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quattrogatti

canzonette, ancora a proposito di

diario 14/5/2012

Domanda: Perchè il sistema musicale tonale nel Novecento entrò in crisi? Cosa spinse Schönberg, Debussy etc. a cercare un nuovo sistema musicale che sostituisse il ben consolidato sistema tonale, che produsse inestimabili capolavori quali il Clavicembalo ben Temperato, le sinfonie di Beethoven o le sonate di Mozart? Perchè questa necessità di rompere con il passato, nonostante esso fosse stato tutt' altro che sterile?



"Ma chi l'ha detto? Ma dove sta scritto? Ma chi l'ha deciso? Ma chi l'ha stabilito?@ (Edoardo Bennato, allora, avete capito o no?).



Risposta: quelli della scuola di Francoforte (Adorno in testa). In realtà questa necessità di rompere con il passato esiste nella testa dei filosofi, degli intellettuali d'oggi, (idioti di domani, secondo de André) il pubblico se ne è infischiato alla grande. quello della Musica di Consumo, insomma quelli che ascoltano i Beatles e quelli che ascoltano ma Musica Colta.

All'arena di Verona Verdi fa sempre il pienone, Schönberg e tantissimi altri moderni hanno il deserto dei Tartari attorno. Stravinsky non fu mai atonale, o quasi.

Del Clavicembalo ben Temperato, delle sinfonie di Beethoven o di Mozart, solo per restare con gli autori di cui hai scritto ogni amante della musica ha spesso un paio d'edizioni, il War Requiem di Britten sta a prendere la polvere.



Tra l'altro ATONALITA' non piaceva nemmeno a Schönberg che usava il termine pantonalità nel suo "Manuale d'armonia", pubblicato a Vienna nel 1921.

Dopo di ché è ovvio che sempre chi opera nel campo artistico, cerca di esplorare concetti nuovi.

La cosa accade pure in campo scientifico. Ed è giusto altrimenti si srebbe ancora a costruire piramidi.

Il fatto è che il secolo passato, anzi già il XIX aveva questo ideale di "Épater la bourgeoisie" od "épater le bourgeois" quindi quel che era schoccante, fori dalle abitudine doveva essere giusto.

Ovviamente i ricconi dopo un paio di generazioni divennero i mecenati ed i rivoluzionari si dovettero accontentare di vivere di sovvenzioni.           



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sono solo canzonette

diario 11/5/2012

La musica medievale è quella musica composta nel Medioevo, e che non è Canto Gregoriano, abbiamo documentazione più o meno solo dall'undicesimo secolo, di seguito io escludo la musica religiosa e mi occupo solo di quella di consumo, le canzonette dell’epoca.
Ebolo II di Ventadorn, è ritenuto il creatore dell'ideale di vita cortese e caposcuola della tradizione trobadorica. Disgraziatamente della sua opera non è rimasto nulla. Restano invece opere di Marcabruno di Guascogna, Giraut de Bornelh, considerato da Dante fra i maggiori poeti provenzali, trait d’union tra Provenza Linguadoca ed Italia fu Raimbaut de Vaqueiras, uno dei più originali artisti del tempo svolse in Italia, alla corte di Bonifacio I di Monferrato la sua attività.
Folquet di Marsiglia: di padre genovese, morto nel 1231, fu autore di composizioni sino a quando preso da crisi mistica si mise ad ammazzare eretici, opera per la quale (ammazzare eretici, non fare musica) Dante lo mette in Paradiso.
In Italia il primo documento di cui abbiamo parole è musica è il Laudario di Cortona, la più antica collezione conosciuta di musica italiana in lingua volgare, nonché l'unica del XIII secolo.
Verso il finire del medioevo abbiamo personaggi quali Guillaume de Machaut oltr’alpe ed a casa nostra Marchetto da Padova e Francesco Landini. Di tutti costoro è possibile trovare in commercio delle registrazioni e forse sono pure in youtube. Anche i Carmina Burana esistono in versione originale, ben diversa da quella di Orff.
Spesso accanto alla domma angelicata la musica medioevale affianca immagini più semplici, ad esempio il verso che dice “mia cara matona urtar io so come monton”.

Ma il più simpatico tra tutti gli autori medioevali è Oswald von Wolkenstein personaggio a cavallo tra Italia e Germania, n acque in Val Pusteria nel 1377 e morì a Merano nel 1445: è stato un poeta un cantante e compositore, oltre che un uomo politico, un diplomatico e forse un guerriero.
Viaggiò in tutta Europa, fino in Georgia – che lui chiama un po’ esageratamente “arabia”, e entrò a far parte dell'Ordine del Dragone che aveva tra i suoi componenti Vlad III di Valacchia e Sigismondo di Lussemburgo, imperatore del Sacro Romano Impero.

La casa Armonia Mundi aveva anni fa un cofanetto di 6 CD, nemmeno troppo costoso.
Fuori da questi che sono i canzonettari di mille anni fa cìè poi il Maestro dei Maestri Perotino, ma lui componeva "cattedrali", non canzoni.




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Petrarca e Boccaccio

diario 4/3/2012

Petrarca, nonostante si considerasse soprattutto, come tutti gli eruditi del suo tempo, un autore di lingua latina, svolse un ruolo essenziale per lo sviluppo della poesia italiana in volgare. L'opera lirica di Petrarca, somma, infatti, in sé tutte le esperienze della poesia italiana, compiendo tuttavia una selezione dal punto di vista della e negli argomenti, escludendo dal canone tematico gli elementi goliardici e realistici, ed influenzò fortemente tutta la poesia a venire.

 
Nacque ad Arezzo il 20 luglio 1304, dal notaio ser Pietro di ser Parenzo di ser Garzo dell'Incisa (detto Ser Petracco, da cui il cognome del figliolo). Ser Petracco apparteneva alla fazione dei guelfi bianchi e fu amico di Dante Alighieri, esiliato da Firenze nel 1302 per motivi politici, legati all'arrivo di Carlo di Valois ed alle lotte tra guelfi bianchi e neri. La sentenza del 10 marzo 1302 con la quale Cante Gabrielli da Gubbio, podestà di Firenze, condannava Ser Petracco all'esilio, è la stessa con la quale a Dante Alighieri veniva ingiunto di seguire lo stesso fato.
 
A causa dell'esilio paterno, il giovane Francesco trascorse l'infanzia in varie città della Toscana. Ma già nel 1311 la famiglia si trasferì a Carpentras, vicino ad Avignone (Francia), dove Petracco sperava di ottenere incarichi presso la corte papale.
Il soggiorno francese fu enormemente formativo: Petrarca perfezionò le forme della tradizione lirica medievale, dai provenzali mutuò ad esempio la forma della sestina e ne rielaborò i modi poetici. Anche la raffigurazione della donna amata si inquadra nella tematica provenzale: Laura è una donna spiritualmente superiore, ma la sua figura non è palpitante di vita, non ha una vera realtà; i suoi tratti umani, i begli occhi, le trecce bionde, il dolce riso, si ripetono immutati e questa è la ragione per cui alcuni preferiscono i canti "in morte" (CCLXIV-CCCLXVI) di Madonna Laura a quelli in vita. In realtà il Petrarca compose il Canzoniere dopo il 1348, includendovi rime già composte sia per Laura, sia per altre donne. Tuttavia Laura (al secolo Laura de Noves 1310 - 1348) conosciuta ad Avignone costituisce il fulcro ideale intorno al quale si dispone la vita sentimentale del poeta. Petrarca associa il nome di Laura al lauro, simbolo della gloria poetica, ovvero della sua più grande aspirazione; e gioca sul nome Laura scambiandolo con l'aura (come nel sonetto Erano i capei d'oro a l'aura sparsi).
 
Dante e Petrarca vivono in contesti storico-politici differenti, e sono più o meno attivi all'interno della loro realtà sociale, fatto, questo, che condiziona in parte o totalmente le loro produzioni. Dante appartiene ad una realtà di tipo municipale, quella di Firenze, un comune al suo interno dilaniato da lotte civili e coinvolto in fenomeni di rilevanza sociale, quali ad esempio l'ascesa della nuova borghesia mercantile. Il poeta partecipa in prima persona e con entusiasmo ad un travagliato periodo storico, e rimane egli stesso vittima delle lotte del suo tempo, per le quali viene condannato ingiustamente all'esilio. Il suo ideale politico verte sulla necessità di una monarchia universale, su esempio dell'impero romano e sulla netta divisione dei poteri spirituale e temporale. Il contesto storico nel quale vive Petrarca risale, invece, all'epoca delle signorie e, sul piano politico, al definitivo crollo di istituzioni che nell'epoca precedente avevano costituito un valido punto di riferimento per l'uomo, lo Stato e la Chiesa. Mentre Dante è vincolato ad una dimensione comunale piuttosto chiusa e limitata e nutre idee di utopico universalismo, Petrarca sembra aprirsi ad una visione cosmopolita del mondo, che acquisisce svolgendo la professione di letterato “viaggatore”. Egli soggiorna in molteplici ambienti cortesi, conoscendo tante diverse realtà sociali, e viaggia alla ricerca di motivi esistenziali e di valori smarriti proprio nella storia e nella politica: è per questo che nutre una sorta di delusione verso quest'ultima e verso la tradizione medievale. Tale disagio lo spinge a rinvenire e a recuperare nella cultura classica principi e certezze esistenziali volti alla valorizzazione dell'essere uomo: il sentimento nazionalistico che esprime nella canzone “Italia mia” è, infatti, un appello alla riscoperta del valore e della superiorità della stirpe latina, eredità dell'Italia obliata sotto i torti subiti dall'orgoglio nazionale. Ma Petrarca si rivolge ai signori d'Italia e alle popolazioni della penisola come se fosse super partes, presentandosi come una guida, un giudice, e superando, in tal modo, i toni astiosi della polemica politica.
 
Di un decennio più giovane Boccaccio (1313 – 1375) è stato fra i maggiori narratori italiani e europei di sempre: con il suo Decameron, subito tradotto in molte lingue, diviene infatti conosciuto ed apprezzato a livello europeo, tanto da influire anche nella letteratura inglese, con Geoffrey Chaucer. Da alcuni studiosi è considerato il maggiore narratore europeo e ha avuto un ruolo egemone nel panorama letterario del XIV secolo. Il giovane inizia fin dall'età di sei anni ad apprendere, leggere e scrivere, dimostrandosi incline a questa attività, nell'adolescenza Boccaccio studia la letteratura classica, ma soprattutto quella latina. Boccaccio non ha un vero e proprio maestro che gli insegna la letteratura, ma si forma da solo, grazie alla sua immensa voglia di studiare e di sapere. Il padre cerca invano di deviare questa inclinazione letteraria verso la mercatura. Mentre Boccaccio inizia a far progressi e ad appropriarsi della lingua latina, il padre, deciso per il futuro del figlio, lo manda a Napoli perché segua l'apprendistato bancario presso il banco dei Bardi.
 
Dopo circa sei anni di fallimenti, nel 1331, all'età di diciott'anni, il padre decide di ripiegare sul diritto canonico, nella speranza che il figlio possa imparare una professione. Anche gli studi di diritto canonico non hanno buon esito. In questo periodo napoletano egli vive con i nobili nella corte di Napoli, caratterizzata da sfarzi e ricchezze, e vede in essi l'incarnazione dei valori e degli ideali cortesi. Il padre morirà durante la peste nel 1348, e trascorsi questi dodici anni nel tentativo di imparare un mestiere, Boccaccio può finalmente dedicarsi agli studi letterari sotto la guida di alcuni tra i più autorevoli eruditi del tempo, come il bibliotecario e mitologo Paolo da Perugia, l'astronomo Andalò del Negro e i diversi intellettuali della corte angioina.
Morto il padre, Boccaccio dovette provvedere all'amministrazione degli scarsi beni di famiglia; ma la fama del suo capolavoro indusse i concittadini ad affidargli ambascerie e missioni significative, come quella a Ravenna (1350), per consegnare a suor Beatrice, figlia di Dante, dieci fiorini d'oro a titolo di risarcimento dei danni subiti dagli Alighieri, o come quella a Padova (1351), per comunicare a Petrarca la revoca della condanna inflitta al padre. Nasceva in quest'occasione, tra Boccaccio e Petrarca, una calda amicizia, che si sarebbe rivelata preziosa quando il grande poeta aretino avrebbe persuaso lo scrittore, tormentato da una crisi spirituale provocata dal severo monito del certosino Pietro Petroni (1362), a non abbandonare gli studi, unico conforto della vecchiaia. Stimolato da Petrarca, Boccaccio aveva accolto in casa sua, nel biennio 1360-62, il grecista calabrese Leonzio Pilato, che tradusse per la prima volta in latino Omero: un avvenimento memorabile per la cultura italiana ed europea; e, come Petrarca, aveva preso gli ordini sacri minori, che gli garantirono una situazione economica meno precaria. Dopo un fallito tentativo di trasferimento a Napoli, B. si ritirò nella sua casa di Certaldo, che trasformò in un cenacolo di studi classici. Chiamato, nel 1373, a Firenze, per commentare pubblicamente la Divina Commedia nella chiesa di Santo Stefano di Badia, fu duramente attaccato dall'aristocrazia guelfa, che non gradiva la divulgazione del capolavoro dantesco.
Il capolavoro di Boccaccio è il Decameron, il libro narra di un gruppo di giovani (sette ragazze e tre ragazzi) che, durante l'epidemia di peste del 1348 (!), incontratisi nella chiesa di Santa Maria Novella, decidono di rifugiarsi sulle colline presso Firenze. Per due settimane, l'«onesta brigata» si intrattiene serenamente con passatempi vari, e in particolare raccontando a turno le novelle. L'opera presenta invece una grande varietà di temi, di ambienti, di personaggi e di toni; si possono individuare come centrali i temi della fortuna, dell'ingegno, della cortesia, dell'amore. Riguardo alle sue censure, nonostante fosse stato considerato un testo proibito (ciò fin dal 1559), con l'introduzione della stampa il capolavoro del Boccaccio divenne uno dei testi più stampati; intorno al Cinquecento il cardinale Pietro Bembo lo definì il modello perfetto per la prosa volgare.
 
Dal punto di vista stilistico, presenta un eccellente gioco di simmetrie nel quale rientrano per analogia alcune delle tematiche predilette dal Boccaccio, come per esempio l'amore, la beffa, la fortuna, le peripezie... I nomi scelti per i ragazzi non risultano nuovi, in quanto compaiono già nelle opere precedenti del Boccaccio o sono frutto di reminiscenze letterarie: Ellissa=Didone; Lauretta ricorda Petrarca. Il testo è indirizzato alle donne con l'intento di farle divertire, difatti i contesti principali del Decameron sono: natura, fortuna, amore, ingegno, intelligenza e beffa. Questo per rimediare alla Fortuna che ha concesso così tante distrazioni agli uomini (politica, commercio, caccia, gioco...) e alle donne nessuna distrazione contro le pene d'amore.
 
Dopo di loro ancora per un secolo la lingua italiana procedette col Boiardo e l’Ariosto sulla sua strada, ma già col Tasso il linguaggio si deteriora, almeno per noi “moderni” e si dovrà aspettare Manzoni, per avere di nuovo un italiano leggibile.



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ma il "Barone" è un romanzo di formazione?

diario 15/1/2012

Il romanzo di formazione (o Bildungsroman, in tedesco) è un genere letterario che guarda all'evoluzione del protagonista verso la maturità e l'età adulta, nonché alla sua origine storica allo scopo di promuoverne l'integrazione sociale, oggi per raccontarne emozioni, sentimenti, progetti, azioni viste nel loro nascere dal di dentro.

 

In Inghilterra, agli albori di quella che sarà la grande stagione del romanzo inglese, nel Settecento autori come Henry Fielding con “Tom Jones” e Samuel Richardson con “Pamela” narrano il cammino di un giovane, dalla crisi iniziale, attraverso svariate peripezie all'immancabile lieto fine. Si arriverà poi a Charles Dickens con David Copperfield, romanzo autobiografico del 1850, in cui descrive dolori paure e innamoramenti dell'infanzia che si concludono con un felice (vedi poi) inserimento sociale, con l'amore e la sconfitta dell'infingardaggine e dell'immoralità.

 

Strettamente parlando, però, il romanzo di formazione è un genere tipico della narrativa tedesca: il più noto documento è “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister” del 1796 di Johann Wolfgang Goethe, in cui il protagonista, un giovane borghese, viene iniziato alla vita e all'arte attraverso un viaggio che è sia materiale che spirituale attraverso l'Europa.

 

Il romanzo di formazione, sebbene quasi mai a lieto fine stavolta, fiorisce pure in Francia: Henri Beyle (Stendhal) nel 1830 inaugura il romanzo realistico con “Il rosso e il nero”, storia di un arrivista che alla fine delle sue esperienze – al momento d’essere ghigliottinato, per intenderci – tardivamente si rende conto che il suo vero io si era espresso nell'amore disinteressato; Gustave Flaubert nel 1869 con L'educazione sentimentale racconta il fallimento di una grande ambizione che sperava di potersi realizzare nella capitale parigina.

 

Secondo gli storici della letteratura i compiti fondamentali del romanzo di formazione dell'Ottocento erano precisi: tenere sotto controllo l'imprevedibilità del mutamento storico incardinandola nella rappresentazione della gioventù, mettere a fuoco la natura flessibile della «esperienza» moderna, rappresentare la socializzazione delle classi medie europee. Tale narrativa ha svolto una funzione pedagogica e moralistica che, dopo il conflitto mondiale, ha difficoltà ad esprimersi ancora perché esso ha mostrato l'insignificanza dell'esistenza individuale: la crisi del romanzo di formazione coincide con la messa in discussione della pedagogia e con l'affermarsi di un nuovo modo di narrare che, consiste nell'entrare nella testa dei personaggi e raccontarne l'agire dal di dentro. Si spiega così anche la scarsa saggistica sull'argomento. Non certo il successo del Giovane Holden.

In genere i romanzi di formazione italiani del dopoguerra sono ambientati nella guerra di liberazione o la fine del fascismo come di Italo Calvino - Il sentiero dei nidi di ragno, 1947;

Giorgio Bassani - Il giardino dei Finzi-Contini, 1962,; ed il migliore del ’68: Beppe Fenoglio - Il partigiano Johnny.

La migliore opera del "genere" se ci si permette di stiracchiare però il termine resta a mio avviso "Nessuno torna indietro della De Cespedes:

Per quel che mi ricordo il Barone è solo una rottura di scatole, credo ignota al di fuori della scuola.

 




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Etruschi Romani (e come i secondi raccontarono balle)

diario 2/10/2011

La storia della Roma primitiva è intrinsecamente legata a quella degli Etruschi, molto più di quello che i romani furono mai disposti ad ammettere.
Sicuramente gli Etruschi non erano un popolo di stirpe indoeuropea, ed anche la loro lingua, sopravvissuta nelle iscrizioni, risulta ancora oggi in grandissima parte inviolata ed incomprensibile, per quanto il latino ne sia stato abbondantemente commistionato, perchè numerosi vocaboli - specie quelli del teatro primitivo, dell'arte e del commercio - hanno una chiara origine etrusca.

