« Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me e accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori. »
(Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla questione meridionale)
« Si sostenne, oltre alle guerre, la lunga e dolorosa guerriglia del brigantaggio, inacerbitosi nell'Italia meridionale, come di solito nelle rivoluzioni e nei passaggi di governo, e che fu domato finalmente e per sempre: così che la parola 'brigantaggio' poté a poco a poco dissociarsi dal nome del paese d'Italia, al quale era stata congiunta forse più che ad altra parte di Europa, almeno nei tempi moderni. »
(Benedetto Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915)
Si inizia a parlare di “brigantaggio meridionale” già ai tempi dell'antica Roma, quando intorno al 185 a.C., a Taranto, avvenne un'insurrezione sociale composta perlopiù da pastori, che arrivarono a formare vere e proprie bande. Per risolvere la questione, il pretore Lucio Postumio Tempsano attuò una dura repressione in cui furono condannati circa 7.000 rivoltosi, alcuni furono giustiziati e altri riuscirono a fuggire. Anche Lucio Cornelio Silla prese provvedimenti contro i briganti (a quel tempo chiamati sicari o latrones) con la promulgazione della Lex Cornelia de sicariis nel 81 a.C., che prevedeva pene capitali come la crocifissione e l'esposizione alle belve (ad bestias).
L’impero romano fu percorso da fenomeni di brigantaggio in cui forse i fenomeni economici si univano quelli politici, al pretore Gaio Calvisio Sabino, nel 35 a.C., fu affidato il compito di combattere con decisione il brigantaggio che infestava l’impero. Nel 26 a.C., Ottaviano Augusto combatté rivolte brigantesche in Spagna, dove agiva Corocotta, un legittimista della Cantabria, Tiberio deportò 4.000 ebrei in Sardegna per combattere i ribelli, nel timore che queste bande potessero tramutarsi in insorgenze istigate da rivali politici.
In età medievale il brigantaggio si sviluppò (a causa del frazionamento dl potere) in particolar modo nell'Italia centro settentrionale. Si formarono bande composte non solo da comuni banditi ma anche da avversari politici o persone agiate che venivano cacciati dalla loro residenza e subivano la confisca dei loro patrimoni. Per sopravvivere queste persone furono costrette a darsi macchia, aggredendo mercanti e viaggiatori. In area ferrarese, che nessuno penderebbe di brigantaggio era considerata insicura l’area di Porotto.
Nella seconda metà del XIV secolo, si registrarono numerose attività di banditismo nel cassinate, ad opera di briganti come Jacopo Papone da Pignataro e Simeone da San Germano, i quali, con azioni vessatorie e spoliazioni, perseguitarono le popolazioni locali. In Toscana operò Ghino di Tacco, che non esitava anche a depredare uomini di chiesa, personalità come Giovanni Boccaccio non lo considerarono crudele con le sue vittime, tanto da essere definito, da una parte della storiografia, un "brigante gentiluomo".
In età moderna proliferarono gruppi di fuorilegge composti particolarmente soldati sbandati, contadini ridotti alla fame e pastori che si diedero alla macchia rubando capi di bestiame ai latifondisti. Alle attività di brigantaggio parteciparono anche preti di campagna, simboli di un malcontento e di un malessere molto diffusi nel clero rurale, che andarono ad ingrossare le file dei banditi. Il brigantaggio nell'età moderna coinvolse quindi vari strati sociali, con connessioni e complicità tra signori e banditi, investì indifferentemente zone urbane e rurali e presentò una forza tale da vincere quella dello stesso Stato, incapace ancora di mediare tra le classi sociali. Nella seconda metà del cinquecento, operò nell'Italia centrale e meridionale il brigante abruzzese Marco Sciarra, che, riuscito a raccogliere circa un migliaio di uomini, compì scorrerie e assalti, inimicandosi sia gli spagnoli che lo stato della Chiesa. Nello stesso periodo agiva Alfonso Piccolomini, un nobile appartenente ad una illustre famiglia senese che scelse la strada del brigantaggio per combattere lo stato Pontificio, raccogliendo intorno a sé persone misere e compiendo atti fuorilegge tra Umbria, Marche e Lazio. Decenni dopo emerse nella scena del brigantaggio Cesare Riccardi (noto come "Abate Cesare"), costretto alla vita clandestina dopo aver ucciso un nobile nel 1669 e che, nonostante la sua efferatezza, viene ricordato da alcuni come un eroe delle fasce più povere.
