, come hanno fatto i vari teorizzatori del nulla tipo Quagliariello, Roccella, Sacconi eccetera. Quelli che hanno portato alla atomizzazione di tutta l’area moderata che ormai, con Berlusconi vicino agli 80 anni, non sa a chi votarsi. Né chi votare. E non sarà certo un cacicco come Raffaele Fitto a cambiare questa situazione, visto che tra lui e Cameron c’è la stessa differenza che ci sta tra due calciatori come Pogba e Doumbia: in comune hanno solo il colore della pelle Come si diceva, la sinistra se ne frega di fare riforme vere perché vive di rendita e lo slogan è “Quieta non movere”. Non fare nulla, come i democristiani, tanto i voti arrivano da soli e gli altri non votano. A questo punto occorrerebbe in Italia un politico di centro destra che invece che dedicarsi all’oppressione dei diritti degli omosessuali o al punizionismo verso i devianti della droga si dedicasse a cose più pratiche: tipo trovare i soldi. Uno che ragionasse come Paul Rand. Uno che non avesse paura di proporre la legalizzazione della prostituzione per fare cassa e poi anche quella delle droghe leggere, per uso terapeutico e ricreativo, sulla falsariga di stati americani come il Colorado o Washington D.C. Una cosetta da circa 15 o 20 miliardi di euro l’anno di tax income tanto per cominciare. Così da una parte si leverebbe un bancomat alla mafia e la si strangolerebbe senza dovere spendere troppo soldi per apparati di sicurezza ormai elefantiaci quanto impotenti, vedi l’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia in proposito, e dall’altra lo stato farebbe cassa. E che cassa. Senza ipocrisie moralistiche da finti e veri bigotti: il nostro paese l’anno scorso ha incrementato del 24 per cento l’export delle armi da guerra verso tutto il pianeta, e non è che quelle armi servano alla pace o alla salute degli esseri umani. Vendere marijuana o tassare le ormai centinaia di migliaia di prostitute part time che hanno invaso la penisola, dall’estero e dall’interno, non sarebbe di certo più amorale. Ecco io penso che un nuovo centro destra dovrebbe avere il coraggio di imporsi con idee pragmatiche e rivoluzionarie. E l’unica persona che mi viene in mente in tal senso è Daniele Capezzone. Che, simpatia e comunicatività a parte, durante la sua indimenticabile segreteria radicale durata un quinquennio ha dato un enorme contributo in materia di un “homo novus destrorsus”. Certo poi, parcheggiato dieci anni dentro quel partito finto e pieno di adulatori e peripatetiche che è diventato Forza Italia, è un po’ scomparso dai radar. Ma sarebbe ancora la persona giusta in tal senso. Altro che fare il gregario di lusso di Raffaele Fitto. In questo contesto storico che ved Renzi scricchiolare, perché gestire un paese in pieno declino solo con le buone intenzioni e le belle parole non è più possibile, sarebbe il momento, per un nuovo leader di centro destra, di prendere la palla al balzo per proporre cose di questo tipo. Che poi si legherebbero anche alla tematiche centrali del dibattito politico: che in Italia rimangono la giustizia e il fisco. Con le rispettive innumerevoli vittime. Citando gli slogan delle femministe alle vongole che scendevano in piazza contro Silvio Berlusconi nel 2011: “se non ora, quando?!



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capirsi

diario 12/5/2015

Che differenza c'è tra inglese e l'americano ?? un inglese va in America lo capiscono o no? Per capire si capiscono. Dopo l'indipendenza e per circa un 150 anni le due lingue hanno avuto una certa divergenza, sebbene ci siano sempre stati dei contatti questi erano abbastanza sporadici, al tempo della seconda guerra mondiale forse ci fu la maggiore differenziazione, poi col diffondersi della radio, cinema, satelliti ed internet il gap si è richiuso. A differenza della Real Academia Española, dell'Académie française, delle accademie portoghesi (lusitana e brasiliana) o altre, che stabiliscono una grammatica normativa per la lingua, USA, UK eccetera (come accade in Italia coll’Accademia della Crusca che propone uno stile) si segue l’opinione di qualche eminente scrittore o educatore, come Henry Fowler, il cui lavoro ha definito lo standard per l'inglese britannico per gran parte del 20 ° secolo, o Strunk e White nei loro elementi di stile per l'inglese americano. La grammatica Duden (prima edizione 1880) ha uno status simile per il tedesco. Al giorno d'oggi, anzitutto, esiste il British English come set grammaticale (e di stilemi) diverso dall'American English, non - come alcuni credono - una "pronuncia" British. Lo spelling differisce tipo Colour (B) rispetto a Color(A), questo risale alle modifiche introdotte dal linguista americano Webster, appartiene alla categoria anche altre modifiche tipo Centre / Center. Od ancora abbiamo differenze nel modo di parlare "Bertie" e "Robbie" (B) contro Al e Bob (A). Abbastanza comune in inglese essere appellati con "love" in Inghilterra, in USA è proibito! Ci sono poi parole comunissime in inglese B che persone anche colte in America ignorano: fortnight ad esempio (quattordici giorni). A volte lo stesso oggetto è indicato in maniera diversa, l’americano Radio, sino a 40 anni fa in inglese britannico si usava “wireless”. Headmaster (B) per preside, o direttore didattico, è ignorato e si usa invece Principal, che darebbe qualche problema in GB, e nelle ex colonie (fui ripreso una volta in Tanzania per averlo usato!). Altre differenze derivano dal fatto che gli USA hanno inglobato un qualche milione di kmq di territorio messicano, e con questo ad esempio hanno acquisito la parola "arroyo" la per quello che gli inglesi definirebbero (con parola adottata dal francese) "gorge". Il punto grammaticale che più colpì me è che gli americani coniugano TO HAVE come verbo regolare: "DO you have?", in inglese britannico di anni fa non si faceva. Quanto alle pronunce l'Inghilterra ha una situazione estremamente simile all'Italia: quasi ogni città ha la sua parlata, la grandissima divisione tra roticiste e non roticiste; una cosa ce riguarda la pronuncia della R, insomma "Car" contro "KA". Lo standard pubblico britannico è la RP o Received Pronunciation quel tipo di pronuncia dell'inglese, comunemente nota come Queen's English (inglese della regina) o "inglese della BBC". È l'accento dell'inglese britannico generalmente insegnato agli studenti non di madrelingua, ed è utilizzato nelle trascrizioni fonetiche dei principali dizionari. Questa pronuncia è però usata comunemente da appena il 3-5% della popolazione inglese, concentrata nel Sud-est dell'Inghilterra. In realtà, è meglio puntualizzare come la RP si occupi esclusivamente della pronuncia, mentre le varie tipologie di "Standard English", cioè i sopracitati "Queen's English" e "BBC English" ma anche il cosiddetto "Oxford English", si occupano in modo più esteso dell'intera struttura grammaticale della lingua; per quanto esposto, se verrà utilizzata la "Received Pronunciaton", verosimilmente si starà utilizzando uno degli "Standard English" perché appare improbabile l'utilizzo di "Received Pronunciation" con uno dei vari "dialetti" inglesi presenti in Gran Bretagna. Attenzione Sua Maestà negli ultimi 50 anni ha cambiato (si dice il modo di pronunciare il SUO inglese: http://en.wikipedia.org/wiki/Received_Pr... Una situazione molto diversa invece negli USA dove a parte Chicago e New York le parlate sono solo tre: New England, sud e west, con west che si intende qualunque cosa ad ovest degli Appalachi o del Missouri, a scelta. 20/30 anni fa per ragioni di diffusione nazionale le televisioni cercarono di portare la cadenza del Midwest ad uno stato simile alla RP britannica, ma non credo si insista ancora.



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l'ottimismo... e' il profumo della sfiga!

diario 27/7/2014

           

Il ciclo de I Rougon-Macquart

 

 

1-La fortuna dei Rougon (La fortune des Rougon) è il primo dei romanzi del ciclo de I Rougon-Macquart dello scrittore francese Émile Zola pubblicato nel 1871.

 

Trama

 

La vicenda si svolge a Plassans, una piccola cittadina della Provenza, e narra la storia di due famiglie antagoniste, i Rougon e i Macquart, tra la fine del Settecento e il 1851.

Adelaïde Fouquet, di carattere isterico e maniaco, ha sposato un Rougon, di mestiere giardiniere, ed è diventata l'amante di Macquart un ubriacone che si arricchiva con il contrabbando. Dal marito ha un figlio, Pierre; da Macquart ha due figli, Ursule e Antoine.

Arrivati alla seconda generazione vi sono tra i figli già due elementi con problemi: un figlio è alcolizzato e l'altro è tisico. Si giunge così alla terza generazione dove, su undici figli appartenenti a tre famiglie, si contano quattro malati e due di debole costituzione.

I Rougon legittimi e i Macquart illegittimi provano reciprocamente un grande odio che si acuisce allo scoppiare della rivoluzione del 1848 e per tutto il periodo che porta al Secondo Impero.

Tra i nipoti legittimi di Adelaïde (figli di Pierre, che ha sposato Felicité, la figlia di un ricco commerciante d'olio ottenendo grossi vantaggi) solamente il dottor Pascal non si preoccupa di arricchirsi e rimane nel paese per studiare scienze naturali, Eugène decide di recarsi a Parigi per trovar fortuna e Aristide raggiunge presto il fratello e si mette nel giornalismo.