Gli Etruschi avevano una propria religione, che essi dicevano rivelata dal profeta Tages. Non differentemente da Roma, essi avevano adottato la monarchia come forma di governo ed il loro sovrano, il Lucumone, era affiancato dai membri dell'aristocrazia (vedi la coppia Re Senato in Roma). La civiltà etrusca ebbe vita abbastanza breve ed entrò in decadenza proprio mentre Roma cominciava ad espandersi ed a diventare potente. Le cause della decadenza del popolo etrusco possono essere fatte risalire alla pesante sconfitta subita a Cuma da parte dei Siracusani ( 474 a.C. ), che fu contemporanea all'arrivo dei Celti nella Pianura Padana ed infine proprio alla suddetta crescente potenza di Roma. Ma a quell'epoca gli Etruschi avevano la capacità costruttiva che ai romani mancava ed è per questo che l'influenza degli Etruschi sulla civiltà romana nascente fu davvero notevole: non solo gli ultimi due re - i due Tarquinii - avevano origine etrusca, ma essi detennero a lungo il predominio culturale a Roma, stanziandosi nel cosiddetto "quartiere etrusco", il vicus tuscus. All'ingegno di questo popolo (gli etruschi romani) si dovette la costruzione del foro e della cloaca massima.
Sotto la dinastia etrusca dei Tarquini furono intraprese grandi opere pubbliche, tra cui acquedotti, mura cittadine, sistemi fognari e immensi templi, come quello dedicato a Giove, Giunone e Minerva sul Campidoglio.
Tarquinio Prisco era un ricchissimo e noto abitante della città etrusca di Tarquinia, emigrato a Roma divenne il quinto re di Roma. Portò il numero dei senatori da 100 a 200. Servio Tullio permise l'ingresso in Senato anche ai nuovi ricchi, estendendone il numero dei membri a 300, e divise il popolo in 5 classi in base al censo. Al regno di Servio Tullio possiamo far risalire la distinzione che si affermò tra popolo - raccolto nei comizi centuriati - e plebe: mentre il popolo era l'insieme di tutti i cittadini che prendevano parte alle attività militari, la plebe era costituita dalla massa indistinta dei cittadini inabili alle armi e privi dei diritti politici.
Roma crebbe da essere uno sparso gruppo di villaggi di pastori e contadini ad essere una città proprio per l'intervento puntuale degli Etruschi, che erano divenuti consapevoli della posizione chiave della città: nel VI secolo a.C. i re di cui abbiamo accennato, appartenenti a una dinastia etrusca, lanciarono un programma di lavori che segnò la definitiva urbanizzazione della città. E la nascita della concorrenza. Se (ma la storia non si fa coi se) non fossero intervenute le altre due crisi accennate forse la storia "romana" sarebbe "etrusca".
Il periodo di grande prosperità per la città sotto l'influenza etrusca degli ultimi tre re è testimoniato anche dalle prime importanti opere pubbliche: il tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio (il più grande tempio etrusco a noi noto), l'influenza che la temporanea supremazia etrusca lasciò a Roma non è riconoscibile solo nelle forme architettoniche dei templi, ma soprattutto sta nell'introduzione del culto della Triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva) ripresa dagli dèi etruschi Uni, Menrva e Tinia, e poi riattata ai modelli ellenistici.
La costruzione della Cloaca Maxima, che permise la bonifica dell'area del Foro Romano e la sua prima pavimentazione, rendendolo il centro politico, religioso e amministrativo della città, un altro canale drenò Vallis Murcia e permise, sempre ad opera dei Tarquini, di costruire il primo edificio per spettacoli al Circo Massimo.

Roma non perse mai però la sua forte componente etnica e culturale latina, per questo, anche alla fine dell'età regia, non si può mai parlare di città etrusca a tutti gli effetti.

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Nazionalismi - imperialismi

diario 30/9/2011

Senza averne percorso l’arco storico discutere del nazionalismo del XX secolo non ha senso. Nazionalismo ed imperialismo non costituiscono uno dei tratti salienti della politica di “inizio 900”, questo lo credono solo i cretini che fanno i professori di storia. 

L’imperialismo (nel senso vero, non leninista, del temine) è un fenomeno che coinvolge principalmente Spagna e Portogallo all’inizio del ‘500 col “Trattato di Tordesillas” (1494) :1l trattato era inteso a risolvere la disputa che si era creata a seguito del ritorno di Cristoforo Colombo. Nel 1481, la Bolla papale Aeterni regis aveva garantito tutte le terre a sud delle Isole Canarie al Portogallo. Nel maggio 1493, Papa Alessandro VI (spagnolo di nascita) decretò nella Bolla Inter Caetera, che tutte le terre ad ovest di un meridiano a sole 100 leghe dalle Isole di Capo Verde, dovevano appartenere alla Spagna, mentre le nuove terre scoperte ad est di quella linea sarebbero appartenute al Portogallo, anche se i territori già sotto il dominio cristiano sarebbero rimasti intatti.
Poi il ‘700 vide degli scontri tra Francia ed Inghilterra come conseguenze delle lotte in Europa ed il 1880 col congresso di Berlino la spartizione dl mondo. I più in ritardo, perché arrivati tardi all’unità (Germania ed Italia) svilupparono un “imperialismo in ritardo”. L’ultimo imperialismo fu quello dell’URSS.
 
Il “nazionalismo” si sviluppò come reazione “romantica” al cosmopolitismo dell’«Ancienne regime». Il nazionalismo è l'ideologia, nata nel XIX secolo, che è relativa a quelle dottrine e movimenti che sostengono l'affermazione della “nazione” intesa come collettività omogenea e ritenuta depositaria di valori tradizionali tipici ed esclusivi del patrimonio culturale e spirituale nazionale, in contrapposizione allo stato Settecentesco, o illuministico, di natura contrattualistica, da un lato la cittadinanza dall’altra i poteri dello stato.
 
Le prime manifestazioni del nazionalismo si hanno durante la Rivoluzione Francese (contro i sovrani europei coalizzati) ed in seguito nei paesi occupati dalle truppe napoleoniche (contro i francesi). Si passa insomma da un «Nazionalismo Umanitario» (Rousseau, Herder) ancora legato al cosmopolitismo settecentesco, al «Nazionalismo Giacobino» intollerante nei confronti dei dissensi interni e animato da zelo missionario.
Manifestazione politica del romanticismo quasi tutti gli storici affermano esita un nesso tra diffusione del nazionalismo, sviluppo industriale di un paese, ed alfabetizzazione delle masse popolari; in tal senso l'età napoleonica costituisce uno chiaro spartiacque tra una Europa pre-nazionale, dove l'identità dei vari Stati è costituita dalla continuità dinastica, ed una Europa dove il soggetto primo ed ultimo della politica interna ed estera è costituito dallo Stato-Nazione.
Non è possibile qui ricostruire tutta questa vicenda, ma si possono convenzionalmente individuare tre fasi del processo di 'nazionalizzazione' dell'Europa.
La Restaurazione (1815/’48): il Nazionalismo costituisce una ideologia liberale sostenuta da una borghesia ancora in lotta con i vecchi ceti aristocratici per il dominio dello Stato; a questa segue l'età del “libero scambio” (‘48/’71) che vede il consolidamento dell'egemonia borghese basata sul binomio liberismo-Stato nazionale; in questo periodo nascono l'Italia e la Germania come nuovi Stati-Nazione, sotto l'ala protettrice di Francia ed Inghilterra questa è la fase del «Nazionalismo Liberale» (Burke, Guizot, Von Stein, Cavour) che privilegia la sovranità nazionale in un contesto di garantita libertà individuale, politica, economica, conseguentemente alla visione economica della seconda rivoluzione industriale (quella parte del processo di sviluppo industriale che avviene cronologicamente tra il congresso di Parigi (1856) e quello di Berlino (1878) – una specie di G-8 del 1800.
 
l’età del nazionalismo e l’apice dell’imperialismo sono coevi a causa della lunga e grave crisi economica nota come 'Grande depressione', le borghesie nazionali utilizzano il nuovo binomio protezionismo-imperialismo in una competizione crescente, quella che si definisce «l'età dell'Imperialismo» (’71-1914) il «Nazionalismo Economico» (List e la scuola protezionistica tedesca), che studia le modalità di autosufficienza economica nazionale, attraverso l’intervento economico dello stato (cui poi s’ispirerà Lenin) una situazione che sfocia nella Prima guerra mondiale.
 
La guerra segna la fine del fascino della dottrina nazionalista in Francia e Gran Bretagna, mentre in Italia prima e Germania poi diviene un forte sentimento politico. In questo caso è fondamentale il fenomeno della “società di massa”, un fenomeno esploso negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso (sebbene con prodromi nella Vienna di Karl Lueger) che hanno visto il maturarsi di tale processo e l’assunzione da parte delle masse di un ruolo privilegiato nella struttura sociale attraverso l’esplosione del «ceto medio». Si contraddistingue per una maggiore la partecipazione alla vita politica degli starti meno privilegiati della popolazione, con la nascita dei partiti di massa – contrapposta ai notabili, e il condizionamento culturale che spesso si manifesta come influsso delle «mode» sui comportamenti dei singoli e dei gruppi. La trasformazione delle folle in “massa” è la base del fascismo nazismo e comunismo.
Anche molti dei nuovi stati come Polonia, Ungheria ecc. vencono resi da una frenesia nazionalistica che si traduce in governi antidemocratici.
Ho escluso la Russia e l’URSS da questa nota non perché immune dal nazionalismo, ma perché tra Pan-slavismo, internazionalismo proletario e quant’altro la situazione è talmente complicata da non poter essere trattata qua.  
 

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consiglio di lettura

diario 19/9/2011

L'originale da cui ho trato i de picoli pezzi è qua:

venerdì, 16 settembre 2011

E’ un libro per ragazzi, questo? Certo. Un libro per ragazzi che ci riporta all’infanzia del mondo e quindi è specialmente raccomandabile agli adulti. Seguendo il filo delle domande e delle risposte apprenderanno quale tesoro possa scaturire dall’incontro fra dei ragazzi curiosi e un sapiente umile; cioè disposto a mettersi in discussione. Gli adulti al pari dei ragazzi saranno coinvolti nel gioco dei significati delle parole, esperienza della massima serietà: perché attribuire la dovuta importanza ai significati delle parole ci conduce a esplorare dentro di noi i significati della vita. I nostri misteri, particelle essenziali di una memoria che si perpetua nell’interrogazione e nell’interpretazione del Creato.

Il popolo di lettori della Torah, ben più vasto del popolo ebraico, dovrà riconoscere nell’oggi il suo Egitto, i suoi percorsi di liberazione, la memoria circostante della schiavitù sempre in agguato. E troverà nel Libro un approccio all’introspezione dell’anima, dall’inconscio all’interpretazione dei sogni, oltre ai codici fondamentali della Legge regolatrice degli impulsi. Mi affascina sapere che in ebraico la parola “Halakha” con cui si definisce la tradizione codificata, la dottrina, letteralmente significa “cammino”. A partire da quel “Vattene!” rivolto ad Abramo, è un’identità dinamica, un “cammino” verso il futuro, quello che la Torah da millenni ci indica. Non una dogmatica antica, ma una spinta a interpretare con coraggio il presente.

PS come politologo Lerner mi pare far acqua da tutte le parti ma questa prefazione (intendo l'originale non i due paragrafi convince.




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il tristo mietitore

diario 23/8/2011

Perche' la morte e' raffigurata dal "Tristo Mietitore"?

C'e' una ragione storica?

 

La Morte personificata è una figura esistente fin dall'antichità nella mitologia e nella cultura popolare, con una vaga forma umana o come personaggio fittizio. La raffigurazione che oggi è più diffusa nell'immaginario collettivo è quella di uno scheletro che brandisce una falce, a volte vestito da una tunica di colore nero munito di cappuccio, a partire dal 15 ° secolo, viene mostrata come una figura scheletrica porta una falce di grandi dimensioni e vestito di un mantello nero con cappuccio. Gli è anche dato il nome di Angelo della Morte o Diavolo della morte o “l'angelo del buio e della luce” (in ebraico Malach HaMavet) derivanti dalla Bibbia.
 
La figura della morte è nota a molti con il nome di Tristo Mietitore (un adattamento dell’inglese Grim Reaper). La personificazione della morte viene generalmente associata all'idea di un'entità neutra, ossia né buona né cattiva. Mentre in alcune tradizione è colui/colei che causa la morte, recidendo il filo della vita (una rappresentazione nota a tutti è nel film “Il settimo sigillo!), in altre suo unico compito sarebbe quello di accompagnare nel trapasso le anime degli esseri umani al regno dei morti.
 
La origine di questo tipo di rappresentazione è stato il successo della rappresentazione della danza macabra: un tema iconografico tardo medievale nel quale è rappresentata una danza fra uomini e scheletri: gli scheletri personificazione della morte, mentre gli uomini solitamente abbigliati in modo da rappresentare le diverse categorie della società dell'epoca, dai personaggi più umili, come contadini e artigiani, ai più potenti, come l'imperatore, il papa, principi e prelati. Il soggetto ha la funzione di memento mori ("ricordati che devi morire") e, rispetto ai soggetti apocalittici più diffusi nell'alto medioevo, come le rappresentazioni del giudizio universale, esprime una visione più individualistica della morte e talvolta anche una certa ironia nei confronti delle gerarchie sociali dell'epoca. È importante notare che con il tempo la figura della Morte come agente della volontà divina scompaia, lasciando iconograficamente soltanto i cadaveri, simboli del conturbante richiamo dell'aldilà, laicizzando l'ideale della morte stessa.
La diffusione del tema, assieme ad un certo compiacimento nella rappresentazione di scheletri e di morti, è stata messa in relazione con la grande peste del 1348, che infuriò in tutta Europa e che rese la morte un fenomeno familiare nei vari paesi europei. Alberto Tenenti sottolinea come il "senso di pietà" per la propria sorte e l'ironia tragica tipica di questi componimenti siano stati punti fondamentali per liberare l'uomo dall'ideale cristiano della morte.
Ma la danza è a sua volta una elaborazione di un soggetto iconografico precedente: “L'incontro dei tre morti e dei tre vivi”, che presenta spesso numerose varianti locali, rappresenta tre giovani cavalieri che, nel corso di una cavalcata, incontrano tre morti "viventi", che li ammoniscono dicendo: "Ciò che sarete voi, noi siamo adesso. Chi si scorda di noi, scorda se stesso".
Il tema è trattato in un'opera in lingua francese del 1275 “Dict des trois morts er des trois vifs di Baudouin de Condé” uno dei primi esempi che poi seguiranno, le tre morti di Don Chisciotte – il personaggio di Cervantes muore, ambiguamente, per tre cause; ed il film “The Three Burials of Melquiades Estrada” di Tommy Lee Jones in fondo alla serie. Sono numerose le rappresentazioni figurative del soggetto nel tardo medioevo: i dipinti dedicati a questo tema sono visitabili in varie località d'Europa: in Italia, il frammento dell’affresco al Camposanto di Pisa.
 



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la città ideale

diario 22/8/2011

 

È tipico dei giovani sognare una città ideale utopia realizzata nella pietre, una Gerusalemme liberata dagli ebrei – ed a volte la cosa finisce con un coltello nella pancia, o per i più prosaici Londra o anche una New York ormai no più vista al cinema ma sognata al computer. Ed io, che aspetto solo l’occasione di andare in Australia?  
 
«E s'io non fossi d'ogni cinque o sei
mesi stato uno a passeggiar fra il Domo
e le due statue de' Marchesi miei,
da sì noiosa lontananza domo
già sarei morto, o più di quelli macro
che stan bramando in purgatorio il pomo
(Ariosto. satira 7°)
La città è (ovviamente) Ferrara: "La bella terra che siede sul fiume, | Dove chiamò con lacrimoso plettro | Febo il figliuol ch'avea mal retto il lume.", negli alberi delle cui mura Yeats vide verde l'Italia; O città bene avventurosa... | ...la gloria tua salirà tanto | ch'avrai di tutta Italia il pregio e 'l vanto, Ariosto ancora, ma Quando più i duchi fra le mure tue | Dimoreranno, decadrai e i tuoi | Palazzi senza vita non saranno | Che ruine sgretolate, e la ghirlanda | Di un poeta sarà la tua corona (questo è George Gordon Byron).
Forse non c'è più la "deserta bellezza di Ferrara" (Gabriele D'Annunzio) ma è sempre una citta di gran passato (anche di verdure).
My Last Duchess che è una delle più famose composizioni della letteratura inglese, giudicata fra le più belle opere di Robert Browning per la complessità strutturale e l'accurata scelta del lessico è legata alla città. Browning si è ispirato alla morte, avvenuta nel 1561, di Lucrezia de' Medici, figlia del Granduca Cosimo I, andata in sposa nel 1558 ad Alfonso II d'Este, ultimo Duca di Ferrara. Gli Estensi pretendevano che la loro famiglia fosse molto antica (nel monologo di Browning Alfonso II d'Este afferma che la nobiltà della sua famiglia risalisse a novecento anni prima), e comunque molto più antica di quella della famiglia dei Medici, che avevano però molti più soldi.
 
Insomma, malgrado il clima che ammazza le ossa, cappelletti, pampapati, lasagne verdi e salzsa coi peperoni, una fettina d'arrosto si vitello, ma il giorno dopo Pasticcio di maccheroni e salamina hanno la prevalenza sulla delusione delle rotonde mai finite, le erbacce, le zanzare noiose.
Ma naturalemnte non avesi la mia altra metà vita in California, il provincialismo non potrei sopportarlo. Ma io e la mia città natale, rimasugli in decadenza di un Rinascimento che non tornerà più siamo inseparabili:
"Non troverai un nuovo paese, non troverai un'altra spiaggia.
Questa città t'inseguirà sempre.
Camminerai per le stesse strade, invecchierai
negli stessi quartieri, diverrai grigio in queste stesse case.
Finire sempre in questa città. Non sperate le cose altrove:
non c'è nessuna nave per te, non c'è nessuna strada."
Questo è però Kavafis. E sto debordando dai viaggi alla filosofia.

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il furto della Gioconda

diario 8/8/2011

Di tanto in tanto qualcuno si domanda se la famosa Gioconda sia stata rubata...

Bisogna intendersi a cosa ci riferiamo col “rubata”. Sul furto della Gioconda c’è una leggenda metropolitana ed un fatto di cronaca.

Anzitutto la leggenda, ossia che sia stata rubata da Napoleone.
Che è falsa: fu Leonardo stesso a portare con sé in Francia, nel 1516, la Gioconda, che dovette essere poi acquistata, assieme ad altre opere, da Francesco I, che sborsò ben 4.000 ducati d'oro.
Un secolo dopo, nel 1625, il ritratto chiamato "la Gioconda" fu infatti descritto da Cassiano dal Pozzo tra le opere delle collezioni reali francesi. In particolare sembra che fin dal 1542 si trovasse tra le decorazioni della Salle du bain del castello di Fontainebleau, un luogo in cui ir rinascimento italiano fiorì (il primo palazzo rinascimentale era quello di un cardinale ferrarese situato di fronte al castello, ora il palazzo è distrutto: resta il portone ed il nome Rue de Ferrare).
Più tardi Luigi XIV fece trasferire il dipinto a Versailles. Dopo la Rivoluzione francese, venne spostato al Louvre. Napoleone Bonaparte se lo fece mettere nella propria camera da letto, ma successivamente tornò al Louvre.

Base della leggenda la politica di Napoleone Bonaparte, nel campo dei beni culturali, una sistematica spoliazione delle nazioni vinte, strappando opere d'arte dai luoghi di culto e dalle collezioni private delle famiglie nobili dell'Ancien régime che, a scopi propagandistici, trasferiva in prima battuta nel palazzo del Louvre di Parigi dove aveva voluto nel 1795 il Musée des Monuments Français oltre che in altri musei di Francia. Queste opere si distinguono per una scritta nelle targhette dell’attribuzione: “Acquisizione 1811”. Questa data è ad esempio la più diffusa tra le opere del muso di Lione, il secondo di Francia, che è in pratica un inno al furto di stato.
La collezione del Louvre fu inizialmente costituita da reperti tratti dalle collezioni Borboniche e di tante famiglie nobili francesi, oltre che da fondi ecclesiastici. Ma già in occasione della prima campagna di guerra nei Paesi Bassi (1794-1795) incamerò oltre 200 capolavori di pittura fiamminga, tra i quali almeno 55 Rubens e 18 Rembrandt. Con la successiva Campagna d'Italia del 1796 portò in Francia altri 110 capolavori grazie all'armistizio di Cherasco (1º maggio 1796). Stessa sorte subirono, con il trattato di Tolentino (22 gennaio 1797), numerose opere d'arte dello Stato Pontificio. Proprio i trattati di pace furono lo strumento legale sfruttato sistematicamente da Napoleone per legittimare queste spoliazioni: tra le clausole faceva rientrare la consegna di opere d'arte come tributi di guerra. Queste opere erano precedentemente individuate da una specifica struttura tecnica di specialisti, al seguito del suo esercito, guidata dal barone Dominique Vivant Denon che seguì personalmente, a questo scopo, sette campagne di guerra.