Ancor prima dell'invasione francese nel Regno di Napoli, nei territori del regno borbonico vi furono episodi di brigantaggio. È il caso di Angelo Duca (noto come Angiolillo) che si distinse con azioni di banditismo tra Campania, Basilicata e Puglia. Le sue gesta furono ricordate positivamente da Pasquale Fortunato (avo del meridionalista Giustino), che compose un poema su di lui, e da Benedetto Croce, che lo definì «di buona pasta, coraggioso, ingegnoso e di una certa elevatezza d'animo». Il brigantaggio meridionale ebbe una impennata (e venne fortemente combattuto) nel periodo napoleonico. Con la conquista del Regno di Napoli, sorsero numerose bande antigiacobine, appoggiate dai militari napoletani. Tra i rivoltosi si distinsero il cardinale Fabrizio Ruffo e Fra Diavolo, un pluriomicida che accettò di combattere le truppe francesi in cambio di una commutazione della pena.
Durante il decennio francese, vennero attuate dure repressioni contro i briganti, soprattutto in Basilicata e Calabria, le regioni in cui si concentrò maggiormente la resistenza. Nel 1806, i generali francesi André Massena (detto "il figlio prediletto della vittoria") e Jean Maximilien Lamarque, saccheggiarono le città lucane di Lagonegro, Viggiano, Maratea e Lauria, ove numerosi rivoltosi vennero afforcati e fucilati senza processo. Il massacro di Lauria , in cui circa 1.000 persone furono trucidate per ordine di Massena, fu probabilmente il più feroce.
Durante il regno di Gioacchino Murat, è nota l'opera repressiva del brigantaggio calabro-lucano da parte del colonnello francese Charles Antoine Manhès, ricordato da Pietro Colletta per i suoi metodi violenti e crudeli. La particolare avversione dei francesi nei confronti del brigantaggio, era dovuta al fatto che essi ritenevano vi fosse un utilizzo di queste bande da parte dei nobili latifondisti allo scopo di mantenere i loro contadini in uno stato di profonda sottomissione, paragonabile alla schiavitù.
In seguito alla seconda restaurazione borbonica, il re Ferdinando I° attuò una campagna repressiva nei confronti delle bande di briganti, attraverso l'opera del generale Richard Church, come nel caso di Papa Ciro, brigante delle Murge. Il sovrano borbonico, in particolare nell'aprile 1816, aveva infatti emanato un decreto per lo sterminio dei briganti che infestavano Calabria, Molise, Basilicata e Capitanata, conferendo speciali poteri ai vertici dell'esercito. Il Church ottenne il comando della sesta divisione militare, che comprendeva le province di Bari e di Lecce, per combattere il brigantaggio fiorente nelle Puglie spesso in associazione a società segrete. Gli furono dati ampi poteri, sulla falsariga di quanto era stato fatto nel periodo napoleonico nei confronti di Manhès. L'azione di Church fu dura ma efficace. Commenta Pietro Colletta: « De' quali disordini più abbondava la provincia di Lecce, così che vi andò commissario del re coi poteri dell'alter ego il generale Church, nato inglese, passato agli stipendi napoletani per opere non lodevoli, quindi obliate per miglior fama. Il rigore di lui fu grande e giusto: centosessantatré di varie sette morirono per pena; e quindi spavento a' settari, ardimento agli onesti, animo nei magistrati, resero a quella provincia la quiete pubblica. Ma senza pro per il regno perciocché i germi di libertà rigogliavano, animati dalla Carboneria. » (Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, Libro VIII, "Regno di Ferdinando IV (1815-1820)", Capo III, "Errori di governo e loro effetti", XLVIII). I brillanti risultati ottenuti da Church nelle Puglie spinsero il governo de' Medici a nominarlo comandante supremo militare in Sicilia, dove poi ebbe un rovescio di fortuna che lo portò in carcere.