Antoine Macquart ha tre figli (Lise, Gervaise e Jean), è repubblicano e odia profondamente i Rougon che vogliono fare carriera con l'appoggio dei preti e dei nobili. Durante le giornate del dicembre 1851 i rapporti tra le due famiglie peggiorano. I Rougon sembrano stare dalla parte del Principe residente e appoggiare la sua opera restauratrice non disdegnando lotte e tradimenti, mentre Antoine Macquart, che non si mostra certo da meno della famiglia rivale, fa cadere, per denaro, gli amici repubblicani in un trabocchetto. Non tutti i Macquart però sono simili e tra loro vi è il giovane Silvère Mouret, figlio di Ursule, che crede veramente nella causa repubblicana e si mette dalla parte degli operai organizzando nelle campagne bande armate.

Silvère conosce Miette, la figlia di un contrabbandiere in carcere per l'assassinio di un gendarme, e se ne innamora, le dà protezione e presto la ragazza diventa l'eroina degli uomini in rivolta ma muore in un combattimento e verrà sepolta avvolta dalla bandiera rossa simbolo dei rivoluzionari.

Silvère viene preso prigioniero e abbandonato al suo destino dallo zio Pierre che avrebbe potuto salvarlo e viene assassinato da un gendarme mentre i Rougon si danno da fare senza scrupoli per ottenere ricchezze e cariche di prestigio all'arrivo del prefetto napoleonico.

 

2-La cuccagna (titolo originale La curée) è il secondo romanzo dello scrittore francese Émile Zola appartenente al ciclo de I Rougon-Macquart, pubblicato nel 1871.La prima versione italiana, tradotta da C. Dassato, fu pubblicata nel 1880 da Simonetti con il titolo La caccia ai milioni.

 

 

Trama

 

La vicenda si svolge nella Parigi imperiale dove arriva dopo il 2 dicembre, con l'aiuto del fratello Eugène che ha partecipato al colpo di Stato del 18 brumaio, Aristide Rougon pieno di ricchezza e piaceri. Aristide, con l'aiuto della sorella Sidonie, riesce a fare una rapida carriera negli affari sposando in seconde nozze la figlia del ricco Béraud Du Châtel, Renée. Approfittando del clima del momento e della ricostruzione che si sta facendo del centro della città, fa molte speculazioni aumentando così il suo capitale. Mentre Aristide è preso dai suoi poco puliti affari e da altri amori, arriva a casa, uscito dal collegio, il figlio di primo letto Maxime che, allevato da Renée, ne diventa l'amante dopo una decina d'anni. Aristide scoprirà la relazione, ma l'accetterà in silenzio in cambio del contratto di vendita di alcuni terreni (dono di nozze a Renée della zia) nella periferia di Parigi sui quali stava operando una speculazione, contratto firmato dalla stessa Renée. Ormai completamente corrotta e sul limite della follia, la giovane protagonista morirà di meningite e sarà il padre che ne pagherà i cospicui debiti presso il suo couturier Worms.

 

3-Il ventre di Parigi

 

Trama

 

Il protagonista del Ventre di Parigi, Florent, è un giovane a suo tempo individuato come un oppositore del governo di Napoleone III e per questo motivo deportato in Guyana. Sette anni dopo, Florent, evaso dal carcere, torna a Parigi e ritrova il fratellastro Quenu, che egli aveva allevato rinunciando agli studi. Quenu si è nel frattempo creato una posizione economica: ha una bottega di salumaio nella zona delle Halles, il grande mercato alimentare parigino, e una moglie, Lisa Macquart (figlia di Antoine), bella e invidiata. Florent si trova impigliato tra la meschinità e gli intrighi che caratterizzano l'ambiente dei piccoli negozianti. Nel suo ingenuo fervore, pensa di poter portare avanti i suoi ideali repubblicani, organizzando un complotto contro il governo. Sarà la cognata Lisa a denunciarlo, provocandone l'arresto e una deportazione.

 

 

4-La conquista di Plassans (La conquête de Plassans)

 

Trama

 

La vicenda si svolge a Plassans, la culla dei Rougon-Macquart, una piccola città immaginaria simile a Aix-en-Provence alla quale Zola si ispira e il romanzo può considerarsi sotto molti aspetti come la continuazione del primo romanzo del ciclo, La fortuna dei Rougon del 1871. La sua trama ruota attorno alla figura di un chierico e ai suoi intrighi politici che avranno conseguenze disastrose per alcuni degli abitanti della cittadina.

All'inizio del romanzo la vita domestica di François Mouret e di sua moglie e cugina Marthe, nata Rougon, appare nell'insieme serena, anche se François soffre di un disturbo ossessivo e Marthe risente chiaramente di una forma di malattia mentale che Zola fa risalire alle tare ereditarie della famiglia Rougon-Macquart.

Costoro hanno tre figli: Octave, Serge e Desirée. Octave è il figlio maggiore, ragazzo intelligente ma irresponsabile, Serge è il minore e il suo carattere è tranquillo ma introverso e Desirée soffre di handicap mentale.

 La loro vita familiare viene distrutta dall'arrivo di uno strano chierico, l'abate Faujas, e di sua madre, che affittano una stanza nella casa dei Mouret. Lentamente emerge che il misterioso straniero è arrivato in città per cercare di vincere l'influenza delle forze politiche attraverso una serie di intrighi machiavellici, trame, calunnie e insinuazioni procedendo a confondere la vita dei Mouret a tal punto che il debole François finisce in un istituto mentale, mentre la povera Marthe impazzisce veramente.

La reazione della gente della città è descritta in modo esemplare da Zola e le tattiche dei gruppi che si trovano a resistere alle macchinazioni dell'Abate Faujas sono molto acutamente osservate.

 

La narrazione si mantiene per tutto il romanzo ad un ritmo incalzante che serve a costruire un clima di sorprendente violenza e orrore. Anche se il romanzo mette in evidenza la battaglia tra gli interessi del clero e l'influenza politica governativa nella città di provincia del Secondo Impero, la sua forza non sta tanto nella descrizione del mondo politico, ma nel suo dramma umano.

 

5-La colpa dell'abate Mouret (titolo originale La Faute de l'abbé Mouret) è il quinto volume appartenente al ciclo de I Rougon-Macquart.

 

Trama

 

Serge Mouret, figlio di François Mouret (a sua volta figlio di Ursule Macquart, figlia di Adelaïde Fouquet) e della cugina Marthe Rougon (figlia di Pierre Rougon, figlio di Adelaïde Fouquet), è un giovane abate di un villaggio del mezzogiorno della Francia dal carattere mite e buono. Egli vive in un presbiterio romano insieme alla sorella Desirée nella certezza della sua fede convinto che i peccatori devono essere aiutati a superare le loro debolezze.

Nello stesso paese vive frate Archangias, uomo dal carattere violento, che rimprovera Mouret per la sua bontà dal momento che egli è convinto che il peccato debba ad ogni costo essere sterminato.

Un giorno il giovane Mouret accompagna lo zio materno, il dottor Pascal Rougon che si recava a visitare il guardiano del grande parco il "Paradou", un uomo materialista e misantropo di nome Jeanbernat, che era ammalato, nella speranza di riuscire a convertirlo.

Insieme a Jeanbernat vive la giovane nipote Albine in piena libertà nella natura e quando poco tempo dopo Mouret viene condotto dallo zio al Paradou nella speranza di guarirlo da una febbre mortale che lo aveva assalito, il giovane abate, sotto le cure di Albine, si abbandona allo splendore del luogo e si lascia andare alla tenerezza per la giovane della quale si innamora.

I due giovani trascorrono così giorni pieni di felicità fino a quando il frate Archanias, che voleva distogliere dal peccato Serge, riesce ad allontanarlo da quel luogo e da Albine. Serge ritorna così alla sua vita di sempre tormentato inoltre dal peccato commesso trascorrendo le ore e i giorni nella preghiera e nella sofferenza. Quando Albine si reca al presbiterio dove viveva Serge per convincerlo a ritornare con lei, egli oppone resistenza e si rivolge ancora di più a Dio. In un momento di debolezza si recherà ancora una volta al Paradou ma sarà la volta in cui dirà addio per sempre alla fanciulla amata e mentre egli crede di compiere così la sua ascesi, Albine, che non si dà pace per l'abbandono, non riesce più a sentire l'incanto di quel giardino e, riempita la sua stanza di fiori dal profumo intenso, muore soffocata nel sonno portando con sé la creatura che portava nel grembo.

Serge, pieno di dolore ma sereno, metterà l'ultima zolla di terra sulla tomba di Albine concludendo con il sacrificio la sua sofferenza.

 

6-Sua Eccellenza Eugène Rougon (Son Excellence Eugène Rougon)

Il romanzo si focalizza sui livelli più alti del governo del Secondo Impero francese, segue la carriera di Eugène Rougon e di una decina di suoi amici che speculano sui favori politici per ottenere guadagni personali e abbraccia la vita pubblica e personale dell'imperatore Napoleone III.

Vice del Deux-Sèvres della Seconda Repubblica Eugène Rougon, egli contribuisce al colpo di Stato del 2 dicembre 1851 entrando poi nel Senato. All'inizio del romanzo Eugène Rougon è presidente del Consiglio di Stato. La vicenda si svolge nell'arco di tempo che va dal 1856 al 1861.

Eugène Rougon, figlio maggiore di Pierre e Félicité Rougon, venne introdotto la prima volta nel romanzo “La fortuna dei Rougon” come elemento chiave nel colpo di Stato del 1851 che istituì Napoleone III come imperatore dei francesi.