A questa leggenda è legata la storia del vero furto della Gioconda che avvenne la notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911. Era la prima volta che un dipinto veniva rubato da un museo, per di più dell'importanza del Louvre, e a lungo la polizia brancolò nel buio.
Fu sospettato il poeta francese Guillaume Apollinaire che venne arrestato (aveva dichiarato di voler distruggere i capolavori di tutti i musei per far posto all'arte nuova) e condotto in prigione il 7 settembre: il suo arresto si basava su una calunnia (una vera e propria ripicca) da parte dell'amante Honoré Géri Pieret, che lo accusò di aver ricettato alcune statuette antiche rubate dal museo. Anche Pablo Picasso venne interrogato in merito, ma, come Apollinaire, fu in seguito rilasciato. Sospetti caddero anche sull'Impero tedesco, nemico della Francia, ipotizzando un “furto di Stato”. Mentre crescevano sospetti e polemiche (si scoprì che le uniche misure di sicurezza adottate dal museo erano state addestrare al judo un gruppo di guardie), a si iniziò a ritenere il capolavoro perso per sempre: Frank Kafka vide una cornice vuota e dopo un po' il posto lasciato dalla Gioconda sulla parete fu preso dal Ritratto di Baldassarre Castiglione di Raffaello.

In realtà un ex-impiegato del Louvre, Vincenzo Peruggia, originario di Dumenza nel Luinese, convinto che il dipinto appartenesse all'Italia e non dovesse quindi restare in Francia, lo aveva rubato: in occsione del centenario qui Financial Times ha ri raccontato la storia che ha aspetti comici imperdibili.

La storia da cui ho preso le notizie su Apollinaire e Picasso è raccontata qua:

http://it.wikipedia.org/wiki/Gioconda#Il…


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Perché l'arcobaleno ha 7 colori?

diario 6/8/2011

Domanda bellissima: è in sé semplice, ma la risposta richiede elementi di: fisica, in particolare l'ottica per tutto ciò che avviene all'esterno del sistema visivo; chimica, per lo studio e fisiologia, per quanto riguarda il funzionamento dell'occhio e la generazione, elaborazione, codifica e trasmissione dei segnali nervosi dalla retina al cervello; indi psicologia (per quanto riguarda l'interpretazione dei segnali nervosi e la percezione del colore) e psicofisica che studia la relazione tra lo stimolo e la risposta del sistema visivo (la colorimetria è una parte della psicofisica). E storia.

Senza dimenticare la matematica necessaria per lo sviluppo di modelli rappresentativi della visione del colore.
I colori dell'arcobaleno includono tutti quei colori che sono prodotti da un raggio di luce visibile di una precisa lunghezza d'onda (raggio monocromatico o puro). Benché lo spettro sia quasi continuo e non vi siano "salti" netti da un colore all'altro, si possono comunque stabilire degli intervalli approssimati per ciascun colore a cui si dia un mome.
Berlin e Kay studiarono il numero di nomi dedicati ai colori nelle diverse culture stabilendo che si può passare da un minimo di 2, chiaro e scuro ad un massimo di 11. Dimostrarono inoltre che man mano che si procede con la definizione di più colori lo sviluppo è omogeneo in tutte le culture, ad esempio dopo il chiaro e lo scuro si indica come colore il rosso, poi il verde e il giallo e così via fino a giungere all'arancione che è il colore definito in meno culture. Da qualche parte ho sentito che l’occhio umano distingue sino a 600 sfumature di colore, ma solo i più importanti hanno un nome proprio, tipo “porpora”.
I “colori” dell'arcobaleno che hanno un nome semplice sono sei, ma viene aggiunto l'indaco, che in realtà non è un colore e che è semplicemente una sfumatura di viola, da un lato per arrivare al numero sette che è considerato più solenne e dall’altro perche la parte violetta dello spettro ha per ragioni fisiche una larghezza maggiore delle altre, la sequenza completa viene allora ed essere rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. All'astronomo persiano al-Shirazi (1236–1311), od al suo allievo al-Farisi (1260–1320), si attribuisce di aver per primi una spiegazione ragionevole del fenomeno dell'arcobaleno, come effetto della rifrazione dell’acqua. In Europa questa spiegazione fu ripresa da Roberto Grossatesta e Ruggero Bacone, che scrisse nel suo Opus Majus del 1268 sugli esperimenti con la luce che passa attraverso cristalli e goccioline di acqua che mostrano i colori dell'arcobaleno. Pochi anni dopo Teodorico di Freiberg dette una spiegazione teorica accurata dei “doppi arcobaleni”, era il 1307 ed a quell’epoca il numero sette era più bello che sei. Non si sapeva che arancione e verde sono dei composti dei colori primari. Altrimenti avrebbero preferito certamente il TRE. I moderni display a colori (presenti nei monitor dei computer o nei televisori, per esempio) utilizzano solo il rosso, il verde, al posto del giallo che usavano una volta i pittori ed il blu, che riescono ad "approssimare" anche gli altri colori dello spettro.
Questo ci porta ad un passo dalla risposta alla tua domanda: quello che chiamiamo “i colori primari” derivano dalla struttura dell’occhio: i fotorecettori rispondono ad essi e gli altri colori sono ricostruiti nella corteccia visiva.
Come la bellezza sta nell’occhio di chi guarda e nelle sue convinzioni estetiche, anche i colori dell’arcobaleno sono un risultato dell’interazione tra la fisiologia dell’occhio e le convenzioni estetiche.



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gioco di società (quasi)

diario 5/8/2011

Un po’ come un gioco di società ogni tanto qualcuno chiede: c'è un personaggio biblico che vi ispira simpatia e a cui siete particolamente legati? E magari aggiungono che è una domanda “Per credenti”.

Beh ad essere sincero di preferiti ne ho due – e nessuna fede, pochissima speranza e spero un po’ di carità.
Il primo è Giona, figlio di Amittai, che mi piace per la sintonia dei nostri caratteri, vorremmo essere lasciati in pace, più o meno a guardarci l’ombelico.
Egli viene comandato d’andare a predicare a Ninive, la Grande Città – come viene definita nel racconto, che è ad Est. Giona invece fugge a Tarsis ossia se ne andrebbe verso l’ovest, anzi la città più ad ovest conosciuta dagli ebrei.
Quel che gli accade poi è canonico della cultura occidentale: nave colta dalla tempesta, buttato fuori questo portatore di sventura la tempesta si calme e lui viene inghiottito da un enorme pesce un’immagine che ha conosciuto una fortuna incredibile nella letteratura. E viene ripresa, da Ludovico Ariosto nei suoi Cinque Canti, aggiunti e poi espunti dall'Orlando furioso, dove a finire nel ventre di una balena è Astolfo; da Rudolf Erich Raspe, che Barone di Münchhausen che ne fa una delle sue vanterie più famose (a me piace di più la fersione di Terry Gillian); da Carlo Collodi nel suo Pinocchio, anch'egli con Geppettoemulo dell'antico Giona, nel ventre del pescecane Infine con “Jona che visse nella balena”, Roberto Faenza nel 1993, racconta le disavventure di un bambino nell'orrore dei campi di sterminio nazisti, ai quali sopravvive ma in cui perde padre e madre. Il testo ci ha dato anche l’espressione «non saper distinguere la destra dalla sinistra» che si trova nel libro di Giona. L'episodio più gustoso della storia si trova proprio nel capitolo finale. Il Signore fa spuntare un ricino sopra la testa per dare ombra a Giona, ed egli se ne rallegra. Ma all'alba del giorno dopo un verme rode il ricino che muore, il sole e il vento caldo flagellano Giona, che invoca di nuovo la propria morte – insomma meglio morire che lavorare. Allora Dio, lo rimprovera colle celeberrime parole:
« Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita; ed io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali? » (Giona 4,10-11 – il tocco che ci sono pure gli animali è sublime). A ‘sto punto Giona si convince e tutto finisce bene.


Poi c’è il migliore di tutti: Giobbe.
Il Libro di Giobbe è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana. Giobbe poi appartiene anche alla tradizione islamica, ma è estremamente ebraico, secondo l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione del nucleo poetico centrale risale all'XI-X secolo a.e.v..
È composto da 42 capitoli descriventi la storia delle disavventure di Giobbe, la cui vita è provata da una serie di dolorose inspiegabili disgrazie, con ampie meditazioni contenute nei dialoghi con i suoi tre amici sul perché Dio permetta il male all'uomo giusto (vedi Teodicea). Il nucleo in poesia antico sostiene che Dio è troppo distante dall'uomo perché questi possa capirlo e giudicare il suo operato, lasciando aperta la speranza di un "redentore" che riscatterà il male. L'epilogo aggiunto tardivamente (è stata composta in Giudea verso il 575 a.C.) sostiene, in apparente contraddizione col corpo centrale, che Dio retribuisce in terra il male subito dal giusto. Il libro di Giobbe intende rispondere alla domanda di come Dio premi o castighi le azioni degli uomini. La cultura ebraica (che non concepisce la religione in termini riducibili alla cultura cattolica italiana) ha sentito Giobbe come centrale sempre figura nel Talmud, (Baba Batra 15a-16b, Pesachim 2b e 112a, Megillah 28a ed infine Eruvin 21a), nella Guida dei Perplessi di Mosé Maimonide e via scendendo sino ai giorni nostri, nel pieno del secondo conflitto mondiale H. Wouk crea una discussione sul libro di Giobbe nel suo «Guerra e Ricordo».

Anche in campo filosofico il libro è importante, soprattutto per la corrente esistenzialista: Lev Shestov un filosofo esistenzialista Russo vide Giobbe come la personificazione dello scontro tra ragione e fede. Søren Kierkegaard un filosofo e teologo danese del XIX secolo, considerato tra i massimi esponenti dell'esistenzialismo scrisse: «Se non avessi Giobbe! Io non lo leggo con gli occhi come si legge un altro libro, me lo metto per così dire sul cuore... Come il bambino che mette il libro sotto il cuscino per essere certo di non aver dimenticato la sua lezione quando al mattino si sveglia, così la notte mi porto a letto il libro di Giobbe. Ogni sua parola è cibo, vestimento e balsamo per la mia povera anima»

 




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Gli anni 30 tra invenzioni ed innovazioni della musica

diario 30/7/2011

 

Era il 1937 quando Tito Schipa, tenore e attore italiano, cantava "vivere senza malinconia", brano narrante la profonda volontà di trascorrere un’esistenza piena e felice di un uomo, nonostante la propria donna se ne sia andata, o forse proprio grazie a questa dipartita. Non è forse il miglior pezzo italiano dell’epoca, certo non eccezionale su scala mondiale, ma ha avuto un certo successo ed una ripresa grazie a Pavarotti.
 
Se parliamo di musica, gli anni 30, hanno un importanza eguale al primo decennio del ‘900 per la fisica, un momento che separa due entità differenti.
Una decade “bassa disonesta” che preparava la più immane tragedia della storia umana, (Auden: «September 1st, 1939»), però furono molto produttivi, non tanto in Italia (in Italia compositori come Alfredo Casella, Ottorino Respighi e Gian Francesco Malipiero furono – se va bene – allo stesso tempo tradizionalisti e innovatori) ma nel resto del mondo: basti pensare che in questo periodo furono inventati la chitarra elettrica e l’organo Hammond, organo elettrico ampiamente utilizzato in molteplici generi musicali, e furono aperti, 1931 – in un edificio georgiano ristrutturato, i grandiosi Abbey Road Studios di Londra (poi resi famosi da grandi artisti quali ad esempio i Beatles) ed inaugurato il 12 novembre di quell’anno con la storica registrazione, condotta da Sir Edward Elgar nello Studio 1, di «Land of Hope and Glory» suonata dalla London Symphony Orchestra. Sir Edward William Elgar (1857 - 1934) è stato un compositore inglese, appartenente alla corrente romantica e tra lui e Benjamin Britten – che iniziava la sua carriera in quegli anni – davvero ci sono solo compositori che non sono caduti nell’oblio solo grazie all’affetto della industria discografica d’oltremanica. Infatti Britten attirò l'attenzione generale con la variazione corale «A Boy was Born», scritta nel 1934 per i BBC Singers. L'anno successivo incontrò W. H. Auden col quale collaborò al ciclo di canzoni «Our Hunting Fathers» e anche in altri lavori, ambedue radicali sia per la visione politica, sia per le interpretazioni musicali. Ancor più importante fu l'incontro nel 1936 con il tenore Peter Pears, che divenne un fedele collaboratore e compagno di vita. All'inizio del 1939 i due seguirono Auden in America, dove Britten compose la sua prima opera su libretto di Auden e la prima delle sue numerose canzoni per Pears. Lo stesso periodo è memorabile per il numero di opere per orchestra, tra cui numerosi concerti per pianoforte e violino e la «Sinfonia da Requiem». Adesso dire che io sia un ammiratore di Britten – ma come per altri – una cosa è essere appassionaati dell’opera, altro è riconoscere le immolazioni che portate in altre sedi sono entrate nella nostra cultura.
Gli anni 30, in sintesi, sono stati periodo di grandi invenzioni ed innovazione per l’intero universo musicale, con opere che perdurano ancora oggi e che hanno gettato le basi, se così si può dire, alla formazione di tanti grandi musicisti venuti in seguito. Se glielo si permetteva, beninteso.
 
In molti paesi d’Europa la nuova dimensione “nazionale” tarpava le ali, come per i nuovi stati, oppure gli sconvolgimenti politici non erano forieri di progresso come la Spagna e abbiamo detto l’Italia. Dopo la Rivoluzione, in Unione Sovietica si tentarono numerosi esperimenti in ogni campo della cultura e delle arti, compresa la musica. Ma coll'avvento dello Stalinismo, ebbe inizio una nuova direzione, a partire dal 1932, chiamata "Realismo Socialista", tendente ad assoggettare le arti alla dottrina di partito. E neppure la breve parentesi di liberalismo che si ebbe dopo il 1956 non fu tuttavia sufficiente a sviluppare una corrente di avanguardia, come accadde invece nelle altre nazioni europee, se si escludono compositori di nicchia più importanti per la importanza politica che musicale.
 
La Germania ebbe artisti all’avanguardia per tutto il periodo della repubblica di Weimar (sebbene io non sia un grande frequentatore di Kurt Weil, Paul Hindemith, Arnold Schönberg, Alban Berg – ben mi guardo dal sottovalutare il loro apporto allo sviluppo dell’arte) ma durante il nazismo, molte delle forme della musica contemporanea (per esempio il Jazz) vennero considerate "arte degenerata" e vietate. La mostra “Musica Degenerata”, tenutasi a Düsseldorf nel 1938, in occasione delle Reichsmusiktage ("giornate musicali del Reich") comprendeva, tra le altre, opere dei già citati Hindemith, Schönberg, Berg e Weill, il periodo costrinse molti degli artisti all'emigrazione o all'esilio, altri li deportò nei lager: non pochi compositori vennero perseguitati e uccisi per la loro origine ebraica.
Allo stesso tempo, la politica culturale del regime promuoveva la produzione e l'ascolto di musica inoffensiva, ad esempio la musica popolare, la musica d'uso (o "Gebrauchsmusik"), le Operette, la musica da ballo e le marce militari che favorivano la propaganda.
 
Se nella Germania nazista e nelle nazioni ad essa assoggettate si ebbe un taglio netto con il passato recente, sia a causa della censura che dello sterminio o dell'esilio a cui furono costretti i migliori compositori, in altre nazioni si ebbe invece una maggiore continuità nell'evoluzione del linguaggio musicale – con un occhio al passato nel nostro paese – maggior apertura altrove: gli anni Trenta francesi ci sembrano doppiamente interessanti per il fatto che la Francia, a differenza di altre zone europee, rimase parzialmente immune da quelle conseguenze storiche che portarono in Italia e in Germania (Russia e Spagna – il Portogallo, l’Ungheria…) al cancro dei totalitarismi. Ma l’area transalpina comincia a dare segni di decadenza.
 
Igor Stravinskij, colui che nel '13 aveva scandalizzato gli spettatori del Théâtre des Champs-Elysées con «Le Sacre du printemps», ormai non si sente più a suo agio a Parigi: ha l'impressione che la sua musica non venga più recepita dai francesi. Nel 1930, a Bruxelles, viene eseguita la «Sinfonia di salmi» e a Parigi, nel 1932, l'oratorio «Perséphone», su testo di Gide. Ma nel 1939, anche a causa della guerra, il compositore emigra in America. Maurice Ravel, che con Debussy è il più grande musicista francese del Novecento, inizia la sua china discendente che lo porterà alla morte nel '37 (dopo i due Concerti per pianoforte, compone solo le «Trois Chansons de Don Quichotte à Dulcinée" nel '32).
 
I «Sei»: come gruppo già nel 1921 si sono sciolti, ma rimangono attivi autonomamente. Sono Darius Milhaud (1892-1974), che nel '30 e nel '32 compone le opere di argomento storico «Maximilien» e «Bolivar» rispettivamente; Francis Poulenc (1899-1963), Arthur Honegger (1892-1955) francofono in realtà, essendo cittadino svizzero, Germaine Tailleferre (1892-1983), che emigra negli USA nel '42, Georges Auric (1899-1983) e Louis Durey (1888-1979), le cui composizioni sono ispirate da posizioni politiche di stampo socialista.
 
Erik Satie (1866-1925) lascia la sua eredità alla Ecole d'Arcueil, il cui maggior rappresentante è Henri Sauguet (1901-1989), che nel 1936 compone «La chartreuse de Parme». L'Ecole de Paris (1928-1939), invece, è formata perlopiù da musicisti “immigrati” a Parigi, che hanno in comune uno stile che fonde neoclassicismo e folklore, avanguardia e musica di consumo, jazz e altre contaminazioni. Tra di loro notevoli sono il ceco Bohuslav Martinu (1890-1959), l'ungherese Tibor Harsanyi (1998-1954), il polacco Alexander Tansmann (1897-1986), il rumeno Marcel Mihalovici (1898-1985).
 
Nel 1936 viene fondato il gruppo «Jeune France» in reazione all'accademismo e al neoclassicismo di maniera, oltre che alla dodecafonia. Intento principale è di «suscitare e diffondere una musica viva, in uno stesso slancio di sincerità, di generosità, di coscienza artistica», per colmare il divario tra artista e pubblico. Da un lato abbiamo Yves Baudrier (1906-1988) e Daniel Lesur (1908), che propongono un umanismo musicale di tipo psicologico, dall'altro André Jolivet (1905-1974) e Olivier Messiaen (1908-1992). Per Jolivet l'umanisimo è inteso in senso universalista, mentre per Messiaen cosmico e teologico. Ciò si realizza in virtù di un'attenta indagine nei riguardi delle sorgenti del comporre e dell'essenza della musica stessa, ossia rivolgendosi alle espressioni musicali degli antichi, dei primitivi, delle civiltà esotiche, della religiosità, della magia (ricordiamo che Jules Combarieu nel 1909 aveva scritto il fondamentale studio La musica e la magia), persino degli animali.
 