Pure negli Stati Pontifici, il brigantaggio rimase presente sino a metà del secolo XIX: Stefano Pelloni, detto il Passatore (o, secondo la definizione di Pascoli, il Passator cortese), fu un notissimo brigante particolarmente attivo in Romagna: un criminale feroce come pochi altri ma seppe dare di sé un'immagine di combattente contro i soprusi dei ricchi e potenti; tale immagine fu poi divulgata da una certa cultura popolare romagnola che esagerò volutamente nel descrivere Pelloni come un giustiziere difensore di oppressi e miserabili. Anche Garibaldi fu indotto a considerare il Pelloni come un ribelle antipapale e antiaustriaco.
Già nell'ultima fase della spedizione dei mille i borbonici, asserragliati a nord del Volturno intorno Gaeta, avevano deciso di fare ricorso a formazioni armate irregolari a supporto delle truppe regolari ancora attive tra il Sannio e l'Abruzzo, al fine di coprire il fianco rispetto all'avanzata verso sud dell'esercito sardo, guidato dal generale Enrico Cialdini.
All'indomani della spedizione dei mille e della conseguente annessione del Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno d'Italia, il brigantaggio risorse, sia per il fatto che rimanevano lealisti borbonici da un lato sia per il vuoto di potere verificatosi nella transizione. Diverse fasce della popolazione meridionale cominciarono ad esprimere il proprio malcontento verso il processo di unificazione, sia sulla base del lealismo verso il passato potere e anche perché costrettivi – come ricorda Francesco Saverio Sipari, zio materno di Croce – dalle condizioni disperate indotte dalla povertà da sempre peculiare dell'Italia meridionale. In tale contesto si cominciarono a formare gruppi che comprendevan oltre agli ex soldati del disciolto esercito napoletano, rimasti fedeli alla dinastia borbonica, anche contadini (in particolare i terrazzieri, cioè quelli che lavoravano a giornata con lavoro precario e senza un rapporto di radicamento nel territorio, e vivevano in condizioni economiche estremamente disagiate) e pastori che si davano al brigantaggio per sopravvivere contro i latifondisti. Tra questi si inserirono anche malviventi latitanti, adusi a vivere alla macchia.
Altri motivi che spingevano alla rivolta i contadini erano costituiti: dalla privatizzazione delle terre demaniali, dalla leva obbligatoria, sconosciuta all'ancien regime e ai Borbone, introdotti (come nel resto d'Italia) dal governo unitario, e da una tassazione che era più elevata di quella precedentemente in vigore.
Da ultimo, ma non di minore importanza, l'annessione al Regno d'Italia fu sentita dalla popolazione come una minaccia alla propria fede e alle proprie tradizioni. La componente religiosa ebbe una importanza determinante sia perché il basso clero, a contatto diretto con le popolazioni rurali, inculcava l'idea che i liberali "massoni e senza Dio", volevano abbattere radicalmente la Santa Madre Chiesa, sia perché dal vicino Stato pontificio arrivavano aiuti e costanti incitamenti alla lotta armata senza quartiere contro uno Stato che aveva espropriato i beni dei conventi e minacciava la stessa sopravvivenza del potere temporale del Papa. La tesi diffusa (e mantenuta sino agli anni ’20 dl XX secolo, dalla pubblicistica anti-risorgimentale) era che l'unità d'Italia fosse avvenuta per disegno protestante massonico, contro la Chiesa, oppure per puri motivi economici, per depredare delle sue ricchezze l'ormai scomparso Regno delle Due Sicilie a vantaggio della casata dei Savoia. Alcuni fanno risalire proprio a quei tempi l'inizio dell'impoverimento del sud.