L'autore segue e descrive tutte le manovre di Eugène per stabilire il controllo dei suoi parenti sulla città di Plassans e gettare quindi le basi per la solidificazione e la fortuna della famiglia. Eugène intanto, entrato nella cerchia di Napoleone, rimane a Parigi per continuare la sua ricerca di potere.

 

I fratelli di Eugène sono Pascal, personaggio principale del romanzo “Il dottor Pascal”, e Aristide, la cui storia è raccontata in La cuccagna e Il denaro. Eugène ha anche due sorelle: Sidonie, che appare in La cuccagna e Marthe, uno dei personaggi del romanzo La conquista di Plassans.

Il romanzo ha inizio nel 1857 e vede Rougon in conflitto con l'imperatore costretto a dare le dimissioni da premier prima di poter essere respinto.

 

Questo pone i piani ed i sogni degli amici di Rougon nel limbo, in quanto contavano sulla sua influenza politica per ottenere diversi favori personali.

Il suo più grande alleato e il suo avversario più grande è però Clorinde Balbi, una donna italiana di dubbie origini e dagli intenti subdoli. Clorinde, che desidera il potere quanto Rougon ma che essendo donna è costretta ad agire dietro le quinte, si innamora di Eugène ma Rougon rifiuta di sposarla perché crede che due personalità dominanti come le loro porterebbero alla reciproca distruzione.

Eugène la incoraggia così a sposare M. Delestang, un uomo molto ricco che può però essere facilmente maneggiato, mentre lui prenderà come moglie una nullità che non possa ostacolare le sue ambizioni.

Rougon intanto viene a conoscenza di un attentato che si sta tramando per colpire l'imperatore ma decide di non prendervi parte. Di conseguenza, dopo il tentativo fallito di Felice Orsini nel 1858, Eugène viene promosso dall'imperatore Ministro degli Interni con il potere di mantenere la pace e la sicurezza nazionale ad ogni costo. Rougon utilizza questa opportunità per punire i suoi avversari politici, anti-imperialisti, e premiare gli amici che gli erano rimasti leali affidando loro onori, cariche e impegni politici. Grazie alla sua influenza, Delestang viene eletto Ministro dell'Agricoltura e del Commercio.

Ma mentre il potere di Rougon si espande i suoi amici, nonostante egli cerchi di soddisfare le loro richieste personali, iniziano ad abbandonarlo perché ritengono che egli non abbia fatto abbastanza per loro e quello che ha fatto o non è stato abbastanza buono o ha avuto conseguenze disastrose in modo da non essere stato di aiuto per tutti. Inoltre essi lo considerano ingrato visto tutto il lavoro che sostengono di aver fatto per essere riusciti a reintegrarlo come Ministro.

Alla fine Rougon è coinvolto in numerosi grossi scandali sulla base dei favori che ha propagato al suo gruppo e al centro di tutto questo conflitto vi è Clorinde. Infatti il potere della donna è ora maggiore di quello di Rougon e la sua influenza è a livello più alto e su scala internazionale essendo diventata l'amante dell'imperatore. Clorinde, avendo ora il sopravvento, è in grado di punire Rougon per il suo rifiuto di sposarla.

Per reprimere l'opposizione politica e personale Rougon decide di presentare le sue dimissioni nei confronti dell'imperatore fiducioso che esse non saranno accettate. Tuttavia esse vengono accettate e Delestang viene eletto ministro degli Interni.

 

Il romanzo si conclude nel 1862 quando l'Imperatore riammette al suo servizio Rougon con la carica di Ministro senza portafoglio, dandogli un potere senza precedenti sulla scia della unificazione italiana. Apparentemente il compito della carica sarebbe quella di riconfigurare il paese con linee più liberale, ma in realtà Rougon ha mano libera per schiacciare la resistenza, ridurre l'opposizione e controllare la stampa.

 

7-L'ammazzatoio (L'Assommoir, conosciuto in italiano anche come Lo scannatoio)

 

 

« "Gervasia aveva aspettato Lantier fino alle due del mattino, poi, tutta tremante per essere rimasta all'aria pungente della finestra in camicia, s'era gettata di traverso sul letto e si era assopita, febbricitante, con le guance umide di pianto". » (Incipit de L'ammazzatoio)

 

Il libro narra la storia della vita di Gervaise Macquart, una giovane lavandaia dipendente, trasferitasi a Parigi con il fidanzato Auguste Lantier e i due figli Étienne e Claude. Dopo aver vissuto in modo dissoluto, una volta finiti i risparmi della coppia, Lantier scappa di casa per un'altra donna e Gervaise si ritrova a vivere da sola, con i due figli, in un piccolo appartamento. Si innamora però di Coupeau, che le pare subito un uomo onesto: non beve, ha un lavoro come zincatore ed è disposto a sposarla nonostante le difficoltà. Poco dopo il matrimonio, nasce la figlia Nanà.

Una volta sposata e trasferitasi, Gervaise, grazie ad un prestito da parte di una sua nuova coinquilina, riesce ad aprire una lavanderia in proprio e a condurre una vita benestante: l'apice è rappresentato da un superbo e imponente pranzo, offerto dalla lavandaia per il suo compleanno che impegna i risparmi e le fatiche della famiglia.

Tuttavia non mancano i problemi: Coupeau temporaneamente in malattia a causa di un incidente sul lavoro inizia a prendere cattive abitudini dandosi all'alcool ed alle cattive frequentazioni, rifiutandosi infine di tornare al suo onesto e duro impiego, e spendendo in fretta i suoi guadagni nella distilleria di padre Colombe, chiamata "L'Assommoir". A ciò si aggiunge il ritorno di Lantier dalla fallita esperienza amorosa, a cui viene accordato di condividere l'appartamento. Egli vive però come una sanguisuga, senza pagare l'affitto ma, anzi, scialacquando i risparmi di Gervaise e istigando Coupeau a bere.

In breve tempo la famiglia cade in rovina: Nanà scappa di casa per andare a vivere come ballerina nei locali notturni, mentre Coupeau impazzisce a causa dell'alcool ed è ricoverato più volte in un manicomio. Nel frattempo va in rovina anche la bottega di Gervaise, che è costretta a venderla insieme all'appartamento ad una sua amica, su suggerimento di Lantier, che ne è l'amante, per farne una confetteria.

Dopo la morte di Coupeau per gli effetti dell'abuso di alcool, Gervaise si ritrova a vivere da sola in un piccolo monolocale e si dà anche lei all'alcoolismo, fino alla morte nella miseria di un piccolo sottoscala, ultimo alloggio della donna.

Nel frattempo, la confetteria va in rovina anch'essa per causa di Lantier: il locale viene rilevato dalla figlia del trattore, per mettere su una tripperia; per Lantier è un'altra occasione per vivere alle spalle di una donna.

 

8-Una pagina d'amore (Une page d'amour)

La storia si svolge nel 1854-1855. All'inizio del romanzo Hélène è ormai vedova da 18 mesi e vive in una villetta alla periferia di Parigi con la figlioletta ammalata e molto legata alla madre. Per evitare alla bambina ogni inquietudine Hélène conduce una vita isolata sacrificando con serenità la sua bellezza e la sua gioventù.

Ma una notte Hélène si sente male e in preda alla paura chiama un suo vicino di casa, il dottor Henri Deberle, perché la vada a curare. Quella stessa settimana, ormai guarita, Hélène va a ringraziare il Dottor Deberle e fa amicizia con sua moglie Juliette e la sua cerchia di amici, tra cui il signor Malignon, un uomo bello e ricco, particolarmente ben visto nella società femminile.

Deberle si innamora di Hèlène che all'inizio cerca di resistere alla passione e rifiuta ogni incontro ma un caso fortuito vuole che i due s'incontrino. Purtroppo la bambina di Hélène, che fin dall'inizio aveva dimostrato una incontrollabile gelosia nei confronti di Deberle, per aspettare il ritorno della mamma si espone a lungo al freddo e, ammalatasi, muore.

Hèléne, colpita dai rimorsi, rinuncia quindi all'amore per Deberlene e qualche anno dopo ricomincia la sua vita incolore accanto ad un uomo, bravo e onesto, propostole da un abate amico di famiglia.

 

9-Nanà

Nanà, cioè la ragazza di tutti, viene dal basso, e cerca in tutti i modi “rispetto” nella società parigina. Figlia di Gervaise e Copeau, i protagonisti de L'Assommoir, è sfuggita al disastro economico dei genitori. Riscuote un grandissimo successo a teatro, pur non sapendo né cantare né recitare. Ma smetterà presto di fare l’attrice per dedicarsi alla sistematica dilapidazione del patrimonio di tutti i suoi amanti. È incapace di amare, anche il suo figlioletto Luigino, che comunque muore di vaiolo a soli tre anni, e odia e disprezza tutti i suoi amanti. È causa di suicidi, di divisioni, di arresti e sembra far “marcire” tutto quello che tocca. Alla fine marcirà anche lei, sfigurata dal vaiolo, e morirà in una camera d’albergo mentre fuori esplode lo sciovinismo dei parigini per la guerra dichiarata alla Prussia.

 

10-Quel che bolle in pentola (1882, in orig. Pot-Bouille) è il decimo volume de I Rougon-Macquart di Émile Zola.