Molti compositori si dedicano anche alla musica per film: già Satie lo aveva fatto con «Entr'acte» di René Clair. E poi abbiamo Auric («A nous la liberté di R. Clair), Thiriet («Les enfants du paradis di Marcel Carné, 1943-45), Honegger («Napoleon» di Abel Gance; «Les Misérables» di Raymond Bernard), Milhaud («Mme Bovary» di Renoir, «Espoir» di Malraux, «Gaugin» di Resnais), Jacques Ibert, Joseph Kosma e altri.
 
 
La musica americana degli anni '30 è una montagna di roba... e tutt’un’altra storia. Negli USA – al contrario che in Europa – la radio è libera, il cinema s’impone come mezzo di comunicazione di massa ed il giradischi l’hanno in parecchi. Qua si ritrova la cesura di cui dicevo all’inizio, adesso non è necessario sapere suonare per riempire una stanza di musica, basta una radio o se si vuole essere colui che sceglie la musica un giradischi (ed ovviamente un disco da mettergli sopra).
La figura più importante come compositore è sicuramente George Gershwin la cui opera spazia dalla musica classica al jazz, è considerato l'iniziatore del “musical” americano e le sue composizioni sono usate ancora oggi dagli insegnanti di musica per descrivere l'entrata degli Stati Uniti nel panorama dei grandi compositori mondiali. Il Guardian stilando nel 2005 una stima dei guadagni accumulati da Gershwin stabilì che George era stato il più ricco compositore di tutti i tempi. Nel corso della sua breve carriera (Gershwin morì a soli trentotto anni quello che si rivelerà un tumore al cervello) realizzò 33 musical teatrali, 15 opere classiche, 7 musical cinematografici (di cui 3 pubblicati postumi) e più di 700 canzoni memorabili – sia tratte dai musical, che realizzate singolarmente o in coppia con il fratello paroliere Ira Gershwin
 
Riesce difficile collocare Gershwin (che era un ammiratore della musica "colta" europea) in un gruppo omogeneo di musicisti e compositori contemporanei; la caratterizzazione che si avvicina di più alla realtà è dire che sia uno dei cinque grandi del musical americano, insieme a Cole Porter («Night and Day», «I Get a Kick Out of You», «Begin the Beguine», «I've Got You Under My Skin», «Just One of Those Things», «Ev'ry Time We Say Goodbye», «You're the Top» e «Don't Fence Me In», tanto per fare qualche titolo), Irving Berlin ( "Cheek to Cheek", "Top Hat", "White Tie and Tails", l'indimenticabile "Let's Face the Music and Dance" nel film Seguendo la flotta (Follow the Fleet, 1936), suo è inoltre "God Bless America" e la notissima canzone di Natale "White Christmas"), Jerome Kern ( "Ol' Man River" e "Can't Help Lovin' Dat Man", "Smoke Gets in Your Eyes") e la coppia Rodgers/Hart che sono stati una miniera di successi ricordiamo "Blue Moon", "My Funny Valentine", "The Lady is a Tramp". Rodgers dopo la morte di Hart passò ad una collaborazione di successo con Hammerstein ma questoa esula dal periodo che ci interessa.
 
 
 
Gli anni ’30, inoltre, videro il sorgere lo “swing jazz” come forma dominante della misica americana: Duke Ellington ed I membri della sua band produssero numerosi pezzi che divennero “jazz standards”: "It Don't Mean a Thing (If It Ain't Got That Swing)" (1932), "Sophisticated Lady" (1933) and "Caravan" (1936), oltre a tanti altri. Il periodo vide altri importanti leader di band come Benny Goodman and Count Basie.
 
 
 
Nel campo della musica non di consumo popolare, quella che viene chiamata "contemporanea" gli anni trenta iniziano col ritiro di C. Ives. Il maggiore tra i compositori USA del periodo è Aaron Copland (New York, 1900 – 1990) che creò un proprio stile compositivo che risentiva di varie influenze: la musica classica, la musica contemporanea il jazz, ed una importante componente folklorica puramente americana. Le sue composizioni più famose sono “Appalachian Spring”, “Billy the Kid”, “Rodeo” e “Fanfare for the Common Man” riproposta da Emerson Lake and Palmer in un arrangiamento progressive rock, quand’ero giovane. Di queste però solo Rodeo è del periodo (1938) le alter appartengono al decennio successivo mentre agli anni ’30 appartengono: Symphonic Ode (1929), la Short Symphony (1933) ed “El Salón México”, 1936. Nel 1939, Copland completa le sue prime colonne sonore per Hollywood, quelle dei film: “Of Mice and Men” ed “Our Town”.
 
Altri autori che magari potrebbero interessarti sono: Roger Sessions, Roy Harris, Virgil Thomson, and Walter Piston (quest’ultimo figlio di un immigrato italiano il cui cognome originario era Pistone).
 
Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, nel settembre del 1939, Igor Stravinskij si trasferì negli Stati Uniti. Si stabilì nella zona di Los Angeles città (in cui, alla fine, ha trascorso più tempo in quanto un abitante rispetto di qualsiasi altra città in cui era stato durante la sua vita) ma divenne un cittadino naturalizzato statunitense solo nel 1945. Quindi sebbene stesse lavorando alla fine degli anni ’30 alla Symphony in C (snfonia in Do) per la Chicago Symphony Orchestra, non lo contiamo nel nostro excursus.
 

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il "caso" Wagner

diario 27/7/2011

Gli scritti Wagner sulla razza, e il suo antisemitismo riflettono alcune tendenze di pensiero, comuni tanto in Germania quanto nel resto d’Europa, durante il 19° secolo.

 
Sotto uno pseudonimo K. Freigedank nella Neue Zeitschrift für Musik, Wagner pubblicò il saggio "Das Judenthum in der Musik" nel 1850 (originariamente tradotto come "l'ebraismo in Musica", nome con cui è ancora noto, ma che sarebbe meglio reso come "l’ebraicità in Musica").
Il saggio attaccava i contemporanei compositori ebrei (e rivali), Felix Mendelssohn e Giacomo Meyerbeer, ed accusava gli ebrei di essere un elemento nocivo ed estraneo nella cultura tedesca, poiché gli ebrei avevano alcun legame con lo spirito tedesco, musicisti ebrei erano solo in grado di produrre musica superficiale e artificiale. Componendo musica per ottenere popolarità e, di conseguenza, il successo finanziario, invece di creare vere e proprie opere d'arte. Ristampato in una versione notevolmente ampliata sotto il nome di Wagner nel 1869, è considerato da molti come un punto di riferimento importante nella storia dell'antisemitismo tedesco. Molto probabilmente si tratta di un giudizio sbagliato. La prima versione apparve nel NZM sotto lo pseudonimo di K. Freigedank ("Libero Pensiero K."). In una lettera aprile 1851 a Franz Liszt, Wagner ha dato la scusa che ha usato uno pseudonimo "per impedire la questione, essendo stato trascinato dagli Ebrei ad un livello puramente personale".
Al momento Wagner viveva in esilio a Zurigo, in fuga dopo il suo ruolo nella rivoluzione del 1849 a Dresda. Il suo articolo fu seguito da una serie di saggi del suo discepolo Theodor Uhlig, che attaccavano la musica dell’opera di Meyerbeer “Le Prophète”. Wagner era particolarmente infuriato dal successo del”Prophète” di Parigi, cosa tanto più sorprendente in quanto Wagner era stato un ammiratore di Meyerbeer, che gli aveva dato sostegno finanziario e ha usato la sua influenza per ottenere Wagner presto dell'opera “Rienzi”, il suo primo vero successo, messo in scena a Dresda nel 1841.
 
Contemporaneamente Wagner era anche ringalluzzito dalla morte di Mendelssohn nel 1847, la popolarità del suo stile, piuttosto conservatore, frenava a parere di Wagner le potenzialità di sviluppo della musica tedesca. Anche se Wagner non aveva mostrato praticamente alcun segno di pregiudizio antiebraico in precedenza (nonostante le affermazioni contrarie di Rose nel libro “Wagner, Race and Revolution ), era adesso determinato a preparare una bordata che avrebbe attaccato i suoi nemici artistico, incastonato in quello che possiamo definire un contesto populista.
Va tenuto presente che la NZM aveva una circolazione molto limitata - non di più di
1500 -. 2000 lettori. Praticamente l'unica razione fu una lettera di protesta al direttore di NZM, L’articolo, che Wagner aveva sperato sarebbe stato una sensazione, e destinato portargli dei soldi come giornalista, affondò come una pietra nel mare dell’indifferenza e dell’imbarazzo. Quasi tutti i collaboratori di Wagner, tra cui Liszt, erano imbarazzati da questo articolo e pensarono che era una fase di passaggio (che non è stato) o un attacco semplice ripicca (che, in parte, è stato).
 
Sebbene alcuni biografi abbiano suggerito che gli stereotipi antisemiti sono anche rappresentati nelle opere di Wagner, in nessuno gli scritti di Wagner sulle sue opere, si fa menzione della volontà di caricatura ebrei nelle sue opere, né alcuna notazione di questa volontà appare nel diario scritto da Cosima Wagner, che registra le sue idee su base giornaliera nel corso di un periodo di otto anni.
 
Nonostante le sue idee (molto pubbliche) sugli ebrei, per tutta la vita Wagner aveva ebraico amici, colleghi e sostenitori, e nella sua autobiografia, “Mein Leben”, Wagner cita molte amicizie con gli ebrei, riferendosi a quella di Samuel Lehrs a Parigi come "una delle amicizie più belle della mia vita." In questo Wagner ricorda Karl Luger sindaco antisemita di Vienna con molti amici ebrei.
 
Il tema di Wagner e gli ebrei è ulteriormente complicato per le affermazioni, che possono essere stati accreditati da Wagner stesso, che egli stesso era di origine ebraica, tramite il suo presunto padre Geyer. In realtà, Geyer non era di origine ebraica, né l’erano i genitori di Wagner. Riferimenti alla supposta 'ebraicità' di Wagner sono state fatte spesso nelle caricature del compositore nel 1870 e 1880, e più esplicitamente da Friedrich Nietzsche nel suo saggio "Il caso Wagner", dove scrisse "un Geyer (avvoltoio) è quasi un Adler ( aquila) ". (entrambi 'Geyer' e 'Adler' erano comuni cognomi ebrei.) “Il caso di Wagner (Der Fall Wagner”) è un libro del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, pubblicato originariamente nel 1888. Sottotitolato "Il problema di un musicista", è stato anche conosciuto come "Il caso Wagner" in inglese. Il libro è una critica di Richard Wagner e l'annuncio della rottura di Nietzsche con l'artista tedesco, che si era troppo coinvolto, agli occhi di Nietzsche, nel movimento völkisch e l'antisemitismo (teniamo presente che l’idea di un antisemitismo di Nietzsche è una fola Nazista. La sua musica non è più rappresentata come un possibile "affetto filosofico", e Wagner è ironicamente paragonato a Georges Bizet. Tuttavia, Wagner è presentato da Nietzsche come solo un sintomo particolare di una più ampia "malattia" che colpisce l'Europa, che è il nichilismo. Il libro mostra Nietzsche come una capace critico musicale, e offre il destro per alcune delle sue riflessioni sulla natura dell'arte e sul suo rapporto con la salute futura dell'umanità. Questo lavoro è in netto contrasto con la seconda parte di “La nascita della tragedia”, nella quale Nietzsche ha elogiato Wagner in quanto soddisfaceva un bisogno di andare oltre la comprensione analitica e spassionata della musica. Nietzsche aveva anche elogiato Wagner nel suo saggio 'Wagner a Bayreuth' (parte delle Considerazioni inattuali), ma la sua disillusione per Wagner come il compositore e l'uomo era già pesente nel 1878 la sua opera “Umano, troppo umano”. Una delle ultime opere che Nietzsche ha scritto ripreso il tema cruciale del Caso Wagner: in “Nietzsche contra Wagner”, Nietzsche messo insieme brani tratti dalle sue opere per dimostrare che lui aveva sempre gli stessi pensieri sulla musica, ma li aveva erroneamente attribuiti al Wagner nei primi lavori.
 
 
Alcuni biografi hanno affermato che Wagner nei suoi ultimi anni è venuto a credere nella filosofia razzista di Arthur de Gobineau, ma c’è ragione di credere che questo non sia vero. Wagner non ha mostrato notevole interesse per Gobineau fino al 1880, ed aveva completato il libretto di Parsifal nel 1877, e le bozze originali della data di storia indietro al 1857 . Wagner scritti dei suoi ultimi anni indicano un certo interesse per l'idea di Gobineau che la società occidentale è stata condannata a causa della mescolanza razziale tra le razze "superiori" e "inferiori".
 
Le idee Wagner erano suscettibili di interpretazioni socialiste e lo furono per lungo tempo, che non è sorprendente dato inclinazioni rivoluzionarie del compositore nel 1840, quando molte delle sue idee sull'arte venivano formulate. Così, ad esempio, George Bernard Shaw ha scritto nella introduzione alla seconda edizine de  “Il wagneriano perfetto” (1883) che: “Niblunghome [anglicizzazione Shaw di Nibelheim, l'impero di Alberich nel Ring] sotto il regno di Alberico è una visione poetica di non regolamentata capitalismo industriale come è stato fatto conoscere in Germania a metà del XIX secolo da Engels condizione della classe operaia in Inghilterra”, Shaw – insomma – s’interpreta il Ring in termini marxiani come un'allegoria del crollo del capitalismo dalle sue contraddizioni interne dove Shaw si salva è nell’uso della sua ironia – formidabile “i Socialdemocratici in Germania – scrive poi nella prefazione della terza edizione – differiscono da quelli del resto del mondo solo nello svolgimento dell’ortodossia accademica al di là oltre ogni limite di resistenza umana, anche al di là dei limiti tedeschi”. Dal punto di vista musicale, la sua interpretazione è degna di nota per la sua percezione del cambio di direzione estetica che iniziano con la scena finale di Siegfried, in cui affermava che il ciclo si trasforma da Musikdrama in opera.
Di Wagner altre interpretazioni di Wagner “da/di sinistra” si trovano anche gli scritti di Theodor Adorno, tra gli altri critici Wagner. Walter Benjamin (sempre per chi si vuol fare dl male) ha dato Wagner come esempio di "falsa coscienza borghese", alienando l'arte dal suo contesto sociale. Lo scrittore Robert Donington ha prodotto una dettagliata, e controverso, interpretazione junghiana del ciclo dei Nibelunghi. Altri hanno anche applicato le tecniche psicoanalitiche per la vita e le opere di Wagner.
 
Ma il vero guaio è che Hitler fu un ammiratore della musica di Wagner e vide nelle sue opere l'incarnazione della propria visione della nazione tedesca. Continua ad esserci dibattito sulla misura in cui Wagner potrebbe avere influenzato il pensiero nazista. Ma è certo che i nazisti usavano quelle parti del pensiero di Wagner che erano utili per la propaganda e ignorarono e soppressero il resto. Sebbene Hitler stesso era un ardente fan di "il Maestro", molti nella gerarchia nazista non erano e, secondo lo storico Richard Carr, c’era un profondo risentimento per la prospettiva di assistere a queste epopee lunga su insistenza di Hitler.
 
Ci sono prove che la musica di Wagner è stata utilizzata nel campo di concentramento di Dachau nel 1933/34 di 'rieducare' prigionieri politici tedeschi coll’esposizione alla 'musica nazionale', mentre sembra che non ci sia alcuna prova a sostegno di indicazioni che la sua musica sia stata suonata nei a campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale, al di fuori dell’intrattenimento dei tedeschi.
 
A causa dell’associazioni di Wagner con antisemitismo e nazismo, le esecuzioni della sua musica, nello Stato di Israele è tuttora fonte di controversie.

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cultura moderna

diario 28/6/2011

 

Sir Walter Scott, (15 agosto 1771 - 21 settembre 1832) è stato un romanziere scozzese, storico, drammaturgo e poeta. Scott fu il primo autore in lingua inglese ad avere un successo davvero internazionale nel corso della sua vita, con molti lettori contemporanea in Europa, Australia e Nord America. I suoi romanzi e le poesie sono ancora popolari, e molte delle sue opere rimangono classici sia di letteratura in lingua inglese e della letteratura scozzese. Titoli famosi sono “Ivanhoe”, “Rob Roy”, La Signora del Lago, The Bride of Lammermoor (da cui è tratta l’opera Lucia di Lammermoor), Waverley. Ai tempi della mia gioventù la scuola italiana attribuiva all’influenza di Scott sul Manzoni la nascita de: “I promessi sposi”.
 
“Waverley” è un romanzo storico inizialmente pubblicato anonimo nel 1814 come prima avventura di Scott nel campo della narrativa. Ed è spesso considerato come il primo “romanzo storico”. Divenne così popolare che i romanzi successivi di Scott furono pubblicizzati come dello stesso "autore di Waverley", ben prima che la frase divenisse una moda. La sua serie di opere su temi simili scritti nello stesso periodo sono diventati noti collettivamente come "romanzi di Waverley".
 
Waverley è ambientato durante la rivolta giacobita del 1745, che cercò di ripristinare la dinastia Stuart nella persona di Carlo Edoardo Stuart (il 'Bonnie Prince Charlie'). Vi si racconta la storia di un giovane e sognatore soldato inglese, Edward Waverley, che è stato mandato in Scozia nel’anno fatidico. Egli viaggi Nord dalla sua casa di famiglia aristocratica, Waverley-Onore, nel sud dell'Inghilterra alle Lowlands scozzesi e poi nel Highlands il cuore della rivolta giacobita 1745. Trovandosi di stanza nel nord del paese, decide di recarsi da un amico del padre scomparso, la famiglia infatti è di origini scozzesi. Grazie a quest'incontro, egli ha l'opportunità di entrare in contatto con quella che per lui è una cultura, quella scozzese, totalmente sconosciuta. In particolare, grazie ad alcuni negoziati che svolge a causa di un furto di bestiame, egli ha l’opportunità di conoscere i membri di un clan, assieme ai quali trascorre un lungo periodo. Inizialmente tutto ciò che osserva risulta incomprensibile ai suoi occhi, ma, pian piano, egli comincia a comprendere a fondo quelle che sono le abitudini quotidiane, le gioie ed i dolori, nonché le idee politiche di quelle persone.
 
La famiglia d’origine di Waverley era da sempre sostenitrice degli Stuart; nel momento in cui scoppia la rivolta a sostegno del loro reinsediamento, Waverley decide di prendervi parte, scendendo in campo a fianco dei clan. Durante i primi scontri, un soldato inglese (originario del feudo di Waverley) rimane ferito: Waverley decide di soccorrerlo, anche grazie al sostegno dei suoi nuovi compagni.
 
La battaglia decisiva, ossia la battaglia di Culloden, combattuta il 16 aprile 1746 presso Inverness sarà una vera e propria disfatta per gli scozzesi e segnerà la fine dei tentativi di restaurazione dei discendenti degli Stuart sul trono inglese; il capo della rivolta Vich Jan Vohr ed il suo fedele compagno Evan Dhu vengono condannati a morte; altri ribelli ricevono punizioni esemplari. Waverley, potrà invece fare ritorno a casa: sarà l’ufficiale che aveva salvato durante la battaglia ad aiutarlo ad "aggiustare i conti" con la dinastia degli Hannover.
Già immagino il lettore grattarsi il capo e domandare a sé stesso per qual motivo abbia dato sta spulciata alla Wikipedia – oltre che per far vedere quanto son bravo, il fatto è che Scott riuscì a descrivere la scuola del XXI secolo.
 