A seguito della partenza dei Borbone di Napoli, dopo la sconfitta subita nella battaglia del Volturno e dell'assedio di Gaeta, il partito legittimista prese ad organizzarsi per tentare di cacciare l'invasore, in ciò supportati dai Borbone di Napoli, esuli a Roma, un poco dai Borbone di Spagna, dalla nobiltà legittimista e da una parte del clero. Nelle formazioni irregolari, che la popolazione locale denominava masse, affluirono migliaia di uomini: ex soldati dell'esercito sconfitto e disciolto, coscritti che rifiutavano di servire sotto la bandiera italiana, popolazione rurale, banditi di professione e briganti stagionali, che si dedicavano già alle grassazioni nei periodi nei quali non potevano trovare impiego in agricoltura. Si registravano sollevazioni diffuse, seguite dal rovesciamento dei comitati insurrezionali, sostituiti con municipalità legittimiste. A Napoli, l'ex-capitale travagliata da una grave crisi economica, agiva la propaganda del comitato borbonico della città, che riuscì, perfino, a organizzare una manifestazione pubblica a favore della deposta dinastia. Nel mese di aprile venne sventata una cospirazione anti-unitaria e arrestate oltre seicento persone, fra cui 466 ufficiali e soldati del disciolto esercito borbonico. Nella primavera del 1861 la rivolta divampava ormai in tutto il Mezzogiorno continentale, assumendo spesso le forme di estese jacquerie contadine e, come tali, votate alla sconfitta nel loro impari confrontarsi con un moderno esercito calato in forze a combatterle. Si materializzava, tuttavia, il rischio concreto di un collegamento di tutte le formazioni della rivolta, dalla Calabria alle province contigue allo Stato Pontificio, dove risiedeva il re deposto, Francesco II, con un'azione centrata fra Irpinia e Lucania, ciò che condusse ad un incremento notevole sia delle forze impegnate, sia della ferocia con la quale la repressione delle insorgenze fu attuata.
Questa – che divenne una vera guerra civile – interessò quasi tutte le regioni del regno borbonico annesso al regno sabaudo italiano, escluse la Sicilia e la provincia di Reggio Calabria.Infatti la Relazione parlamentare "Massari" del 1963 testualmente riporta: "...Nella provincia di Reggio Calabria difatti, dove la condizione del contadino è migliore, non vi sono briganti". Una delle zone più strategiche delle forze dei briganti divenne il Vulture e il suo capo più rappresentativo fu Carmine Donatelli Crocco di Rionero in Vulture.
Disgraziatamente a Torino, il 6 giugno 1861 moriva Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, nobile dei Marchesi di Cavour, noto semplicemente come Conte di Cavour o Cavour.
Probabilmente la sua fine ha significato l’impossibilità di creare una Italia moderna con il fallimento dl progetto di ordinamento statale del Minghetti.
Ma che l’unità fosse partita col piede sbagliato, non era un mistero per nesuno. Il 2 agosto 1861, Massimo D’Azeglio, in una lettera al senatore Carlo Matteucci scrisse: "A Napoli abbiamo cacciato ugualmente il sovrano, per stabilire un governo sul consenso universale. Ma ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, tutti non ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là sì. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve, quindi, o cambiar principi, o cambiar atti e trovare modo di sapere dai Napoletani, una buona volta, se ci vogliono sì o no. Capisco che gli Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i Tedeschi in Italia; ma agli Italiani che, rimanendo Italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate ... perché contrari all’unità".
La repressione di Cialdini 1861-66
Nello stesso mese, agosto 1861, venne inviato a Napoli il generale Enrico Cialdini, con poteri eccezionali per affrontare l'emergenza del brigantaggio.