Più che di trama, bisognerebbe parlare di una visita dettagliata di ogni appartamento di un palazzo di rue de Choiseul, dove abitano personaggi presi da meschinità e vizi più o meno nascosti. Octave Mouret (già apparso in La conquista di Plassans) ha 22 anni ed è ospitato in casa dai Campardon. Altre famiglie sono i Duveyrier (odiati da tutti e misteriosi), i Josserand, i Vabre (la cui moglie Berthe è figlia dei precedenti e si è sposata per sfuggire alle imposizioni della madre Eleanor) e i Pichon.

 Il giovane Octave trova lavoro come venditore in un negozio della zona, dove corteggia la moglie del figlio del proprietario, Valérie Vabre, considerata da tutti un'isterica, che lo rifiuta. Poi passa a corteggiare Caroline Deleuze, moglie del proprio capo, Charles Hédouin, e infine diviene l'amante di Marie Pichon, sua vicina annoiata a proposito della quale si suggerisce possa essere il padre della seconda dei suoi tre figli. Ma le sue storie "parigine" non terminano qui e Octave ha anche una relazione amorosa con Berthe (moglie di Auguste Vabre, il cui matrimonio è solo di facciata).

Tutte queste vicende sono spiate da Gasparine, nemica di Caroline e ospite appunto di Berthe. Alla fine del romanzo Octave sposa Caroline, nel frattempo divenuta vedova, e diventa proprietario del negozio (il cui sviluppo da piccolo negozio in grande magazzino si trova in Al paradiso delle signore).

 

11-Al paradiso delle signore (Au bonheur des dames)

 

La protagonista del romanzo è una giovinetta di nome Denise che dopo l'improvvisa morte dei genitori, negozianti, ha dovuto abbandonare Valognes, sua città natale, e trasferirsi a Parigi con i fratelli più piccoli, Jean e Joseph, fidandosi dello zio Baudu, un mercante che sostiene di aver trovato nella capitale francese la fortuna.

Presto però si accorge che lo zio è sull'orlo della rovina come tanti altri mercanti del quartiere che sono stati spiazzati dalla concorrenza fatta dallo spregiudicato Octave Mouret che ha aperto un grande e moderno magazzino.

Octave Mouret, che è un grande conquistatore e anche conoscitore dell'animo femminile, riesce a sfruttare due sue amanti per ottenere azioni e alleati anche se poi, con grande cinismo, le abbandona quando costoro non servono più.

Denise, con grande dispiacere dello zio, pur di lavorare è costretta a farsi assumere come commessa al magazzino "Al paradiso delle signore" dove, grazie alla sua grazia e fierezza, conquista l'ammirazione degli uomini e l'odio delle donne ma continua a combattere con coraggio per sé e per i suoi fratelli.

Il pericolo maggiore per Denise è però la natura dei suoi sentimenti. Infatti ella si sente attratta fin dall'inizio da Mouret che, a sua volta, è rimasto attirato dalla grazia scontrosa ma determinata della ragazza. Ma quando Mouret le si rivolge avanzando proposte, Denise trova la forza per allontanarlo perché non sopporterebbe di essere per lui solamente un'avventura.

Octave, che soffre per questo rifiuto, cambia il suo abituale atteggiamento e appare più ingentilito. Denise intanto riesce ad affermarsi sempre di più nell'azienda fino a raggiungere un posto rilevante. Octave, che l'ama e l'ammira, si dichiara ancora una volta e dopo una tormentosa lotta i due si sposano felicemente.

 

12-La gioia di vivere (La joie de vivre)

 

La vicenda del romanzo ha inizio nel 1863 e copre l'arco di dieci anni. Pauline, alla morte dei genitori, va a vivere con i Chanteaus, parenti da parte di suo padre, nel borgo marinaro di Bonneville a circa 10 chilometri da Arromanches-les-Bains in Normandia.

Zola contrappone l'ottimismo di Pauline e la sua serenità d'animo con la malattia, il risentimento e la depressione prevalenti nella famiglia Chanteau. In particolare il figlio diciannovenne Lazare, uno studioso degli scritti di Schopenhauer, è convinto della futilità della vita e intriso di pessimismo e nichilismo che egli cerca di esprimere in un incompiuta opera dal titolo "Symphony of Sorrow".

Nel corso di diversi anni una serie di rovesci finanziari costringe Mme. Chanteaus a "prendere in prestito" denaro dalla successione di Pauline. Lazare investe in una fabbrica per estrarre minerali dalle alghe e il suo progetto di costruire una serie di pontili e dighe per proteggere Bonneville dalle onde batteriche - e il successivo fallimento di entrambe le imprese - ridurranno ancora di più la fortuna di Pauline. Attraverso tutte queste vicende, Pauline mantiene però la sua visione ottimistica verso la vita e l'amore per Lazare e per i suoi genitori. Alla fine l'amore si estende a tutta la città poiché Pauline fornisce denaro, cibo e sostegno ai poveri di Bonneville, nonostante la loro evidente avidità e degenerazione. A poco a poco in Mme. Chanteau cresce il risentimento verso Pauline che viene accusata di essere avara, ingrata, egoista e di essere la sfortuna della famiglia. Anche sul letto di morte Mme. Chanteau non è in grado di superare il suo risentimento e accusa Pauline di volerla avvelenare quando lei tenta di curarla.

Pur essendo Lazare e Pauline sentimentalmente ma tacitamente impegnati, Pauline lo lascia libero in modo che egli possa sposare Thibaudier Louise, figlia di un ricco banchiere che sta trascorrendo le sue vacanze con la famiglia Chanteaus. Il loro matrimonio risulterà però essere infelice e il comportamento ossessivo- compulsivo di Lazare raggiunge l'apice ed egli è sempre più preso dalla paura della morte.

L'incapacità di Lazare di mantenere un lavoro subordinato e la sua evidente apatia aumenta l'infelicità del matrimonio. Louise dà alla luce un bambino apparentemente morto, ma Pauline riesce a salvargli la vita immettendo, bocca a bocca, aria nei suoi polmoni.

Il romanzo si conclude 18 mesi più tardi quando ormai il piccolo Paul sta crescendo in buona salute mentre tra Louise e Lazare cresce ancor più la tensione e Bonneville viene completamente distrutta dalle onde.

 

Il suicidio di un servo di famiglia porta il romanzo a una stretta, con M. Chanteau che, distrutto dalla gotta e in agonia, inveisce contro il suicidio e loda le gioie inerenti alla lotta in corso per la vita di fronte alla tristezza e all'infelicità.

 

13-Germinale (titolo originale Germinal)

 

Figlio di Gervaise Macquart e del suo amante Lantier, il giovane Étienne Lantier è stato allontanato dal lavoro per aver schiaffeggiato il suo capo. Disoccupato e in piena crisi industriale, decide di partire per il Nord alla ricerca di un nuovo impiego. Viene assunto alle miniere di Montsou, dove scopre le spaventose condizioni di lavoro dei minatori.

Étienne conosce una famiglia di minatori, i Maheu, e si innamora della giovane Catherine; quest'ultima è promessa ad un rude operaio, Chaval, e sebbene la ragazza sembri interessata ad Étienne, mantiene nei suoi confronti uno strano comportamento. Chaval geloso di Étienne e temendo che la ragazza preferisca a lui il nuovo arrivato, fa in modo di costringere la giovane al matrimonio riparatore, abusando di lei.

Étienne riesce ad integrarsi rapidamente nel popolo dei minatori, ed è sconvolto dalle condizioni di vita e dall'ingiustizia che regna in quel luogo. Comincia assai rapidamente a diffondere idee rivoluzionarie. Quando la compagnia mineraria, a causa della crisi economica, decreta una riduzione dei salari, Etienne spinge i minatori a scioperare; riesce a vincere la diffidenza e la rassegnazione e condivide con loro il suo sogno di una società più giusta, il personaggio di Lantier potrebbe essersi ispirato al sindacalista Emile Basly.

Quando scatta lo sciopero, la compagnia mineraria assume una posizione molto rigida e rifiuta ogni trattativa. Affamati da settimane di lotta, i minatori intensificano la lotta: rompono i macchinari e le installazioni minerarie, e aggrediscono alcuni esponenti della borghesia. L'esercito sopraggiunge per ristabilire l'ordine, ma lo sciopero continua. Molti minatori sfidano i soldati, che iniziano a sparare sui manifestanti: Maheu, l'operaio presso il quale Lantier abitava, viene ucciso.

Lo sciopero è un fallimento, e i minatori si rassegnano a riprendere il lavoro. Souvarine, un operaio anarchico, sabota la miniera. Nell'incidente muoiono molti minatori, mentre Étienne, Catherine e Chaval rimangono bloccati nelle gallerie. Chaval provoca Étienne, e quest'ultimo lo uccide e può finalmente diventare il compagno di Catherine, ma Catherine muore poco dopo aver trovato l'amore. Étienne esce vivo dall'inferno della miniera, e decide di tornare a Parigi.

Anche se la rivolta è fallita, Étienne continua a credere nella causa della lotta degli operai contro le disuguaglianze, ed è persuaso che un giorno riusciranno ad eliminare l'ingiustizia.

 

 

14-L'Opera (titolo originale L'Œuvre, tradotto in italiano anche con i titoli Vita d'artista o Il capolavoro)

il  protagonista è Claude Lantier, un pittore "maledetto" già apparso in altri due romanzi del ciclo: Il ventre di Parigi e L'ammazzatoio, figlio di Gervaise Macquart, assieme ad altri pittori e scultori, si batte per imporre una nuova forma d'arte, ben lontana dai canoni neoclassici che all'epoca riscuotono il favore dei galleristi e delle grandi esposizioni ufficiali. Sebbene alcuni dei suoi compagni riescano alla fine ad imporsi, Lantier passa di sconfitta in sconfitta, rimanendo incompreso dal pubblico e spesso anche dai suoi stessi amici.