La nuova frontiera della ricerca pedagogica, insomma, è robetta di due secoli fa...
'Gli permettevano di leggere così solo per divertimento, ed egli non s'accorgeva di perdere per sempre la possibilità di acquistare l'abitudine a una ferma e assidua applicazione, d' impadronirsi dell'arte di controllare, dirigere e concentrare le sue facoltà per una seria investigazione, arte questa molto più importante dell'istruzione classica che pure è la parte principale dell'educazione. Già so che mi ricorderanno la necessità di rendere l'istruzione gradevole alla gioventù e la necessità di mettere quel tal miele del Tasso nella medicina del fanciulletto; ma in un'epoca nella quale i ragazzi vengono preparati alle scienze più aride coi metodi insinuanti dei giochi istruttivi, non c'è da temere le conseguenze d'un insegnamento troppo serio e troppo severo. Adesso la storia d'Inghilterra è ridotta a un gioco di carte - i problemi di matematica a degli indovinelli - e, ci dicono, l' aritmetica si può imparare passando qualche ora alla settimana sulla nuova e complicata edizione del Reale Gioco dell'Oca. Ancora un passo e il Credo e i Dieci Comandamenti verranno insegnati alla stessa maniera, senza la necessità del volto severo, del tono solenne, e della devota attenzione pretesa fin ora nei ragazzi ben educati di questo regno. Intanto bisognerebbe seriamente considerare se i ragazzi, abituati a imparare col mezzo del divertimento, non rifiutino tutto quello che viene presentato sotto l'aspetto di studio; se quelli che imparano la storia con le carte non finiscano a preferire il mezzo allo scopo; se quelli che imparano la religione come un gioco, non finiranno per ridurre gradatamente a un gioco la loro religione. Quanto al nostro giovane eroe, al quale fu permesso di istruirsi seguendo soltanto l'inclinazione della sua mente e che, per conseguenza, cercò l'istruzione solo quando lo divertiva, l'indulgenza dei precettori gli portò più d'una conseguenza dannosa di cui per un pezzo si risentì il suo carattere, la sua felicità il suo interesse.'
 
Leggendo Waverley, sono rimasto sconcertato dall’attualità del discorso di Scott, benché la prima edizione del romanzo risalga al 1814; sembra davvero scritto oggi, e la parte sulla matematica in particolare. E questo alla faccia di chi va millantando l' originalità del dibattito sui 'nuovi saperi' e le pratiche pedagogiche innovative, pensando di far prendere chissà quale ventata d' aria fresca al "vecchiume"; è un discorso vecchio come l' uomo! Si parla dell' educazione del giovane Edward Waverley, il protagonista del romanzo, ha osservato acutamente Alessandro Marinelli a cui debbo la segnalazione del brano (data la mia ignoranza ho dovuto fare le ricerche che sono nella introduzione).
 
 

 

 


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L’emigrazione dell’intellettualità tedesca

diario 13/6/2011

 

Non credo che l’emigrazione degli intellettuali tedeschi sia stata una tragedia come certi storici di “sinistra” sostengono, a fu di certo di dimensioni notevoli.
L’emigrazione dell’intellettualità tedesca alla fine degli anni ’30 ha anche qualcosa di comico, nella sua tragicità: prendiamo ad esempio il Quartetto Amadeus, probabilmente il più famoso quartetto d'archi del mondo, fondato nel 1947. Il Primo violino Norbert Brainin, il secondo violino Siegmund Nissel, la viola - Peter Schidlof, - furono costretti a lasciare Vienna per Londra a causa della loro origine ebraica dopo l'Anschluss Hitler del 1938 (il violoncellista Martin Lovett era invece inglese).
Alla diaspora ebraica che andò verso l’Inghilterra dobbiamo aggiungere ovviamente Freud, Karl Popper, verso gli USA andarono quasi tutti i fisici che poi contribuirono al Progetto Manhattan unendosi a transfughi anche di altri paesi europei, alleati della Germania o occupati.
Poi ci sono scrittori, che so? Zweig, che morì suicida. I registi come Lubitsch, Fritz Lang - Otto Preminger e Billy Wilder (al contrario di Erich von Stroheim) forse non sarebbero mai emigrati, attori come Peter Lorre pure, si dice che invitato a rientrare in Germania Lorre risose che il paese non era abbastanza grande per contenere Hitler e lui, che aveva interpretato "il mostro di Dusseldorf"
 
Oltre la metà degli ebrei tedeschi presenti al 1933 fuggirono prima dello scoppio della guerra. Il 90% di quelli rimasti fu sterminato, i dati dell’emigrazione sono:
 
Gli U.S.A., 63.000 (malgrado leggi estremamente restrittive fecero la parte del leone – specie con i tecnici); Palestina sotto mandato britannico della Società delle Nazioni, 55.000: Regno Unito 40,000; Francia, 30.000 (in buona parte consegnati ai tedeschi dal governo di Vichy); Argentina 25.000; Brasile 13,000; S. Africa 5,500; Italia (sino al 1938) 5 mila.
Altre nazioni europee 25 mila; 20.000 altri paesi del sud America.15,000 IN Estremo Oriente ed in altri luoghi ulteriori 8mila, per un totale di 304,500.
 
Possiamo ritenere che un numero se non simile “comparabile” sia quello di coloro che lasciarono il paese per motivi non razziali, ma semplicemente politici, il più famoso tra coloro che temevano una repressione fu B. Brecht: lasciò la Germania nel febbraio del 1933, quando Hitler prese il potere. Andato in Danimarca, quando la guerra sembrava imminente nel mese di aprile 1939, si trasferì a Stoccolma, in Svezia, dove rimase per un anno. Poi dalla Svezia si mosse in Finlandia dove attese per il suo visto per gli Stati Uniti fino al 3 maggio 1941. Kurt Weil in quel periodo aveva litigato con Brecht ma anch’egli se ne andò, prima a Parigi e poi in USA. Anche T. Mann emigrò e divenne americano, per poi tornar in Europa, a Zurigo.  
Ma la storia difficilmente evita il tocco tragicomico di cui dicevo all’inizio. Nessuno al giorno d’oggi, se non è ferratissimo in storia conosce il sig. Karl Mayr, da non confondersi col senatore Carlo Mayr (Ferrara, 1810 – 1882) che è stato un avvocato e politico italiano di primo piano nel periodo risorgimentale.
 
Il capitano Karl Mayr (1883 – 1945) è stato l'ufficiale di stato maggiore tedesco che fu superiore gerarchico in una unità di "intelligence" nella Reichswehr, negli anni 1919-1920, di Adolf Hitler. Insomma l'uomo che introdusse Hitler alla politica. In seguito divenne esponente socialdemocratico ed oppositore di Hitler. Egli - come Brecht - fuggì, ma in Francia, nel 1933 quando i nazisti salirono al potere, ma dopo la caduta della Francia nel ‘40 venne rintracciato dalla Gestapo, imprigionato ed infine ucciso a Buchenwald nel 1945.

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quelli che la sanno lunga (a cominciar dal bunga bunga)

diario 3/6/2011

 

 Luigi (Deodato) XIV di Borbone (Saint-Germain-en-Laye, 5 settembre 1638 – Versailles, 1º settembre 1715) fu il terzo re di Francia e di Navarra della casata dei Borbone, regnò dal 14 maggio 1643 fino alla sua morte divenendo così il sovrano più longevo della storia europea. Fu chiamato il Re Sole (Le Roi Soleil) o Re Luigi il Grande (Louis Le Grand). Primogenito di Luigi XIII di Francia e di Anna d'Austria che era figlia del re Filippo III di Spagna.
 
Rafforzò l'influenza della Francia in Europa e nel mondo, combattendo tre grandi conflitti; ma oltre che militarmente, la cultura francese fu sovrana in Europa durante il suo lungo regno. Convinto assertore di una monarchia di tipo assolutistico, regnò comunque sempre nell'interesse della Francia. Suoi nonni paterni erano Enrico IV di Francia e Maria de' Medici, che erano rispettivamente francese e italiana, mentre entrambi i suoi nonni materni provenivano dalla nobile casata degli Asburgo in quanto erano Filippo III di Spagna e Margherita d'Austria. Così facendo egli poté vantare tra i propri antenati personalità di grande spicco come l'Imperatore Carlo V del Sacro Romano Impero e Federico Barbarossa. Egli era anche pronipote di Filippo II di Spagna, discendente della regina Isabella di Castiglia e di Ferdinando II d'Aragona, monarchi cattolici di Spagna. Egli discendeva anche da Rurik, fondatore della prima dinastia regnante di Russia, quella vichinga di Rurik, inoltre era discendente anche di Carlo il Forte, duca di Borgogna,
Gli antenati di Luigi XIV provenivano dall'élite delle classi regnanti europee. Il genealogista C. Carretier ha tracciato in un suo studio una linea completa in otto generazioni dell'albero famigliare di Luigi XIV ed ha stabilito le seguenti percentuali di “nazionalità di sangue”: 36% spagnolo, 28% francese, 11% tedesco e 8% italiano, oltre ad alcune intrusione slave, inglesi, savoiarde e lorenesi.
 
Luigi – come abbiamo detto – combatté una enorme quantità di guerre e le perse militarmente tutte. Però riuscì non solo a non fare appannare il prestigio della Francia, ma anche ad espanderlo, perché riuscì sempre a stipulare paci onorevoli. Ma in questo modo, non riuscì a trarre dai guai l’economia del suo paese: le guerre di Luigi XIV costarono moltissimo perché come diceva Montecuccoli (un mio mezzo concittadino) per fare la guerra occorrono tre cose: "Soldi, soldi e soldi". Al contrario di quel che accadde in epoca successiva in Inghilterra queste da un lato dissanguavano il tesoro francese e dall'altra non favorivano lo "sviluppo" e come conseguenza tali campagne resero ancora più precaria l'esistenza per gran parte della popolazione francese. Va poi ricordato come il Re Sole avesse l'abitudine di condannare per tradimento (con conseguente confisca dei beni) persone assolutamente innocenti.
Malgrado la sua “attenzione” all'economia nazionale, Luigi XIV diede prova di essere anche capace di spendere ingenti quantità di denaro, supportando gli artisti che lavoravano, al suo comando, per rendere sempre più potente la monarchia francese anche sotto l'aspetto dell'immagine pubblica. Ed in questo sta il suo successo, paragonabile solo a Pericle che riuscì a fare apparire l’imperialismo ateniese un dono all’umanità, mentre egli stesso distruggeva la sua città.
 
Basti pensare come due personaggi dell’epoca del Re Sole tra loro contemporanei (ma assolutamente agli antipodi) siano entrati nella leggenda, che come si dice va stampata invece che la realtà.
 
Savinien Cyrano de Bergerac (Parigi, 6 marzo 1619 – Sannois, 28 luglio 1655) è stato un filosofo, scrittore e drammaturgo francese del Seicento. Il suo nome completo era Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac (Cyrano era in realtà il cognome e non il nome), italianizzato da alcuni in passato come Ercole Savignano.
Nato nel 1619, dotato di un temperamento bizzarro e fantasioso, discendeva da un'antica famiglia parigina di piccola nobiltà. Trascorse la maggior parte della sua infanzia a Saint-Forget (ora Yvelines). Dopo cinque anni di studi presso un curato a Mauvières fu a Parigi nel collegio di Presles-Beauvais. Dato che la nativa patria di Mauvières portava anche il nome di Bergerac[senza fonte], per via di un'antica famiglia di guasconi che l'aveva posseduta durante il XV e XVI secolo, uscito dal collegio ormai diciottenne decise di assumere il nome di Cyrano de Bergerac. Non era guascone, come lo furono invece molti dei suoi compagni d'arme, e probabilmente il mito delle sue origini guascone fu coltivato da lui stesso in vita, dato che l'irruenza dei soldati guasconi era allora ammirata.
Stabilitosi a Parigi, ebbe modo di leggere le opere di filosofi ed artisti in odore di eresia come Campanella, Moro, ed ancora il Castiglione e Luciano, che costituirono anche la base e l'ispirazione delle sue opere fantastiche.
Il primo duello lo ebbe all'età di venti anni; il gusto rimastogli da questa esperienza, uniti al suo carattere incline all'avventura e alla perdita della pensione paterna, gli fecero maturare l'idea di entrare come cadetto nella compagnia delle Guardie. Nel 1639 fu di guarnigione a Mauzon e nel 1640 partecipò all'assedio di Arras, dove si rese celebre per la spavalderia e i numerosi duelli. Sempre ad Arras subì due ferite, una al collo ed una alla guancia.
 
Lasciato l'esercito, si dedicò quindi alla letteratura, entrando nel collegio di Lisieux e frequentando l'ambiente mondano parigino dei libertini, dove conobbe Molière e Gassendi. La fama di Cyrano esplose però in tutta Parigi quando si sparse la voce che, insieme al cavaliere Lignieres, aveva costretto alla ritirata tutti gli uomini del conte de Guinche, lasciando sul campo due morti e sette feriti. Colpito non ancora ventiseienne dalla sifilide, e costretto di conseguenza ad abbandonare ogni furore bellico, si gettò sugli studi ed ebbe modo di leggere Galileo, Copernico e Gassendi. Fiaccato nel corpo, non smise di lottare con le parole e si lanciò nelle lotte della Fronda, dapprima aggredendo il potente cardinale Mazarino con le sue Mazzarinades e poi difendendo lo stesso dai frondisti. A 33 anni, malato, solo ed in cattive condizioni economiche, si mise sotto la protezione del duca di Arpajon. Morì a soli 36 anni, nel 1655, a Sannois, in casa di un cugino per le gravi ferite riportate non durante un duello bensì dalla caduta di una trave.
 
De Cyrano fu uno dei più estrosi scrittori del Seicento francese, una personalità veramente eclettica: fu romanziere, drammaturgo, autore satirico, epistolografo, prima di morire scrisse persino i primi capitoli di un Trattato di fisica. Grazie ai suoi romanzi fantastici è oggi considerato uno dei precursori della letteratura fantascientifica. In altro senso e specialmente per il suo linguaggio fortemente laicistico e poco rispettoso delle istituzioni religiose egli è considerato un intellettuale libertino quando ancora quel termine stava piuttosto ad indicare un amante del bunga bunga la triade liberista-liberale-libertario, ossia indicava un'avanguardia culturale, una nuova filosofia di vita.
La sua è stata una figura dibattuta e assai controversa: è stato considerato alternativamente un martire del libero pensiero (Paul Lacroix), uno scienziato incompreso (Pierre Juppont), un libertino senz’arte né parte (Frédéric Lachèvre), un razionalista militante (Weber) e perfino un alchimista e un iniziato (Eugène Canseliet).
La sua figura ha ispirato la celebre opera teatrale Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand del 1897.
 
Charles de Batz de Castelmore d'Artagnan o semplicemente d'Artagnan (Lupiac, tra 1611 e 1615 – Maastricht, 25 giugno 1673) è stato un militare francese tutto d’un pezzo e bene inserito nella corte del Re Sole. Nato nel castello di Castelmore, in Guascogna, da Bertrand de Batz e Françoise de Montesquieu, che era figlia del signore di Artagnan, fu un grande uomo di guerra, coraggiosissimo, pervaso dal senso dell'onore, da una forte passione per il servizio, da una viva attenzione alla politica e da una grande umanità. Fece una carriera di tutto rispetto.
Nel 1635 circa entrò nella compagnia delle Guardie comandata da M. des Essarts. Partecipò a varie campagne e nel 1644 entrò nei Moschettieri (Mousquetaires), probabilmente grazie all'influenza dell'amico di famiglia Monsieur de Tréville, insieme all'amico François de Montlezun, signore di Besmaux e futuro governatore della Bastiglia.
Due anni dopo, la compagnia dei Moschettieri venne sciolta da Giulio Mazarino ed egli divenne uno dei suoi uomini di fiducia, svolgendo diverse missioni presso i comandanti delle armate del Re nel periodo della Fronda. Fu agli ordini di Turenne nella campagna delle Fiandre.
Nel 1655 o 1656 diventò capitano delle Guardie, poi capitano e custode della voliera delle Tuileries, incarico tanto futile quanto prestigioso, visto che lo ottenne a pagamento, disputandolo a Colbert.
Nel 1657 la compagnia dei Moschettieri venne ricostituita e l'anno seguente d'Artagnan ne assunse il comando succedendo a Issac de Baas, sebbene titolare della carica rimanesse il duca di Nevers, nipote di Mazzarino. Nello stesso anno partecipò all'assedio di Dunkerque. Nel 1659 sposò Charlotte Anne de Chanlecy dalla quale ebbe due figli e dalla quale si separò nel 1665. Nel 1660 accompagnò il re Luigi XIV a Saint-Jean-de-Luz ad accogliere la principessa Maria Teresa di Spagna. Nel 1661 arrestò Nicolas Fouquet a Nantes, sorvegliandolo per tutta la durata del processo e lo accompagnò all'esilio di Pinerolo nel 1664. Nel 1666 ottenne la carica di capitano "des petits chiens courant le chevreuil". Nel 1667, col grado di capitano luogotenente, sostituì il duca de Nevers nel comando della I compagnia dei Moschettieri. Nel 1671 condusse all'esilio di Pinerolo il duca de Lauzun. Nel 1672 e fino al 1673 sostituì il maresciallo d'Humières nella carica di governatore a Lille. Nel 1673 partecipò come comandante della compagnia di Moschettieri della Guardia chiamati "Moschettieri grigi" alla guerra contro l'Olanda e morì colpito da un proiettile alla gola durante l'assedio di Maastricht. La sua compagnia riuscì comunque ad occupare la "mezzaluna" (fortificazione avanzata), obiettivo del loro attacco.
Dalla sua figura trasse spunto Alexandre Dumas per l'omonimo personaggio ne “I tre moschettieri”.
 
Ma – malgrado la gloria ei i fatti eroici, lo splendore della corte e delle arti il problema del degrado, rimane.
Esso è legato all'assolutismo « L'État c'est moi!» , Lo Stato sono io!, attribuito a Luigi XIV di Francia, è probabilmente apocrifo, ma descrive bene quel sovrano e la politica da lui incarnata. Egli calcolò che spendendo la maggior parte dell'anno tra le feste della sua corte, sotto il suo diretto controllo, i nobili non si sarebbero curati dei loro affari politici e non avrebbero tramato opposizioni contro la Corona, la chiesa ebbe un altro tipo di controllo che non è ora il caso di descrivere. Solo rimanendo in contatto costante con lui, quindi, i nobili avrebbero potuto ottenere i privilegi necessari per mantenere il loro stile di vita. Luigi XIV dal canto suo intratteneva i visitatori con opere di straordinario lusso, ricchezza e opulenza al fine appunto di addomesticare questa nobiltà, soprattutto dopo l'esperienza delle fronde che avevano animato i primi anni del suo regno.
In una lettera dell'aprile 1887 a Mandell Creighton (futuro vescovo anglicano di Londra), lord Acton scrisse la sua massima più famosa: «Power tends to corrupt, and absolute power corrupts absolutely.» ossia «Il potere tende a corrompere, il potere assoluto corrompe in modo assoluto.»
 

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ulissse (tripla s alla Ungaretti)

diario 9/3/2011

Domanda tipica dello studente italiano:
“In che cosa consiste la nuova dimensione eroica di Ulisse interpretata da Dante Alighieri?? VI PREGO AIUTATEMII?