Egli seppe rafforzare il partito sabaudo, arruolando militari del disciolto esercito meridionale di Garibaldi e perseguendo il clero e i nobili legittimisti. In una seconda fase, comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie e incendi di villaggi in cui si rifugiavano i briganti erano all'ordine del giorno, restano famigerati il cannoneggiamento di Mola di Gaeta del 17 febbraio 1861 (dopo l'unità italiana, dall'aggregazione del borgo con altri Comuni limitrofi nasce Formia), nonché gli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo nell'agosto 1861. L'obiettivo strategico consisteva nel ristabilire le vie di comunicazioni e conservare il controllo dei centri abitati. Le forze a sue disposizione consistevano in circa ventiduemila uomini, presto passate a cinquantamila unità nel dicembre del 1861.
Gli strumenti a disposizione della repressione venivano, nel frattempo, incrementati, con la moltiplicazione delle taglie e l'istituto delle deportazioni: questa era la forma reale del domicilio coatto. Nell'agosto 1863 venne emanata la "famigerata" legge Pica. Tale legge, contraria a molte disposizioni costituzionali, colpiva non solo i presunti briganti, ma affidava ai tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti. A cavallo degli anni 1862-66 le truppe dedicate alla repressione vennero aumentate sino a 105.000 soldati, circa i due quinti delle forze armate italiane del tempo, quindi il generale Cialdini poté riassumere l'iniziativa, giungendo a eliminare le grandi bande a cavallo con i loro migliori comandanti: difatti furono sgominate le colonne militari di Crocco e quelle pugliesi comandate da Pasquale Romano nella zona di Bari e Michele Caruso nella zona di Foggia. Romano, nativo di Gioia del Colle, era un ex tenente dell'esercito borbonico ed era considerato un abile stratega: la sua morte in battaglia rappresentò la fine della guerriglia organizzata militarmente in Puglia.
S’ebbe poi una continuazione sporadica della rivolta negli anni 1866-70, in cui operò Michelina Di Cesare, una brigantessa uccisa poi dalle truppe italiane nel 1868. Con le sue azioni, il Cialdini aveva raggiunto l'obiettivo strategico principale contro il brigantaggio, cancellando le premesse per una possibile sollevazione generale e militarmente coordinata dei guerriglieri delle province meridionali, ma l'insurrezione non era ancora terminata, come dimostrò pure la rivolta in una città importante quale Palermo, era però venuto meno qualsiasi carattere di azione collettiva, si affievoliva l'appoggio popolare. La resistenza degenerò così, sempre più spesso, in mero banditismo. Il supporto politico anche esterno si affievoliva in contemporanea al rafforzamento dell’ideale unitario e della stanchezza per le violnze. Sebbene continuasse a essere pretendente al trono delle Due Sicilie nel 1867, infatti, Francesco II sciolse il governo borbonico in esilio. Continuava l'azione di poche e isolate bande d'irriducibili ma, vista l'impossibilità di ottenere risultati politici e per non logorarsi in un'eterna guerra civile, la spinta insurrezionale volgeva gradualmente al termine. Nel 1869 furono catturati i guerriglieri delle ultime grandi bande con cavalleria e a gennaio 1870 il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio meridionale. Fenomeni di brigantaggio, seppur di diversa natura da quelli che coinvolsero l'Italia meridionale, si svilupparono in Maremma tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Anche in questa area (a cavallo tra la Toscana e il Lazio) le cause possono essere individuate un forte malcontento che si diffuse nella popolazione, nei primi anni dell'Unità d'Italia, quando vennero interrotti, per un certo periodo di tempo, i grandi lavori di bonifica idraulica e la riforma fondiaria iniziata dal governo toscano. Tutto ciò determinò un nascente sentimento nostalgico diffuso per le precedenti politiche di "buon governo" dei Lorena che, nelle campagne, fu terreno fertile per la diffusione del fenomeno del brigantaggio. Lo Stato iniziò una anche in questo caso una lotta serrata per arginare e debellare questo fenomeno criminoso, che si concluse positivamente per esso, dopo alcuni decenni, con l'inizio del Novecento soprattutto quando vennero riprese sia le grandi opere di bonifica che la riforma fondiaria, elementi essenziali per il successo della lotta al brigantaggio attraverso lo sviluppo.