Nel romanzo si intrecciano anche storie d'amore e di amicizia. Claude Lantier incontra infatti in una sera piovosa una giovane donna, Christine, destinata a diventare compagna della sua vita. La coppia si trasferisce in campagna ed ha un figlio che però, affetto da idrocefalo, muore all'età di dodici anni.

Nel frattempo, la coppia è tornata a vivere a Parigi, dove Claude ritrova i suoi amici ma anche la chiara sensazione della sua sconfitta. Finisce per staccarsi dalla sua compagna e per passare gran parte del suo tempo in un grande capannone dove ha iniziato a dipingere un'opera gigantesca, Plen Air, che lascerà incompiuta impiccandosi di fronte ad essa.

 

15-La terra (La terre)

 

"La terra" descrive la disintegrazione di una famiglia di lavoratori agricoli durante il Secondo Impero francese, negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra franco-prussiana del 1870 ed offre una vivida descrizione delle difficoltà e della brutalità della vita rurale nel tardo XIX secolo.

La vicenda si svolge a Rognes, città di Beauce negli ultimi anni del Secondo Impero. Il protagonista è Jean Macquart, figlio di Antoine Macquart e di Joséphine Gévaudan, uno dei pochi membri del ramo Macquart libero da ogni tara. Jean lo troviamo già nel romanzo La fortuna dei Rougon dove viene raccontata la sua infanzia e poi nella Disfatta e ancora nel Dottor Pascal.

Jean, un lavoratore agricolo è giunto a Rognes, dove lavora come operaio giornaliero. Egli comincia a corteggiare una ragazza locale, Françoise Mouche, che vive nel villaggio con la sorella Lise che è sposata con Buteau, un giovane del villaggio che è attratto da entrambe le sorelle. Il padre di Buteau, l'anziano agricoltore Fouan, ha deciso di firmare un contratto noto come "gift between living people" ("dono tra persone viventi"), con cui i suoi tre figli, Fanny Delhomme (sposata con un rispettato agricoltore), Hyacinthe (un bracconiere perdigiorno detto "Gesù Cristo" ) e Buteau, erediteranno prima della morte del padre con l'impegno di pagare in cambio una pensione ai loro genitori. I beni sono ripartiti in misura accuratamente uguale tra i tre figli come detta il codice civile del 1804. Non appena il contratto è firmato, Buteau comincia però a risentire della pensione e rapidamente si rifiuta di pagare. Buteau intanto inizia una campagna di avances sessuali nei confronti di Françoise, sorella di Lise, che cerca di respingerlo.

Nel frattempo Françoise e Jean si sono sposati e Françoise non può più rimanere sotto lo stesso tetto dove vive anche Buteau, le cui profferte sessuali sono sempre più persistenti e Lise, gelosa di Françoise, l'accusa di comportarsi in modo volutamente provocatorio. Françoise, che ora è incinta di un figlio di Jean, decide di andarsene ma chiede a Buteau e a Lise la sua parte di casa, cosa che la coppia non può permettersi di fare. La situazione peggiora fino a quando, in una scena scioccante, Buteau e Lise aggrediscono Françoise mentre è sola in un campo al momento del raccolto. Lise trattiene la sorella mentre Buteau la violenta e poi la spinge su una falce, ferendola nel ventre e uccidendo il bambino non ancora nato.

Dopo il crimine commesso i due fuggono dalla scena. Quando Françoise viene trovata in fin di vita è ancora cosciente e per orgoglio nei confronti della famiglia si rifiuta di fare il nome di Lise e Buteau e, dopo aver sostenuto che il suo infortunio è stato il risultato di un incidente, muore poco dopo.

Intanto i due avidi Buteau e Lise, tornati a casa, iniziano a rivolgere la loro attenzione a Fouan, la cui ostinazione a rimanere in vita è diventata per loro motivo di grave difficoltà finanziaria. Una notte, mentre Fouan è addormentato, rubano nella sua camera da letto e tentano di soffocarlo ma, constatato che è ancora vivo, gli danno fuoco organizzando la scena per farla apparire un incidente (la loro storia è accettata dalla comunità locale). Buteau e Lise rifiutano intanto di pagare a Jean i soldi della quote di Françoise per la casa di famiglia come sarebbe il suo pieno diritto.

Inorridito dai sospetti per quanto riguarda sia la morte di sua moglie e di Fouan e per la crudeltà di coloro che lo circondano, Jean ritorna al suo errare, e lascia la regione per il bene. Mentre se ne va passa davanti ai tumuli appena scavati di Françoise e Fouan e il grano maturo nei campi di raccolta.

 

16-Il sogno (Le Rêve)

 

Zola affronta in questo romanzo il tema della religione, ma in modo meno violento e polemico di quanto abbia fatto nei romanzi "La conquista di Plassans" o in "La colpa dell'abate Mouret".

Questa volta egli è interessato alla fede popolare e alla rinascita del misticismo nella società francese della seconda metà del secolo diciannovesimo.

La storia si svolge in Piccardia, in una città chiamata Beaumont

Una notte di Natale, Angelique decide di fuggire dai Rabier e viene trovata da due ricamatori, gli Hubert, appoggiata ad un pilastro della cattedrale di Beaumont. Questa famiglia è molto religiosa e vive in una piccola casa adiacente alla cattedrale.

Angelique, che diventa presto la pupilla delle Hubert, si dimostra molto interessata al lavoro dei coniugi, pone loro molte domande in materia

Ella si identifica con i martiri e sogna di avere il loro stesso destino glorioso e, guardando attraverso la finestra, aspetta l'apparizione di chi cambierà la sua vita. Questa apparizione appare finalmente sotto l'aspetto di un giovane uomo affascinante, Felicien, pittore di vetro che ella identifica con San Giorgio.

L'amore nasce tra di loro, ma le loro famiglie si oppongono al loro matrimonio: la madre adottiva che si è sposata nonostante il divieto di sua madre e crede di aver ricevuto come punizione il fatto di non poter avere figli,

Infine, quando Angelique si è ormai consumata lentamente a causa del divieto, le due famiglie acconsentono al matrimonio ma Angelique muore fuori dalla chiesa dopo aver dato a Felicien il suo primo e ultimo bacio.

 

 

17-La bestia umana (titolo originale La Bête humaine)

Ennesimo capitolo del ciclo dei "Rougon-Macquart" che descrive eventi, ideali, sentimenti, speranze, illusioni, vizi e virtù della Francia nella seconda metà dell'Ottocento oppure come scrisse lo stesso Zola nella prefazione al primo volume La fortune des Rougon, un'epoca eccezionale di follia e vergogna, quella particolare del secondo impero di Napoleone III. È anche un'opera dove ci sono più omicidi, morti, suicidi, catastrofi ferroviarie, ma che allo stesso tempo descrive in dettaglio la vita quotidiana di diversi impiegati di tutti livelli delle ferrovie.

Ambientato tra Parigi e Le Havre, è un romanzo tipico del Naturalismo e del XIX secolo dall'atmosfera particolarmente pessimista e nera. Émile Zola è uno degli scrittori, come Maupassant, più coinvolti nel movimento naturalista, che si oppone al romantismo e vuole descrivere la verità com'è anche se triste o squallida. Sul suggestivo sfondo del mondo stregato della ferrovia, vengono esposte tematiche come quella dell'alcolismo e della follia omicida.

 

Inizialmente era anche disegnato come romanzo che doveva descrivere i legami "incestuosi" tra potere e giudici, particolarmente quelli obbedienti che preferiscono lasciare le verità nascoste, se possibilmente pericolose all'ordine costituito. Infine, il romanzo mescolerà l'universo dei giudici e delle ferrovie, come Germinal sarà il simbolo della miniere o Nanà, quello dello spettacolo e delle prostitute.

La ferrovia, la locomotiva, sono viste nel ruolo di macchinari di genere femminile e questa associazione ricorda le chimere della mitologia classica, per la voracità con la quale macinano metri su metri e per il calore esplosivo che emanano dal basso ventre. La ferrovia era anche un simbolo di progresso e modernismo.

Zola, durante la compilazione dell'opera, effettuò la tratta da Parigi a Mantes-la-Jolie sulla bruciante e scomoda locomotiva, assieme al macchinista e al fuochista. Ma l'autore era già legato ai treni, dato che il padre ingegnere aveva realizzato una delle prime linee ferroviarie e la passione per i treni divenne costante nella vita dell'autore, che dalla sua terrazza, si divertì a fotografare innumerevoli treni in transito nel vicino binario.

È un'opera inquietante, terribilmente pagana, un'epica perfettamente riuscita, come affermò Gilles Deleuze in una sua critica letteraria, nella quale il protagonista, il treno, trascende anche il ruolo di testimone e di censore, per assurgere a quello di agente, e come tale regge il carico di simbolo nella storia.

 

18-Il denaro (traduzione italiana del titolo originale francese L'Argent)

 

La vicenda è ispirata alla parabola del banchiere Paul Eugène Bontoux e dell'Union Générale, una banca d'affari fallita nel 1882, il libro, ambientato nella Parigi imperiale di Napoleone III, narra le vicende di una grande speculazione finanziaria architettata da Aristide Saccard.