Anche in questo caso: “poveri bimbi di Milano…” è una domanda che sorge dal cuore dei loro insegnanti oggi come 35-40 anni fa da quelli miei.
Il guaio è che proprio “la nuova dimensione eroica di Ulisse” in Dante non c’è od almeno lui non ci pesava proprio. La lettura “eroica” dell’Ulisse dantesco è fatta con lo sguardo retrospettivo della civiltà che ebbe il rinascimento, poi l’illuminismo ed infine il romanticismo: è facile confondere quindi tra quel che Dante vuol dire e quello che noi sentiamo. Ulisse è, per antonomasia all’occhio moderno, l'uomo affascinato dall'ignoto. James Joyce prende a modello la sua figura e la sua storia per il suo romanzo, l'Ulysses. Ugo Foscolo vide nel proprio destino di esule somiglianze con quello dell'eroe omerico. Guido Gozzano, in piena polemica antidannunziana, lo presenta ironicamente come un moderno "viveur" (L'Ipotesi). Ed anche nell'immaginario dell'uomo della strada moderno la figura di Ulisse è il simbolo della ricerca del sapere, difficilmente l'uomo moderno, ancor più l'uomo del secolo appena trascorso – più che di quello presente, trova elementi negativi nell'impresa di Ulisse alla ricerca del sapere, la libertà di ricerca e di pensiero è una realtà indiscussa, non esistono più tribunali, nemmeno immaginari, che mettano in discussione il sapere. Le nuove frontiere raggiunte dalla conoscenze stimolano spesso dibattiti accesi e spesso preoccupati sulle conseguenze della realizzazione tecnica delle scoperte scientifiche, ma questo è il frutto più che altro della paura.

Dante, invece, non è un uomo moderno, appartiene fortemente all'epoca in cui è vissuto, è cioè un uomo del medioevo, il suo pensiero è fortemente radicato a quella realtà. Dante condanna Ulisse all'Inferno nell'ottava bolgia, tra i consiglieri fraudolenti, ma quello che emerge con maggior forza nel canto XXVI è il racconto dell'ultima, estrema impresa di Ulisse: il "folle volo" oltre le Colonne d'Ercole.

Dobbiamo recuperare quale sia la discriminante che ci separa da Dante e dagli uomini del suo tempo. Innanzi tutto Dante non è un uomo "copernicano", la sua visione cosmologica gli impone un'immagine dell'Oceano profondamente diversa da quella che più tardi le scoperte geografiche avrebbero offerto. Per lui l'Oceano non è l'ignoto da scoprire, non è la possibile via di comunicazione con i mercati orientali, per Dante oltre le Colonne d'Ercole c'è il mondo “sanza gente” (Inf. XXVI; 117), ché così dev’essere: la parte del globo terrestre negata ai viventi, dove l'unica terra emersa è la montagna del Purgatorio. L'impresa di Ulisse rappresenta quindi per il poeta medievale la violazione delle leggi divine (Dante, non poteva supporre che nel 1312 al di là delle Colonne d'Ercole gli europei avrebbero riscoperte le Canarie).

Se la concezione cosmologica medievale ci aiuta a capire l'immaginario dantesco per quanto riguarda l'ultimo viaggio di Ulisse, un altro elemento importante ci può aiutare a comprendere la condanna di Dante nei confronti di Ulisse, se ne teniamo conto. Per il lettore moderno il nome di Ulisse è legato all'Odissea di Omero, ma è importante sottolineare il fatto che Dante non conosceva i poemi omerici ed Ulisse è per lui un personaggio conosciuto attraverso le opere latine: di Stazio, Ovidio e Virgilio. Questa precisazione sulle fonti a cui Dante ha attinto per conoscere la figura di Ulisse non è una pura curiosità filologica, in quanto è anche di tale mediazione che risente la condanna di Dante nei confronti di Ulisse. Costantemente nelle opere latine è infatti evidente la simpatia per i Troiani, progenitori dei Romani, e l'avversione per i Greci perfidi e falsi che hanno incendiato e distrutto Troia (timeo danaos dona ferentes). Per Dante ciò che era narrato nell'Eneide da Virgilio (l'assedio di Troia, il viaggio di Enea, l'aiuto del Cielo all'eroe troiano, la sua discesa all'Inferno) non erano fatti storicamente avvenuti, ma erano il racconto simbolico del vero. E se tutti i Greci erano perfidi, Ulisse rappresentava il simbolo dell'empietà e della scelleratezza.

Un'altra importante considerazione si impone a questo punto per comprendere maggiormente la posizione dantesca rispetto all'astuto Ulisse: nel medioevo cristiano l'aggettivo sapiente non implicava un giudizio morale necessariamente positivo ed era importante, se non indispensabile, distinguere tra “vera sapienza” e “vana sapienza”, cioè tra la sapienza che si rivolgeva a Dio e quella invece che aveva come fine le cose terrene. Per l'uomo medievale è fondamentale stabilire il valore positivo o negativo della conoscenza, il fine cui essa tende. Per Dante la sapienza, se non è rivolta a Dio, è stoltezza, è superbia e quindi Ulisse non si trova tra coloro che seguirono le giuste vie della sapienza, ma è dannato nelle Malebolge: la follia di Ulisse non consiste nella ribellione personale contro un ordine prestabilito – che tanto piaceva ai romantici, bensì nel tentativo di superare i limiti della finitezza dell'essere umano. Ulisse è perciò sicuramente considerato da Dante un magnanimo. Ma il peccato di Ulisse, ben oltre che quello di aver provocato con le sue menzogne dolore e sofferenza, nasce dall'aver portato all'eccesso le sue virtù, confidando in esse senza il sostegno della Grazia divina volendo farsi simile a Dio stesso (guardacaso la promessa di Satana nel giardino dell’Eden. La follia consiste nel rigettare la coscienza d’essere una semplice creatura, esaltando la propria intelligenza al punto di trasformare ciò che è positivo, il desiderio di “seguire virtù e conoscenza”, nell’irragionevole negazione dell'esistenza di ogni limite.

Nonostante tutto questo Dante per via della citata magnanimità ch egli riconosce a tanti dannati (che in fondo era “dannato” pure lui dal volere essere la “cima teologica” del medioevo riciclato in poesia) non nega a Ulisse la comprensione umana che aveva già riservato a Francesca, a Farinata e si vede anche con Pier delle Vigne, il Conte Ugolino, nel senso che la sua è una condanna sofferta perché sente quel che di grandioso vi può essere nei peccatori: l'orazione di Ulisse ai compagni, nonostante muova da un desiderio di perfezionamento della natura umana (fatti non foste per viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza), è per Dante un consiglio fraudolento, in quanto la virtù può esercitarsi solo nell'osservanza delle leggi divine e nel riconoscimento dei limiti posti alla conoscenza umana.
Ma quella vecchia talpa che è la storia aveva scavato la sua galleria sotto i piedi del Sommo, il medioevo era all’apice, ma stava già morendo – la grandezza dei peccatori comincia, sotto sotto ad essere ammirevole – e dove lui ci vuol mostrare un fellone noi sentiamo le parole di lode per un EROE.


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costantino

diario 17/2/2011

 

Costantino scommise sull'importanza della nuova religione cristiana per rafforzare la coesione culturale e politica dell'impero romano. L’idea fu – sebbene non si capisca su quale base, quel che è stato è stato – aspramente criticata dallo storico illuminista Edward Gibbon, autore di "Declino e Caduta dell' Impero romano" (opera composta tra il 1776 ed il 1788), che dà di Costantino un giudizio estremamente negativo. Per Gibbon al tempo di Costantino: si istituì un poderoso sistema burocatico, coniando cariche sconosciute in antecedenza (magnifico, illustre, conte, duca, ecc.), tali da creare un controllo vessatorio e di spionaggio su tutte le province; i pretoriani erano in numero spropositato ed erano di origine armena, con corazze di argento e d' oro; la capitale trasferita da Roma a Costantinopoli (depredando importanti opere di Fidia ed altri scultori della Grecia classica) accentuò l' emarginazione del Senato romano; la tassazione esorbitante finì per spopolare anche una delle regioni (Campania) più produttive dell' Italia; si accentuò, inoltre, la disgregazione dell' esercito romano, sia con la nomina di barbari al massimo comando militare, sia con la penalizzazione economica dei soldati che salvaguardavano il confine (limes) dalle invasioni. Complessivamente, per Gibbon, neppure Caligola o Nerone fecero più danni all' impero di Costantino.

Le scelte dell'imperatore hanno delle ragioni che purtroppo a non saranno mai chiare, probabilmente c'era un disegno politico non tanto di favorire la supremazia del Cristianesimo come farà successivamente Teodosio alla fine del IV secolo (391), quanto d'evitare che l'Impero fosse disgregato da tensioni religiose tra i culti pagani tradizionali ed il nuovo culto rappresentato dal Cristianesimo.

In questo senso si spiegano sia l'editto imperiale di tolleranza o l'editto di Milano del 313 (conferma rafforzata di un editto di Galerio del 311), sia l'iscrizione sull'arco di Costantino: entrambi citano una generica "divinità", che poteva dunque essere identificata sia con il Dio cristiano, sia con il dio solare. L'ambiguità dell'Editto di Milano, però, è ovvia, dato che esso fu proclamato dal pagano Licinio.

Costantino perseguiva probabilmente il proposito di riavvicinare i culti presenti nell'impero, nel quadro di un non troppo definito "monoteismo imperiale". Le festività religiose più importanti del cristianesimo e della religione solare che è il punto finale del paganesimo romano furono fatte coincidere. Il giorno natale del Sole e del dio Mitra, il 25 dicembre, divenne anche quello della nascita di Gesù. Le statue del dio Sole erano spesso adornate del simbolo della Croce, ma a Costantinopoli furono eretti anche dei templi pagani. Nel 321 fu introdotta la settimana di sette giorni e fu decretato come giorno di riposo il die solis ("il giorno del sole" che corrisponde alla nostra domenica).

La politica di Costantino (indipendentemente dal fatto che essa abbia avuto successo o no) mirava a creare una base salda per il potere imperiale nella stessa religione cristiana, di cui era dunque importantissima l'unità: per questo motivo, pur non essendo battezzato, indisse diversi concili, come "vescovo di quanti sono fuori della chiesa". Il primo fu quello convocato ad Arelate (Concilio di Arles), in Francia nel 314, che confermò una sentenza emessa da una commissione di vescovi a Roma, che aveva condannato l'eresia donatista, intransigente nei confronti di tutti i cristiani che si erano piegati alla persecuzione dioclezianea: in particolare si trattava del rifiuto di riconoscere come vescovo di Cartagine Cipriano, il quale era stato consacrato da un vescovo che aveva consegnato i libri sacri.

Ancora nel 325, convocò a Nicea il primo concilio ecumenico, che lui stesso inaugurò, per risolvere la questione dell'eresia ariana: Ario, un prete alessandrino sosteneva che il Figlio non era della stessa "sostanza" del padre, ma il concilio ne condannò le tesi, proclamando l'omousia, ossia la medesima natura del Padre e del Figlio. Il concilio di Tiro del 335 condannerà tuttavia Atanasio, vescovo di Alessandria, il più accanito oppositore di Ario, soprattutto a causa delle accuse politiche che gli vennero rivolte.

Un ultima considerazione circa la politica di Costantino ed il mio giudizio "indipendentemente dal fatto che essa abbia avuto successo o no" riportato sopra. nell'epoca tardoantica il cristianesimo era una forza eversiva più o meno come un certo islam fondamentalista oggi.

Alla fine il giudizio di Gibbons deve essere accolto: lo stesso Agostino il grande teorico della fede, e delle sue relazioni con la ragione. «Lui è il primo dei Padri che sentì il bisogno di costringere la sua fede a ragionare» si dovette mettere all'opera nell'apologia nota come "La città di Dio" (De civitate Dei contra Paganos, "La città di Dio contro i Pagani"), tra il413 ed il 426, in cui tentava si dare una risposta ai pagani che attribuivano la caduta di Roma (410) all'abolizione del Paganesimo.

Disgraziatamente dopo avere combattuto contro i pagani i cristiani continuarono a combattersi l'un l'altro e con ferocia, nel giro di tre secoli molti popoli cristiani accettarono governati Islamici che almeno non ti sgozzavano per il modo di dire il Padre Nostro. Il progetto costantiniano era fallito in pieno.


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a proposito della fama (a volte usurpata)

diario 15/2/2011

 

Well, what Cambronne said to Maitland

Ere the English fire made smooth the brow of the hill

Against the sinking light of day

Say I to you, and all of you,

And to you, O world.

(Edgar Lee Masters (1868–1950). Spoon River Anthology. 1916. 13-Kinsey Keene)

Ci sono persone che diventano famose per quello che fanno, nel bene o nel male od entrambe le cose, come Pasteur, o Stalin, o Colombo. Ci sono persone che diventano famose per quello che non fanno (colui che fece per viltade il gran rifiuto, dice Dante) e gente che diviene famosa per cose che non ha fatto, ma altri gli attribuiscono. Non solo Lee Masters, nella strofa sopra, ma anche Proust nella “Recherche” introduce un certo signor Cambremer, fondendo a Merda il nome di Cambronne.

Pierre Jacques Étienne visconte di Cambronne (Saint-Sébastien-sur-Loire, 26 dicembre 1770 – Nantes, 29 gennaio 1842) è stato un generale francese dell’epoca napoleonica. Durante i Cento Giorni si distinse durante la battaglia di Waterloo del 1815.

Alla fine della giornata, quando un generale inglese volle imporre la resa a lui e agli ultimi resistenti, stando al racconto che fa Hugo nei Miserables sembra che abbia pronunciato in risposta il celebre insulto «Merde!». Secondo fonti diverse la vera frase gridata dal giovane comandante fu: "La Guardia muore ma non si arrende!"

Esistono da parte inglese riserve sulla autenticità dell'episodio, incentrate,  sul modo in cui Cambronne fu catturato a Waterloo. Disposta la sua truppa in quadrato per l'ultima resistenza, egli si sarebbe messo a capo dei suoi, ma un temerario soldato, il colonnello Hugh Halkett che sul campo quel giorno comandava le truppe dislocate dall'Hannover, galoppò con il suo destriero irlandese fino al quadrato francese e catturò letteralmente al volo il troppo avventato Cambronne: il francese fu stupito della mossa e disse solo: «Se sei un ufficiale... se sei un ufficiale, ecco la mia spada» in segno di resa. La testimonianza fu confermata anche dal reverendo William Leeke che aveva allora 17 anni e a Waterloo serviva come portabandiera del 52º Battaglione di fanteria leggera dell'Oxfordshire.

Sempre da parte inglese si è dubitato dell'attribuzione della paternità del turpiloquiale “merde” a Cambronne e la frase «La guardia muore, ma non si arrende» fu attribuita dagli stessi inglesi al generale Claude-Etienne Michel, che a Waterloo trovò la morte. Gli eredi del detto generale Michel si rivolsero anche al Consiglio di Stato francese per sancire l'attribuzione della frase a Michel, ma il procedimento si concluse senza esito.

Va sottolineato che Cambronne in vita non ammise mai, né in pubblico né in privato, la paternità dell'insulto: era stato fatto visconte da Luigi XVIII, che gli aveva anche conferito l'onorificenza di Cavaliere di San Luigi nel 1819, ed aveva sposato una lady inglese, Mary Osburn, scozzese di origine, era una donna nota all'epoca per la rigida tempra morale. Un fatto come quello di Waterloo non lo avrebbe certo messo in una luce positiva ed egli stesso dovette giurare alla moglie di non aver mai pronunciato quell'insulto in quella circostanza. La moglie in una occasione portò come contributo ad un'esposizione di oggetti napoleonici organizzata dal comune di Nantes un orologio che essa aveva regalato al marito il giorno in cui egli le fece il giuramento di non avere mai pronunciato la famosa parola.

L'episodio sarebbe nato dalla fantasia dei giornalisti francesi che riportarono nei giorni seguenti la disfatta la cronaca della battaglia.

Nonostante questo, durante un banchetto organizzato nel 1830 in suo onore, Cambronne ebbe modo di dire ad alcuni commensali una cosa della cui sincerità dubito: «No, non ho detto 'La guardia muore, ma non si arrende' (in questo appoggiando il reclamo dei discendenti del generale Claude-Etienne Michel), ma, intimatomi di deporre le armi, ho risposto con alcune parole meno brillanti, certo, ma di una naturale energia».




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scrivendo squola colla Q

diario 9/12/2010

Caro Luca, lei scrive "Sentivo inveire contro un'istruzione ancora basata sui crismi stabiliti da quel fascista di Gentile". Lo sentivo pure io, qualche anno prima. Il guaio è che era una frottola. La riforma Gentile non sopravvisse che pochi anni. Tantissimi luoghi comuni la fanno durare addirittura sino ad ora (la Wikipedia tra gli altri, alla voce riforma Gentile). Nella realtà (ma bisogna spulciare opere complesse quali la biografia di Mussolini scritta da De Felice le idee del filosofo idealiste erano troppo laiche. Già in sede delle TRATTATIVE del concordato si cominciò a smontarla. Il colpo di grazia lo dette "La carta della scuola (1939)" una proposta di riforma complessiva del sistema scolastico dovuta alL'allora ministro Giuseppe Bottai, al cui affollati funerali a Roma, nel 1959 sarà presente, tra le numerose autorità, il ministro della Pubblica Istruzione, allora in carica, Aldo Moro. A causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale, rimase poi in sulla carta. Si arriverà, dopo lunghe trattative tra DC e PSI, alla legge n.1859 del 31 dicembre 1962, altro bel colpo all'istruzione. Giova ricordare, ad ogni modo, il giudizio che dette Umberto Eco sull'asininità di gettare la "Riforma Gentile" (o quel che ne restava) solo perchè era di Gentile. Il mio modesto avviso è che una valida riforma sarebbe proprio rimettere le cose come il deprecato avrebbe voluto!

Alberto Lupi, Ferrara (su HPC de IL FOGLIO)

 

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primi tra gli ultimi

diario 9/12/2010

La paginetta riassuntiva dell'ultimo report PISA appena rilasciato dall'OECD (http://www.pisa.oecd.org) – diciamoci la verità, nessuno va oltre – ci mostra che la scuola e gli studenti italiani brillano per la loro mediocrità, riuscendo a piazzarsi sotto (dell’1%) la media in tutte le categorie, e vengono considerati come quelli che hanno un punteggio generale più alto tra coloro che sono significativamente distanti dalla media. Siamo messi peggio di Corea (indovinate quale), qualche pezzo di Cina, Estonia, Polonia, Islanda ossia quelli bravi. U.S.A. Francia, Germania, Irlanda, Ungheria e (di 3 punti su 500) Portogallo, quelli medi. Battiamo di misura la Spagna, la Grecia, Israele, Austria (che è peggio come lettura, meglio come scienze) ed il Lussemburgo. Insomma 27 sopra e 34 sotto
Insomma basterebbe un minimo d’impegno per rientrare nella media.
Nel frattempo come al solito: i primi degli ultimi.
In quanto ultimi entreremo le nel regno dei cieli, a in quanto primi.... entreremo per ultimi.

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al cinema, io credetti e credo...

diario 8/12/2010

 

"Noi credevamo" racconta solo il Risorgimento di chi è rimasto deluso, deludendo a sua volta.
 “Noi credevamo” di Mario Martone è un film mazziniano. Del resto se andiamo alle origini dell’interpretazione del Risorgimento da parte degli “intellettuali” italiani, la linea di Giuseppe Mazzini ha avuto una fortuna straordinaria, nella sinistra come nella destra, per una semplice ragione: agli occhi del fondatore della Giovane Italia, dell’inflessibile cospiratore, il Risorgimento è stato frutto di un tradimento. Mazzini scrisse nel 1861: «lavorammo, combattemmo e versammo sangue per l’Italia», quando l’Italia si rivelò qualcosa di completamente diverso, lui lo aveva già detto: Cavour (che morì in quell’anno), i suoi successori e la monarchia piemontese fecero altro, di molto meno nobile. Insomma, la contestazione al Risorgimento partì da subito: tradimento e  inganno divennero le chiavi interpretative usate per denunciare la piega sbagliata assunta dall’unità italiana.
Dopo le tre ore di proiezione di “Noi credevamo”, il fil di Mario Martone si prova la stessa sensazione: la sensazione di aver assistito all’ennesima ripetizione di una esplicita, accorata delusione. Eppure il lavoro di Martone è elegante, ben confezionato, intelligente, persino coraggioso. Nel romanzo omonimo di Anna Banti al quale Martone si è ispirato molto liberamente in “Noi credevamo”, il regista napoletano individua l’essenza di una storia che ruota attorno alla dicotomia conquista sabauda/rivoluzione mancata. Il film storico, per sua natura, è sì un’operazione messa in piedi per far rivivere il tempo passato, ma è sempre, immancabilmente, uno sguardo sul presente. Qua sta il busillis, i vizi dell’oggi si radicano nell’atto stesso della fondazione nazionale. Quindi se la nazione è nata su basi sbagliate, tutto il resto è sbagliato, ma il film “Noi credevano” è la premessa,- (inesplicata) – de “La meglio gioventù”, resterebbe solo da colmare il buco del fascismo ed abbiamo un Guerra e Pace peninsulare. Dove il film cade, senza avere idea di come rialzarsi è il non chiedersi perché diavolo siamo così come siamo, in realtà potevamo (possiamo, avremmo potuto) essere migliori? Quale è il nodo, per dirla con Sotenitzin.
 
Quasi come il più recente romanzo di Umberto Eco decine di personaggi storici reali intersecano le loro azioni con tre giovani del Cilento (personaggi di fantasia ma ispirati a persone reali) tutti animati dall’irrefrenabile passione per l’Italia unita. Dei tre personaggi drammatizzati uno è un povero contadino, gli altri due nobili. Su questi ultimi il film sviluppa il racconto: uno prenderà la strada del compromesso (da repubblicano convinto si addomesticherà, come Francesco Crispi, casualmente il mazziniano amato dai monarchici e la bestia nera del film) al disegno monarchico sabaudo; l’altro estremizzerà le sue posizioni, sino ad arrivare al terrorismo.
L’interessante film pone però un’altra questione: il cinema italiano era stato tenuto a battesimo dalla rappresentazione del Risorgimento, il primo film a soggetto è “La presa di Roma” di Filoteo Alberini del 1905 in cui l’apoteosi delle baionette issate sulle canne dei fucili dei bersaglieri in corsa a Porta Pia, si conclude con il ritratto dei padri della Patria: il Re, Garibaldi, Cavour ed appunto Crispi. Il fascismo, in sintonia con la storiografia di Gioacchino Volpe, secondo cui il Risorgimento altro non era che la premessa issata sulle baionette delle camicie rosse conclusa dalle baionette delle camice nere ne aveva dato una lettura estremamente positiva. Il Garibaldi di “1860” (1934) di Alessandro Blasetti ne è la massima riprova. Il film (in origine) si concludeva con un cinegiornale di incontro e amicizia (fatto sparire successivamente) tra garibaldini e fascisti.
Questa rotorica con Luchino Visconti venne ribaltata in un immagine del Risorgimento decadente, vile, trasformista, accomodante, in opere di grande rigore stilistico, “Senso” (1954) e ne “Il Gattopardo” (1963) appunto gattopardesco e che casualmente termina con la morte dl Principe proprio negli stessi giorni in cui i giovani garibaldini vengono fucilati. Poi – per il nostro cinema –  è il nulla. Un paio di tentativi sono “Allonsanfan” e “I Vicerè”, ma questi non hanno un tentativo epico.
 
Il fatto è che i film manca proprio di quelli che sono i elementi filmici, che a volte possono addirittura condurre la fiction soppiantare la realtà nell’immaginario popolare, come ha fatto The Queen, come avrebbe fatto “The Ghost Writer”, non fosse stato troppo esagerato, nella sua teoria complottistica modello wikileaks.
La storia non riesce a regalare quelle emozioni e quei sentimenti che un tempo riuscivamo a far nostri senza problemi, soprattutto per ragioni di racconto. Il regista napoletano forse è troppo interessato a poter rendere cinematografici il suo pensiero e le sue idee, con la conseguenza (oltre a quella che diremo poi) che il film a tratti sa davvero troppo di teatro (di guerra, per usare un po’ di ironia…), che lo stile e i costumi degli attori appartengano invece ai modi più convenzionali delle fiction, o meglio, i fotoromanzi televisivi. È scritto e recitato esattamente all’opposto di come un western, “Noi credevamo” vorebbe far capire a tutti noi perché l'Italia è una democrazia imperfetta, e non ci riesce.
Manca innanzitutto il vecchissimo trucco shakespeariano. “ADAM. Yonder comes my master, your brother./ […] ORLANDO. Marry, sir, I am helping you to mar that which God made, a poor unworthy brother of yours, with idleness.” Una bella parte delle commedie del Bardo si dispiega in gente che si apostrofa, “caro fratello”, “cugino mio”, “dolce madre/nutrice/nonna in carriola”, è forse che mia cugina e tuo fratello non sanno d’essere tuo fratello e mia cugina? No, ma la grandezza del più grande drammaturgo del mondo è di avere ben presente che noi, il suo pubblico, non lo sappiamo.
Per capire con chi abbiamo a che fare, se non siamo accostumati alla iconografia risorgimentale, le tre ore e sbrisga del film non basterebbero.
A differenziarlo dal western, anche italiano, manca la contrapposizione protagonista antagonista: la TV e il linguaggio audiovisivo in genere vivono infatti di evidenza, di prossimità. In Italia si è risolto il quesito con il modello dell’agiografia televisiva. Qua c’è risparmiato il flashback iniziale in cui l’uomo non comune è sul letto di morte e ripensa alla sua vita; ma si supplisce con la scena finale: il supertraditore Crispi, parla nel vuoto davanti ad una pistola impugnata da un fantasma. Questa è la scuola della mini-serialità che permette più agevoli strategie di finanziamento e di programmazione ma i cui esiti espressivi sono spesso molto deludenti. Poi si comprende di come manchi la serialità americana, i Lost, i Dr House. Che ci aiuta a capire la differenza fondamentale tra la piccola agiografia, o la piccola maldicenza, e la grande narrazione. Ed è alla base della deferenza tra “The Queen” o “The Aviator” ed “Il Divo”, “Letters from Jwo Jima” o “Flag of Our Fathers” e “Noi credevamo”.
 
Nell’ultima parte il film inciampa e asseconda fin troppo quella che è ormai la vulgata dominante sul Risorgimento, che poi è una vulgata antiunitaria e antirisorgimentale, secondo la quale quella dei Savoia sarebbe stata una guerra di conquista del Meridione sotto la bandiera ipocrita dell’unità d’Italia, una guerra coloniale che avrebbe assoggettato il Sud fino ad allora fiorente al Nord padrone e dominatore. Anche se Martone e De Cataldo non si mostrano teneri all’inizio con i Borboni, che dipingono senza incertezze come retrivi e fanatici despoti dell’Ancien Régime, alla fine del film si inventano il personaggio dell’industriale tessile impoverito cui mettono in bocca una spiega illuminante: “Prima dell’Unità in Campania avevo una fabbrica di sete, le più belle sete di tutta Europa. Ci lavoravano cento persone. Adesso coi piemontesi è finito tutto, ho dovuto chiudere”. Si stava meglio quando si stava peggio sotto Franceschiello e Sofia? Il duo Martone-De Cataldo resistette a lungo alla tentazione, però poi ci casca.
 
Noi credevamo del resto è film sudista e meridionalista, (ben fianziato dal Piemonte di prima della LEGA) che il Risorgimento lo vede da giù, dall’Italia mediterranea (i personaggi del Nord sono pochissimi e più approssimativi, meno curati degli altri: la milanese patriottarda e cospiratrice Cristina di Belgiojoso, esule a Parigi e finanziatrice e amante di bei carbonari, è ben interpretata dalla vibrante Francesca Inaudi, solo che quando apre bocca e senti quell’accento laziale ai milanesi vien voglia di sparare allo schermo), mentre un tenente copia carbone del Gen. Custer (occhio azzurro, capello biondo, buon sangue nazista) ha un milanese perfetto. Serpeggia in “Noi credevamo” il rimpianto che l’Italia non sia stata unificata partendo da Sud e andando verso Nord. La storia è andata nella direzione contraria e i rimpianti non servono a molto. Naturalmente l’ultimissima parte è tutta dedicata ai massacri fatti dai piemontesi nel Meridione post-unitario con l’alibi (sostiene il film in accordo con certa storiografia) della guerra al brigantaggio. Il film si cosparge di cadaveri disseminati ovunque, tra i ruderi delle case bruciate, nei letti dei torrenti, nelle gole tra i monti: location di grande suggestione, tra le cose più centrate del film, che ci restituiscono dell’Italia meridionale un’immagine cupa, ombrosa, introversa, fantasmatica, stregonesca, poco solare e poco mediterranea. Ora, io non sto a entrare nella controversia se l’Unità d’Italia sia stata un vantaggio per il Sud oppure una sciagura, come ormai la gran parte dei meridionali e molti intellettuali sembrano pensare. Dico solo che sarebbe stato meglio non farla sebbene non aderisca al revisionismo antirisorgimentale e criptoborbonico (non nuovo, peraltro: chi ha un’età si ricorderà il libro “Proletari senza rivoluzione” di Renzo Del Carria, il film “Bronte”, la canzone Pontelandolfo degli Stormy Six che erano tutto un “maledetti piemontesi”) mi pare l’ennesimo travestimento della retorica meridionalista, di quella cultura del lamento che al Sud non ha mai portato bene.
Scompaiono nel film, appunto per l’impianto agiografico, le intenzioni che furono impossibilitate a realizzarsi. Ed i motivi per cui tale realizzazione non si ebbe: alla fine per uno spettatore del nord il film riesce ad essere di propaganda leghista: “il grande sbaglio di Garibaldi…”.
 
 

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Storia del Brigantaggio meridionale dall’ Impero Romano all’Unità

diario 7/12/2010

 

« Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me e accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori. »
 (Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla questione meridionale)
 « Si sostenne, oltre alle guerre, la lunga e dolorosa guerriglia del brigantaggio, inacerbitosi nell'Italia meridionale, come di solito nelle rivoluzioni e nei passaggi di governo, e che fu domato finalmente e per sempre: così che la parola 'brigantaggio' poté a poco a poco dissociarsi dal nome del paese d'Italia, al quale era stata congiunta forse più che ad altra parte di Europa, almeno nei tempi moderni. »
 (Benedetto Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915)
 
 
Si inizia a parlare di “brigantaggio meridionale” già ai tempi dell'antica Roma, quando intorno al 185 a.C., a Taranto, avvenne un'insurrezione sociale composta perlopiù da pastori, che arrivarono a formare vere e proprie bande. Per risolvere la questione, il pretore Lucio Postumio Tempsano attuò una dura repressione in cui furono condannati circa 7.000 rivoltosi, alcuni furono giustiziati e altri riuscirono a fuggire. Anche Lucio Cornelio Silla prese provvedimenti contro i briganti (a quel tempo chiamati sicari o latrones) con la promulgazione della Lex Cornelia de sicariis nel 81 a.C., che prevedeva pene capitali come la crocifissione e l'esposizione alle belve (ad bestias).
 
L’impero romano fu percorso da fenomeni di brigantaggio in cui forse i fenomeni economici si univano quelli politici, al pretore Gaio Calvisio Sabino, nel 35 a.C., fu affidato il compito di combattere con decisione il brigantaggio che infestava l’impero. Nel 26 a.C., Ottaviano Augusto combatté rivolte brigantesche in Spagna, dove agiva Corocotta, un legittimista della Cantabria, Tiberio deportò 4.000 ebrei in Sardegna per combattere i ribelli, nel timore che queste bande potessero tramutarsi in insorgenze istigate da rivali politici.
 
In età medievale il brigantaggio si sviluppò (a causa del frazionamento dl potere) in particolar modo nell'Italia centro settentrionale. Si formarono bande composte non solo da comuni banditi ma anche da avversari politici o persone agiate che venivano cacciati dalla loro residenza e subivano la confisca dei loro patrimoni. Per sopravvivere queste persone furono costrette a darsi macchia, aggredendo mercanti e viaggiatori. In area ferrarese, che nessuno penderebbe di brigantaggio era considerata insicura l’area di Porotto.
 
Nella seconda metà del XIV secolo, si registrarono numerose attività di banditismo nel cassinate, ad opera di briganti come Jacopo Papone da Pignataro e Simeone da San Germano, i quali, con azioni vessatorie e spoliazioni, perseguitarono le popolazioni locali. In Toscana operò Ghino di Tacco, che non esitava anche a depredare uomini di chiesa, personalità come Giovanni Boccaccio non lo considerarono crudele con le sue vittime, tanto da essere definito, da una parte della storiografia, un "brigante gentiluomo".
 
In età moderna proliferarono gruppi di fuorilegge composti particolarmente soldati sbandati, contadini ridotti alla fame e pastori che si diedero alla macchia rubando capi di bestiame ai latifondisti. Alle attività di brigantaggio parteciparono anche preti di campagna, simboli di un malcontento e di un malessere molto diffusi nel clero rurale, che andarono ad ingrossare le file dei banditi. Il brigantaggio nell'età moderna coinvolse quindi vari strati sociali, con connessioni e complicità tra signori e banditi, investì indifferentemente zone urbane e rurali e presentò una forza tale da vincere quella dello stesso Stato, incapace ancora di mediare tra le classi sociali. Nella seconda metà del cinquecento, operò nell'Italia centrale e meridionale il brigante abruzzese Marco Sciarra, che, riuscito a raccogliere circa un migliaio di uomini, compì scorrerie e assalti, inimicandosi sia gli spagnoli che lo stato della Chiesa. Nello stesso periodo agiva Alfonso Piccolomini, un nobile appartenente ad una illustre famiglia senese che scelse la strada del brigantaggio per combattere lo stato Pontificio, raccogliendo intorno a sé persone misere e compiendo atti fuorilegge tra Umbria, Marche e Lazio. Decenni dopo emerse nella scena del brigantaggio Cesare Riccardi (noto come "Abate Cesare"), costretto alla vita clandestina dopo aver ucciso un nobile nel 1669 e che, nonostante la sua efferatezza, viene ricordato da alcuni come un eroe delle fasce più povere.
 
Ancor prima dell'invasione francese nel Regno di Napoli, nei territori del regno borbonico vi furono episodi di brigantaggio. È il caso di Angelo Duca (noto come Angiolillo) che si distinse con azioni di banditismo tra Campania, Basilicata e Puglia. Le sue gesta furono ricordate positivamente da Pasquale Fortunato (avo del meridionalista Giustino), che compose un poema su di lui, e da Benedetto Croce, che lo definì «di buona pasta, coraggioso, ingegnoso e di una certa elevatezza d'animo». Il brigantaggio meridionale ebbe una impennata (e venne fortemente combattuto) nel periodo napoleonico. Con la conquista del Regno di Napoli, sorsero numerose bande antigiacobine, appoggiate dai militari napoletani. Tra i rivoltosi si distinsero il cardinale Fabrizio Ruffo e Fra Diavolo, un pluriomicida che accettò di combattere le truppe francesi in cambio di una commutazione della pena.
 
Durante il decennio francese, vennero attuate dure repressioni contro i briganti, soprattutto in Basilicata e Calabria, le regioni in cui si concentrò maggiormente la resistenza. Nel 1806, i generali francesi André Massena (detto "il figlio prediletto della vittoria") e Jean Maximilien Lamarque, saccheggiarono le città lucane di Lagonegro, Viggiano, Maratea e Lauria, ove numerosi rivoltosi vennero afforcati e fucilati senza processo. Il massacro di Lauria , in cui circa 1.000 persone furono trucidate per ordine di Massena, fu probabilmente il più feroce.
 
Durante il regno di Gioacchino Murat, è nota l'opera repressiva del brigantaggio calabro-lucano da parte del colonnello francese Charles Antoine Manhès, ricordato da Pietro Colletta per i suoi metodi violenti e crudeli. La particolare avversione dei francesi nei confronti del brigantaggio, era dovuta al fatto che essi ritenevano vi fosse un utilizzo di queste bande da parte dei nobili latifondisti allo scopo di mantenere i loro contadini in uno stato di profonda sottomissione, paragonabile alla schiavitù.
 
In seguito alla seconda restaurazione borbonica, il re Ferdinando I° attuò una campagna repressiva nei confronti delle bande di briganti, attraverso l'opera del generale Richard Church, come nel caso di Papa Ciro, brigante delle Murge. Il sovrano borbonico, in particolare nell'aprile 1816, aveva infatti emanato un decreto per lo sterminio dei briganti che infestavano Calabria, Molise, Basilicata e Capitanata, conferendo speciali poteri ai vertici dell'esercito. Il Church ottenne il comando della sesta divisione militare, che comprendeva le province di Bari e di Lecce, per combattere il brigantaggio fiorente nelle Puglie spesso in associazione a società segrete. Gli furono dati ampi poteri, sulla falsariga di quanto era stato fatto nel periodo napoleonico nei confronti di Manhès. L'azione di Church fu dura ma efficace. Commenta Pietro Colletta: « De' quali disordini più abbondava la provincia di Lecce, così che vi andò commissario del re coi poteri dell'alter ego il generale Church, nato inglese, passato agli stipendi napoletani per opere non lodevoli, quindi obliate per miglior fama. Il rigore di lui fu grande e giusto: centosessantatré di varie sette morirono per pena; e quindi spavento a' settari, ardimento agli onesti, animo nei magistrati, resero a quella provincia la quiete pubblica. Ma senza pro per il regno perciocché i germi di libertà rigogliavano, animati dalla Carboneria. » (Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, Libro VIII, "Regno di Ferdinando IV (1815-1820)", Capo III, "Errori di governo e loro effetti", XLVIII). I brillanti risultati ottenuti da Church nelle Puglie spinsero il governo de' Medici a nominarlo comandante supremo militare in Sicilia, dove poi ebbe un rovescio di fortuna che lo portò in carcere.
 
Pure negli Stati Pontifici, il brigantaggio rimase presente sino a metà del secolo XIX: Stefano Pelloni, detto il Passatore (o, secondo la definizione di Pascoli, il Passator cortese), fu un notissimo brigante particolarmente attivo in Romagna: un criminale feroce come pochi altri ma seppe dare di sé un'immagine di combattente contro i soprusi dei ricchi e potenti; tale immagine fu poi divulgata da una certa cultura popolare romagnola che esagerò volutamente nel descrivere Pelloni come un giustiziere difensore di oppressi e miserabili. Anche Garibaldi fu indotto a considerare il Pelloni come un ribelle antipapale e antiaustriaco.
Già nell'ultima fase della spedizione dei mille i borbonici, asserragliati a nord del Volturno intorno Gaeta, avevano deciso di fare ricorso a formazioni armate irregolari a supporto delle truppe regolari ancora attive tra il Sannio e l'Abruzzo, al fine di coprire il fianco rispetto all'avanzata verso sud dell'esercito sardo, guidato dal generale Enrico Cialdini.
All'indomani della spedizione dei mille e della conseguente annessione del Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno d'Italia, il brigantaggio risorse, sia per il fatto che rimanevano lealisti borbonici da un lato sia per il vuoto di potere verificatosi nella transizione. Diverse fasce della popolazione meridionale cominciarono ad esprimere il proprio malcontento verso il processo di unificazione, sia sulla base del lealismo verso il passato potere e anche perché costrettivi – come ricorda Francesco Saverio Sipari, zio materno di Croce – dalle condizioni disperate indotte dalla povertà da sempre peculiare dell'Italia meridionale. In tale contesto si cominciarono a formare gruppi che comprendevan oltre agli ex soldati del disciolto esercito napoletano, rimasti fedeli alla dinastia borbonica, anche contadini (in particolare i terrazzieri, cioè quelli che lavoravano a giornata con lavoro precario e senza un rapporto di radicamento nel territorio, e vivevano in condizioni economiche estremamente disagiate) e pastori che si davano al brigantaggio per sopravvivere contro i latifondisti. Tra questi si inserirono anche malviventi latitanti, adusi a vivere alla macchia.
Altri motivi che spingevano alla rivolta i contadini erano costituiti: dalla privatizzazione delle terre demaniali, dalla leva obbligatoria, sconosciuta all'ancien regime e ai Borbone, introdotti (come nel resto d'Italia) dal governo unitario, e da una tassazione che era più elevata di quella precedentemente in vigore.
Da ultimo, ma non di minore importanza, l'annessione al Regno d'Italia fu sentita dalla popolazione come una minaccia alla propria fede e alle proprie tradizioni. La componente religiosa ebbe una importanza determinante sia perché il basso clero, a contatto diretto con le popolazioni rurali, inculcava l'idea che i liberali "massoni e senza Dio", volevano abbattere radicalmente la Santa Madre Chiesa, sia perché dal vicino Stato pontificio arrivavano aiuti e costanti incitamenti alla lotta armata senza quartiere contro uno Stato che aveva espropriato i beni dei conventi e minacciava la stessa sopravvivenza del potere temporale del Papa. La tesi diffusa (e mantenuta sino agli anni ’20 dl XX secolo, dalla pubblicistica anti-risorgimentale) era che l'unità d'Italia fosse avvenuta per disegno protestante massonico, contro la Chiesa, oppure per puri motivi economici, per depredare delle sue ricchezze l'ormai scomparso Regno delle Due Sicilie a vantaggio della casata dei Savoia. Alcuni fanno risalire proprio a quei tempi l'inizio dell'impoverimento del sud.
 