Saccard, assieme a Madame Caroline e al fratello Hamelin (un vulcanico ingegnere pieno d’idee), sognano e realizzano il grandioso progetto di realizzare la Banca universale, che servendosi dei soldi di molti risparmiatori della borghesia dell’epoca, opera alcuni progetti nel Medio Oriente infervorato della costruzione del Canale di Suez.

Il romanzo descrive una Parigi molto dinamica, siamo nell’anno dell’Esposizione universale, la Borsa parigina è tra le più importanti del mondo moderno e qui Saccard assieme ai suoi soci trova terreno fertile per realizzare il suo sogno, perché come dice Maxime, il figlio di Saccard, lui non ama il denaro come un avaro, non vuole ammucchiarlo, ma lo vuole far scaturire come una sorgente, da ogni luogo. Non a caso la sede della Banca universale da lui realizzata, la pensa e la realizza come un palazzo principesco. L'eccesso speculativo porterà all'inevitabile distruzione del sogno, trascinando con sé tutti quelli che in Saccard avevano creduto. Tuttavia esso sfuggirà dal castigo, grazie alla sua sfrenata immaginazione ed esiliato in Olanda si rimette a trafficare. Nel finale soltanto madame Caroline uscirà dalla distruzione come rigenerata, come l’aria stranamente mite di una primavera parigina.

 

 

19- La disfatta (La Débâcle)

 

La storia è ambientata sullo sfondo di una serie di eventi politici e militari che ha posto fine al regno di Napoleone III e al Secondo Impero nel 1870, in particolare la guerra franco-prussiana, la battaglia di Sedan e la Comune di Parigi. Il romanzo inizia nell'estate del 1870 quando, dopo gravi tensioni diplomatiche, la Francia dichiara guerra alla Prussia (il nucleo della Germania, che stava allora emergendo come una nazione formata da una serie di città diverse, regioni e principati). I francesi speravano di ottenere una rapida vittoria militare da parte dei loro eserciti in marcia verso est diretti a Berlino. Invece l'esercito prussiano, attraversato il Reno prima dei francesi, li sconfigge riuscendo così a penetrare ulteriormente in Francia.

Il romanzo è il più lungo della serie dei Rougon-Macquart. Il suo protagonista è Jean Macquart, un agricoltore che dopo aver perso la moglie e la terra (i cui eventi sono descritti nel romanzo La terra), si è unito all'esercito per la campagna del 1870. Il tema principale è la brutalità della guerra per il soldato comune e per la popolazione civile in quanto viene colpita dalle perdite di familiari e amici e dalle difficoltà economiche.

 

 

Nella prima parte del romanzo il corpo dell'esercito francese, del quale Jean Macquart è caporale, si sposta verso la parte meridionale della valle del Reno, ma ritiratosi a Belfort fa ritorno a Parigi e poi a Reims, senza combattere come reazione alla notizia della sconfitta di un altro corpo d'armata nella regione dell'Alsazia, muovendo poi verso ovest attraverso le montagne dei Vosgi.

La demoralizzazione crescente e la stanchezza dei soldati francesi, in quanto sono comandati ad andare avanti e indietro e a manovre irrilevanti, è acutamente descritta dall'autore.

Diventa intanto evidente la crescente disorganizzazione dell'esercito che non è in grado di portare aiuti alimentari e attrezzature necessarie. Il corpo d'armata di Jean viene poi trasferito a Reims da cui si suppone di dover marciare in seguito verso la città orientale francese di Metz dove un altro esercito francese è assediato dai prussiani.

Per reazione alle pressioni e ai movimenti da parte dei prussiani, la marcia si discosta dal suo obiettivo iniziale andando verso nord e l'esercito francese finisce nelle vicinanze della città di Sedan, nella valle del fiume Mosa, vicino al confine belga.

Nel frattempo Jean stringe amicizia con Maurice, un soldato che ha una sorella, Henriette, che vive a Sedan.

La seconda parte descrive la battaglia di Sedan durante la quale l'esercito prussiano riesce a circondare la città e, spostando la sua artiglieria sulle colline che la circondano, intrappola i francesi nella valle in una situazione disperata.

Nella battaglia che ne segue l'esercito francese cerca di rompere l'accerchiamento senza successo: l'autore descrive la battaglia come è stata vissuta dai protagonisti del romanzo, in particolare da Jean, Maurice, Henriette e Weiss, suo marito, un civile che muore per difendere la sua casa contro i prussiani che avevano invaso il suo villaggio.

La battaglia si conclude con l'esercito francese che, ricacciato a Sedan, si deve arrendere al prussiani che minacciano di distruggere la città con i suoi abitanti, sia civili che militari, mediante l'artiglieria.

L'imperatore e l'esercito francese diventano prigionieri di guerra a Sedan.

Nella terza parte del romanzo l'esercito francese è tenuto prigioniero per una settimana, dopo di che si mette in marcia per la Germania. Intanto Jean e Maurice riescono a fuggire. Jean è ferito durante la fuga e finisce nelle vicinanze di Sedan, dove viene nascosto da Henriette che si occupa anche delle sue cure mediche fino all'inverno e alla sua guarigione.

Dopo qualche tempo Maurice si sposta a Parigi che durante l'inverno e all'inizio della primavera del 1871 viene circondata dai prussiani.

Nella primavera del 1871 Jean raggiunge l'esercito francese al servizio di un nuovo governo che ha negoziato un armistizio con i prussiani. Intanto si svolge a Parigi una rivolta popolare alimentata dall'umiliazione dell'armistizio.

Il governo francese riesce a frenare la rivolta, durante la quale Maurice, che combatte dalla parte degli insorti, è ferito mortalmente da Jean.

Il romanzo si chiude con i tre personaggi principali: Jean, il moribondo Maurizio e sua sorella Henriette che si era recata a Parigi dopo aver perso il contatto con il fratello per più di due mesi.

 

20- Il dottor Pascal (Le docteur Pascal)

 

Il dottor Pascal, figlio di Pierre Rougon e di Felicité Paech, vive semplicemente in una casa di campagna nella cittadina natale di Plassans con la fedele serva Martine e la nipote Clotilde figlia del fratello Aristide. Egli si dedica allo studio delle leggi sull'ereditarietà dei suoi familiari, estraneo a quello che è l'ambiente della sua famiglia e anche ai contrasti con i Macquart. Non manca di beneficiare i poveri e, assistito dalla nipote, trascorre il suo tempo dedicandosi allo studio del sistema nervoso.

Clotilde intanto è diventata grande e, attratta dal lavoro allo zio che le spiega l'importanza delle leggi bio-psicologiche e che stima, si lega sempre di più a lui con un affetto non solo di tipo parentale e, pur essendo promessa sposa al dottor Ramond discepolo di Pascal, ella rifiuta il matrimonio per legarsi ardentemente allo zio del quale ne diventa l'amante suscitando così grande scandalo.

Clotilde, che è molto interessata agli studi di Pascal, ascolta con attenzione e grande coinvolgimento le spiegazioni sulla complessità della sua opera. Si tratta ormai di un completo albero genealogico dei Rougon-Macquart che Pascal tiene continuamente aggiornato con ogni dettaglio ed evoluzione dei membri delle due famiglie.

Intanto i pronostici che erano stati fatti all'inizio del lavoro basati su deduzioni di carattere scientifico si stanno attuando e si sta per concludere la storia di cinque generazioni. Adelaïde Fouquet, colei aveva dato origine alla duplice stirpe, muore dopo anni di follia, il giovane nipote Charles muore per una emorragia e il padre Maxime, fratello di Clotilde, giunge alla sua fine consumato da un male incurabile, mentre l'alcolizzato Antoine Macquart, figlio di Adelaïde e del suo amante muore tra pene atroci per una combustione creatasi spontaneamente.

Mentre Clotilde si trova a Parigi per assistere il fratello in punto di morte, il dottor Pascal, che era già ammalato, si aggrava e quando Clotilde accorre egli è già morto. Clotilde è comunque serena perché sa di portare nel grembo il bambino dell'amante che alleverà nella casa di Plassans dove è vissuta.




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asini

diario 1/4/2014

Erano gli anni cinquanta quando lo psichiatra Boris Levinson, che lavorava soprattutto con i bambini, si accorse che la presenza di un animale all’interno del suo studio facilitava le terapie che proponeva ai suoi piccoli pazienti.

I contatti che si instaurano tra l’animale e il paziente accelerano e facilitano:

- i rapporti con i terapeuti e le persone in generale

- contribuiscono a rendere la situazione meno stressante

- facilitano il movimento fisico

- favoriscono il dialogo, la comunicazione e il contatto

- il recupero dell’autostima e del benessere psicologico

- l’integrazione con la società

- maggiore autosufficienza.

L’Asino è particolarmente idoneo in tutti gli Interventi Assistiti  per:

- le sue caratteristiche fisiche: profilo arrotondato, morbidezza, calore, organi sensoriali molto sviluppati

- le sue caratteristiche comportamentali: calma, tranquillità, mansuetudine, lentezza

-  per le sue caratteristiche di animale forte, dolce e mai aggressivo,

indipendente e collaborativo, coraggioso,  intelligente, paziente, empatico ed affettivo

- perché riporta al contatto con la natura, allontanando dallo stress  quotidiano  e dai rumori delle città, riscoprendo ritmi di vita più idonei al proprio equilibrio.