A seguito della partenza dei Borbone di Napoli, dopo la sconfitta subita nella battaglia del Volturno e dell'assedio di Gaeta, il partito legittimista prese ad organizzarsi per tentare di cacciare l'invasore, in ciò supportati dai Borbone di Napoli, esuli a Roma, un poco dai Borbone di Spagna, dalla nobiltà legittimista e da una parte del clero. Nelle formazioni irregolari, che la popolazione locale denominava masse, affluirono migliaia di uomini: ex soldati dell'esercito sconfitto e disciolto, coscritti che rifiutavano di servire sotto la bandiera italiana, popolazione rurale, banditi di professione e briganti stagionali, che si dedicavano già alle grassazioni nei periodi nei quali non potevano trovare impiego in agricoltura. Si registravano sollevazioni diffuse, seguite dal rovesciamento dei comitati insurrezionali, sostituiti con municipalità legittimiste. A Napoli, l'ex-capitale travagliata da una grave crisi economica, agiva la propaganda del comitato borbonico della città, che riuscì, perfino, a organizzare una manifestazione pubblica a favore della deposta dinastia. Nel mese di aprile venne sventata una cospirazione anti-unitaria e arrestate oltre seicento persone, fra cui 466 ufficiali e soldati del disciolto esercito borbonico. Nella primavera del 1861 la rivolta divampava ormai in tutto il Mezzogiorno continentale, assumendo spesso le forme di estese jacquerie contadine e, come tali, votate alla sconfitta nel loro impari confrontarsi con un moderno esercito calato in forze a combatterle. Si materializzava, tuttavia, il rischio concreto di un collegamento di tutte le formazioni della rivolta, dalla Calabria alle province contigue allo Stato Pontificio, dove risiedeva il re deposto, Francesco II, con un'azione centrata fra Irpinia e Lucania, ciò che condusse ad un incremento notevole sia delle forze impegnate, sia della ferocia con la quale la repressione delle insorgenze fu attuata.
 
Questa – che divenne una vera guerra civile – interessò quasi tutte le regioni del regno borbonico annesso al regno sabaudo italiano, escluse la Sicilia e la provincia di Reggio Calabria.Infatti la Relazione parlamentare "Massari" del 1963 testualmente riporta: "...Nella provincia di Reggio Calabria difatti, dove la condizione del contadino è migliore, non vi sono briganti". Una delle zone più strategiche delle forze dei briganti divenne il Vulture e il suo capo più rappresentativo fu Carmine Donatelli Crocco di Rionero in Vulture.
 
Disgraziatamente a Torino, il 6 giugno 1861 moriva Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, nobile dei Marchesi di Cavour, noto semplicemente come Conte di Cavour o Cavour.
Probabilmente la sua fine ha significato l’impossibilità di creare una Italia moderna con il fallimento dl progetto di ordinamento statale del Minghetti.
Ma che l’unità fosse partita col piede sbagliato, non era un mistero per nesuno. Il 2 agosto 1861, Massimo D’Azeglio, in una lettera al senatore Carlo Matteucci scrisse: "A Napoli abbiamo cacciato ugualmente il sovrano, per stabilire un governo sul consenso universale. Ma ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, tutti non ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là sì. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve, quindi, o cambiar principi, o cambiar atti e trovare modo di sapere dai Napoletani, una buona volta, se ci vogliono sì o no. Capisco che gli Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i Tedeschi in Italia; ma agli Italiani che, rimanendo Italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate ... perché contrari all’unità".
La repressione di Cialdini 1861-66 
Nello stesso mese, agosto 1861, venne inviato a Napoli il generale Enrico Cialdini, con poteri eccezionali per affrontare l'emergenza del brigantaggio.
Egli seppe rafforzare il partito sabaudo, arruolando militari del disciolto esercito meridionale di Garibaldi e perseguendo il clero e i nobili legittimisti. In una seconda fase, comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie e incendi di villaggi in cui si rifugiavano i briganti erano all'ordine del giorno, restano famigerati il cannoneggiamento di Mola di Gaeta del 17 febbraio 1861 (dopo l'unità italiana, dall'aggregazione del borgo con altri Comuni limitrofi nasce Formia), nonché gli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo nell'agosto 1861. L'obiettivo strategico consisteva nel ristabilire le vie di comunicazioni e conservare il controllo dei centri abitati. Le forze a sue disposizione consistevano in circa ventiduemila uomini, presto passate a cinquantamila unità nel dicembre del 1861.
 
Gli strumenti a disposizione della repressione venivano, nel frattempo, incrementati, con la moltiplicazione delle taglie e l'istituto delle deportazioni: questa era la forma reale del domicilio coatto. Nell'agosto 1863 venne emanata la "famigerata" legge Pica. Tale legge, contraria a molte disposizioni costituzionali, colpiva non solo i presunti briganti, ma affidava ai tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti. A cavallo degli anni 1862-66 le truppe dedicate alla repressione vennero aumentate sino a 105.000 soldati, circa i due quinti delle forze armate italiane del tempo, quindi il generale Cialdini poté riassumere l'iniziativa, giungendo a eliminare le grandi bande a cavallo con i loro migliori comandanti: difatti furono sgominate le colonne militari di Crocco e quelle pugliesi comandate da Pasquale Romano nella zona di Bari e Michele Caruso nella zona di Foggia. Romano, nativo di Gioia del Colle, era un ex tenente dell'esercito borbonico ed era considerato un abile stratega: la sua morte in battaglia rappresentò la fine della guerriglia organizzata militarmente in Puglia.
 

S’ebbe poi una continuazione sporadica della rivolta negli anni 1866-70, in cui operò Michelina Di Cesare, una brigantessa uccisa poi dalle truppe italiane nel 1868. Con le sue azioni, il Cialdini aveva raggiunto l'obiettivo strategico principale contro il brigantaggio, cancellando le premesse per una possibile sollevazione generale e militarmente coordinata dei guerriglieri delle province meridionali, ma l'insurrezione non era ancora terminata, come dimostrò pure la rivolta in una città importante quale Palermo, era però venuto meno qualsiasi carattere di azione collettiva, si affievoliva l'appoggio popolare. La resistenza degenerò così, sempre più spesso, in mero banditismo. Il supporto politico anche esterno si affievoliva in contemporanea al rafforzamento dell’ideale unitario e della stanchezza per le violnze. Sebbene continuasse a essere pretendente al trono delle Due Sicilie nel 1867, infatti, Francesco II sciolse il governo borbonico in esilio. Continuava l'azione di poche e isolate bande d'irriducibili ma, vista l'impossibilità di ottenere risultati politici e per non logorarsi in un'eterna guerra civile, la spinta insurrezionale volgeva gradualmente al termine. Nel 1869 furono catturati i guerriglieri delle ultime grandi bande con cavalleria e a gennaio 1870 il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio meridionale. Fenomeni di brigantaggio, seppur di diversa natura da quelli che coinvolsero l'Italia meridionale, si svilupparono in Maremma tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Anche in questa area (a cavallo tra la Toscana e il Lazio) le cause possono essere individuate un forte malcontento che si diffuse nella popolazione, nei primi anni dell'Unità d'Italia, quando vennero interrotti, per un certo periodo di tempo, i grandi lavori di bonifica idraulica e la riforma fondiaria iniziata dal governo toscano. Tutto ciò determinò un nascente sentimento nostalgico diffuso per le precedenti politiche di "buon governo" dei Lorena che, nelle campagne, fu terreno fertile per la diffusione del fenomeno del brigantaggio. Lo Stato iniziò una anche in questo caso una lotta serrata per arginare e debellare questo fenomeno criminoso, che si concluse positivamente per esso, dopo alcuni decenni, con l'inizio del Novecento soprattutto quando vennero riprese sia le grandi opere di bonifica che la riforma fondiaria, elementi essenziali per il successo della lotta al brigantaggio attraverso lo sviluppo.




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le cause della rivoluzione francese

diario 23/11/2010

La “Rivoluzione francese” è la successione di avvenimenti politici e sociali svoltisi in Francia tra il 1789 e il 1799, che ebbero come conseguenze principali la caduta della monarchia, il crollo dell'Ancien régime e l'istituzione della repubblica. 

L'Ancien Régime (pronuncia francese: [?sj? ?e?im], vecchio regime) si riferisce principalmente al sistema aristocratico, sociale e politico istituito in Francia dal XV al XVIII secolo sotto l e dinastie Valois e Borbone. Le strutture amministrative e sociali dell'Ancien Régime erano il risultato di anni di costruzione dello Stato, gli atti legislativi (come l'ordinanza di Villers-Cotterêts), conflitti interni e guerre civili, ma sono rimasti un coacervo confuso di privilegi e autonomie locali fino a quando la Rivoluzione francese portò ad una soppressione radicale di queste forme d’incoerenza amministrativa (si veda il problema delle unità di misura).
 
Il termine iniziò ad essere usato durante la Rivoluzione francese, ma si generalizzò, soprattutto in ambito letterario, grazie a Alexis de Tocqueville, autore del saggio “L'Ancien régime et la révolution”. Nel testo viene indicato che «la rivoluzione francese ha battezzato ciò che ha abolito» (in francese: «la Révolution française a baptisé ce qu'elle a aboli»). Tocqueville conferì al concetto un vago sapore di contrapposizione fra l'Ancien régime e il periodo medievale, che venne generalmente accettata dalla storiografia del XIX e della prima metà del XX secolo e che è stata ampiamente discussa dagli storici posteriori (e, in particolare, da François Furet), secondo il punto di vista dei "reazionari" – i nemici della rivoluzione, il termine di Ancien Régime fu rivendicato con una punta di nostalgia, seguendo il topico letterario del "paradiso perduto" o di «qualsiasi tempo passato fu il migliore» che richiama alla nostra memoria Jorge Manrique. Talleyrand arrivò persino ad asserire che «coloro che non hanno conosciuto l'Ancien régime non potranno mai sapere cos'era la dolcezza della vita» (in francese: «ceux qui n'ont pas connu l'Ancien Régime ne pourront jamais savoir ce qu'était la douceur de vivre»).
 
Le cause della rivoluzione furono molteplici: qualcuno privilegia una lettura squisitamente economica, altri preferiscono una lettura culturale. La verità sta a mio avviso non nel mezzo, ma più sul lato culturale: si vedano a proposito le considerazione di lord Clarke sulla decadenza del mondo antico.
Crisi e conflitti si manifestarono con intensità crescente negli anni che precedettero il 1789, riconducibili innanzitutto alla debolezza e all'incoerenza del sistema istituzionale ed all'organizzazione fiscale dello stato, fonte di iniquità che l'opinione pubblica denunciava, ma che la monarchia non era in grado di riformare. La crisi era anche legata alla politica militarista della monarchia.
 
Attorno al 1780 la situazione economica manifestò gravi problemi, derivanti principalmente dalla crisi finanziaria in cui si dibatteva lo stato. La crisi finanziaria in cui si dibatteva la Francia precipitò con l'avvento al trono del re Luigi XVI (1774). Luigi XVI, come il predecessore, Luigi XV, non rimasero insensibili alla diffusione delle nuove idee ed al blocco delle istituzioni, ma non ebbero l'autorità del loro predecessore Luigi XIV per imporre alla classe dei privilegiati i cambiamenti necessari.
La soluzione di questa crisi fu affidata ai ministri delle finanze tra i quali spiccano le proposte risanatrici fatte da Turgot, che voleva abolire i privilegi feudali e promuovere un'imposta fondiaria valida anche per la nobiltà e il clero; e quella del ministro Necker, che presentò un progetto di riforma fiscale, in cui si prevedeva l'applicazione di un'imposta a tutti i proprietari terrieri, senza distinzione di classe. Ma la proposta di introdurre una imposta generale sulla proprietà fondiaria, sollevò l'opposizione di nobiltà e clero, che rifiutarono l'imposta e chiesero la convocazione dell'Assemblea degli Stati Generali (assemblea formata da rappresentanti del clero, della nobiltà e del Terzo Stato), come unico organo competente a stabilire nuove forme di tassazione, che non si riunivano dal 1614.
 
Luigi XV e Luigi XVI, avevano tentato alcune riforme, quale la riforma giudiziaria del cancelliere de Maupeou, decisa alla fine del regno di Luigi XV, fu abbandonata da Luigi XVI che cedette davanti al Parlamento ed anche tentato di riformare il fisco, una riforma fiscale, necessaria per risanare il bilancio statale che era fortemente deficitario. All'inizio del secolo XVIII, la principale imposta diretta, la «taglia», pesava soltanto sui non privilegiati. La preoccupazione del re fu, quindi, di aumentare le entrate fiscali. Vennero aggiunte alle precedenti delle nuove imposte gravanti su tutti, qualunque fosse il loro ordine: la capitazione, che dal 1701 venne applicata su tutte le teste, ma in proporzione pesava soprattutto sui non privilegiati; il «ventesimo», che assoggettava tutti i redditi (in teoria 1/20 del reddito, ma i nobili ed il clero la compensarono pagandola una volta per tutte ed in seguito furono esentati). Le nuove imposte non furono in grado di contrastare il deficit ed il debito pubblico aumentò per tutto il XVIII secolo. Brienne tentò di far approvare le riforme proposte da Calonne, ma queste incontrarono nuovamente una forte opposizione, soprattutto dal Parlamento di Parigi (un organo giudiziario con funzioni di controllo sulla legittimità degli atti, ma senza funzioni politiche). Brienne tentò di proseguire con la riforma tributaria nonostante i parlamenti, ma questo provocò una massiccia resistenza dei gruppi benestanti che sfociò nel ritiro dei prestiti di breve durata. In quel momento, questi prestiti davano ossigeno e vita all'economia dello stato francese, per cui si creò una situazione di bancarotta nazionale, nonostante la Francia fosse un paese con un'economia in espansione, poiché aveva una struttura sociale conflittuale ed uno stato monarchico in crisi. Di fatto si può parlare di una crisi dell'Antico regime in tutta l'Europa Occidentale, ma la forma in cui questa crisi si manifestò nello stato francese e l'esistenza all'interno del Terzo stato di una borghesia che aveva acquisito coscienza del suo potere, spiegano come si poté realizzare in Francia una rivoluzione con conseguenze notevolmente superiori a quelle prodotte dagli altri sollevamenti dell'epoca negli altri Paesi.
 
Alexis de Tocqueville è probabilmente l’autore che ha meglio descritto il fenomeno nel suo già richiamato “L'Ancien Régime et la Révolution” (Il vecchio regime e la Rivoluzione) che per la sua data di pubblicazione, 1856 è ancora molto vicino ai fatti ed alle idee del momento storico di cui tratta.

Questo libro si concentra esclusivamente sulla società francese alla vigilia della Rivoluzione. Essa getta nuova luce su questo periodo ha visto la rivoluzione non come un fallimento ma come il culmine di un processo iniziato secoli prima e il cui completamento è stato centralizzato. Non per nulla le richieste degli “sconfitti” della rivoluzione saranno per tutto il secolo XIX e XX il decentramento regionale – puoi controllare su “Il socialismo degli imbecilli” di Battini che è molto interessante fino a 50 pagine dalla fine quando diviene incomprensibile. Scrittori anti-illuministi, come Bonald, cattolici intransigenti, come Drumont, condirono il localismo, con l’attacco allo Stato di diritto e, individuando negli ebrei coloro che hanno tratto vantaggio dall’avvento delle libertà moderne, una buona dose d’antisemitismo, spacciato come anticapitalismo che con Toussenel e Proudhon si diffuse anche in alcuni settori del movimento operaio europeo e, negli ultimi decenni del XIX secolo, con la depressione economica, venne rilanciato con enorme fortuna, soprattutto in Francia. Per Toqueville. Al contrario, la rivoluzione è stato anti-religiosa in Francia solo per motivi specifici, perché, come ha dimostrato “La Democrazia in America”, non vi è contrapposizione di base tra religione e democrazia: la lotta contro la Chiesa era soprattutto la lotta contro l'entità politica. Così, la lotta contro i preti era contro i proprietari, i signori e amministratori. La Rivoluzione francese non è assolutamente un evento fortuito, anche se ha preso il mondo di sorpresa. "Se non fosse avvenuto, la vecchia struttura sociale sarebbe comunque caduto qui in precedenza, poi, solo lui avrebbe continuato a cadere a pezzi, invece di crollare improvvisamente. "La rivoluzione non è un incidente, è una conseguenza di quello che lo precede. Una analisi dei “cahiers de doléances” (elenchi di lamentele) mostra tutte le richieste messe insieme davvero chiedere la distruzione del regime. Lo studio mostra la fase di contraddizione interna che era arrivata la società feudale in Francia.

Il primo capitolo del libro si concentra sulla seguente paradosso: mentre la Francia era il paese più avanzato politicamente, quello che ha vissuto la rivoluzione prima grande sfida l'ordine sociale. Ed è proprio perché il pareggio stava iniziando ad emergere, che la rivalità tra borghesi e nobili divenne insostenibile (soprattutto da quando Luigi XIV e la sua corte, la nobiltà, s’era disconnesso dalla realtà della Francia). La rottura è incentrata più sul fatto che la nobiltà non svolge più il suo compito di difendere il regno. Le barriere della società feudale venne quindi in contraddizione con la parificazione delle condizioni di vita. Questa equiparazione è stata resa ancora più forte dal fatto che la monarchia assoluta aveva cancellato le particolarità locali. La divisione in livelli della società appariva, così, arcaica. E la nobiltà francese, a differenza della lingua inglese non è riuscita a riformare se stessa, a entrare in contatto con la piccola azienda: così “la nobiltà francese ostinatamente restare lontano da altre classi [...] La borghesia con cui avevano tanto temuto per confondere, piuttosto arricchita e illuminata dalla loro parte, senza di loro e contro di loro e loro non volevano avere i cittadini come partner, non come cittadini, che li troverà come avversari, nemici presto, e infine maestri.” In tal modo è la prosperità che accelera la rivoluzione.

I seguenti sei capitoli concentrarsi sul secondo paradosso della rivoluzione: la centralizzazione che era il suo orgoglio è in realtà un lascito dell'antico regime. La rivoluzione che ha distrutto parte delle istituzioni dell'ancien régime, ha ripreso e intensificato la centralizzazione è un fatto naturale della democrazia (ci sia consentito di dissentire). La centralizzazione è "solo una parte della costituzione dell'ancien regime che è sopravvissuto alla Rivoluzione"


 
 

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permalink | inviato da albertolupi il 23/11/2010 alle 8:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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