 

L’Onoterapia permette alle persone in difficoltà e/o con patologia di creare un legame affettivo-emozionale con l’Asino perché :

- è docile, intelligente, paziente, curioso, coraggioso, sensibile, empatico ed   affettivo

- è un animale sociale che ama vivere in compagnia di simili ma anche di noi specie umana

- ama prendersi cura dei sui amici tramite il grooming,  tante coccole e infinite dimostrazioni di affetto

- ama ricevere le nostre attenzioni ed il contatto fisico

- per le sue caratteristiche fisiche, il suo corpo  rotondeggiante, morbido;  le orecchie, gli occhi ed il  muso grandi e sproporzionati, simbolicamente rappresenta la mamma accogliente, calda e senza pregiudizi disposta a perdonarci qualsiasi cosa

-  è un animale riflessivo ed i suoi movimenti sono lenti e prevedibili

-  è adatto  a recuperare una comunicazione sincera,  semplice e profonda basata sulla spontaneità e sul gioco rispondendo attivamente alle sollecitazioni, spingendoci a riprendere fiducia in noi stessi

 




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cerchi magici

diario 24/3/2014

La storia del presunto legame tra vaccinazione trivalente e autismo – tornata attuale in Italia per via di un'inchiesta giudiziaria – si deve a una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent'anni La decisione della procura di Trani di aprire un’indagine sui possibili effetti del vaccino MPR contro morbillo, parotite (gli “orecchioni”) e rosolia sta facendo molto discutere, e ha suscitato una dura reazione della comunità scientifica in Italia. Le indagini sono state avviate in seguito alla denuncia di una coppia di genitori, secondo i quali i loro figli sono diventati autistici dopo la somministrazione del vaccino. Alla base della denuncia c’è un vecchio e fraudolento studio scientifico del 1998, da tempo smentito da tutte le più importanti organizzazioni sanitarie del mondo compresa l’OMS e ritirato dalla stessa rivista The Lancet, che lo aveva pubblicato alla fine degli anni Novanta. Il timore è che le nuove indagini possano portare a una riduzione dei vaccini in Italia contro parotite, rosolia e morbillo, malattia che può avere complicazioni molto gravi. Morbillo, parotite e rosolia Prima di arrivare al caso del 1998, considerato una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent’anni, è opportuno fare un breve ripasso sul vaccino MPR, il cosiddetto vaccino trivalente. La sua somministrazione serve per rendere immuni da tre malattie molto comuni nei primi anni di vita, che possono portare a complicazioni pericolose (se siete cintura nera di malanni che si prendono da piccoli potete passare oltre). - Morbillo: è una malattia infettiva del sistema respiratorio, è causata da un virus ed è altamente contagiosa. Si trasmette per via aerea e chi la contrae diventa contagioso circa tre giorni prima dei sintomi e fino a una settimana dopo la comparsa delle pustole rosse su buona parte del corpo (esantema). La malattia, oltre allo sfogo cutaneo, causa tosse, raffreddore e febbre alta, che di solito raggiunge picchi intorno ai 40 °C. Il morbillo può essere la causa di molte complicazioni, dalla polmonite alla encefalite (una pericolosa infezione che interessa il cervello e il resto del sistema nervoso centrale contenuto nella scatola cranica) passando per otiti di media entità. Nel 2012 secondo l’OMS ci sono state 122mila morti riconducibili al morbillo, circa 330 morti ogni giorno. L’ultima epidemia in Italia, registrata nel 2002, ha causato la morte di sei persone e ha portato a 15 casi di encefalite. - Parotite: è una malattia infettiva causata da un virus che si trasmette per via aerea e che interessa le parotidi, le grandi ghiandole che producono la saliva poste nel retrobocca sotto le orecchie (da qui il nome comune “orecchioni”). Passano circa due settimane dal momento del contagio alla comparsa dei primi sintomi, che sono di solito mal di testa, dolore e gonfiore al collo, febbre spesso molto alta. La malattia dura un paio di settimane e può portare a diverse complicazioni come danni all’udito, infiammazioni al pancreas e nei maschi ai testicoli (orchite), che se si verifica dopo la pubertà può essere causa di infertilità. - Rosolia: è una malattia infettiva causata da un virus e si manifesta dopo due settimane circa dall’infezione, che avviene per via aerea. È molto comune in età scolare e nella metà dei casi porta a febbre e alla comparsa dell’esantema. In un quarto dei casi circa le pustole non compaiono, e nel restante quarto la malattia non presenta particolari sintomi. Il virus può essere pericoloso per il feto durante il periodo della gravidanza, se la madre lo contrae. Per queste tre malattie non c’è cura: si possono solamente tenere sotto controllo i sintomi per evitare complicazioni e attendere che facciano il loro corso. Dopo averle contratte, di solito nei primi anni di vita, il sistema immunitario registra caratteristiche e trucchi usati dai virus per intrufolarsi nelle cellule dell’organismo e impara a fare in modo che non possa più succedere, sbarrando la strada a successive infezioni. Per farla breve, dopo avere fatto morbillo, rosolia e parotite da piccoli si diventa immuni per tutta la vita a queste malattie (salvo casi rarissimi di recidive: rarissimi sul serio). Vaccino MPR L’umanità è sopravvissuta per millenni a queste tre malattie e a molte altre senza i vaccini, ma ha dovuto fare i conti con tassi di mortalità infantile molto più alti degli attuali e con complicazioni invalidanti che hanno rovinato la vita a milioni di persone per lungo tempo. I vaccini servono per diventare immuni a una malattia senza che sia necessario contrarla in pieno, stare male e avere brutte sorprese. Semplificando, il vaccino consiste nell’iniettare una versione depotenziata delle cause della malattia, tale da non innescare l’infezione su larga scala, ma sufficiente perché il sistema immunitario impari a tenerla sotto controllo. Il vaccino per il morbillo fu reso disponibile all’inizio degli anni Sessanta e migliorato negli anni seguenti. I vaccini per parotite e rosolia furono resi disponibili tra il 1967 e il 1968. Fino dai primi anni di utilizzo, divenne evidente che fare una vaccinazione e il relativo richiamo per ogni singola malattia era poco conveniente, sia dal punto di vista economico sia da quello dei bambini, costretti a subire in pochi mesi almeno tre punture diverse e altre tre per il richiamo (ouch!). Nel 1971 fu introdotta la vaccinazione trivalente (MPR), per vaccinarsi in un colpo solo contro morbillo, parotite e rosolia. Il vaccino viene somministrato intorno all’anno di età e c’è poi da fare un richiamo intorno ai 5 – 6 anni, per essere certi di coprire anche la percentuale (piccola) di bambini che non si sono immunizzati con la prima iniezione. Decenni di vaccinazioni Per decenni il vaccino MPR è stato somministrato a milioni di bambini, sotto stretto controllo medico e senza problemi di rilievo, in decine di paesi in giro per il mondo. Verso la fine degli anni Ottanta ci furono alcune controversie per una versione del vaccino contro la parotite che portò alla sua sostituzione in diversi paesi per precauzione. Il “vecchio” vaccino, che in seguito si è dimostrato comunque sicuro, viene ancora utilizzato in diversi paesi in via di sviluppo perché è meno costoso da produrre e gli effetti positivi superano di gran lunga quelli collaterali, rari e di norma transitori. Come nasce la storia dell’autismo Nel febbraio del 1998, nel Regno Unito, l’allora medico Andrew Wakefield pubblicò su The Lancet, una delle più importanti riviste mediche al mondo, uno studio in cui si dava conto di dodici bambini che avrebbero sviluppato marcati disturbi del comportamento in seguito alla somministrazione del vaccino MPR. Nella ricerca, firmata da altri dodici ricercatori, si parlava di diversi sintomi legati a disturbi intestinali: una sindrome che fu chiamata da Wakefield “enterocolite autistica” e che in seguito si rivelò inesistente. Lo studio proponeva una correlazione tra i problemi intestinali rilevati e l’autismo, anche se non metteva esplicitamente in correlazione il vaccino MPR con l’autismo. Wakefield, tra le altre cose, propose di vaccinare i bambini con iniezioni per le singole malattie, evitando il vaccino trivalente. La notizia fu ripresa da diversi quotidiani britannici, mentre all’estero ebbe una minore copertura. In Italia, tra gli altri, se ne occupò il Corriere della Sera con un articolo breve in cui un pediatra raccomandava cautela, considerati i precedenti di altre campagne contro i vaccini. Tra il 2001 e il 2002 il caso montò molto in seguito alla pubblicazione di alcuni nuovi articoli da parte di Wakefield, per lo più realizzati usando dati già noti di altre ricerche. I media britannici diedero molto spazio a Wakefield e alle sue pubblicazioni, portando a un caso mediatico di grande portata, che tra le altre cose portarono alla stampa a chiedere all’allora premier Tony Blair se suo figlio Leo, autistico, avesse ricevuto il vaccino. Blair rifiutò di rispondere spiegando di volere tutelare la privacy del figlio: solo anni dopo sua moglie Cherie Blair confermò che al bambino era stato regolarmente somministrato il vaccino. Come raccontò anni dopo sul Guardian Ben Goldacre, autore del libro “Bad Science”, nel 2002 furono scritti 1.257 articoli sul tema del vaccino MPR e dell’autismo, nella maggior parte dei casi scritti da editorialisti, commentatori e più raramente da esperti e giornalisti scientifici. In quell’anno la fiducia verso il sistema sanitario britannico diminuì notevolmente e di conseguenza anche la percentuale di bambini vaccinati. Negli anni seguenti tutte le più importanti organizzazioni sanitarie del mondo dimostrarono, con dati concreti e su larga scala, l’assenza di un legame diretto tra vaccino MPR e autismo. L’inchiesta su Wakefield La contestata ricerca di Wakefield del 1998 fu sostanzialmente affossata insieme alla reputazione del medico nel febbraio del 2004, quando il giornale britannico The Sunday Times pubblicò un’inchiesta dove si dimostrava un conflitto d’interessi del ricercatore, che aveva ricevuto 55mila sterline da un gruppo di persone alla ricerca di prove sulla presunta dannosità del vaccino MPR per una causa legale da portare avanti. Wakefield si difese dicendo di avere ricevuto quel denaro per un’altra ricerca, ma a quel punto gli editori di The Lancet dissero chiaramente che l’autore dello studio avrebbe dovuto fare presente il suo conflitto d’interessi prima di proporre il suo lavoro per la pubblicazione. Altre inchieste negli anni seguenti accusarono Wakefield di avere falsato diversi dati e di averne omessi altri, per portare elementi a sostegno della sua tesi sull’autismo tra i bambini vaccinati. Il General Medical Council (GMC), che nel Regno Unito controlla la professione medica, avviò un’indagine contro Wakefield, accusandolo di avere agito “disonestamente e irresponsabilmente”, conducendo test non regolari e agendo sotto un grave conflitto d’interessi. In seguito agli sviluppi del caso, nel febbraio del 2010 The Lancet fece una cosa con pochi precedenti: ritirò completamente e integralmente lo studio che aveva pubblicato nel 1998 da tutti i suoi archivi. Nel 2012 con una sentenza dell’Alta Corte britannica, Wakefield fu radiato e gli fu vietato di proseguire la professione medica. Conseguenze Il caso Wakefield e il precedente con la sostituzione di uno dei componenti del vaccino MPR hanno avuto serie conseguenze in numerosi paesi, facendo nascere movimenti e organizzazioni che sono apertamente contro la trivalente e altri tipi di vaccinazioni. Questi gruppi sostengono le loro tesi partendo spesso dalla ricerca del 1998 di Wakefield e applicando la stessa logica ad altri tipi di vaccino. Un caso emblematico in questo senso è quello del Giappone, dove le preoccupazioni sul vaccino iniziarono nei primi anni Novanta, a causa di alcuni effetti collaterali causati da una prima versione del vaccino MPR (usata comunque ancora oggi in diversi paesi). Il vaccino MPR fu ritirato, offrendo al posto di un’unica vaccinazione la possibilità di vaccinare il proprio figlio separatamente per parotite, rosolia e morbillo. Le vaccinazioni per queste due ultime malattie non sono obbligatorie dal 1994 e per questo il Giappone è l’unico paese economicamente sviluppato con ricorrenti epidemie di morbillo. L’unico risvolto positivo, in termini di indagine scientifica, è che la mancanza di una trivalente in Giappone ha permesso di valutare l’incidenza dei casi di autismo in un paese sviluppato. Da quando il vaccino MPR è stato ritirato nel paese, il numero di casi di autismo è continuato a crescere in modo comparabile con quello dei paesi in cui si utilizza ancora la trivalente. È una delle dimostrazioni sulla mancanza di un legame diretto tra la malattia e le vaccinazioni. Negli Stati Uniti ci sono state diverse cause legali, portate avanti da gruppi e associazioni di genitori contrari alle vaccinazioni. Nella maggior parte dei casi i giudici si sono espressi contro l’accusa, per l’assenza di prove chiare e inconfutabili sul fatto che i vaccini causino l’autismo o altri tipi di malattie. Italia In Italia le uniche vaccinazioni obbligatorie per legge sono quelle contro la difterite, il tetano, la poliomielite e l’epatite virale di tipo B. Non esistono obblighi per altri tipi di vaccino perché negli anni l’approccio è cambiato e da obbligo si è passati a parlare di “diritto di ciascun bambino di essere protetto dalle malattie prevenibili mediante vaccino”. Alla base di questa impostazione c’è il diritto per il paziente di decidere se adottare o meno una terapia in autonomia dopo la consultazione con i medici. Chi decide di non procedere con la vaccinazione si assume però la responsabilità penale nei confronti delle persone che potrebbero essere contagiate. Il vaccino MPR non è obbligatorio, ma è altamente raccomandato dal ministero della Salute ed è somministrato gratuitamente a tutti i bambini. Tra ottobre 2010 e dicembre 2011 ci sono stati 5.568 casi di morbillo, con un’età media dei pazienti di 18 anni nella maggior parte dei casi non vaccinati o che avevano subito una vaccinazione senza il richiamo. In un caso su cinque ci sono state complicazioni dovute alla malattia. Un solo paziente è morto, ma aveva il sistema immunitario già compromesso quando ha contratto l’infezione. Dei 5.568 casi, circa 1.300 sono stati trattati in ospedale con costi sostenuti dalla sanità pubblica: molti ricoveri si sarebbero potuti evitare con una appropriata vaccinazione. La percentuale di persone vaccinate in Italia contro parotite, rosolia e morbillo è diminuita, seppure di poco, tra il 2010 e il 2012: dal 90,5 per cento si è passati all’89,2 per cento, con una riduzione di circa seimila vaccinazioni. I bambini interessati ogni anno dal calendario delle vaccinazioni sono circa mezzo milione. Sentenze E proprio nel marzo del 2012 fece molto discutere una sentenza del tribunale di Rimini che condannò il ministero della Salute a risarcire una coppia di genitori, che avevano fatto causa sostenendo che il loro figlio fosse diventato autistico in seguito alla somministrazione del vaccino trivalente. La sentenza fu basata in parte sulla ricerca di Wakefield del 1998, smentita e sbugiardata da studi e ricerche scientifiche negli anni seguenti. In seguito alla sentenza, il ministero della Salute ha fatto ricorso in appello. A luglio dello scorso anno il tribunale di Pesaro ha riconosciuto colpevole in primo grado il ministero della Salute per la morte di una bambina di sei mesi nel febbraio del 2003, in questo caso secondo il giudice per gli effetti collaterali del vaccino esavalente, quello obbligatorio per altre malattie (non c’è nessun legame con l’annosa vicenda del vaccino MPR). Rischi Le sentenze e la recente iniziativa giudiziaria della procura di Trani, spiegano i principali esperti e responsabili della sanità in Italia, potrebbero portare a un’ulteriore sfiducia nei confronti di uno strumento essenziale come le vaccinazioni per tenere sotto controllo le malattie infettive. Ci sono organizzazioni e gruppi contrari ai vaccini che promuovono campagne contro i vaccini, invitando i genitori non solo a rifiutare la trivalente (che come abbiamo visto è facoltativa), ma anche le vaccinazioni obbligatorie. In questi casi le ASL hanno l’obbligo di inviare al tribunale dei minorenni la documentazione per le mancate vaccinazioni, con la conseguente attivazione da parte dei servizi sociali. Da anni la Società Italiana di Pediatria (SIP) si batte contro le false informazioni e i miti sui presunti effetti collaterali dei vaccini legati all’autismo e ad altri tipi di malattie. Nel 2012 criticò duramente la sentenza del tribunale di Rimini ricordando che “sentenze come quella appena emanata rischiano di avere il solo risultato di far perdere fiducia in uno strumento preventivo fondamentale per la salute dei bambini e di tutta la popolazione, con conseguente ri-emergenza di malattie gravi e talora anche mortali, come il morbillo, inducendo peraltro nei genitori di bambini affetti da una seria patologia come l’autismo la falsa convinzione di aver trovato la ragione di tante sofferenze patite”.



permalink | inviato da albertolupi il 24/3/2014 alle 19:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Quali sono i 3 principi principali della dichiarazione d'indipendenza?

diario 15/3/2014

Domanda mal posta perché ci si può confondere tra i principi della dichiarazione ed i tre (che sono enumerati) tra i vari diritti inalienabili quindi facciamo un po' d'analisi del preambolo: that all men are created equal, che tutti gli uomini sono creati eguali, that they are endowed by their Creator with certain unalienable rights, che essi sono stati dotati di alcuni diritti inalienabili dal loro Creatore, Questo è il primo principio Quello che segue è una breve enumerazione di alcuni tra questi diritti: that among these are life, liberty and the pursuit of happiness, che tra questi diritti ci sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità, Secondo principio adesso: that to secure these rights, governments are instituted among men, deriving their just powers from the consent of the governed, che per assicurare questi diritti sono istituite tra gli uomini delle forme di governo che traggono il loro giusto potere dal consenso di coloro che sono governati, Ossia il governo esiste per assicurare al popolo l'esercizio dei suoi diritti e che bisona avere il consenso dei governati per potere definire il potere come «giusto» Ed adesso arriva la terza e definitiva mazzata: that whenever any form of government becomes destructive to these ends, it is the right of the people to alter or to abolish it and to institute new government, laying its foundation on such principles and organizing its powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their safety and happiness. Che ogniqualvolta una forma di governo diventa distruttiva di queste finalità è diritto del Popolo modificarla o abolirla ed istituire un nuovo governo, posando le sue fondamenta su tali principi ed organizzandone il potere nella forma che pare la migliore per realizzare la propria sicurezza e felicità. Il diritto del popolo di modificare il governo quand'esso non sia più in grado di favorire l'esercizio dei diritti, ma anche il diritto alla ribellione quando il potere sia sordo alle richieste di cambiamento.



permalink | inviato da albertolupi il 15/3/2014 alle 10:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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